martedì 12 gennaio 2010

MODA & MODI

Neo-army da sbadiglio

Che sia un modo per esorcizzare l'Iran e l'Afghanistan, com'era negli anni Ottanta per la guerra in Vietnam? O piuttosto, in un momento di confusione e smarrimento, la scusa per riportare nel guardaroba un po' di disciplina, cacciando ogni tentazione di volubilità a beneficio di consistenza nei materiali, forza di linee, decisione nel dettaglio e nel disegno del corpo, uniformità di colori?

O ancora: immaginiamo un prossimo futuro in trincea, così impegnate in una guerriglia quotidiana, da volerci rimettere l'uniforme, da rinunciare a ogni ghiribizzo cromatico per calarci nei giochi mimetici di verdi e marroni, soffocanti, prevedibili, scontati, per quanto gli stilisti cerchino di convincerci che con qualche tagliuzzo qua e là, accorciando un po' le gonne e miscelando cinghie e trasparenze, mostrine e drappeggi, anfibi e pizzo, l'ennesima riedizione del soldato Jane, appena un po' aggiornata e spolverata, riuscirà a saltare dalle passerelle nel nostro guardaroba?
"Militar chic", dicono gli stilisti.


Ovvero: non è un semplice ricorso storico ma un vero e proprio nuovo corso della moda, come se ci fosse sfuggito che, almeno dagli anni '70, quando Yves Saint Laurent calò la signore in un cappottone da ufficiale, ogni due stagioni rispunta la donna-soldato con la sua palette di kaki e verdi, i suoi tascapane e le sue decorazioni farlocche, tanto più finta e insopportabile proprio perchè siamo circondati da soldatesse in carne e ossa che alle guerre, vere, ci vanno per davvero.

Puntuale come l'animalier (quest'anno l'abbiamo chiamato "pop-animalier", una specie di ghepardato all'ecstasy, tutto virato in rosso, blu, fucsia...) riecco lo stile militare che baldanzosamente occupa le anticipazioni della primavera. Non un'ispirazione alla "truppa", ma uno stile che punta agli alti gradi, ovvero ricerca sofisticatezza, aristocraticità, sensualità, disegna il corpo e non lo ingoffa, mette d'accordo praticità e sobrietà con forme lineari ma decise.

Che bisogno ci fosse di (ri)scomodare stellette e dintorni per raggiungere questi obiettivi resta uno dei ricorrenti, ineffabili misteri della moda. Molto più concreto e defatigante dev'essere stato il lavoro degli uffici stampa delle griffe, impegnati a riempire comunicati e brochure di arzigogoli verbali per convincerci che il banalissimo mini-abito mimetico o la giacca coperta di finte onorificenze su un velo di gonna ultratrasparente propongono un'inedita guerrigliera urbana armata solo del suo charme, che gli stivaletti di tela grezza color corda aperti in punta sono una "rilettura" degli anfibi, che la mantellina o la sahariana sabbia rappresentano la versione ingentilita di capisaldi del guardaroba militare.


Insomma, un déjà vu del "mettete fiori nei vostri cannoni", abusato ma utile per compensare una creatività un po' alle corde. Il neo-army catturerà le fashioniste annoiate? O le soldatesse di professione, sempre più numerose e in carriera, convincendole che nel tempo libero è molto trendy travestirsi con la loro divisa?
@boria_a

Blumarine, primavera-estate 2010

martedì 29 dicembre 2009

MODA & MODI: quel vecchio papillon è un gioco da ragazzi
Chuck Bass (fonte Fanpop)
Il papillon? Confinato al guardaroba per l'ultimo dell'anno o per qualche prima teatrale, a meno di non fare il cameriere. Negli ambienti di lavoro perdonato solo ai colleghi un po' attempati, con qualche veniale predisposizione all'eccentricità. Per gli annali della moda maschile, forse l'accessorio più deriso: scioccamente frivolo, ridicolo, privo di sex-appeal. Ingessante come il cappello per le signore: in entrambi i casi i neofiti sono traditi dal collo rigido. Con queste premesse, chi avrebbe mai scommesso sul ritorno in auge della farfallina, il "comeback" del "bow tie", per dirla con i giornali stranieri, dal New York Times al Wall Street Journal al Financial Times, che si stanno occupando seriamente della faccenda come di una singolare svolta nel costume?
Eppure, prima ancora che dalle passerelle, i segnali sono arrivati dalle serie tv, a cominciare dall'acclamatissima "Mad men", vademecum della moda per i maschi un po' come lo è stato "Sex & The City" per le donne, storia di un'agenzia di pubblicità su Madison Avenue a New York, ma soprattutto ritratto fedele dell'America dell'era kennedyana e dei suoi uomini eleganti, irresistibili e traditori. Il confronto è impietoso e il messaggio inequivocabile: i più eleganti sono i personaggi anziani, in giacca e papillon, mentre i giovani e ambiziosi copywriter, già anticipando le devastazioni del guardaroba portate dal '68, non fanno mistero di considerare la cravatta niente più che un collare per cani. È un confronto di età ma ancora prima di fascino, di seduzione, di autorevolezza, di sicurezza di sè e delle proprie scelte. E la maturità, con  i suoi consolidati codici vestimentari, vince su tutta la linea.
Oggi la situazione si è capovolta. Se ne è accorto per primo Bill Cunningham che, sull'edizione on-line del New York Times tiene la geniale rubrica fotografica "On the street", andando a caccia, con bicicletta e macchina fotografica, delle ultimissime tendenze sulle strade di Manhattan. È finito il "casual friday", l'abbigliamento sportivo un tempo ammesso anche negli uffici per la giornata che precede il weekend. L'uomo giovane sta riscoprendo il sottile piacere dell'eleganza, ne reinterpreta i classici in modo più leggero e spontaneo, impara a mescolare e a smitizzare e soprattutto toglie ad alcuni capi o accessori la polverosa etichetta da "occasione" per indossarli a qualsiasi ora del giorno. Gentlemen trentenni e disinvolti in papillon coloratissimi sotto il maglione a V, le giacche doppiopetto o il cardigan escono dalle stazioni della metropolitana e spariscono inghiottiti dai grattacieli. Come ha fatto il rocker britannico Pete Doherty, l'ex di Kate Moss, con il gilet, che ha trasformato in un'abitudine un po' "maudit", così il papillon entra con disinvoltura nell'abbigliamento quotidiano, gioca con colori e materiali, diventa una chiara attestazione di personalità, di volontà di rompere con le uniformi, di controcultura nel vestire. Se lo mettono Chuck Bass, il dandy cattivo della serie "Gossip Girl", l'imitatissimo David Beckham e il direttore creativo di Lanvin, Alber Elbaz, che ne ha fatto il pezzo forte della linea uomo. Oggi sono i cinquantenni e più a preferire maglioni informi e simil-jeans, giubbotti e zainetti giovanilisti, più che mai improbabili nei vestiti smessi dai loro figli.
@
David Beckham (Getty Images)

giovedì 17 dicembre 2009

LA MOSTRA

e' MilAmerica
(Mila Schön al Guggenheim Museum e al Metropolitan Museum di New York, dal catalogo della mostra “Mila e la notte” (Electa) realizzata nel 2009-2010 al Salone degli Incanti di Trieste)

Ottobre 1994, Guggenheim Museum di New York.


Il cappottino verde di Mila Schön esposto al Met nell'ambito di "Cubism and Fashion" del 1996 che fa parte della collezione del Costume Institute del Museo (foto per gentile concessione della rivista Stile arte)

Germano Celant racconta all'America quarant'anni di "Italian Metamorphosis", la rinascita post-bellica delle arti, del design, della fotografia, del cinema, dell'architettura, fino alla soglia del Sessantotto. L'ultimo piano di un percorso denso e ambizioso è invaso dai colori della moda, da quel giovane made in Italy che è riuscito, con testardaggine, dedizione e un inusuale spirito di squadra, a farsi largo nel cuore e nei gusto d'oltreoceano, prima rosicchiando, poi divorando fette di mercato all'immobile e magniloquente couture francese. Ci sono le sculture di Capucci, i pigiama palazzo di Galitzine, gli impasti cromatici capresi di Pucci, i rossi di Valentino, l'abito-cardinale delle Sorelle Fontana indossato da Ava Gardner, le zingare di Missoni e le sperimentazioni futuribili in alluminio e pelle che Germana Marucelli firma con l'artista Getulio Alviani.

 
E c'è Mila Schön, con due soli abiti della collezione 1966-'67, un anno e un'ispirazione in stato di grazia. È la presenza espositiva più contenuta eppure singolarmente rappresentativa delle ragioni del successo del gusto italiano negli Stati Uniti. Seta georgette color champagne il primo, percorso da un gioco di ricami di pietre d'oro, d'argento e cristallo che disegna un'onda lungo il corpo e apre sul fianco un finto, discretissimo, oblò. Tulle di nylon il secondo, una tunica a maniche lunghe quasi monacale, mossa da un analogo decoro a onda, acquistata da Gioia Marchi Falck. Quello di Mila è minimalismo senza privazioni, lusso senza sovrabbondanza, citazioni artistiche da intuire, suggerite piuttosto che proclamate. "The Italian Coco Chanel", scrive la giornalista del "Miami Herald", Hebe Dafney, con una definizione che probabilmente non le sarà piaciuta, tanto è distante l'ansia, e la provocazione, di liberare la donna che sta alla base della semplicità di Mademoiselle, dalla discrezione borghese che sorveglia lo stile della stilista dalmata. "Understatement colto", da agiata signora dei salotti buoni milanesi che pure sa cogliere e miracolosamente (per quanto inconsciamente) tradurre l'atmosfera del decennio, le sperimentazioni sui materiali dei Sixties, l'ansia di spostare avanti il confine della conoscenza, la ricerca e la Luna a portata di mano, l'ebollizione dei movimenti artistici, il rock e lo street-style. Mila, educata come cliente al gusto degli atelier francesi di Balenciaga e Dior, sa lasciarsi alle spalle le ampollosità, le ridondanze, le scomodità che hanno cominciato a soffocare la ricca acquirente americana, e le propone di essere elegante con una sorta di sottile asciuttezza, elegante per sottrazione.

 

10 dicembre 1996, Metropolitan Museum di New York



"Mila e la notte" a Trieste (foto Francesco Bruni)

Apre la mostra "Cubism and Fashion", creatura, forse non tra le più riuscite, dell'allora curatore dell'Istituto del Costume del Met, Richard Martin. Arte e moda, rapporto affascinante e in parte ancora inesplorato, che Martin indaga cercando relazioni, soprattutto "costruendole", tra la cultura cubista che permea i primi due decenni del secolo scorso e le innovazioni nell'abbigliamento femminile, finalmente libero dalla "tridimensionalità", dalla "volumizzazione", dall'effetto albero di natale, esemplificati in mostra da un breve assaggio degli abiti di Charles Frederick Worth. Dal cubismo, la moda assorbe un nuovo modo di vedere, rovescia la concezione del vestito, non più ornamento statico che prescinde dal corpo, ma involucro in movimento e che del corpo segue i movimenti, scomponendosi in pannelli, inserti, tagli. Braque, Picasso, Léger, Juan Gris, Marcel Duchamp, Robert Delaunay dialogano con gli abiti di Poiret, di Patou, delle sorelle Callot, di Chanel, con gli origami di seta di Madeleine Vionnet, tutti esempi, al limite della "temerarietà", della semplificazione dell'abito, delle sue nuove geometrie. Dalle nature morte sfaccettate, dagli incastri di forme, dalle sedie sghembe, dai collage, gli stilisti mutuano tagli e colori di rottura rispetto al passato, ocre terrose, rossi liquorosi, raffinati dialoghi di ori e neri, avio e creme, grigi e pesca. Un'estetica che ispira anche la decostruzione dei contemporanei, cui è dedicata l'ultima parte del percorso, e dove, ancora una volta, Mila Schön entra in mostra con una presenza minimale e intrigante. È un completo di lana della collezione 1968, donato al museo da Bernice Richard e parte della collezione permanente del Met. Abito girocollo, senza maniche, e cappottino sopra il ginocchio, in tre gradazioni di verde che s'intersecano in un gioco di quadrati, rettangoli, rombi, puntualizzato dalla chiusura a tre bottoni. I critici americani rimproverano Martin: la corrispondenza tra l'arte cubista e la sua traduzione nella moda è spesso sottotraccia. Eppure l'outfit di Mila, si intreccia con disinvoltura al filo conduttore e si presta, dal punto di vista cromatico, a diverse collocazioni lungo il percorso. Il colore, appunto. Questa palette di verdi brillanti è il primo indizio che conduce, per sensazioni, dall'ensemble sartoriale, dal due pezzi bon-ton, dal lieve divertissement di composizione-scomposizione, ai capolavori sulla tela, "La parisienne" di Delaunay, "Woman with a fan" di Picasso, secondo le più immediate associazioni visive, e poi, procedendo per astrazioni, quasi per salti, a "Queen Isabelle" di Picasso o "Still life with bottle and fruit" di Juan Gris. E se il rapporto tra il cubismo e l'ispirazione della stilista sembra labile, la scelta dell'abito di Mila si giustifica perfettamente considerando la sua educazione "al guardare", l'abitudine a trasferire liberamente nelle collezioni i segnali di altre esperienze artistiche centrate sui rapporti con lo spazio, le geometrie, le vibrazioni ottiche, come quelle di Fontana, di Vasarely, di Noland, i "mobiles" di Calder.

13 settembre, 2005. Metropolitan museum di New York

 
Una ventata di energia spazza le asfittiche sale dell'Istituto del Costume, che si aprono per la prima volta non a una vera e propria "mostra" di vestiti a tema, o a un couturier storico, ma a una parte dello sterminato guardaroba di Iris Apfel, 88 anni, icona della moda internazionale e antesignana degli assemblaggi arditi tra griffe e mercatini delle pulci. È un evento destabilizzante, voluto dal successore di Martin, Harold Koda. Irriverente Iris, rara avis, "rare bird of fashion", come titola l'allestimento, omaggio alla newyorkese del Queens di origine russa che fondò, col marito Carl, una delle compagnie tessili e d'arredamento più importanti al mondo, Old World Weavers, ma soprattutto prima donna a sdoganare il "fusion" nella moda in anni in cui abbinare Chanel a qualcosa che non fosse Chanel equivaleva a un'eresia. Dior disegnato da Ferrè o da John Galliano, Oscar de La Renta, James Galanos, Ungaro, Lanvin, Nina Ricci, Jean-Paul Gaultier, pezzi di haute couture o di pret-a-porter che perdono ogni "tracciabilità" negli abbinamenti spiazzanti, con borse e copricapi nuziali cinesi, gioielli in argento e turchese degli indiani d'America, coperte tibetane trasformate in ponchi, cinture africane, borse a forma di animale recuperate in qualche bancarella.


«I'm not a lady who lunches» è la citazione che apre una delle sezioni più raffinate, una sequenza di bianchi e neri da giorno, dove i manichini, che di Iris replicano l'accessorio inconfondibile, gli enormi occhiali tondi, mimano possibili situazioni e occasioni in cui abiti e monili sono stati indossati. È qui che troviamo un completo vintage di Mila Schön, fatto risalire in catalogo al 1967 circa, ma probabilmente della collezione 1969, anno delle intersezioni tra pelliccia e pelle. Insolita dark lady, quella firmata da Mila: stampa a coccodrillo per la pelle della gonna al ginocchio e del gilet, quest'ultimo bordato di visone. Il manichino è seduto su una sedia e appoggia le braccia allo schienale di un'altra, i piedi calzati in mocassini di camoscio color mostarda, ai polsi braccialetti di legno nero. Potrebbe essere una pausa di lavoro o un cocktail con le amiche, l'insieme, semplice e sartoriale, tra i più "datati" della mostra, è sobrio e modernissimo, sottilmente malizioso. Pelliccia e pelle, due trasgressioni che quasi si elidono, il lusso e il gioco dell'abbigliamento che viene dalla strada.


L'abito di Mila che fa parte della collezione di Iris Apfel, fotografato da Eric Boman ed esposto nel 2005 al Met di New York nella mostra "Iris Apfel, rare bird of fashion"

Conferma Iris Apfel, che in questi giorni è impegnata nell'ennesima "gemmazione" di "Rare bird of fashion", al Peabody Essex Museum di Salem, in Massachussets. I due pezzi di Mila, acquistati nella boutique in via Montenapoleone, li ha portati per anni e li porta ancora, e così le decine di altri capi della stilista che possiede, soprattutto abiti corti, giacche, pantaloni di lino e di lana, e il suo preferito, una mise da sera con decori infinitesimali di pietre e paillettes.
Mila Schön era tutto quello che il completo scelto per la mostra sintetizza: qualità dei materiali, tecnica di lavorazione, senso del taglio "architettonico" dell'abito. Non vintage, mi corregge, "timeless". 

twitter@boria_a



La stilista dalmata Mila Schön

martedì 15 dicembre 2009

MODA & MODI: se il bra non è più "wonder"

"The strange case of the disappearing bosom", lo strano caso del seno scomparso, commenta il paludatissimo Financial Times, riflettendo su come la più prevedibile e sfruttata area sessual-glamour si sia volatilizzata dalle passerelle. La geografia delle zone erogene è cambiata e la silhouette disegnata dagli stilisti ha assunto contorni severi, modesti, quasi penitenziali. Se la moda non rinuncia a profonde scollature a V, fa di tutto perchè l'occhio non ci cada dentro, velandole con una banda di pizzo nero o con triangoli di stoffa che interrompono la profondità del décolleté. Il lato B ha già ceduto, metaforicamente parlando, mandando in archivio pantaloni e guaine incollate al sedere e costringendo JLo e compagne al brivido di come guadagnarsi da vivere senza muovere il sedere. Ora tocca al seno, rimodellato, alleggerito, ingentilito da linee più caste, che preferiscono sfumare e accarezzare, piuttosto che accentuare. Gli ortodossi  delle proporzioni hanno una spiegazione geometrica: se le spalle si squadrano, seguendo l'ispirazione degli anni Quaranta o degli anni Ottanta, è inevitabile che il busto non possa spingersi troppo in fuori, per evitare un eccesso di protuberanze.
La lingerie si adegua e rinuncia ai rinforzi. A cominciare dagli odiosi pesciolini, appendice sfuggente per antonomasia. E scompaiono dalle nuove linee anche i ferretti o le stecche per sottolineare e sostenere i bordi e le imbottiture che irrigidiscono le coppe fino a trasformare il seno in un oggetto guerresco. Grazia, è l'ingrediente per definire la svolta. Già si vede negli slip, più larghi e più lunghi, mutande spartane o impalpabili e raffinate culotte, comunque prive di qualsiasi cucitura rivelatrice. I reggiseni puntano su modelli soffici e scelgono materiali preziosi, con tecniche di lavorazione a supplire sostegni posticci. Basta push up, wonder bra e altre meraviglie un po' sospette, ritornano i triangoli ma costruiti in modo tale da contenere seni irrobustiti da dieta e attività sportive, ormai non più corrispondenti alle taglie tradizionali e codificate.
È un pregiudizio che busti impegnativi cedano se non supportati da imbottiture e metallo, basta dare un'occhiata alle griffe francesi che propongono modelli glamour fino all'estremità della scala delle coppe. Un balconcino con bretelle larghe sorregge con levità, mentre i nuovi pizzi stretch rendono eleganti e non volgari anche i modelli pieni, tradizionalmente "contenitivi". E più l'esterno è monacale, più l'intimo si arricchisce di seta e tulle, chiffon e satin, nastri e inserti, in sfumature vintage e un po' demodé, carne, cipria, perla, torrone. "Future retro", si definisce la tendenza, fibre naturali e tecnologia per dare, insieme, tensione e sensualità. Parole d'ordine: naturalezza e morbidezza. Che fortuna poterle recuperare solo cambiando il reggiseno.
@boria_a
Amourette Sweet bra della Triumph

martedì 17 novembre 2009

MODA & MODI


Read my pins, e ti dirò chi sono


Madeleine Albright con Arafat


Demodè? Impegnativa? Muffosa? Per cappottini e twin-set di casalinghe scipite? Se guardando una spilla vi vengono in mente solo questi aggettivi e possibili collocazioni, avete perso decisamente l'ultimo trend. Stravaganti, preziose o finte, colorate, enormi e importanti, le spille sono più che mai in auge. Se un tempo comparivano solo su colli e maglioncini dai colori indecisi, così da ravvivarli appena quel tanto che bastava per non mettere la signora sopra le righe, oggi si portano sui cappelli, sulle cinture, appese alle collane, tra i capelli, per trasformare la silhoutte di un vestito o di una gonna, per far combaciare bordi e rendere più sensuali le scollature.

Quanto al loro rapporto con donne di potere, date un'occhiata al libro "Read my pins: stories from a diplomat's jewel box" (leggi le mie spille: storie dal portagioie di un diplomatico, HarperCollins), sulla stupenda collezione di Madeleine Albright, oggi esposta al Museum of arts and design di New York, duecento pezzi che la corpulenta democratica descrive come altrettante tappe della sua carriera.

Quando, per esempio, ebbe sentore che il presidente Clinton intendeva nominarla segretario di Stato, giurò a se stessa che se fosse accaduto si sarebbe regalata una portentosa aquila d'oro con le ali tempestate di diamanti, che puntualmente comparve in alto sulla sua giacca quando, nel gennaio 1997, divenne non solo la prima donna a ottenere questo incarico, ma la più potente dell'amministrazione Usa e l'unica a sedere nel Consiglio di sicurezza. Capitò pure che la chiusura si sganciasse e l'aquila rimanesse a penzolare maliziosamente sul busto della signora, come se fosse pronta a spiccare il volo da una portaerei...


Da allora, Madeleine ha giocato con le spille, parole sue, non solo per civettare con eleganza in un mondo maschile, ma utilizzandole come "indicatori" del suo umore e delle sue intenzioni, come messaggi agli interlocutori nei consessi internazionali. Read my pins, appunto. Così, dopo che la stampa irachena l'aveva definita un "serpente senza eguali" per le sue critiche a Saddam Hussein, non esitò a presentarsi davanti agli ufficiali iracheni con un rettile d'oro brunito sulla spalla. «Non avrei mai immaginato - confessò in seguito - il potere che avrebbe avuto».


Recuperata dagli anni '80, dove era l'accessorio migliore per enfatizzare spalle quadrate e capispalla dai tagli scolpiti, la spilla assume ora posizioni poco ortodosse (già Jackie ne portava di rosso fuoco agganciate alla cintura o alla collana di perle, Michelle invece preferisce grandi fiori, anche di plastica, all'incrocio della scollatura a V), ma soprattutto cambia identità. Non ha paura di essere sproporzionata, colorata, allusiva, di mischiare pietre preziose e povere, di sfiorare il kitsch. E, soprattutto, di parlare in codice. Quelle americane degli anni '40 e '50 spopolano sul web e raggiungono quotazioni da gioielleria: vasi di fiori, cornucopie, ghepardi, libellule, corone bastano a trasformare un vestito da giorno in una mise da sera e a dire mi sento aggressiva, leggera, vincitrice... Sarah Jessica Parker, una fan delle spille, è stata avvistata di recente con uno splendido gioiello di Verdura in platino e diamanti. Un bersaglio con tante piccole frecce che trafiggono il centro. Più chiaro di così...
@boria_a



Michelle Obama con un vistoso fiore verde


martedì 3 novembre 2009

MODA & MODI: L'uomo rimette la giacca, anche "brezneviana"

Torna il maschio con la giacca, il maschio "maschile", con buona pace della tautologia. Il clima di riflessione bandisce le bizzarrie dalla passerella, i giovanotti con i bermuda in pieno inverno, i kilt sopra le ghette, i completini strizzati da efebo metropolitano. L'uomo si è stancato di giocare a interpretare ruoli stravaganti e riapre il guardaroba alla moda classica, elegante, più in sintonia con il momento di riflessione, poco incline a stramberie e svenevolezze. Di questi tempi, un'immagine che lancia anche un rassicurante messaggio psicologico all'universo femminile, spiazzato da impreviste concorrenze del terzo sesso: sono un uomo e mi vesto con i miei capi, non "rubo" nulla al guardaroba femminile, non mi trastullo con l'identità, anzi, vado controcorrente e la riaffermo. Può essere ingannevole apparenza, come le cronache di giornata dimostrano, ma è un confortante placebo.
Ricompaiono addirittura il Borsalino sul cappotto sopra al ginocchio in principe di Galles, la dolcevita vagamente esistenzialista, i pantaloni asciutti e dritti senza le pences, la giacca a due bottoni o doppiopetto, con qualche timida concessione ai colori chiari e alla frivolezza della borsa-tasca sulla spalla, antico retaggio del borsello anni Settanta. È questo il "mood" che ispira la moda maschile, proponendo Steve McQueen ed Helmut Berger (appunto: perchè non entrano in gioco le preferenze sessuali, ma l'eleganza di "genere") come modello cui ispirarsi, con i maglioni collo alto scuri su pantaloni in tinta, i gilet ben tagliati, i cardigan che spesso sono più eleganti delle giacche. E ancora classici pied de poule e spinati polverosi, le camicie-polo, i blazer dai bottoni d'oro e la sahariana, i giacconi blu marinaro e il loden senza tempo, il tutto reso più "morbido", meno ingessante, più in sintonia con l'esigenza di star bene, ed essere piacevoli da guardare, per tutto l'arco della giornata.
Giacca, dunque, ma attenzione ai recuperi azzardati. Funziona come per gli abiti da sera delle signore, che capita di veder ciclicamente tirati fuori dalla naftalina nella convinzione che siano graziati dal passare degli anni. Alle "prime" che richiedono toilette da sera, si incrociano spesso modelli che sembrano rispolverati da una puntata sul ponte di "Love Boat".
Per molti uomini, la giacca o il completo assumono lo stesso valore di capi-rifugio, confinati in una dimensione "atemporale", con cui attraversare impunemente anni, stagioni, occasioni come se fossero esenti dal mutare della moda, dal cambio dei tagli, dei materiali, dei colori, delle consistenze. Guardate, tanto per citare una categoria sotto i riflettori, i politici che vi circondano. In particolare, in alcune circostanze, quando celebrano matrimoni, depongono corone, tagliano nastri, o partecipano a un qualche appuntamento che, secondo il loro metro, riveste i contorni della "solennità". Sfoggiano, e in modo del tutto bipartisan, straordinarie campionature di giacche brezneviane, che del piombo hanno tinta e soprattutto morbidezza. E che andrebbero riposte, senza rimpianti, negli armadi della guerra fredda.
@boria_a
Breznev e Nixon nel 1972


martedì 20 ottobre 2009

MODA & MODI: di quelle quattro ragazzacce restano solo le scarpe

Di quelle trasgressive, feticiste, voyeuriste ragazzacce di Manhattan sono rimaste solo le scarpe. Anzi, i tacchi. E che tacchi: i booties con le borchie firmati da Brian Atwood Loca veleggiano oltre gli ottocento dollari, le décolleté di pizzo dell'immancabile Christian Louboutin oltre i millesettecento. Eccole, Carrie e Miranda, arrampicate in cima ai lorostiletto filiformi, sul set blindato di "Sex and The City 2", il sequel del sequel che uscirà il prossimo maggio e che, stando alle prime, pilotatissime indiscrezioni, trasformerà la più acuta e spregiudicata serie tv degli ultimi anni nel prevedibile polpettone buonista, con le quattro diventate proprio come noi, all'epoca, tra il '98 e il 2004 tra i trentacinque e i quaranta, oggi mogli e mamme alle prese con marmocchi, recessione e tran tran domestico.
Per le cultrici maniacali delle sei stagioni, quelle che sanno persino che una collana di Samantha era stata riciclata in una serie successiva e messa addosso a Enid, l'editor di Vogue che tiranneggia Carrie, già il primo film era stata una coltellata. Assurdamente ineleganti, tutte urletti e moine fasulle, sgargianti, congelate in una Manhattan da turisti (che tristezza quando Carrie va a vedere l'appartamento in Park Avenue e che nostalgia per lo "studio" monovano in quella chicca di Perry street...), le quattro amiche sembravano sprofondare a ogni colpo di tacco in una delle nostre soap nostrane, tutte famiglia, pentimento, perdono, buoni sentimenti, tradimenti che finiscono bene e chiacchiere insipienti infarcite di moralismi.
Finite le confidenze esplicite tra donne, l'allegra, rigenerante scostumatezza di linguaggio, il sesso adrenalinico, la spietata dissezione delle inadeguatezze maschili, a letto e fuori. Al loro posto un fumettone di colpa e perdono, con il fedifrago perdonato, l'eterno inseguito che capitola, la gravidanza tanto attesa che arriva, sullo sfondo di una New York immobile e botulinizzata (come loro, purtroppo).
Restano le scarpe, le Manolo e dintorni, sempre eccessive, eccentriche, esagerate, quelle che nel film n. 1 Carrie torna a recuperare nell'appartamento di lusso, ritrovando così Mr. Big e la strada dell'amore ("l'unica griffe che non passa mai": purtroppo lo dice proprio lei). Scarpe masochiste, peccaminose, come quelle che ci metteremo quest'inverno, chiuse alla caviglia da fibbie e lacci fetish, con zeppe da geisha, tacchi scultura, plateau a isola, per renderci ancora più minacciosamente traballanti, più incombenti, più liberamente peccaminose. Scarpe da capogiro, vertiginose in altezza e prezzi, che le quattro amiche indosseranno anche nel film n. 2, nonostante lo scenario sia la crisi economica che s'inghiotte pure uno squalo come Big. Deliziosa incongruenza che perdoneremmo volentieri, se con gli stiletto le quattro ragazzacce tornassero a cavalcare la Città e a disturbare gli uomini. Ma nel film, a dispetto delle scarpe, non accadrà più.
@boria_a
Sex and The City 2