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lunedì 30 marzo 2015

MODA & MODI: Pretty Woman prostituta-principessa che piace a Dior


Julia Roberts e l'haute couture S/S 2015 di Dior

Pretty woman ha festeggiato i venticinque anni. Dell’anniversario del film si è parlato molto, soprattutto perchè, a distanza di un quarto di secolo, l’amore della prostituta Vivian-Julia Roberts per il miliardario Edward-Richard Gere continua a tenerci incollate al divano alla milionesima replica. Più della longevità da piccolo schermo, però, colpisce quella del guardaroba di lei, in parte disegnato, in parte assemblato dalla costumista Marilyn Vance.
Secondo i criteri della moda sono passate ere geologiche. Abbiamo bruciato le spalle quadrate, sono caduti in disgrazia i pantaloni bumster, morti e resuscitati i leggings, “riscaldati” periodicamente come minestre gli abitucci a fiori, il tartan, la salopette e la zampa di elefante. Era il 1990 quando la stangona Julia, ventenne, cavalcava Rodeo Drive in miniabito stretch e cuissard di vernice agitando invano la carta di credito del suo cavaliere per comprare qualche vestito che la rendesse presentabile in società.
L'abito a pois per il polo (foto Cordon Press)
Era il modello più azzardato, quello del mestiere di strada, che la Vance diceva aver copiato da un suo costume da bagno, ma pari pari l’abbiamo rivisto quest’anno sulla passerella primavera-estate della haute couture di Dior, “citato” filologicamente, stivaloni compresi, nella variante rosso acceso.

Venticinque anni sono passati dall’abito a pois su fondo mou per il pomeriggio di polo, da allora riproposto incessantemente e anche nello stesso, ostico colore, vieppiù quest’anno che i pallini ritornano in auge. E altrettanto “datati” sono il vestito da cocktail di pizzo nero del primo appuntamento con Gere e la pennellata fuoco con scollatura a cuore che Vivian indossa a teatro, quando, piangendo per Violetta, s’innamora dell’opera. In mezzo, tra i pezzi “iconici”, il tailleur maschile coi bermuda e l’abito-soprabito bianco e manica a tre quarti, tutti “vecchi” pezzi attuali, appena rivisitati in qualche sfilata.
Molti hanno spiegato il segreto del film: lei è una battona ma si vuole bene, usa il filo interdentale, ha rispetto di sè e le piacerebbe tornare a scuola. Vale anche per il guardaroba. È “misurato”, mai volgare, nemmeno quando fa il mestiere. Procede per sottrazioni progressive, senza rompere l’equilibrio. Vivian non si metterebbe quella creazione di Versace che inguaina una Marcuzzi senza mutande nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi. E noi amiamo Pretty Woman per questo, perchè in una settimana sostituisce gli stivaloni a mezza coscia con jeans e blazer blu, rimanendo credibile, se stessa da prostituta a principessa. Ci piacciono le favole più dei talent, come a Dior.

@boria_a
Alessia Marcuzzi in Versace nell'ultima puntata dell'Isola dei famosi

martedì 24 marzo 2015

MODA & MODI: Mila Schön ritrovata






Lo scamiciato panna, il vestitino bluette con il fiocco bon ton sulla vita un po' alta, l'abito per la sera di seta costruito con teli diversi, nella palette di colori che si rincorrono lungo l'intera sfilata: verde acqua, bluette, blu profondo e uno schizzo di giallo. Una Mila Schön ritrovata nell'ultima collezione del direttore creativo Alessandro De Benedetti, che si è ispirato alle divise per l'Alitalia disegnate dalla stilista dalmata negli anni '70 e le ha rieditate per un'hostess al passo con i tempi, meno perfettina e più dinamica, senza rinunciare a tocchi di dolcezza.


Alla coerenza dei colori - panna e azzurro infantile che a poco a poco si irrobustiscono nell'azzurro più carico, poi nel blu notturno, nel verde muschio, nei giochi optical di bianchi e neri di giacche e tailleur - si unisce la pulizia delle linee, anche negli intarsi più complicati, che scivolano sugli abiti e nei cappotti senza appesantirli.
Che cosa farebbe indossare alla donna-simbolo Mila Schön?, chiedevo alla stilista, nell'ultima intervista che le feci per il Piccolo e che uscì il 29 aprile 2007, un anno prima della sua morte. «Un cappottino a sigaretta. Un tailleur. Un tubino. Sbizzarrendomi forse un po' di più per la sera».
Sembra che Alessandro De Benedetti - approdato a Mila Schön nel 2013 - abbia colto il senso, e soprattutto il cuore, di queste parole. Le sue hostess, che in servizio indossano giacche-mantelle double face (il tessuto simbolo di Mila) in cashmere e angora, o tailleur pantaloni e gonne ingentilite da camicette di seta con polsi e collo bianchi, scelgono per la sera cappotti tagliati in sbieco e con importanti revers, pantaloni ampi sotto casacchine fluide dal collo rotondo e con cintura in vita, le più giovani salopette di cady, o il vestitino semplice semplice, con il gioco a fasce di blu diversi sulla gonna.






Importante, ma portabile, l'abito aperto da profondi spacchi sui pantaloni con stampe safari. Quel poco "di più" di azzardo che sarebbe piaciuto a Mila Schön, senza strafare.
@boria_a

lunedì 16 marzo 2015

MODA & MODI: schiacciate dalla zampa(ta) dell'elefante


La copertina del catalogo della mostra Hippie Chic al Museum of Fine Arts di Boston, 2013, curata da Lauren D. Whitley

Non c'è articolo sulle riviste di moda, e non c'è fotogalleria sui siti, che non ci proponga l'elenco dei must-have degli anni '70. Già lo sappiamo che sono loro la stagione “rieditata” per questa primavera-estate, solo che adesso si chiamano hippie-chic, come titolava un'interessante – e profetica, nel bene e nel male - mostra dell'estate 2013 al Museum of Fine Arts di Boston. I Seventies sono così ricchi di spunti che, implacabilmente, ogni paio d'anni sulle passerelle ne fiorisce qualcuno. La novità di quest'anno è che ritornano in dose da cavallo, con frange, salopette di jeans, abiti a fiori, gonnellone, soprabitini di camoscio, fantasie psichedeliche e zampe di elefante, così da abbracciare tutti i nostri nostalgici desideri.
Frange da cow girl, Alberta Ferretti

Manca un solo, trascurabile elemento: se l'hippie dei '70 era l'abbigliamento della contestazione, contro i consumi di massa, e saltava – non senza la spinta di qualche sostanza - dalla strada alla passerella all'insegna della libertà, l'hippie 2.0 è l'abbigliamento che dalla passerella vuole colonizzare la strada, con tanta peace & love della pubblicità, che aiuta a chiudere gli occhi e a far sognare molti “osservatori” di moda più di quella chimica di cui parlava Timothy Leary. Basta addizionare qualsiasi sostantivo o aggettivo con “mood”, “chic”, “up-to-date”, “haute” , “posh” e pure i Settanta rispolverati fanno fare un viaggio.
Pazienza, dunque, se una signora che non ha mai messo piede in un negozio di seconda mano si infila nelle frange rilette da Bottega Veneta, o se pur odiando qualsiasi bottega del mondo si fa conquistare dal soprabito squaw di Valentino, riscoprendo in sè un'anima “etno-friendly”: in fondo, uno dei “must-have” di stagione le suggerisce che è bene entrare nel “fringe-mood” e darsi un'aria “boho-chic”. Passino i vestiti lunghi da figlie dei fiori, che ci faranno sentire “girlie”, o il denim, quel vecchio jeans slavato che, con la giacca militare, andava per la maggiore a cineforum e collettivi vari, e che adesso diventa “hot” o “haute” perchè lussuosamente declinato dagli stilisti in... eccetera eccetera.
Ma i pantaloni a zampa di elefante, quegli insidiosi scampanamenti che si nascondono dietro il disorientante anglicismo “flares”? Quei pantaloni che così perentoriamente, tragicamente marcano un'epoca? Quelli che stringono stringono e poi, zac!, e si aprono in fondo, che non stanno bene neanche a chi svetta intorno al metro e novanta, di cui la metà distribuito sulla coscia?


Denim, zampa di elefante e salopette: tre rischi in uno firmati da MiH Jeans


Ebbene sì, sono un must-have anche loro. Meno male che molti esperti, nella posologia del “come si portano”, almeno ci avvertono di “aiutarci” con stivali e zeppe.
Da nessuna parte un Warning. Una riga di critica, o quantomeno di sospetto, verso il “reperto” più contestato dei favolosi Seventies, l'autentico pezzo da disco inferno. Nessuno che dica: attenzione, i pantaloni a zampa di elefante sono difficili, datati, nessuno  che pronunci l'impronunciabile: brutti. A meno che non facciate parte di una tribute band dei Cugini di campagna.
@boria_a

I Cugini di Campagna

lunedì 2 marzo 2015

MODA & MODI: that's is over, folks!

I Looney Tunes reclutati da Jeremy Scott per Moschino

Sulla passerella di Moschino alle sfilate milanesi sale l'allegra brigata dei Looney Tunes, con i suoi colori prorompenti, i gattoni, canarini, conigli e porcelli che nel nostro immaginario sono legati all'ironia della Warner Bros, contagiosa e un filino crudele. Passa il messaggio immediato di regressione a una stagione spensierata e felice, che dovrebbe riempirci di energia e positività.
Ci riesce? È una scelta di campo così diversa rispetto alle fruscianti signore di Alberta Ferretti, quasi uscite da una puntata di The White Queen, o alle ragazze androgine e sbadatamente vintage di Gucci, che fa riflettere. Non un'operazione nuova per Jeremy Scott, designer di Moschino, quella di appropriarsi di marchi, logo, personaggi che strizzano simpaticamente l'occhio al nostro fanciullino, rileggerli (ma citandoli filologicamente) e rispedirli in passerella sotto forma di prodotto moda. Nella primavera 2014, gli happy meal di McDonald's, con i contenitori trasformati in it-borsette e i colori delle divise dei dipendenti del fast food, giallo e rosso, utilizzati su tailleurini chic, per una fast fashion d'autore, poi SpongeBob e quindi l’universo tutto pink di Barbie, declinato dalla palestra alla sera.
Quest'anno i Looney Tunes sono reclutati per nobilitare lo street-style. Ecco allora sulle canotte da basket spuntare Bugs Bunny, che diventa anche una tracolla, sulle strisce delle divise da baseball Titti e Silvestro, e tutti quanti questi cartoon monopolizzare, davanti e dietro, maglioni coloratissimi, viola, blu, gialli, neri.
Non c'è aria di grande novità, da queste parti. J.C. de Castelbajac l'aveva già fatto con successo tra gli anni Ottanta e Novanta e, all'epoca, sull'onda della moda da bere, mettersi addosso Speedy Gonzales o l’Orso Yoghi sembrava una perdonabile bizzarria, un modo per essere sorvegliatamente trasgressive, adatto anche a borghesi signore negli anta. Poi i cartoni si sono appiccicati un po’ ovunque, da Nara Camicie ad Iceberg (con esiti e prezzi molto diversi), e hanno cominciato ad essere appicicaticci. Oggi siamo all’ennesima riedizione del tema che dovrebbe abbracciare un target allargato, la giovane compratrice adrenalinica, la più matura acquirente in vena di giovanilismi. Ma abbiamo davvero voglia di andarcene in giro con Porky Pig sulla pancia? O è meglio, variando il congedo della Warner Bros ai suoi beniamini, concludere semplicemente: that's over, folks!?
@boria_a




domenica 1 marzo 2015

MODA & MODI: geneticamente modificati da Xiao Li
La collezione con cui Xiao Li ha vinto il Diesel Award a Its 2013, Trieste

Xiao Li è diventata grande ma non perde la voglia di giocare. I suoi colori sono cambiati, nella nuova collezione invernale la palette si è fatta decisa: torba, bluette, zucca, nero.
Xiao Li, autunno-inverno 2015
Questa timida ragazzina cinese aveva incantato a Trieste il pubblico di Its 2013 con le sue donne di zucchero filato, senza spigoli, calate in gonne, giacche, pull, cappotti come in involucri protettivi di gommapiuma, figurine di una favola per bambini, gialle, azzurro stinto, lilla e salmone. L’abilità di Xiao Li nel combinare lana e silicone le aveva guadagnato il prestigioso Diesel Award, catapultandola poi, con una capsule sviluppata dalla collezione “triestina", nelle vetrine di 10 Corso Como.

Non più favole, ma il consumismo e il cibo geneticamente modificato sono al centro dell’autunno-inverno 2015 in passerella alla London Fashion Week. Temi forti, che richiedono tinte altrettanto forti.
Questa volta la sua bravura nel maneggiare i materiali si esercita in grandi sagome – un pomodoro, una bottiglia di profumo – sovrapposte a maglioni e cappotti per creare effetti 3D, con un vago tocco da cartoonist. Sfilano giacche, abiti lunghi e corti, con colli e inserti che creano un singolare effetto ottico, una sensazione di sdoppiamento. Il mood ricorda la fast fashion di Moschino, che qualche stagione fa ha pescato nei colori, nei contenitori e nelle divise di McDonald's per farne oggetti di lusso e di desiderio, lasciando una scia di polemiche.
Il gioco di Xiao Li è più leggero e lei sa condurlo con ironia. Si diverte a simulare un cappotto doppiopetto sopra un maglione oversize, si chiede “can science make a better perfume?” sopra la boccetta stilizzata, mischia le lettere del pomodoro ogm e inevitabilmente lo sguardo ci cade sopra e aiuta a mettere a fuoco il “concept”.
Resta un dubbio. Quand'è che la tecnica e l'inventiva dei nuovi designer si applicheranno a capi in grado di scendere dalla passerella per essere indossati, per diventare prodotti per il mercato, senza trasformare nessuno in un personaggio da corso mascherato, per quanto perfetto?


La capacità tecnica e l'inventiva di Xiao Li sono evidenti, non ha più bisogno di dimostrarle come in un concorso o in una collezione da fine master.
"Can science make a better perfume?"

La portabilità, il senso dell'equilibrio, si sono un po' persi per strada, è prevalsa la voglia di stupire con gli effetti.

Che colpiscono, ma non convincono.
"Avoid fashion", scrive Xiao Li su uno dei pezzi mettibili. Questa è la strada.
Avoid fashion, avverte Xiao Li
Ma pensare a un consumatore finale che non venga geneticamente modificato dai vestiti, per lei, come per molti emergenti, sembra il passaggio più difficile.
@boria_a


Il pomodoro ogm applicato sul maglione oversize

lunedì 16 febbraio 2015

MODA & MODI: tra nudi e disossati, rivogliamo Richard Gere

E adesso ci mancava anche Mr. Grey, con i suoi completi sartoriali color inox, a confonderci le idee. Quadricipiti femorali, glutei, tartaruga. Ecco le sfumature - anzi sottolineature - muscolari molto più interessanti di quelle sado, sotto le aspettative.
Quanti tipi di uomo affollano il nostro immaginario, dalle passerelle al grande schermo. Abbiamo cominciato a vacillare qualche settimana fa, con lo stilista americano Rick Owens alla settimana parigina della moda. Escono i modelli e l'attenzione è subito risucchiata dai genitali che ondeggiano (o occhieggiano)"full frontal", complice pure un oblò in loco. Tutti a fare "wow" di finto orrore o reale compiacimento per la rottura del tabù della nudità maschile in passerella, a esercitarsi in apprezzamenti su consistenza e misure (e qui sì siamo agli sdilinquimenti sulle sfumature, di centimetri).
La sfilata maschile di Rick Owens a Parigi

Ma che uomo sfilava sotto quegli incomprensibili tendaggi, quelle tuniche con il buco davanti, da utilizzo funzionale più che erotico? Confuso, inerme e così disorientato da voler subito correre in suo soccorso con un paio di mutande, al grido di “ricopriti!”.
E dopo l'esibizionista inconsapevole, è arrivato il disossato. Firmato Gucci, il primo maschio del dopo-Frida Giannini, attribuito al designer Alessandro Michele, ha i fianchi mollemente disarticolati, i capelli lunghissimi e lisci, il ventre incavato.


Gucci uomo, prima sfilata dopo Frida Giannini
A cavallo tra i sessi, in quella zona grigia dei generi che oggi è molto frequentata dalla moda (e non è neppure una novità, gli efebi denutriti li abbiamo anticipati a Trieste, grazie a Niels Peeraer, Its 2010), questi esseri si coprono di camicie di chiffon, t-shirt di pizzo e pantaloni simil-pigiama, amano i fiocchi e i tocchi di pelliccia.

Se il denudato strappava un risolino, l’angelo del quarto sesso, l’uomo-proteo che abbraccia in sè, ecumenicamente, maschi e femmine, etero e omo, ci fa scappare a gambe levate con un filo di inquietudine. Si vendicherà su di noi della sua fragile sorte?
Mr. Grey, dallo schermo, vorrebbe rassicurarci, sfoggiando una muscolare Savile Row, ma il completo impeccabile non basta a fugare il sospetto del trucco. Già lo sappiamo dal libro, c’è qualcosa di marcio da quelle parti (che aspetta pure di essere redento) e potrebbe non piacerci.
Che nostalgia per American Gigolò e il mono-espressivo Richard Gere, per i sessi separati degli anni ’80, per quei vestiti di Armani così morbidi, ma prevedibilmente, convintamente maschi. 
@boria_a

Richard Gere in "American Gigolò" (1980)

lunedì 2 febbraio 2015

MODA & MODI: le birkenstock? Oriented, mai deluxe

I furry sandals di Celine
Perchè nobilitare le birkenstock? Perchè riscattarle dalla loro teutonica sobrietà per metterci fronzoli, colori, pelliccia, perchè snaturare i loro rassicuranti connotati con un lifting riuscito male?
È storia vecchia che le ciabattone tedesche risvegliano il manicheismo in ognuno di noi: sono l’equivalente dell’animalier, o si amano senza esitazioni o mettono i brividi. Non sono soltanto una calzatura, sono sandali “oriented”, come ben sa (o finge di non sapere) chi li porta. Molto più schierati delle svampite, trasversali e qualunquiste crocs.
Le birkenstock sono comode, pratiche, lasciano respirare il piede, vanno bene con qualsiasi tipo di abbigliamento sportivo: e fin qui, le ragioni degli osservanti. Ma fanno anche sapere a tutti che, se le hai ai piedi, oltre a non temere di sporcarteli (e per estensione le mani...), sei genericamente “friendly” verso l’ecologia, gli animali, i tessuti bio, le cause nobili, il mondo, il prossimo, i negozi solidali. I detrattori per lo più non appartengono alla composita area “dem” o, semplicemente, le giudicano informi, sgraziate, ciabattanti, irredimibili.
Eccolo, il punto. Peggio della birkenstock c’è solo la birkenstock del glam 2.0. Che vuol fare la consapevole, ma costa centinaia di euro. Che sotto il ritocco è rimasta una ragazzona pannonica, tagliata con l’accetta. Che si atteggia a sostenibile con i soldi di papà.
Ci aveva già provato Céline con i “furry sandals” per la primavera-estate 2013, in pratica una birkenstock con soletta o carapace di pelo (al posto dell’ordinario feltro), quotata oltre i mille euro. Siccome le stagioni non esistono più, quindi si inventano, il loro utilizzo va presumibilmente collocato in quella zona grigia del meteo dove non c’è più neve, pioggia, fanghiglia sulle strade, ma la pelle non ti si attacca ancora all’asfalto. Burberry per il 2015 li chiama “The field sandal”, arcadico sandaletto da campagna (450 euro), dai colori brillanti, suola inclusa, e cuoio morbido.
Ma ci vuole ben altro per ingannare, noi, talebane paladine, puriste della tedesca autentica. Le due cinghiette, per quanto vezzose, sono una citazione bell’e buona. E poi, il sostantivo rivelatore: “respirabilità”. Quello che, unito a praticità e comodità, ci fa amare o odiare le birkenstock polically correct, il sandalo “antagonista”. Per la versione deluxe, la respirabilità non sarà mai una preoccupazione.
@boria_a

The field sandal firmato Burberry

martedì 20 gennaio 2015

MODA & MODI: nell'armadio scatta l'operazione "de"

L’autore la chiama de-stuffocation e se gli anglosassoni mettono il sinistro prefisso davanti ai verbi con cui le modaiole compulsive hanno dimestichezza, il significato è uno solo: liberarsi del superfluo. Lui si chiama James Wallman e quando il suo libro “Living more with less” sarà pubblicato, il 15 gennaio (Penguin), avremo già fatto in tempo ad approfittare dei saldi e a causare qualche ulteriore danno alla viabilità del nostro guardaroba. In attesa di sfogliare la sua bibbia, comunque, lo specialista in de-accumulazione (che - dice - non è talebanismo ma equilibrio) ci anticipa pillole di consigli, per evitare lo stress da pentimento post-acquisto.
Prevenire è meglio di. Quindi proviamo a vedere il nostro armadio come un night club esclusivo, di cui siamo i portieri-buttafuori. Deciso il numero massimo di ospiti, non possiamo sgarrare: se qualcosa ci piace abbastanza da ammetterlo nel club, dobbiamo sbattere fuori qualcos’altro. E oltre ai portieri, siamo pure i responsabili della sala. Tutti devono sedere accanto alla persona giusta, come nelle tavole dei wedding planner. Se gli abiti da sera sono contigui agli abiti da sera, e gli abiti da tutti i giorni agli abiti da tutti i giorni, scongiureremo il pericolo che la junk-fashion, la moda spazzatura, si intrufoli tra i pezzi di valore.
Sì, ma come fare la “de”, de-sertificazione del guardaroba? Intanto, “minimalismo in un mese” (c’è anche la versione “in un minuto”, per disperate, che equivale a svuotare l’armadio fino all’ultimo perizoma, ficcare tutto nei sacchi delle immondizie e recuperare solo quello che davvero necessita). In un mese l’impatto è più soft. Il primo giorno ci si libera di un capo che non serve o non mettiamo più, il secondo di due, il terzo di tre e così via. Alla fine, una bomba al napalm sarà esplosa nei cassetti. Chi ha più tempo, può divertirsi coi sacchi tematici: capi mai messi, fuori misura, scomodi, a cui forse daremo una chance, un giorno o l’altro. Se non abbiamo sentito la mancanza di uno solo di loro in un lasso da uno a tre mesi, non c’è remissione: devono sparire. Altra regola è utilizzare solo metà armadio e lasciare l’altra vuota. C’è anche il gioco da fare in due, vagamente pruriginoso: ognuno nasconde un capo del partner e se, in un tempo determinato, la “sparizione” è passata inosservata, il poveretto (capo, non partner) è inutile.
Wallman suggerisce di fare la “re-hab” con un’amica. Tipo shopaholic anonime, l’esempio e la condivisione scongiurano ricadute. Sempre che ne troviamo una da svegliare nel cuore della notte in astinenza da de-svendita.

@boria_a



"L'armadio di Carrie in Sex&TheCity"

lunedì 19 gennaio 2015

MODA & MODI, la scomparsa dell'homo mankle
Ryan Gosling
Il neologismo inglese “mankle” non vi dice nulla? Non importa, ne farete a meno. Le passerelle della moda maschile, prima a Londra, poi a Firenze e a Milano, l’hanno cancellato dal vocabolario. Mankle, ovvero male+ankle, sta per caviglia maschile. E non solo, perchè nella crasi modaiola, c’è un aggettivo sottinteso: bare, ovvero, nudo. Bare mankle, però, non è solo l’equivalente di un lui scalzo, calzetto-free in incognito, come sarebbe banalmente intuibile. Anzi. Qui parliamo di mankle pride, di un uomo che esibisce una porzione, più o meno ampia, di pelle, tra il bordo o il risvolto dei pantaloni e la scarpa. Vezzo controverso e guardato con sospetto, ma praticato da “celeb”, stilisti e comuni mortali purchè modaioli osservanti.
I red carpet che trovate in rete ve ne forniscono uno spettro abbastanza ampio: attori e registi soprattutto, da Jude Law a Wes Anderson da a Ryan Gosling a Zac Efron, portano questa fascia spigolosa di epidermide, accuratamente depilata, come un accessorio irrinunciabile dei loro completi. Asseverazione precisa, segno di riconoscimento: appartengo a una tribù, non solo mi vesto alla moda, “ ne so”.
Di signori “mankle” se ne sono visti parecchi, soprattutto virtuali e in pubblicità, ma il trend non ha mai veramente conquistato la strada. Se la tendenza dei completi maschili ad asciugare i pantaloni sulla coscia e ad accorciarli è scesa dalla passerella e ha convinto anche l’uomo normale mediamente attento a che cosa cambia nel suo guardaroba, i “sockless” dichiarati sono rimasti una minoranza (un po’ leccata e fastidiosa, diciamolo). Anche perchè il risvolto perfetto e precisino dei pantaloni e la caviglia al vento, si apprezzano nei biker delle megalopoli, col terrore di lasciare nei raggi la piega dei pantaloni (e non solo), un po’ meno sugli imitatori di provincia, col metro in mano a pareggiare i centimetri di pelle esposta.
A Londra non se n’è visto un quadratino, nè tra i talenti dello streetstyle (molti passati da Trieste, come Shaun Samson, vincitore di Its 2011, i cui calzettoni al ginocchio sui bermuda non sono stati però un’alternativa apprezzabile...), nè tra i maestri di sartorialità di Savile Row. Enfasi sul piede maschile a Milano, splendidamente calzato in mocassini, stivaletti, scarponcini o scarpe stringate, sotto cui si intravede un rassicurante calzino, a volte un autorevole calzettone. Il pantalone è a tendenza variabile, si allunga e si accorcia a seconda dei brand, ma anche dove “risvoltini” e “risvoltoni” rimangono una costante, la caviglia maschile è oscurata. E funziona davvero: se non si vede, si desidera di più.
@boria_a



Zac Efron con Ashley Tisdale

giovedì 15 gennaio 2015

MODA & MODI: se la testimonial è d’antan


Joan Didion, 80 anni, la scrittrice che la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani, ha definito “la più bella penna contemporanea” in America, è la testimonial dell'ultima campagna di Céline. La quarta età è da tempo una risorsa per la pubblicità e non fa notizia: Iris Apfel, un'ultranovantenne icona della moda, la vecchietta col rossetto ciliegia dietro i giganteschi occhiali tondi, è stata nel 2012 il viso (e le unghie rosso fuoco) dei cosmetici Mac, Angela Lansbury, la signora in giallo over ottanta, ha conquistato la copertina della rivista cult “The gentlewoman” nel settembre 2012, Jacky O'Shaughnessy, 63 anni, con il suo corpo rilassato ma non franante che si misura in un plastico sfoggio di ginnicità, ha fatto scalpore un paio d’anni fa promuovendo la lingerie di American Apparel. La stessa Didion, anni fa, aveva posato per Gap. Carmen Dell’Orefice, iconica e statuaria, superbamente sopravvissuta alla stagione delle modelle perdute (prima che venisse inflazionato il prefisso "top") continua a essere l’ottantenne più richiesta dal mercato pubblicitario.

                                                      La scrittrice Joan Didion per Céline
LLa foto di Juergen Teller ritrae Joan dietro grandi occhiali scuri, maglietta nera, ciondolo vistoso, i capelli bianchi che le cadono spenti ai lati del viso, un filo di rossetto, e la gigantesca scritta Céline all'altezza del seno, che risucchia tutto il resto. Fosse un'anziana qualsiasi, l'immagine sedurrebbe poco. L'iperrealismo di Teller sbatte, non esalta, il marchio prevale sulla protagonista dello "scatto", almeno per chi non la riconosce al primo sguardo.
Angela Lansbury sulla copertina di "The gentlewoman"

I commenti si sprecano, soprattutto positivi. La campagna di Céline esalta l’intelligenza della Didion, come i cosmetici Mac il gusto fusion e l’entusiasmo evergreen di Iris, e American Apparel la freschezza e l’ironia di Jacky. Che bello che la pubblicità si accorga della risorsa inesauribile, dell’esemplarità, dell’esempio e del patrimonio che conserva e trasmette la terza età d’eccellenza.



Iris Apfel per Mac
Genuino? Chi sostiene di sì, tira in ballo la campagna di Dolce&Gabbana per la primavera-estate 2015 con le nonnine siciliane - anonime signore, di cui ignoriamo tutto - che fanno 240 anni in tre e sfoggiano, più che le tiare e le borse della griffe, i loro volti scolpiti, potentemente autentici, ignari dell’esistenza di un bisturi. 
Le ottuagenarie di Dolce&Gabbana

Ci ha stancato il sedere di Kim Kardashian, d’accordo. E prima di lei quello di JLo.
Ma anche le testimonial âgée rischiano di venire a noia. L’obiettivo che queste campagne mirano a colpire sono le signore negli anta, sia per i cosmetici Mac sull'arzilla Iris, “rare bird of fashion”, come titolava la mostra che il Metropolitan di New York nel 2005 ha dedicato alla sua sterminata collezione di abiti e accessori, sia per la moda rarefatta di Céline su una scrittrice altrettanto raffinata. Una pimpante, l'altra riflessiva, le testimonial sono due fuoriclasse nel loro campo. Ecco dunque la sollecitazione psicologica e intellettuale per le acquirenti che hanno buone letture ma soprattutto disponibilità economica: sono più giovane (e questo gratifica lo spirito), ma scelgo lo stesso brand di donne di successo (e il cervello e l'autostima gongolano). In fondo, anche le anonime nonnine di Dolce&Gabbana servono allo scopo: con loro - pensiamo - mi metto addosso una griffe - sì - ma che valorizza le radici, le tradizioni, l’esperienza, l’essere con intelligenza e sensibilità “glocal”.
O commercial?

@boria_a
Jacky O'Shaughnessy per la lingerie di American Apparel


sabato 6 dicembre 2014

MODA & MODI

Glamour sì, ma contenitivo





La sola definizione evoca subito l'immagine di gambe gonfie e nodose e di negozi sanitari per donne e uomini nella quarta età o future mamme alle prese con gli aspetti più spiacevoli della gravidanza. Fino a qualche stagione fa - stagione della moda, ovvero un lasso di tempo straordinariamente breve - calze e calzettoni a compressione graduata o "contenitivi", parevano avere un unico target: clienti con problemi circolatori, a rischio trombosi. Color brodo o scuri, spessi e opachi, di cotone o nylon, si associavano all'idea di qualcosa di malato da tenere sotto controllo o di potenzialmente letale da prevenire. Insomma, un accessorio al quale per definizione sembrava negata ogni oncia di seduttività.
E invece. Sono state, tra le prime, le professioniste della moda a "scoprirli" e "sdoganarli", costrette a frequenti viaggi da un continente all'altro e a quei gonfiori dovuti alla prolungata sedentarietà che impedivano di infilarsi in gonna e stiletto appena atterrate a destinazione.
Una ricerca in rete ha presto rivelato che, mentre le fashion week si succedevano frenetiche, anche calze e calzettoni elastici non restavano immobili e immutabili. Ecco la tedesca Item m6 (www.item-m6.com), che combina tecnologia e materiali utilizzati nell'abbigliamento sportivo, come fibre di poliammide ed elastane, con una vasta selezione di modelli, colori, misure. Lo slogan è confortevolezza e moda, salute e design, un mix che si sviluppa in un'intera collezione di calzettini e calzettoni, leggings e autoreggenti, fino a una sorta di super collant che arriva a sfiorare il reggiseno, appiattendo la pancia e modellando i glutei. Il tutto presentato on-line con un taglio più sexy che sanitario. Anche l’americana Vim & Vigr, (vimvigr.com) specializzata in calze mediche, impiega oggi designer che hanno lavorato da Ralph Lauren o Tommy Hilfinger, lanciando nella home page il binomio perfetto: therapeutic and stylish.
I calzetti Item m6 sono saliti di recente in passerella a Londra, nella collezione proposta da Mark Fast, il designer inglese che ha cominciato la carriera a Trieste. Ma anche brand più noti al grande pubblico hanno presentato calzettoni al ginocchio in pizzo, pelle o stampati, da portare con sandali e maxi-zeppe. Per l’aereo e i viaggi lunghi da sedute, sono un’alternativa piacevole e dilettevole. Nel contesto urbano, oltre che i polpacci dobbiamo ancora abituarci l’occhio.
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domenica 14 luglio 2013

Its 2013: vince Han Chul Lee, gangster tatuato 

La collezione del sudcoreano Han Chul Lee
Vince l'uomo, come l'anno scorso. Il maschio "maledetto", il gangster dalla bellezza sinistra del sudcoreano Han Chul Lee, conquista il premio più importante, Fashion collection of the year, a Its 2013 e si guadagna anche il riconoscimento che Vogue attribuisce al talento più promettente. Il Diesel Award ci riconcilia con le favole: dopo i criminali tatuati, ecco in passerella le donne di marzapane della cinese Xiao Li, avvolte da lavorazioni a maglia con un'anima di silicone. Premio speciale e Modateca Award al giapponese Tomohiro Sato, che all'esplosione di colori della sua moda affida una missione "risarcitoria", quasi fosse un luna park da portarsi addosso contro il dolore. L'urban style della francese Nelly Hoffmann, infine, è stato scelto da yoox.com, che ne venderà un pezzo nel suo planetario store virtuale.
Ieri notte il cuore dell'ex Pescheria ha pulsato al ritmo accelerato delle capitali della moda. Salone degli incanti trasformato in "incubatore" di idee, seguendo il tema scelto dall'edizione 2013 del concorso, le formule misteriose della creatività. E in passerella, davanti all'imperturbabile accoppiata Renzo Rosso-Nicola Formichetti, patròn e nuovo guru artistico di Diesel, che qui a Trieste vengono a caccia di giovani pronti a spingere il loro talento fino ai confini delle leggi fisiche (scarpe di legno per donne-scultura, perfette da indossare con abiti decorati da intarsi metallici che superano i dodici, chili non centimetri...), sono sfilati autentici esperimenti da laboratorio, involucri ricavati da strani incroci tra fibre naturali e plastiche, tra resine e lana. Tutti - con soluzioni più o meno riuscite e convincenti - un inno all'esplorazione nei materiali e nelle tecniche di lavorazione.
Se per gli amici di Lady Gaga, le mutazioni genetiche da indossare sono familiari, non si è scomposto nemmeno l'impenetrabile Harold Koda, un defilato gentiluomo che a New York si occupa delle mostre al Costume Institute del Met e che, per nulla spiazzato dagli uomini incatenati in giganteschi würstel di stoffa, esordio della sfilata, ha commentato a premi assegnati: «Niente di così stravagante che non avessi visto altrove. È il processo della creatività che mi interessa, dal progetto al pezzo finito». Compassatezza condivisa da un'altra habitué della giuria fashion, l'imprenditrice Deanna Ferretti: «È sacrosanto sperimentare e osare, guai se la crisi deprimesse giovani che devono ancora iniziare...».
Passerella spianata agli scienziati pazzi della moda, dunque. Alla generazione "touch", designer da i-Pad e immaginazione a tre dimensioni. Anticipata dal video a tema che, ogni anno, apre la serata finale di "Its", in quest'edizione inevitabile omaggio a tecnologia e computer-graphic.
Sei collezioni femminili e quattro maschili sul "ring" del Salone degli Incanti - visto che l'edizione è affollata di lottatori, guerrieri, samurai - in un confronto dove gli uomini, quando ci si mettono, riescono a essere più belli delle donne. Perchè se i ragazzi-salsiccia o con gigantesche cuffiette a forma di mammella della giapponese Momoko Okusa, fanno alzare il sopracciglio, i criminali di Han Chul Lee sono belli e desiderabili, a dispetto dell'ispirazione mutuata da Hannibal Lecter e dai gangster nipponici. Vestono giacche di pelle percorse da complicate lavorazioni sulle braccia e sulla schiena, e pantaloni amplissimi che, sì, è difficile immaginare su partner non svettanti, ma che in passerella scivolano con "grazia selvaggia", come appunto s'intitola la collezione. Peccato che siano rimasti fuori dalla rosa dei premiati i dandy dell'inglese Felix Chabluk Smith, i Gatsby di questo millennio, al quale sono approdati portandosi addosso tutti i capi più belli del passato, superbe redingote, cappe decorate, smoking, vestaglie da camera, panciotti, pantaloni a sigaretta o gonfi come una gonna: un viaggio nelle epoche vestimentarie dove tutto, dai colori, alle stampe, ai tagli, è in equilibrio tra citazione e avanguardia.
Le signore della cinese Xiao Li rispondono con delicatezza, nei colori pastello delle glasse da pasticceria e con una silhoutte gonfia e morbida, quasi lievitata. Cappotti, abiti, giacche e gonne sembrano usciti da un libro per bambini, ma nascondono un'innovativa lavorazione a maglia immersa nel silicone.


La collezione presentata a Trieste da Xiao Li

Gli estimatori del grunge non escono delusi neanche quest'anno, degnamente rappresentati dalla francese Nelly Hoffmann, che riproduce icone e sindoni sulla schiena dei giubbotti. Le sue sono bande al femminile, pronte a irrompere nelle chiese per saccheggiare i simboli sacri e stampigliarseli addosso come protezione, in una sorta di armatura urbana. Nella top four dei designer, con un bis di premi, c'è infine Tomohiro Sato, le cui tecniche d'esecuzione sono complicatissime, anche se dalla passerella quello che rimbalza sul pubblico è solo il pugno del colore, il suo antidoto a una sofferenza personale.
Connubio tra scienza e moda preso più che mai sul serio dai concorrenti di Its 2013. Che nei progetti, raccontano tutto quello che non si può capire nel paio di minuti di sfilata: lavorazioni tridimensionali, invenzione di tessuti, alchimie messe a punto in laboratorio e poi trasferite in sartoria. C'è chi dichiara di esserci entrato davvero e di aver adoperato il microscopio per trovare ispirazione.
Piaceranno? La spumeggiante Victoria Cabello, che ha distribuito, da copione oliato, battute e ringraziamenti a fine sfilata, è sicura di sì. Chissà che ne pensano i rappresentanti delle istituzioni in prima fila: cuffie imbottite oversize per il sindaco Cosolini? Completo color bastoncino di zucchero per Debora Serracchiani, governatrice della porta accanto? Spunti ce ne sono anche per l'infilata di assessori comunali, passati e presenti fan, ai quali verranno chiesti attenzione e sostegno per il futuro del concorso. In fondo, svecchiare il dress code è un gioco da piccolo chimico, un po' come governare.
@boria_A
L'uomo di Felix Chabluk Smith, che a fine serata ha ricevuto un premio speciale da Bof, Business of Fashion


domenica 15 luglio 2012

MODA
Its 2012, vince Ichiro Suzuki sull'onda della grazia

Its 2012 premia, con il riconoscimento più importante, la "Fashion collection of the year", il giapponese Ichiro Suzuki e i suoi completi maschili, estrosi e rigorosi, che riscrivono in tre dimensioni l'eleganza di Savile Row. Il "Diesel Award", e il premio di D-La Repubblica, vanno al lituano Marius Janusauskas, che ha mandato in passerella donne di una bellezza siderale, custodite in bustier di seta percorsi da fiori. Ichiro tornerà a Trieste il prossimo anno, con la nuova collezione realizzata grazie ai 15mila euro vinti ieri notte all'ex Pescheria, nella serata conclusiva del concorso presentata da Victoria Cabello. Marius ha ottenuto 25 mila euro per promuovere il suo lavoro e uno stage di sei mesi nel quartier generale della Diesel, a Breganze. È "grazia", parola da romanzo ottocentesco, il filo conduttore di queste due collezioni, le più riuscite, le più emozionanti dell'undicesima finale di Its.
Gli uomini del vincitore Ichiro Suzuki (foto di Paolo Giovannini per Il Piccolo)
 I talenti già maturi hanno fiutato l'aria: per entrare, e restare sul mercato - le grandi griffe insegnano, sostituendo stilisti asciutti a pazzoidi puri - ci vogliono estro e creatività, ma combinati con misura, portabilità, producibilità. Non inganna la prima uscita in passerella, gli uomini vestiti da suore e monaci eremiti della russa Veronika Kallaur, avviliti in contenitori che dovrebbero essere gonne e in copricati ispirati ai popi e alle "cornette", le cuffie con le ali delle religiose ospedaliere, poveri maschi grotteschi piuttosto che ieratici. È il tributo allo spettacolo della moda, alla moda spettacolo, anch'essa da sottoporre a un'urgente "review", di spesa e soprattutto gusto. Basta la seconda collezione, firmata da Shengwei Wang, vincitrice del "Modateca Award" di 3mila euro, a riconciliarci con i vestiti che, peso del materiale a parte, vorremmo appendere nell'armadio. Il pretesto di un omaggio a Frida Kahlo, viene dalla giovane cinese declinato in un unico modello, sempre lo stesso, dove la sorpresa è il magistrale patchwork di lana, metallo, pizzo, macramè: un involucro protettivo e raffinato per la pittrice, "uccello senz'ali", ma, portato con scarpe basse e calze spesse, per qualsiasi donna sappia sedurre senza mostrare nulla. Agli uccelli si ispira anche Mark Goldenberg che traduce la linea dell'ala ripiegata in abiti torrone e bluette, e in una camicetta verde acido dagli intrecci metallici ricoperti con lana e cotone tessuti a mano: il punto di partenza è cerebrale, la citazione delle sculture di Naum Gabo, ma i capi trovano la sintesi tra ispirazione e voglia di farsi indossare. E il giovane israeliano ottiene due riconoscimenti: 5 mila euro dalla Avery Dennison, leader nel settore delle etichette, e l'ambito "Vogue Talents Award", che lo porterà sulle pagine della bibbia italiana dello stile.

 La collezione di Marius Janusauskas
«Armonia ed equilibrio», cercava l'artista Marina Abramovic, componente eccellente della giuria di Its 2012. La risposta è venuta da una collezione davvero in "stato di grazia", quella della tedesca Isabel Vollrath, che gioca con il concetto di "lost and found", ovvero guanti, sacchi, piume, una borsa piena di scarpe da ballerina e un vecchio scaldino da letto, trovati per strada e da lei manipolati fino a farne borse, copricapi, mantelli. È solo il contorno, gli accessori divertissement di capi da prendere e indossare subito, con trench la cui gonna si allarga sopra il corpino-bustier, una mantella di pelle color mou dal taglio perfetto, il cappotto simil-Westwood, tutto taglio, calore e confortevolezza. A Isabel va il nuovo premio di quest'edizione, il "Saturday Night Fever Award", per disegnare i costumi di Tony Manero e Stephanie Mangano, protagonisti del celebre musical, che debutterà a Milano il prossimo 18 ottobre. Marius Janusauskas, spiegando i suoi abiti, sceglie una parola sorprendente per desuetudine: "deferenza". E sono davvero signore che incutono rispetto, le sue, avvolte in sete panna e rosa petalo, in plissé dov'è dichiarata la lezione di Madame Grès, infilate in pantaloni di pizzo su questi piccoli busti-armatura, con fili rossi come il sangue che corrono nei tubicini di plastica. Tutto è discreto, compiuto, aereo, i piccoli fiocchi e i fiori di tessuto bruciato e accartocciato non disturbano la pulizia dell'insieme. Da prenotare al volo - e, vestiti da cima a fondo, anche da "toccare" - i dandy di Ichiro Suzuki. Uomini appena usciti dalla sartoria, dove hanno scelto giacche a tre dimensioni. Sono perfetti, maschi, inventano ma non debordano. Le camicie hanno colli multistrato fino al mento, i gessati a un certo punto svirgolano in zig-zag, sulla schiena il motivo si alza, diventa un gioco di piccoli prismi in rilievo, che viene voglia di accarezzare. Sorprendenti i pantaloni, incastri certosini di tartan e tessuti optical, con una semplice camicia bianca perfetti pure per galvanizzare i mezzibusti da scrivania. Meno comprensibile e meno in sintonia con il "mood" di questa giovane e matura stagione creativa, il premio speciale a Luke Brooks, 5 mila euro assegnati dagli organizzatori di "Eve": collezione "fuck you", dice il designer britannico, disegnata in un'urgenza creativa che non trova di meglio che far colare colore, tipo tecnica "dipping", su lunghe t-shirt. Voleva mandare a quel paese frustrazione e depressione, gli riesce solo una gran confusione. Its 2012 va in archivio con l'uscita finale del vincitore dell'anno scorso, Shaun Samson e i suoi colorati ragazzi in camicie percorse da motivi metallici, perfettamente integrati nel tessuto, come fatti al telaio. Dopo di lui, spazio alla cerimonia di premiazione, condotta a ritmo serrato da un'adrenalinica Cabello, passata indenne dai ritmi forsennati dei Gogol Bordello sul Carso alla passerella dell'ex Pescheria. Tema di questa undicesima edizione del concorso era "good or evil": e Marina Abramovic, forse un po' a sorpresa, ha scelto di stare dalla parte degli angeli. Come tanti dei nuovi stilisti.
@boria_a