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lunedì 16 maggio 2022

MODA & MODI

Martha Stewart e i nipotini della Gen Z

la generazione senza età

 


 

 

L’ottantenne Martha Stewart, che ha guadagnato una fortuna nella televisione americana come maestra di lifestyle domestico e di bon ton, si rivolge alla Generazione Z, demograficamente la fascia che va dai 9 ai 24 anni. Qualche consiglio da vivace vegliarda per stare al mondo con eleganza? Tutt’altro. Martha è appena diventata testimonial per una griffe cosmetica di lusso e su TikTok ha il compito di convincere i suoi nipoti e bisnipoti di quanto sia importante comprare una crema che scolpisce il viso a più di mille dollari. Benvenuti con Martha nella “generazione senza età” titola il New York Times. Lei, che dimostra trent’anni di meno, con ha un viso luminoso e senza una ruga, è l’ambasciatrice perfetta della “positivity” degli anni che passano e mostra ai ragazzini, sul loro social preferito, come la vecchiaia non sia affatto da temere, anzi possa essere una stagione liscia, candida, perfino eccitante.

Alla Generazione Z, nata e cresciuta nell’era delle videochiamate e delle videoconferenze, di zoom e teams, la prima che comunica con la faccia costantemente esposta, il messaggio è inequivocabile: nella società digital non è accettabile diventare vecchi, non a caso ai giovani parla una vecchia che vuol sembrare giovane. Il che è esattamente lo stesso: il decadimento non è esteticamente ammesso. Se usi i prodotti giusti non dovrai fare i conti con ragnatele, macchie, smottamenti.


La testimonial agée è da tempo una moda. Iris Apfel, con la sua potente faccia rugosa, è stata il volto dei cosmetici Mac e oggi, alla vigilia dei cent’anni, lancia la sua linea beauty. Benedetta Barzini, il viso da divinità Maya profondamente solcato, a ottant’anni continua a posare per servizi fotografici, mentre Jacky O’Shaughnessy, ai sessanta passati, ha promosso l’intimo di American Apparel nella sua fragilissima pelle trasparente. Una scrittrice raffinata come Joan Didion è stata il volto di Céline, in occhiali neri sulla guancia cadente. Per tutte loro l’accento era sull’energia, sulla vitalità, sull’indipendenza anche nella stagione avanzata della vita, soprattutto dai bisturi. Il messaggio pubblicitario - perchè sempre di pubblicità si tratta - era diretto a donne negli “anta” con possibilità economiche, per rendere desiderabili i prodotti scelti da fuoriclasse nel loro campo: scrittrici, artiste, modelle. L'ultimissima della serie è l'ex top model Maye Musk, madre di Elon, a 74 anni in costume da bagno sulla sua prima cover, quella di Sport Illustrated Swimsuit, a incarnare l'empowerment femminile coi capelli bianchi e la body positivity insieme a Kim Kardashian, alla cantante Ciara e alla modella e musicista Yumi Nu.


Con Martha Stewart la prospettiva è rovesciata. E i destinatari della pubblicità anche. Bambini o poco più. “Niente coltelli sulla mia faccia», ha detto lei, ammettendo comunque di essere seguita da due dermatologi newyorkesi le cui procedure permettono di raggiungere lo stesso risultato, attraverso serrate routine di laser, filler, ultrasuoni. Lama o crema a tanti zeri, cambia solo il grado di invasività: la vecchiaia va allontanata in tutti i modi, la giovinezza è un imperativo. Ecco il siero che fa sembrare la tua pelle come se fosse passata al Photoshop: il problema non è il siero, che mai farà miracoli, è sembrare photoshoppati, perfetti, eterni.


Ai giovani della Gen Z che ballano davanti allo specchio su TikTok, la loro nonna dice che dovranno rimanere sempre così: tonici, freschi, intatti. Che dovranno spendere soldi, tempo, energie, per condannarsi a un’eterna - questa sì - lotta contro il tempo. Generazione senza età e senza una parte della vita.

lunedì 28 marzo 2016

MODA & MODI

Iris Apfel, la nonna al volante che rassicura




Iris Apfel di nuovo in pista. E questa volta si mette alla guida della nuovissima DS3, ultimo modello del gruppo Peugeot Citroën. Lei, ultra novantenne scattante signora dagli inconfondibili occhiali tondi e il rossetto color ciliegia, ormai familiare anche a fashion blogger dell’ultima ora, con quella zazzeretta bianca e le braccia intubolate nei bracciali etnici, è passata dallo specchietto da trucco a quello retrovisore. Nel 2012 la scelse la catena MAC, fotografandola in primo piano, con le labbra di fuoco, collagene-free, in mezzo a una ragnatela di rughe, per dire alle consumatrici, generazionalmente sue figlie, nipoti e anche bis-nipoti: l’età è uno stato d’animo, con questi cosmetici sono attraente e vincente.

Vincente, soprattutto. Perché Iris Apfel, rara avis of fashion, come la definì il Metropolitan di New York quando dedicò una mostra al suo sterminato guardaroba, figlia di una famiglia di ebrei russi, è diventata interior designer di nove presidenti americani, giornalista, imprenditrice del lusso. E ha messo insieme, in settant'anni di ricerche e viaggi, una collezione di abiti, monili e accessori, che continua a sfoggiare in giro per il mondo, superba testimonial di se stessa, icona di stile, appunto, in una pletora di omologate e noiosamente autoreferenziali it-girl.


Iris Apfel per MAC


Oggi, dunque, Iris è al volante di un gioiellino di design, compatto e scattante, e proclama alle potenziali interessate: no rules, no trends. Niente regole, niente tendenze, odiosa parola che ci vorrebbe tutte seguire i must del momento, scelti da altri. Di più: mentre sfreccia pimpante verso un orizzonte multicolor, metafora di un futuro brillante, dichiara: “Una volta qualcuno mi ha detto che non ero carina e che non lo sarei mai stata, però avevo stile, che è molto meglio”. Eccolo il messaggio: siate voi stesse, la personalità vi aiuterà ad arrivare, non importa da dove partite e che faccia avete, metteteci grinta, fantasia, colore, fregatevene di chi vi vuol sminuire.

  
https://youtu.be/yzf_WPqsmTM 

C'è un solo pericolo. Che Iris, come la scrittrice Joan Didion per Celine, Jacquie Murdock per Lanvin, Jacky O' Shaughnessy per la lingerie di American Apparel, o la top model, sideralmente canuta, Carmen Dell’Orefice, che ha fatto un patto col diavolo delle passerelle, insomma che tutte queste testimonial vecchie e brillanti, in salute fisica ed economica, diventino una moda, di moda. Che la quarta età sia solo un'altra fascia di mercato da sfruttare fino alla noia.

Jacquie Murdock per Lanvin

 
Cermen Dell'Orefice, top model d'antan


Le cinquantenni sono stressate e sotto pressione, le millennial vedono prospettive incerte e competizione alle stelle. Una volta era il logo a vista e gigantesco, o l'oggetto scarrozzato dal personaggio famoso a rassicurarci, a farci sentire adeguate, protette da uno scudo. Oggi rischia di diventarlo la favola della nonna.
twitter@boria_a

leggi anche:http://ariannaboria.blogspot.com/2015/02/il-film-advanced-style-sette-icone.html

                  http://ariannaboria.blogspot.com/2015/01/moda-modi-se-la-testimonial-e-dantan.html

mercoledì 18 febbraio 2015

IL FILM

Advanced Style, sette icone d'antan raccontano i loro segreti


Jacquie “Tajah” Murdock ha realizzato il suo sogno: diventare modella per l’haute couture. Ce ne ha messi di tempo e di dedizione, lei, ragazza di colore cresciuta ad Harlem, ma appassionata di moda fin da bambina, a passeggio lungo la Settima Avenue col padre, orgoglioso del suo completo e del cappello Stetson. «Volevo fare la modella da quando avevo 18 anni - racconta guardando dritta nella telecamera, nonostante i seri problemi di vista - ci sono riuscita a cifre invertite, adesso che ne ho 81». Filiforme, scavata, con la postura naturale di una lunga carriera da ballerina all’Apollo Theater di New York, Jacquie ha posato per la campagna 2012 di Lanvin.

Jacquie "Tajah" Murdock, 81 anni
Joyce Carpati ha 80 anni, un viso senza tempo e un obiettivo perseguito tutta la vita: «Non apparire giovane, ma essere grandiosa». Giornalista per il gruppo Hearst, dove ha lavorato a Cosmopolitan e Good Housekeeping, Joyce ha coltivato la “carriera parallela” dell’opera, studiata a Milano a sedici anni: «Vedevo le donne uscire per strada la mattina con i loro bei tailleur, i maglioncini e un filo di perle. Volevo essere così». Ci è riuscita: pelle d’alabastro, curata maniacalmente con la vaselina, un filo di rossetto e una retina sui capelli, a evidenziare, con civetteria, solo la folta treccia argentea, avvolta intorno al capo come un diadema.
Joyce Carpati, 80 anni
Lynn Dell Cohen, autoproclamatasi “contessa del glamour”, svetta anche lei sugli ottanta e da oltre la metà gestisce nell’Upper West Side la boutique “Off Broadway”, che il marito l’ha aiutata a comprare per tenerla lontana da guai e tentazioni extraconiugali. «Lo stile o si ha o non si ha. Ma si può imparare», dice questa energica signora dalle labbra sanguigne e la passione per gli accessori estremi. Nel suo negozio - «il più longevo spettacolo in cartellone», ridacchia - galvanizza anonime casalinghe ageée mai spintesi tanto oltre, ma improvvisamente fulminate dal suo esempio su quanto bene possano fare all’autostima un paio di enormi occhiali di cellulosa gialla o un anello grande come un disco.
Lynn Dell Cohen, 80 anni
Jacquie, Joyce, Lynn. E ancora Tziporah Salamon, 62 anni, che sfreccia per New York nei suoi vestiti vintage e senza caschetto, «per non distrarre chi mi guarda»; Ilona Royce Smithkin, 93 anni, artista e insegnante di pittura, con un paio di interminabili ciglia finte color rame che si confeziona da sè, con i suoi capelli; Zelda Kaplan, 95 anni, dolcemente smemorata e perfetta nei suoi completi accessoriati di cappello, le cui stoffe sceglie e assembla girando il mondo. Infine Debra Rapoport, 67 anni, eccentrica signora modellata dallo yoga e i capelli con guizzi fucsia, che considera il suo corpo “una scultura” su cui sperimentare e ha un fede incrollabile non nella moda, ma «nella capacità di guarigione dello stile».
Come chiamarle? Anziane eleganti, stravaganti e alcune anche un po’ “tocche”? Terza età creativa? Vecchiette coraggiose e simpaticamente esibizioniste?
Lina Plioplyte e Ari Seth Cohen le hanno definite “Le signore dello stile”. Il loro docu-film “Advanced style” esce oggi in tutta Italia e, al cinema ai Fabbri di Trieste, resterà in sala fino al 25 febbraio.
La pellicola è nata dal blog di Ari Seth Cohen che dal 2008, pattugliando le strade di New York, fotografa eccentriche, raffinate, sublimi, esagerate, pazzoidi vegliarde, tutte sopra i sessanta, serenamente consapevoli che il tempo passa ma che, ugualmente, quello che resta può essere riempito di vita e di idee, a cominciare dal guardaroba. Non vecchie patetiche che vogliono sembrare giovani, ma donne botox-free, orgogliosamente coperte di rughe (o con una loro ricetta per le rughe, chiedete a Joyce...) che trasmettono un’impareggiabile lezione di vita: l’età non è che uno stato d’animo.
Debra Rapoport, 67 anni
Da tempo, pubblicità e moda, hanno scoperto le testimonial “over”. Ultima in ordine di tempo Céline, griffe intellettualoide, che ha scelto la scrittrice Joan Didion, 80 anni. Non a caso, il film di Plioplyte e Cohen si apre con l’icona d’antan per antonomasia, Iris Apfel, 93 anni, “rare bird of fashion” come la definì nel 2007 il Metropolitan Museum di New York nella mostra dedicata alla sua strepitosa collezione di abiti. Con la sua eterna aria di saggia civetta dietro gli inconfondibili occhialoni tondi, Iris, già volto dei cosmetici Mac nel 2012, dichiara: «Le donne di una certa età sono mortificate, umiliate, assediate. Ovunque guardi ci sono ragazze taglia quaranta, ben truccate, che indossano abiti meravigliosi. Come è possibile essere come loro?».
Le sette arzille newyorkesi ci danno la risposta senza esitazioni: per essere icone di stile, non c’è limite di tempo. E le difficoltà possono essere superate con eleganza, prendendo esempio da Lynn, che dopo tre operazioni, dalla sua stanza di ospedale, confessa: «Quando potrò truccarmi nel modo che preferisco per gli anni che mi rimangono, sarà il giorno più bello della mia vita».
Non c’è buonismo in “Advanced style”. Le “icone” sono acciaccate, ci vedono poco, la memoria le sta abbandonando, hanno mariti invalidi cui badare. La più longeva, Zelda, ha un attacco di cuore nel front row, prima fila davanti alla passerella. «Un modo straordinario per andarsene», si consola Debra. «Era dove stava bene, vestita grandiosamente, facendo parte di quel mondo. Sentendosi viva».

twitter@boria_a

Iris Apfel, rare bird of fashion, 93 anni

giovedì 15 gennaio 2015

MODA & MODI: se la testimonial è d’antan


Joan Didion, 80 anni, la scrittrice che la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani, ha definito “la più bella penna contemporanea” in America, è la testimonial dell'ultima campagna di Céline. La quarta età è da tempo una risorsa per la pubblicità e non fa notizia: Iris Apfel, un'ultranovantenne icona della moda, la vecchietta col rossetto ciliegia dietro i giganteschi occhiali tondi, è stata nel 2012 il viso (e le unghie rosso fuoco) dei cosmetici Mac, Angela Lansbury, la signora in giallo over ottanta, ha conquistato la copertina della rivista cult “The gentlewoman” nel settembre 2012, Jacky O'Shaughnessy, 63 anni, con il suo corpo rilassato ma non franante che si misura in un plastico sfoggio di ginnicità, ha fatto scalpore un paio d’anni fa promuovendo la lingerie di American Apparel. La stessa Didion, anni fa, aveva posato per Gap. Carmen Dell’Orefice, iconica e statuaria, superbamente sopravvissuta alla stagione delle modelle perdute (prima che venisse inflazionato il prefisso "top") continua a essere l’ottantenne più richiesta dal mercato pubblicitario.

                                                      La scrittrice Joan Didion per Céline
LLa foto di Juergen Teller ritrae Joan dietro grandi occhiali scuri, maglietta nera, ciondolo vistoso, i capelli bianchi che le cadono spenti ai lati del viso, un filo di rossetto, e la gigantesca scritta Céline all'altezza del seno, che risucchia tutto il resto. Fosse un'anziana qualsiasi, l'immagine sedurrebbe poco. L'iperrealismo di Teller sbatte, non esalta, il marchio prevale sulla protagonista dello "scatto", almeno per chi non la riconosce al primo sguardo.
Angela Lansbury sulla copertina di "The gentlewoman"

I commenti si sprecano, soprattutto positivi. La campagna di Céline esalta l’intelligenza della Didion, come i cosmetici Mac il gusto fusion e l’entusiasmo evergreen di Iris, e American Apparel la freschezza e l’ironia di Jacky. Che bello che la pubblicità si accorga della risorsa inesauribile, dell’esemplarità, dell’esempio e del patrimonio che conserva e trasmette la terza età d’eccellenza.



Iris Apfel per Mac
Genuino? Chi sostiene di sì, tira in ballo la campagna di Dolce&Gabbana per la primavera-estate 2015 con le nonnine siciliane - anonime signore, di cui ignoriamo tutto - che fanno 240 anni in tre e sfoggiano, più che le tiare e le borse della griffe, i loro volti scolpiti, potentemente autentici, ignari dell’esistenza di un bisturi. 
Le ottuagenarie di Dolce&Gabbana

Ci ha stancato il sedere di Kim Kardashian, d’accordo. E prima di lei quello di JLo.
Ma anche le testimonial âgée rischiano di venire a noia. L’obiettivo che queste campagne mirano a colpire sono le signore negli anta, sia per i cosmetici Mac sull'arzilla Iris, “rare bird of fashion”, come titolava la mostra che il Metropolitan di New York nel 2005 ha dedicato alla sua sterminata collezione di abiti e accessori, sia per la moda rarefatta di Céline su una scrittrice altrettanto raffinata. Una pimpante, l'altra riflessiva, le testimonial sono due fuoriclasse nel loro campo. Ecco dunque la sollecitazione psicologica e intellettuale per le acquirenti che hanno buone letture ma soprattutto disponibilità economica: sono più giovane (e questo gratifica lo spirito), ma scelgo lo stesso brand di donne di successo (e il cervello e l'autostima gongolano). In fondo, anche le anonime nonnine di Dolce&Gabbana servono allo scopo: con loro - pensiamo - mi metto addosso una griffe - sì - ma che valorizza le radici, le tradizioni, l’esperienza, l’essere con intelligenza e sensibilità “glocal”.
O commercial?

@boria_a
Jacky O'Shaughnessy per la lingerie di American Apparel


giovedì 17 dicembre 2009

LA MOSTRA

e' MilAmerica
(Mila Schön al Guggenheim Museum e al Metropolitan Museum di New York, dal catalogo della mostra “Mila e la notte” (Electa) realizzata nel 2009-2010 al Salone degli Incanti di Trieste)

Ottobre 1994, Guggenheim Museum di New York.


Il cappottino verde di Mila Schön esposto al Met nell'ambito di "Cubism and Fashion" del 1996 che fa parte della collezione del Costume Institute del Museo (foto per gentile concessione della rivista Stile arte)

Germano Celant racconta all'America quarant'anni di "Italian Metamorphosis", la rinascita post-bellica delle arti, del design, della fotografia, del cinema, dell'architettura, fino alla soglia del Sessantotto. L'ultimo piano di un percorso denso e ambizioso è invaso dai colori della moda, da quel giovane made in Italy che è riuscito, con testardaggine, dedizione e un inusuale spirito di squadra, a farsi largo nel cuore e nei gusto d'oltreoceano, prima rosicchiando, poi divorando fette di mercato all'immobile e magniloquente couture francese. Ci sono le sculture di Capucci, i pigiama palazzo di Galitzine, gli impasti cromatici capresi di Pucci, i rossi di Valentino, l'abito-cardinale delle Sorelle Fontana indossato da Ava Gardner, le zingare di Missoni e le sperimentazioni futuribili in alluminio e pelle che Germana Marucelli firma con l'artista Getulio Alviani.

 
E c'è Mila Schön, con due soli abiti della collezione 1966-'67, un anno e un'ispirazione in stato di grazia. È la presenza espositiva più contenuta eppure singolarmente rappresentativa delle ragioni del successo del gusto italiano negli Stati Uniti. Seta georgette color champagne il primo, percorso da un gioco di ricami di pietre d'oro, d'argento e cristallo che disegna un'onda lungo il corpo e apre sul fianco un finto, discretissimo, oblò. Tulle di nylon il secondo, una tunica a maniche lunghe quasi monacale, mossa da un analogo decoro a onda, acquistata da Gioia Marchi Falck. Quello di Mila è minimalismo senza privazioni, lusso senza sovrabbondanza, citazioni artistiche da intuire, suggerite piuttosto che proclamate. "The Italian Coco Chanel", scrive la giornalista del "Miami Herald", Hebe Dafney, con una definizione che probabilmente non le sarà piaciuta, tanto è distante l'ansia, e la provocazione, di liberare la donna che sta alla base della semplicità di Mademoiselle, dalla discrezione borghese che sorveglia lo stile della stilista dalmata. "Understatement colto", da agiata signora dei salotti buoni milanesi che pure sa cogliere e miracolosamente (per quanto inconsciamente) tradurre l'atmosfera del decennio, le sperimentazioni sui materiali dei Sixties, l'ansia di spostare avanti il confine della conoscenza, la ricerca e la Luna a portata di mano, l'ebollizione dei movimenti artistici, il rock e lo street-style. Mila, educata come cliente al gusto degli atelier francesi di Balenciaga e Dior, sa lasciarsi alle spalle le ampollosità, le ridondanze, le scomodità che hanno cominciato a soffocare la ricca acquirente americana, e le propone di essere elegante con una sorta di sottile asciuttezza, elegante per sottrazione.

 

10 dicembre 1996, Metropolitan Museum di New York



"Mila e la notte" a Trieste (foto Francesco Bruni)

Apre la mostra "Cubism and Fashion", creatura, forse non tra le più riuscite, dell'allora curatore dell'Istituto del Costume del Met, Richard Martin. Arte e moda, rapporto affascinante e in parte ancora inesplorato, che Martin indaga cercando relazioni, soprattutto "costruendole", tra la cultura cubista che permea i primi due decenni del secolo scorso e le innovazioni nell'abbigliamento femminile, finalmente libero dalla "tridimensionalità", dalla "volumizzazione", dall'effetto albero di natale, esemplificati in mostra da un breve assaggio degli abiti di Charles Frederick Worth. Dal cubismo, la moda assorbe un nuovo modo di vedere, rovescia la concezione del vestito, non più ornamento statico che prescinde dal corpo, ma involucro in movimento e che del corpo segue i movimenti, scomponendosi in pannelli, inserti, tagli. Braque, Picasso, Léger, Juan Gris, Marcel Duchamp, Robert Delaunay dialogano con gli abiti di Poiret, di Patou, delle sorelle Callot, di Chanel, con gli origami di seta di Madeleine Vionnet, tutti esempi, al limite della "temerarietà", della semplificazione dell'abito, delle sue nuove geometrie. Dalle nature morte sfaccettate, dagli incastri di forme, dalle sedie sghembe, dai collage, gli stilisti mutuano tagli e colori di rottura rispetto al passato, ocre terrose, rossi liquorosi, raffinati dialoghi di ori e neri, avio e creme, grigi e pesca. Un'estetica che ispira anche la decostruzione dei contemporanei, cui è dedicata l'ultima parte del percorso, e dove, ancora una volta, Mila Schön entra in mostra con una presenza minimale e intrigante. È un completo di lana della collezione 1968, donato al museo da Bernice Richard e parte della collezione permanente del Met. Abito girocollo, senza maniche, e cappottino sopra il ginocchio, in tre gradazioni di verde che s'intersecano in un gioco di quadrati, rettangoli, rombi, puntualizzato dalla chiusura a tre bottoni. I critici americani rimproverano Martin: la corrispondenza tra l'arte cubista e la sua traduzione nella moda è spesso sottotraccia. Eppure l'outfit di Mila, si intreccia con disinvoltura al filo conduttore e si presta, dal punto di vista cromatico, a diverse collocazioni lungo il percorso. Il colore, appunto. Questa palette di verdi brillanti è il primo indizio che conduce, per sensazioni, dall'ensemble sartoriale, dal due pezzi bon-ton, dal lieve divertissement di composizione-scomposizione, ai capolavori sulla tela, "La parisienne" di Delaunay, "Woman with a fan" di Picasso, secondo le più immediate associazioni visive, e poi, procedendo per astrazioni, quasi per salti, a "Queen Isabelle" di Picasso o "Still life with bottle and fruit" di Juan Gris. E se il rapporto tra il cubismo e l'ispirazione della stilista sembra labile, la scelta dell'abito di Mila si giustifica perfettamente considerando la sua educazione "al guardare", l'abitudine a trasferire liberamente nelle collezioni i segnali di altre esperienze artistiche centrate sui rapporti con lo spazio, le geometrie, le vibrazioni ottiche, come quelle di Fontana, di Vasarely, di Noland, i "mobiles" di Calder.

13 settembre, 2005. Metropolitan museum di New York

 
Una ventata di energia spazza le asfittiche sale dell'Istituto del Costume, che si aprono per la prima volta non a una vera e propria "mostra" di vestiti a tema, o a un couturier storico, ma a una parte dello sterminato guardaroba di Iris Apfel, 88 anni, icona della moda internazionale e antesignana degli assemblaggi arditi tra griffe e mercatini delle pulci. È un evento destabilizzante, voluto dal successore di Martin, Harold Koda. Irriverente Iris, rara avis, "rare bird of fashion", come titola l'allestimento, omaggio alla newyorkese del Queens di origine russa che fondò, col marito Carl, una delle compagnie tessili e d'arredamento più importanti al mondo, Old World Weavers, ma soprattutto prima donna a sdoganare il "fusion" nella moda in anni in cui abbinare Chanel a qualcosa che non fosse Chanel equivaleva a un'eresia. Dior disegnato da Ferrè o da John Galliano, Oscar de La Renta, James Galanos, Ungaro, Lanvin, Nina Ricci, Jean-Paul Gaultier, pezzi di haute couture o di pret-a-porter che perdono ogni "tracciabilità" negli abbinamenti spiazzanti, con borse e copricapi nuziali cinesi, gioielli in argento e turchese degli indiani d'America, coperte tibetane trasformate in ponchi, cinture africane, borse a forma di animale recuperate in qualche bancarella.


«I'm not a lady who lunches» è la citazione che apre una delle sezioni più raffinate, una sequenza di bianchi e neri da giorno, dove i manichini, che di Iris replicano l'accessorio inconfondibile, gli enormi occhiali tondi, mimano possibili situazioni e occasioni in cui abiti e monili sono stati indossati. È qui che troviamo un completo vintage di Mila Schön, fatto risalire in catalogo al 1967 circa, ma probabilmente della collezione 1969, anno delle intersezioni tra pelliccia e pelle. Insolita dark lady, quella firmata da Mila: stampa a coccodrillo per la pelle della gonna al ginocchio e del gilet, quest'ultimo bordato di visone. Il manichino è seduto su una sedia e appoggia le braccia allo schienale di un'altra, i piedi calzati in mocassini di camoscio color mostarda, ai polsi braccialetti di legno nero. Potrebbe essere una pausa di lavoro o un cocktail con le amiche, l'insieme, semplice e sartoriale, tra i più "datati" della mostra, è sobrio e modernissimo, sottilmente malizioso. Pelliccia e pelle, due trasgressioni che quasi si elidono, il lusso e il gioco dell'abbigliamento che viene dalla strada.


L'abito di Mila che fa parte della collezione di Iris Apfel, fotografato da Eric Boman ed esposto nel 2005 al Met di New York nella mostra "Iris Apfel, rare bird of fashion"

Conferma Iris Apfel, che in questi giorni è impegnata nell'ennesima "gemmazione" di "Rare bird of fashion", al Peabody Essex Museum di Salem, in Massachussets. I due pezzi di Mila, acquistati nella boutique in via Montenapoleone, li ha portati per anni e li porta ancora, e così le decine di altri capi della stilista che possiede, soprattutto abiti corti, giacche, pantaloni di lino e di lana, e il suo preferito, una mise da sera con decori infinitesimali di pietre e paillettes.
Mila Schön era tutto quello che il completo scelto per la mostra sintetizza: qualità dei materiali, tecnica di lavorazione, senso del taglio "architettonico" dell'abito. Non vintage, mi corregge, "timeless". 

twitter@boria_a



La stilista dalmata Mila Schön

martedì 9 settembre 2008

MODA & MODI: il viola che non fa più paura

Ingrid Betancourt dal presidente Sarkozy e signora
Se è il colore preferito da Michelle Obama, possiamo stare tranquille: chi più di lei ha bisogno di togliere di mezzo la sfortuna? L'aspirante first lady americana indossa spesso nelle occasioni ufficiali la nuance «ciclamino», particolarmente delicata sulla pelle nera. E c'è un'altra presidentessa che lo ha eletto a suo colore preferito per gli appuntamenti pubblici, Carla Bruni Sarkozy, tutta Audrey in quei deliziosi tailleurini di Dior tinta melanzana, prugna, fiordaliso, glicine. Sfumature comunque soffici, che donano al suo incarnato bianchissimo, senza congelarlo in un pallore livido, un po' funebre. Ingrid Betancourt l'ha scelto per presentarsi al presidente francese dopo la sua liberazione: uno «sdoganamento» ai limiti dell'audacia.
Guardatevi in giro. Non c'è vetrina dove non dilaghi. Timido nella ricomparsa, un paio di stagioni fa, oggi quasi invadente. Il viola non si nasconde più. Borse, scaldacuore, cappelli, sciarpe, calze, ma anche cappotti, vestiti, piumini, chiodi, e ancora pigiami e lingerie raffinata.
Viola perfino nell'abbigliamento per bambini e per camicie e pullover maschili, stemperato in malva, lilla, mirtillo, più accettabili e adattabili anche in guardaroba ingessati dal grigio e nero. Bando alle sciocche credenze, dire che porta male, questo davvero non va più di moda. Se nel Medioevo era il colore dei paramenti sacri della Quaresima, quando il teatro era bandito e gli attori facevano la fame per quaranta giorni, oggi più di una star dello spettacolo lo sfoggia in palcoscenico polverizzando secoli di fama jettatoria e non c'è tappeto rosso o prima in cui non compaia, imperativo e invasivo. Poche ricordano che la divina Duse, la prima a sfidare la sorte e il luogo comune, morì su un palcoscenico di Pittsburgh, il 21 aprile, 1924, fulminata in un abito viola... Men che meno Madonna, in lucidissima vernice malva (e non solo: praticamente ha saccheggiato tutta la palette) nel tour di «Confessions on a Dance Floor», il suo decimo album. E tantomeno Patricia Field, costumista guru di «Sex and the City», che veste Carrie in un abito viola-paramento al secondo matrimonio della sua amica Charlotte, dove ben altri sono i segnali di una presunta sfortuna: il vino versato sull'abito da sposa, il bicchiere che non si rompe sotto i piedi dello sposo, il foglio con il discorso che prende fuoco.
Mila Schön, la stilista dalmata scomparsa pochi giorni fa, fu tra le prime a farne un colore «portabile», insieme ai grandi della moda, Saint Laurent, Dior, Givenchy, Ungaro. E in «Rara avis», la bella bella mostra che il Metropolitan di New York ha dedicato a Iris Apfel, icona della moda americana (difficilmente arriverà in Europa, ma è corredata da un catalogo di Thames & Hudson), ci si può ispirare con un irriverente modello da sera di Lanvin, anno 1983: full-viola cangiante, modello monsignore, con tanto di bijoux a croce. Mai prima delle sei del pomeriggio, come vogliono gli ortodossi del dress-code? Gli stilisti dicono di no. Il viola più discreto si porta a tutte le ore, combinandolo col nero, col grigio, col verde, perché a dispetto della sua apparente rigidità cromatica, è un colore che si sposa volentieri con gli altri, li galvanizza, li «muove», li ammorbidisce. L'unico rischio è cadere nell'estremo opposto: è comunque una tinta imperativa, ne basta un po'. Personalmente ho ceduto su tutta la linea e, in una miniera del vintage, ho trovato tre nuance perfette, datate e immeritatamente abbandonate: giaccone prugna Donna Karan per i primi freddi, gilet mirtillo Westwood, borsina francese da sera melanzana anni Quaranta, a prova di superstizione.
@boria_a
Madonna in "Confessions on a Dance Floor"