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venerdì 19 marzo 2021

 IL PERSONAGGIO

 

Licia Fertz, professione influencer a 91 anni

Quarta età glamour di "Buongiorno Nonna"

 


Licia Fertz, 91 anni


 

Sul suo profilo Instagram si legge così: modella anziana e influencer per caso. Per il social è “Buongiorno Nonna”, una signora che invecchia con grazia dal 1930. Fotografia dopo fotografia si è conquistata un seguito di 112mila follower, ai quali se ne aggiungono altri 30mila su Tik Tok, la community dei giovanissimi per eccellenza. Eccola con una giacca color zucca e rossetto in tinta, su un’altalena in miniabito rosso e ginocchia candide al vento, in bianco e nero con lo chignon alto e il profilo scolpito, in giacca di jeans e abitino sbracciato di sangallo bianco. Al dito sempre anelli importanti e nessuna timidezza nel mostrare il suo corpo morbidamente segnato. Non c’è da stupirsi che Ari Seth Cohen, il fotografo del blog di modelle agée Advanced Style, e dell’omonimo documentario dal successo internazionale, commenti con cuoricini i suoi post e non veda l’ora di volare in Italia a conoscerla.

 

Licia Fertz sul red carpet alla Festa del cinema di Roma

 

 

“Buongiorno Nonna” è Licia Fertz, triestina, 91 anni, con radici a Isola d’Istria, dove vivevano i nonni materni, Giovanni e Palma Delise. Lineamenti importanti, un sorriso aperto, fotogenica ed empatica, il piacere di curarsi che trasmette in ogni immagine, Licia ha conquistato la Rete anche grazie all’amatissimo nipote Emanuele Usai, social media manager. Emanuele aveva poco più di quattro anni quando rimase orfano della mamma Marina, ventottenne unica figlia di Licia, e da allora nonna e nipote sono stati inseparabili. Così, quando nel dicembre 2017, dopo ben sessantadue anni di matrimonio, Licia perde il marito Aldo Spiller, originario di Gradisca, che ha assistito con tenerezza nei dieci anni di malattia, Emanuele capisce che deve aiutare la nonna a non rinchiudersi in se stessa e regalarle «il gran finale che si meritava».

 


Nonno Aldo muore il 2 dicembre 2017, per uno strano gioco del destino proprio nello stesso giorno e alla stessa ora di Emanuele. Nel marzo 2018 “Buongiorno Nonna” comincia a caricare i primi post su Instagram. E la “aged body positivity” di Licia, la sua spontaneità e i suoi messaggi sulla ricchezza e la serenità della vecchiaia cominciano a macinare follower e piovono migliaia di like. Un gioco per corroborare l’autostima che, post dopo post, è diventato un lavoro. Licia oggi, professione influencer.

 

Licia Fertz (Foto di Giulia Selvaggini)


 

Licia Fertz col nipote Emanuele Elo Usai

 

 

Licia Fertz

 

 


Dalla sua grande casa di Viterbo, dove ogni giornata comincia per lei con la meditazione e, se il tempo non è bello, con una candela accesa che richiama il sole, nonna Licia racconta una vita non facile. Tutto comincia nella casa di Trieste dov’è nata, via Monte San Gabriele 14, anzi, precisa, all’epoca via Scorcola-Coroneo 733. Papà Meneghetto ferroviere, mamma Maria casalinga, il fratello più grande Raffaele. Scuole elementari in via San Francesco, dove andavano tutti i ragazzini del rione, medie tra Trieste e Isola d’Istria, «perchè i genitori - racconta - preferivano che abitassi con i nonni, dove ero al sicuro e c’era più da mangiare».


Il fascismo la fece pagare cara al padre, che rifiutò di cambiare il cognome Fertz (italiano da quattordici generazioni) nel più «italianissimo» Fermi: fu degradato da capotreno, il suo stipendio decurtato, e gli fu tolta la tromba che suonava nella banda delle Ferrovie.
Le tragedie della guerra sul confine orientale si abbatterono anche sui nonni, costretti ad abbandonare la loro casa affacciata sul mare di Isola, che venne espropriata, e a riparare in due stanze, camera e cucina. «I titini li facevano marciare fino a Capodistria cantando Bandiera Rossa nel cuore della notte», ricorda Licia. «Non avrebbero mai voluto lasciare la loro terra, ma avevano paura di essere internati a Lubiana. Alla fine sono arrivati a Trieste a piedi, portandosi dietro solo la biancheria intima. Ma il nonno, prima di partire, fece un piccolo buco nella botti di rovere che teneva in cantina, piene di refosco e malvasia... Si erano presi la casa, ma non il suo vino. A Trieste è morto di crepacuore, non accettava di non poter più lavorare, di aver perso tutto».

 

 

Licia Fertz fotografata da Giulia Selvaggini


Sotto un suo intenso profilo in bianco e nero su Instagram, Licia testimonia un episodio terribile, durante l’occupazione titina di Trieste, quando aveva quattordici anni: «Sentii una scampanellata e andai ad aprire. Un soldato con la stella rossa mi puntò la baionetta, “lepa moja, lepa moja”, mi diceva. Bella mia, bella mia. Urlai e mia mamma li fece entrare. Credevano che mio fratello fosse un sovversivo, che nascondessimo armi...».


Diplomata infermiera al convitto “Suore della Provvidenza” di Gorizia, Licia lavora un anno nel reparto di pediatria del Burlo Garofolo. Poi il fidanzato Aldo, geometra, vince il concorso all’Ente Maremma e le fa la fatidica domanda di matrimonio, in ginocchio e con un diamante di Amsterdam. I 30 luglio 1955 si sposano e vanno a vivere a Viterbo, la sede professionale scelta da Aldo. Anche Licia continua a svolgere il suo appagante lavoro di infermiera all’Enpas. Il loro sarà un matrimonio solido e lunghissimo, cementato anche dal prendersi cura insieme del nipote Emanuele. «Non accettavo il lento spegnersi di mio marito - dice Licia, riandando ai duri ultimi anni della malattia - e quando è mancato mi pareva che anche la mia vita si fosse chiusa, che nessuno avesse più bisogno di me. Mio nipote mi ha regalato la terza vita: la prima me l’hanno data i genitori, la seconda lui, bambino, quando ha perso la mamma e dovevo farmi forza perchè non mi vedesse piangere, la terza quando Emanuele ha cominciato con me il gioco delle fotografie».

 

Licia Fertz nel 1953 al convitto di Gorizia Suore della Provvidenza

 


Qualche vestito vintage comprato nei mercatini, l’invito ad accompagnarlo fuori, i primi “scatti” con quegli arditi abbinamenti cromatici che Licia studiava per piacere al marito Aldo. Emanuele comincia così a riportare la nonna alla vita. E che vita. Instagram viene “piegato” all’unicità della signora: niente post sintetici, ma suggerimenti, incoraggiamenti, ricordi che diventano veri e propri racconti, in due lingue, sfidando le pillole piene di hashtag dei social. E quando i commenti salgono, uno dietro l’altro, la bolla di solitudine evapora.

 

Licia il giorno del matrimonio con Aldo Spiller nel 1955

 


“Buongiorno nonna” è più arzilla che mai e non ha paura di mostrarsi. Dopo il nudo per una marca di gioielli, televisioni e giornali si scatenano e Licia finisce nature anche sulla copertina di Rolling Stone. «Non ammetto i falsi pudori, le ipocrisie. Non ci si deve vergognare del corpo che cambia. Il nudo fa parte della vita, come le rughe. Ora - sorride - sono un cavallo impazzito». 

 



 

mercoledì 18 febbraio 2015

IL FILM

Advanced Style, sette icone d'antan raccontano i loro segreti


Jacquie “Tajah” Murdock ha realizzato il suo sogno: diventare modella per l’haute couture. Ce ne ha messi di tempo e di dedizione, lei, ragazza di colore cresciuta ad Harlem, ma appassionata di moda fin da bambina, a passeggio lungo la Settima Avenue col padre, orgoglioso del suo completo e del cappello Stetson. «Volevo fare la modella da quando avevo 18 anni - racconta guardando dritta nella telecamera, nonostante i seri problemi di vista - ci sono riuscita a cifre invertite, adesso che ne ho 81». Filiforme, scavata, con la postura naturale di una lunga carriera da ballerina all’Apollo Theater di New York, Jacquie ha posato per la campagna 2012 di Lanvin.

Jacquie "Tajah" Murdock, 81 anni
Joyce Carpati ha 80 anni, un viso senza tempo e un obiettivo perseguito tutta la vita: «Non apparire giovane, ma essere grandiosa». Giornalista per il gruppo Hearst, dove ha lavorato a Cosmopolitan e Good Housekeeping, Joyce ha coltivato la “carriera parallela” dell’opera, studiata a Milano a sedici anni: «Vedevo le donne uscire per strada la mattina con i loro bei tailleur, i maglioncini e un filo di perle. Volevo essere così». Ci è riuscita: pelle d’alabastro, curata maniacalmente con la vaselina, un filo di rossetto e una retina sui capelli, a evidenziare, con civetteria, solo la folta treccia argentea, avvolta intorno al capo come un diadema.
Joyce Carpati, 80 anni
Lynn Dell Cohen, autoproclamatasi “contessa del glamour”, svetta anche lei sugli ottanta e da oltre la metà gestisce nell’Upper West Side la boutique “Off Broadway”, che il marito l’ha aiutata a comprare per tenerla lontana da guai e tentazioni extraconiugali. «Lo stile o si ha o non si ha. Ma si può imparare», dice questa energica signora dalle labbra sanguigne e la passione per gli accessori estremi. Nel suo negozio - «il più longevo spettacolo in cartellone», ridacchia - galvanizza anonime casalinghe ageée mai spintesi tanto oltre, ma improvvisamente fulminate dal suo esempio su quanto bene possano fare all’autostima un paio di enormi occhiali di cellulosa gialla o un anello grande come un disco.
Lynn Dell Cohen, 80 anni
Jacquie, Joyce, Lynn. E ancora Tziporah Salamon, 62 anni, che sfreccia per New York nei suoi vestiti vintage e senza caschetto, «per non distrarre chi mi guarda»; Ilona Royce Smithkin, 93 anni, artista e insegnante di pittura, con un paio di interminabili ciglia finte color rame che si confeziona da sè, con i suoi capelli; Zelda Kaplan, 95 anni, dolcemente smemorata e perfetta nei suoi completi accessoriati di cappello, le cui stoffe sceglie e assembla girando il mondo. Infine Debra Rapoport, 67 anni, eccentrica signora modellata dallo yoga e i capelli con guizzi fucsia, che considera il suo corpo “una scultura” su cui sperimentare e ha un fede incrollabile non nella moda, ma «nella capacità di guarigione dello stile».
Come chiamarle? Anziane eleganti, stravaganti e alcune anche un po’ “tocche”? Terza età creativa? Vecchiette coraggiose e simpaticamente esibizioniste?
Lina Plioplyte e Ari Seth Cohen le hanno definite “Le signore dello stile”. Il loro docu-film “Advanced style” esce oggi in tutta Italia e, al cinema ai Fabbri di Trieste, resterà in sala fino al 25 febbraio.
La pellicola è nata dal blog di Ari Seth Cohen che dal 2008, pattugliando le strade di New York, fotografa eccentriche, raffinate, sublimi, esagerate, pazzoidi vegliarde, tutte sopra i sessanta, serenamente consapevoli che il tempo passa ma che, ugualmente, quello che resta può essere riempito di vita e di idee, a cominciare dal guardaroba. Non vecchie patetiche che vogliono sembrare giovani, ma donne botox-free, orgogliosamente coperte di rughe (o con una loro ricetta per le rughe, chiedete a Joyce...) che trasmettono un’impareggiabile lezione di vita: l’età non è che uno stato d’animo.
Debra Rapoport, 67 anni
Da tempo, pubblicità e moda, hanno scoperto le testimonial “over”. Ultima in ordine di tempo Céline, griffe intellettualoide, che ha scelto la scrittrice Joan Didion, 80 anni. Non a caso, il film di Plioplyte e Cohen si apre con l’icona d’antan per antonomasia, Iris Apfel, 93 anni, “rare bird of fashion” come la definì nel 2007 il Metropolitan Museum di New York nella mostra dedicata alla sua strepitosa collezione di abiti. Con la sua eterna aria di saggia civetta dietro gli inconfondibili occhialoni tondi, Iris, già volto dei cosmetici Mac nel 2012, dichiara: «Le donne di una certa età sono mortificate, umiliate, assediate. Ovunque guardi ci sono ragazze taglia quaranta, ben truccate, che indossano abiti meravigliosi. Come è possibile essere come loro?».
Le sette arzille newyorkesi ci danno la risposta senza esitazioni: per essere icone di stile, non c’è limite di tempo. E le difficoltà possono essere superate con eleganza, prendendo esempio da Lynn, che dopo tre operazioni, dalla sua stanza di ospedale, confessa: «Quando potrò truccarmi nel modo che preferisco per gli anni che mi rimangono, sarà il giorno più bello della mia vita».
Non c’è buonismo in “Advanced style”. Le “icone” sono acciaccate, ci vedono poco, la memoria le sta abbandonando, hanno mariti invalidi cui badare. La più longeva, Zelda, ha un attacco di cuore nel front row, prima fila davanti alla passerella. «Un modo straordinario per andarsene», si consola Debra. «Era dove stava bene, vestita grandiosamente, facendo parte di quel mondo. Sentendosi viva».

twitter@boria_a

Iris Apfel, rare bird of fashion, 93 anni