Alla moda, Mila Nutrizio arriva per gusto e classe innati, ma soprattutto con un'incrollabile determinazione. Dopo il rovescio finanziario che colpisce l'attività del marito, il commerciante di preziosi Aurelio Schön, veneto di origini autriache, comincia a disegnare abiti per le sue amiche, ricche signore della borghesia milanese. Nel 1958 apre un piccolo atelier, sette anni dopo, nel '65, il marchese Giovanni Battista Giorgini, l'inventore della moda italiana, la invita a debuttare sulle prestigiose passerelle fiorentine del pret-à-porter di Palazzo Pitti, nella leggendaria Sala Bianca. La sua è una collezione tutta violetta, dal lilla al glicine, venticinque sfumature diverse, che conquista l'attenzione internazionale.
«Quella di Mila Schön è vera alta moda: autentica, splendida, perfetta», commenta Giorgini.
Famosa per i suoi double-face («l'intransigenza con cui concepisco un interno uguale a un esterno è una mia cifra»), per gli abiti da sera con inserti geometrici, per le gonne a pieghe «baciate», per gli stupefacenti ricami, nel '66 Mila Schön conquista l'America, dove le viene conferito il Neimann Marcus Award, l'Oscar della moda per il colore, ed è la prima stilista italiana a sbarcare in Giappone.
Di lei, la segaligna sacerdotessa della moda americana Diana Vreeland, dice: «La sua linea, in apparenza spoglia ma preziosa, ingentilisce tutte le donne». Una sera, il 28 novembre 1966, al Black and White Ball all'hotel Plaza di New Yorkorganizzato da Truman Capote, la signora giudicata più elegante è Marella Agnelli, in Mila Schön, al terzo posto si classifica Lee Radziwill, sorella di Jackie Kennedy, anche lei avvolta da un modello Schön.
Abiti, accessori, profumi, pelletteria, piastrelle. Negli anni d'oro la griffe diventa un piccolo impero. Poi, nel '93, dopo un periodo di crisi, la cessione al colosso giapponese Itochu, che lascia comunque la parte creativa sotto il controllo della fondatrice. Oggi è il gruppo Mariella Burani a detenere la licenza del marchio, in base a un accordo con l'Itochu che si concluderà anticipatamente nell'autunno-inverno 2008.
Mila Schön si è ritirata da anni, ma la voglia, l'entusiasmo di vestire le donne le sono rimasti nel cuore. Nel 1990 i cronisti giuliani le hanno assegnato il «San Giusto d'oro», il premio a chi porta il nome di Trieste nel mondo.
Marella Agnelli vestita da Mila Schön al Black and White Ball: è giudicata la signora più elegante |
Signora Schön, che immagini conserva della sua terra?
Mila Schön col figlio Giorgio a Trieste, davanti alla casa di via San Michele nel 2004 |
Lei non sapeva nè tagliare nè cucire...
«Ho iniziato a poco a poco. Dapprima con l'aiuto della figlia di una modellista, in casa di mia mamma, ho cominciato a fare qualche abito. Poi ho preso con me una prèmiere, Enrica, che veniva da una grande modellista. Osservandola lavorare cercavo di imparare, perchè, quando parlavo con le mie sarte, volevo essere in grado di esprimermi correttamente in modo tecnico. E ho imparato, perchè sentivo che quando andavo in prova loro mi rispettavano tutte. Ho lavorato anche con duecentocinquanta sarte. Così ho iniziato a fare piccole collezioni, invitando le mie conoscenti».
Ricorda la prima?
«La prima presentazione importante fu al "Continental" di Milano, insieme a una mia amica che faceva pellicceria. Era una collezione per l'inverno, stagione che io amo fra tutte. E' piaciuta molto e questo mi ha dato coraggio».
Nel 1965, invitata da Giovanni Battista Giorgini, lei sfila a Palazzo Pitti.
«Era un momento molto triste, perchè nel novembre 1964 era morta mia mamma. Per me è stata una grande perdita. Ero disperata e ansiosa per il mio futuro, con un bambino piccolo ancora da crescere. Proprio in quel momento Giorgini venne per invitarmi a Firenze. Ho accettato. Mi rimaneva poco tempo e ho fatto una piccola collezione che ha avuto un successo enorme. Mi ricordo che alla fine tutte le persone si sono alzate in piedi per applaudirmi. Mi sono commossa. E' questa la sfilata, fra le tantissime che ho fatto in seguito, che ricordo nel modo più vivo e che considero la più importante per me in assoluto».
L'anno dopo lei sbarca in America. Come venne accolta la sua moda?
«Subito dopo la sfilata di Firenze, Neiman Marcus mi invitò a Dallas e a Houston. Una cosa che mi ha colpito e che ho trovato interessante in quell'occasione, è che dovevo spiegare alle vendeuses il mio stile, come vendere i miei abiti, come fare gli abbinamenti. Era una piccola lezione e mi colpì constatare come erano importanti per loro i miei consigli. Anche qui fu un successo, che mi portò sino a New York».
Mila Schön ha vestito alcune icone di stile...
«Tanti giornali mi richiedevano interviste e anche donne come Jacqueline Kennedy, Lee Radziwill, Ira Fürstenberg indossavano i miei abiti. Mi sentivo abbastanza sicura, anche se pensavo di avere sempre qualcosa da imparare. Le mie collezioni continuarono ad avere successo per anni e io giravo tutto il mondo. Ho fatto anche le divise per l'Alitalia, poi per l'Iran Air. E' allora che ho conosciuto lo Scià Reza Palhavi e Farah Diba. Sì, posso dire di aver vestito tutte le donne più importanti del mondo e ho avuto con loro ottimi rapporti».
Lee Radziwill in Mila Schön con Truman Capote al Black and White Ball |
Che cosa vuol dire eleganza per Mila Schön?
«Guardarsi allo specchio. Ogni donna ha la propria personalità e prima di comprare un abito deve capire se è giusto per lei. Una cosa è vedere un lavoro, perchè per me un abito è un "lavoro", e un'altra indossarlo».
Il "New York Times" ha definito di recente la moda italiana «volgare». E' d'accordo?
«Forse non lo avrei detto, ma è abbastanza vero. Nella moda di oggi non c'è una linea definita. Nei negozi si trovano più o meno le stesse cose, più o meno preziose. Abiti molto carichi e troppo strani, con poco gusto. E' una moda troppo urlata e generalizzata».
Che cosa farebbe indossare alla donna-simbolo di Mila Schön?
«Un cappottino a sigaretta. Un tailleur. Un tubino. Sbizzarrendomi forse un po' di più per la sera».
Ha qualche rimpianto?
«Ho avuto tanti momenti belli nella mia carriera. Posso dire di non avere rimpianti. Forse il rimpianto più grosso è proprio per il mio lavoro: ricomincerei subito. Sono felice di averlo fatto. Mi ha chiesto tanto, ma mi ha anche dato tanto. E' un rimpianto roseo».
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