lunedì 21 giugno 2010

IL LIBRO
Carola Barbero: Sex & The City si prende con filosofia

Che cosa c'entra la filosofia con "Sex and the City"? La nobile disciplina che s'interroga sul senso dell'esistenza umana, con le quattro amiche newyorkesi, sempre alla ricerca di Mr. Right? Già pare di vedere le facce dei puristi: Platone e Aristotele fatti a pezzi a colpi di Jimmy Choo. Eppure sono proprio loro, i maestri greci, a metterci sulla strada giusta. Dice Aristotele: «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia». E Platone: «È veramente propria del filosofo questa situazione, il provar meraviglia, nè altra che questa è l'origine della filosofia». Ancora niente? Pensate a Carrie, nella celebre sigla della serie, mentre passeggia per Manhattan e la ruota di un autobus, finita in una pozzanghera, la schizza di brutto. La macchina da presa stacca e inquadra la scritta sulla fiancata dell'autobus, "Carrie Bradshaw knows good sex", che pubblicizza la rubrica firmata dalla protagonista sul "New York Star", intitolata appunto "Sex and the City" . "Oooh", fa lei, colta di sorpresa.
Ma anche noi siamo stupiti: scopriamo che la protagonista indossa un tutù, gonna non esattamente ortodossa per affrontare il traffico e l'inquinamento della città, e scopriamo che la sua faccia campeggia su un mezzo pubblico, che è un personaggio famoso. Ecco, dunque, il primo contatto tra sacro e profano. La meraviglia: elemento di partenza di qualsiasi approccio filosofico, requisito indispensabile per avviare una qualunque ricerca, uno dei pochi punti che metteva d'accordo anche Platone e Aristotele. Siamo stupiti da ciò che non capiamo, che ci coglie di sorpresa, che non avevamo previsto, e quindi ne cerchiamo la causa, a volte risaliamo all'origine. E proviamo meraviglia anche quando non ci accontentiamo di assistere al flusso delle cose, ma vogliamo comprenderne le ragioni e darci delle risposte. Insomma: con la meraviglia comincia la filosofia. E con la meraviglia comincia pure "Sex and the City".
Carrie sulla pubblicità degli autobus
Abbinamento demenziale? Carola Barbero, ricercatrice all'Università di Torino, non la pensa così e a convincerci che la filosofia può aiutare a vederci più chiaro in sesso, amore, erotismo (e anche autoerotismo) dedica un delizioso volumetto "Sex and City e la filosofia" (il melangolo, pagg. 145, euro 12,00). Perchè, come spiega Bertrand Russell, pensatore e matematico del XX secolo, la filosofia non è faccenda solo per individui colti e riservata ad argomenti alti ed astratti, ma è importante per tutti, nella vita di tutti i giorni.
Le rubriche di Carrie cominciano sempre con una domanda, una quaestio, scolasticamente parlando, e raccontano come lei stessa e le sue amiche - l'eterna innamorata dell'amore Charlotte, l'erotomane Samantha, la cinica e disincantata Miranda - provano a darsi una risposta, confrontandosi, confidandosi, parlando.
"Gli uomini sono tutti strani?", "Single è bello?", "Sesso: desiderio o necessità?" Il procedere per domande e risposte, che attraversa tutti gli episodi della serie, è un esercizio squisitamente filosofico. Socrate, nei dialoghi di Platone, insegna come per risolvere le questioni poco chiare non serve a nulla imporre agli altri la propria opinione, mentre attraverso il dialogo, spronando gli interlocutori con domande non retoriche, li si porterà ad acquisire gli strumenti per giungere alla risposta. Le nostre quattro eroine la cercano in tacchi a spillo e abiti firmati, continuando a interrogare e interrogarsi mentre piroettano da un party e da un partner all'altro di Manhattan. Carola Barbero lo fa armata di logica, analisi e molta ironia, accompagnando idealmente le "ragazze" a distinguere tra apparenza e realtà e a smascherare, lungo il percorso, i buoni dai cattivi ragionamenti sull'amore e molto altro. Non è filosofia, questa? Prendiamo una delle domande con cui Carrie apre la sua rubrica: "Le donne possono fare sesso come gli uomini?", ovvero, chiarisce lei stessa a Mr. Big nel loro primo incontro, gli uomini che "fanno sesso e poi non provano nulla". Se applichiamo il ragionamento sillogistico per cui la conclusione discende dalle premesse, dovremmo dire che, se tutti gli uomini fanno sesso senza sentimenti e Mr. Big è un uomo, anche lui fa sesso senza sentimenti. Ma quando Carrie glielo domanda direttamente, l'interessato risponde «No, proprio per niente» e noi diamo per scontato che sia sincero (filosofia a parte, possiamo non credere a Mr. Big?). Insomma, perchè questo ragionamento porta la protagonista sulla strada sbagliata e la fa soffrire per novantaquattro episodi, sei serie e molti uomini transitori? Perchè, spiega Barbero, la premessa è falsa, quindi anche se tutto fila da un punto di vista logico, la lascia con l'amaro in bocca perchè non ha imparato niente sugli uomini e su Mr. Big in particolare.
Carrie e Mr. Big nel giorno del matrimonio mancato
Certo, non tutte le premesse da cui prendono le mosse le rubriche di Carrie sono sbagliate, ma è proprio lo scarto tra il ragionamento ferreo, la logica inoppugnabile, e l'imprevedibilità delle cose, che ha tenuto incollati al video milioni di spettatori. Sarà vero, come ha dichiarato lo scrittore Antonio Scurati in un'intervista televisiva, che «"Sex and the City" è la bibbia del nichilismo contemporaneo»? Cioè che, per donne libere e liberate, tra un paio di "Manolo" e un uomo non c'è più o meno nessuna differenza? O sarà vero il contrario, cioè che se quattro amiche, realizzate, in carriera, piene di diritti e possibilità, se ne vanno per sei serie e novantaquattro episodi nient'altro che alla ricerca del principe azzurro e dell'amore eterno, anche il femminismo, come Platone e Aristotele, è stato fatto a pezzi dagli
stiletto? È proprio questa l'accusa che muove Miranda a Charlotte, quando quest'ultima, brillante gallerista, decide di mollare il lavoro per restare a casa, fare la moglie e possibilmente la mamma. Ma Charlotte, la Biancaneve di Park Avenue, le risponde invece come una perfetta femminista di terza generazione: le battaglie delle donne ci hanno dato la possibilità di scegliere, e non ci sono scelte sbagliate o giuste in senso assoluto. Come, in senso assoluto, non è un valore il matrimonio, nè un disvalore la relazione occasionale o la scelta della carriera.
Scegliendo, però, si sbaglia. Ecco perchè si è sole, indecise, a volte tristi. E si fa paura agli uomini come Scurati. "Sex, sadness and the City".
Il femminismo ha vinto, meglio brindarci sopra con un Cosmopolitan.
@boria_A
Un brindisi col "Cosmo"

martedì 15 giugno 2010

MODA & MODI: lui alla prova del costume

Se fossimo in una puntata di "Sex & The City" Carrie comincerebbe la sua rubrica con una domanda del tipo: "Esiste per gli uomini la prova costume?". Risfogliamo freneticamente le pagine delle riviste femminili e dei magazine degli ultimi due mesi: diete, disintossicazioni, ringiovanimenti della pelle, beveraggi per essere toniche, fresche, energetiche, per sprizzare benessere (e, messaggio sottinteso, per essere guardabili) sulla spiaggia. Tutto tristemente di genere, un bignami di consigli pre-estivi dedicati esclusivamente a lei per affrontare con maggiore serenità il giudizio dello specchio e gli occhi altrui. La prova mutanda, per lui, semplicemente non esiste. Neppure una mezza paginetta o un servizio tv per consigliare anche agli uomini di guardarsi per bene e poi decidere magari di allungare, coprire, allargare. Un momento di assoluta onestà con se stessi altamente indicato dal costume più di moda: i famigerati slip, insidiosa riscoperta dell'estate 2010. Qualcuno, per la verità, non li ha mai abbandonati, soprattutto le
generazioni dagli "anta" in su, stessa spiaggia stesso mare e pure stesso stabilimento cittadino, che stagione dopo stagione si ripropongono con le mutandine scolorite, un po' cadenti, non contenitive, incuranti del tempo che passa, per la lycra e per i loro glutei. La prova costume, se anche al maschile fosse un argomento di diffuso intrattenimento vacanziero e una pratica consueta, sanzionerebbe senza pietà gli slip quando la pancia avanza, quando il sedere frana, quando le cosce non sono più nervose. Ma la balnearità, come la palestra, per gli uomini continua a essere un porto franco del gusto, una specie di zona grigia dove regnano regole mobili e una buona dose di autoindulgenza, non importa se gli indumenti sono provati dai lavaggi e dalla salsedine, se ti trasformano in un würstel poco appetitoso, se sono stati acquistati tre taglie prima. Soprattutto, se il fisico e l'età suggeriscono misure, dimensioni, colori più clementi. Slip, dunque, come i triangolini del reggiseno: solo per adolescenti privi di rotoli e maniglie. Quasi quasi sarebbe meglio relegarli alla prima infanzia, con la paperella sorridente disegnata sul sedere. E altrettanto vale per quei boxer che scivolano sulla passerella incollati a esemplari maschili da manuale e che poi, trasportati sull'uomo comune, seppure mediamente curato, pendono, si afflosciano o assumono singolari protuberanze dove non dovrebbero. C'è poi, dalle parti dell'adolescenza, chi ama affrontare la spiaggia vestito e si cala in bermuda tubolari che arrivano fino a metà polpaccio, superaccessoriati di tasche e lacci e invariabilmente abbinati a scarpe da ginnastica con carroarmato, così da trasformare qualsiasi minima attività in un'esperienza da camera a gas, per sè e i vicini.
In fondo, è saggio mantenere qualche piccolo freno inibitorio. Perchè un colletto bianco, nella vita quotidiana impeccabilmente coperto, riscopre molto lontano da casa i fantozziani slip ascellari? Basta un paio di semplici calzoncini, di media lunghezza, nei tessuti tecnici che si asciugano in un battibaleno, per salvarsi dal ridicolo a ogni età. E da quei commenti ai quali le signore, come alla prova costume, sono ahimé abituate.
@boria_a

martedì 1 giugno 2010

MODA & MODI: vestiti per la spiaggia

La discesa alla spiaggia evoca in voi l'immagine di semplici abitucci di garza e ciabattanti flip flop di cui liberarsi con un gesto solo? Allora non potete barare: avete superato da un bel po' la generazione degli "enta". Dei vestiti a fiori, degli zoccoli, dei tessuti naturali e del mare come suprema, anelata, irrinunciabile stagione di libertà e liberazione. Adesso, al mare, si va vestiti. Anzi, bardati e dalla testa ai piedi. Dal copricapo raffinato al tacco importante, dall'accessorio alla giacca, gli stilisti ci propongono da qualche anno la "beach couture", un look da mare che di marino non ha quasi più niente. Così per solleticarci a spendere qualche euro bello intero prima dei sempre più anticipati saldi, prendono a prestito pezzi del guardaroba evergreen e ci costruiscono intorno il cosiddetto "all round": "booties" a rete (sempre loro, gli orridi, riciclati tronchetti che ci perseguitano da quest'inverno, "rinfrescati" dal buco in punta...), stivali di corda, calzari da schiava, cappelloni da diva anni '50, occhiali giganteschi, orecchini pendenti e una sfilza di braccialetti a prova di qualsiasi tentativo di abbronzatura, per finire addirittura con un trench impermeabile, sia mai che sotto l'ombrellone ci colga un improvviso rovescio di pioggia.
Insomma, il bikini è solo l'inizio. Anche perchè è ridotto a tre triangolini dai colori aggressivi, già sconsigliabili a chi ha oltrepassato la soglia dell'adolescenza. O l'intero, che l'estate 2010 preferisce senza bretelle, in modelli fascianti da suggerire caldamente solo a seni, naturali o additivati, a prova di forza di gravità. Strapless, dunque, e nero, con decori, pietre, catenelle e soprattutto borchie, perchè sulla sabbia la prima preoccupazione pare debba essere il glamour, altro che il relax. Non mancano, come sempre, i "cut-out", ovvero quei pezzetti di lycra indecisi se essere un due pezzi o un integrale, aperti all'altezza dell'ombelico, tagliati sui fianchi, ridotti a slip e reggiseno congiunti da una strisciolina che divide in due la pancia, costumi da sfizio, da cocktail, soprattutto da sostituire rapidamente per evitare l'effetto pelle pezzata. Le infradito? Scordatevele. Anzi, mischiando gli estremi, le ciabatte che i presidi in questi giorni bandiscono dalle scuole, si portano con l'abito da sera, come hanno fatto molte attrici anche sugli ultimi "red carpet". Con il costume più di tendenza ci vuole invece il tacco, e che tacco, almeno un dieci centimetri da piantare sulla sabbia e su cui esercitarsi a caracollare con eleganza quel tanto necessario per raggiungere la sdraio. Il sandalo, consoliamoci, slancia molto. Slancia molto meno, purtroppo, il tronchetto, che qualche stilista ha abbinato pure al calzettone nero fino al ginocchio, un po' sadomaso, in particolare per le dirette interessate. Completate il tutto con un cappello esagerato, una borsetta capiente solo per la pelle di daino dei vostri mega-occhiali e un blazer da sera, in modo da saltare dalla spiaggia all'happy hour aggiungendo solo qualche trasparenza qua e là. Come le quattro di Sex & The City 2 nel deserto, addobbate da alberi di Natale: più che chic, shock. E pure un filo ridicolo. (con una precisazione: al mare mai così, mentre a vedere il film noi fedelissime non rinunciamo comunque, pur sapendo che saranno 145 minuti di devastante delusione...).
@boria_a
Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte in "Sex&TheCity 2"

 IL LIBRO
 

Luca Scarlini, la passerella dei Papi

Il diavolo forse lo fa, il papa è certo che no. Veste Cristo, non Prada. E il rosso non è una sulfurea tentazione fashion, ma il colore del martirio. Si muove addirittura l'Osservatore Romano, con una perentoria e inedita smentita modaiola, a far chiarezza sulle calzature di Benedetto XVI e sul deplorevole caso dell'erronea attribuzione. Nel giugno 2009, con un articolo vergato, e pare proprio che il diavolo ci metta la coda, dal teologo Juan Manuel de Prada, il giornale vaticano gela i "rumors" sulla griffe ai piedi di papa Ratzinger, ghiottoneria per i giornali e i blog di tutto il mondo. Un fiammeggiante paio di mocassini laureato "accessorio dell'anno" dalla rivista Esquire e firmato non da Miuccia (ben guardatasi dal fugare i dubbi, anzi), ma dalla ditta novarese di Adriano Stefanelli, solida e sconosciuta ai più, che si occupa di altre estremità preziose, come quelle di Barack Obama.
Papa Ratzinger papa glamour, a dispetto dell'apparente severità teutonica? Tutt'altro che un sacrilegio. Se non calza Prada, veste Gattinoni e si protegge dal sole, come paparazzato nella prima visita al Quirinale, con gli aggressivi e fascianti occhiali Serengeti, sponsorizzati da Val Kilmer e poi da Alain Prost.

La sua ascesa al soglio ha coinciso con uno "svecchiamento" del guardaroba e dei fornitori: eliminata la sartoria pontificia Annibale Gammarelli, che prendeva le misure a santità di ogni taglia dal 1793, l'incarico è conferito alla più moderna Euroclero della famiglia Cattaneo, con una sede strategica di fronte alla Congregazione del Sant'Uffizio, di cui il futuro pontefice è stato commissario per venticinque anni.

Sete, damaschi, ricami, collane, scarpe pregiate. Il potere della Chiesa si fonda anche su abiti e accessori, in una suggestione estetica studiata nei secoli per imprimersi nella mente sia del fedele che del distratto. Almuzia, amitto, cappa, casula, cocolla, falda, pianeta, rocchetto, tunicella, velo, zucchetto: chi, oltre al clero, riesce a riempiere un intero dizionario con le vesti che scandiscono riti e quotidianità, occasioni benefiche o mondane?


 
Papa Ratzinger con le scarpe di Stefanelli nel viaggio in Usa (Adnkronos)
Entrare nel guardaroba dei papi è un viaggio affascinante, che racconta i fasti dell'eleganza vaticana insieme ai vezzi e alle debolezze dei successori di Pietro, rispettosi di un codice vestimentario scolpito nei secoli ma altrettanto attenti a giocare coi dettagli.

 Quando si tratta di abbigliamento, non c'è ecumenismo che tenga. Sono "Sacre sfilate", come s'intitola l'intrigante saggio del giornalista e drammaturgo Luca Scarlini (Guanda, pagg. 178, euro 12,00), un posto in prima fila davanti alla passerella rutilante che va da Pio IX, il nobile scapigliato Mastai Ferretti, a Benedetto XVI, entrambi amanti del bianco ton sur ton: l'uno in posa fintamente bonaria, per le prime foto, al Concilio  Vaticano I (dove si discusse, peraltro, dell'infallibilità del pontefice e la principessa Sissi fu liberata dall'assalto della folla come una rockstar), l'altro nell'amata Val d'Aosta in berretto da baseball e giacca a vento abbagliante, unico capo in continuità con Wojtyla, papa globetrotter e superstar.

L'armadio un po' come il buco della serratura. Chissà le facce dei domestici alla vista di Leone XIII, papa Pecci, nobile di campagna, che in gioventù amava cacciare gli uccelli al roccolo e, più tardi in Vaticano, comparire a ore improbabili con il suo completo da notte, calze, mutande e camicia di finissima flanella bianca, in perfetta uniformità di tinta. È stato il papa finora più longevo e uno dei più prolifici in fatto di encicliche (ben 86, tra cui la Rerum Novarum), oltre ad affrontare crisi internazionali impegnative come la guerra di Cuba, che lo vedevano assumere atteggiamenti marziali ispirati al padre militare. Gli piacevano le interviste e sapeva bene che il pontefice doveva sempre proiettare un'immagine di sè al meglio della forza fisica. Per questo, canuto ma con vista ancora acuta, non appena incrociava un estraneo si affrettava a liberarsi del bastone dal pomo d'oro e a riguadagnare la posizione eretta. La sua fu la prima voce papale registrata su disco: ci pensò la "His Master's Voice" che nel 1903, anno della morte, si recò a Roma per catturare una benedizione del santo padre e i vocalizzi di Alessandro Moreschi, l'ultimo dei castrati.


Ritorno al nero e alla tradizione col proletario Pio X, al quale la mamma sarta aveva inculcato la precisione negli abiti (e lui non si separò mai dal modesto orologio di nickel su cui aveva visto scorrere gli ultimi istanti della sua vita...), mentre il bianco "politico" e "pacifista", senza orpelli, caratterizza il successore Benedetto XV, che tanto si battè, inascoltato, per la fine della prima guerra mondiale.


Curiosamente, abiti e tessuti entrano nella vita "secolare" di molti pontefici, in particolare in quella di Pio XI, papa Ratti, il cui amore per i materiali di pregio gli derivava da padre e zii, tecnici di filande e commercianti di stoffe con l'Oriente. Maniacale nella cura dell'aspetto e del dettaglio (con D'Annunzio, un modello per il giovane Duce...), non faceva concessioni all'inappuntabilità dell'abbigliamento, coadiuvato dalla fida governante Teodolinda Banfi. Ne fece le spese perfino Gandhi, il cui "dhoti", l'abito tradizionale che tesseva da solo e con cui visitò Mussolini, non venne ritenuto consono a un'udienza pontificia.

 
Pio XI, Papa Ratti, amante e attento ai tessuti di pregio
Moda e showbiz sono tra le cure principali del "pontefice della guerra", Pio XII, che fin dall'infanzia aveva indossato abiti lussuosi, come testimonia un'immagine del piccolo Pacelli a sei anni, calato in una sottana già ecclesiastica, secondo le abitudini dell'aristocrazia nera. Che scena, in Vaticano, quando con la regia di suor Pascalina, l'ingombrante e discussa sorella bavarese che curava agenda e immagine del pontefice, l'intera maison delle sorelle Fontana invase le sacre stanze. Centinaia di sarte in bianco, mannequin, vendeuse, premiere in nero con velo di pizzo, magazzinieri e ragazzi delle consegne, ascoltarono Pacelli parlare di moda e decoro, proprio mentre Ava Gardner impazzava sulle riviste con il celebre "abito cardinale" delle Fontana, per 

l'epoca piuttosto trasgressivo.
 I lussuosi abiti di Papa Pio XII
 


Con Giovanni XXIII e con Paolo VI, che nel 1966 dà il via libera al  clergyman, osteggiatissimo dai conservatori, il guardaroba vaticano entra nell'era moderna. Finito il "cesarismo" di Pio XII, tramontata la ieraticità papale, ridotta la pompa vaticana a dimensioni più umane, la chiesa interrompe il circuito di separazione e distacco con la gente. Il "papa buono", che tutti ricordano per l'immediatezza del contatto, i termini semplici, il continuo richiamo all'infanzia, è in realtà il primo pontefice totalmente televisivo, il primo a uscire da Roma dai tempi della breccia di Porta Pia e a capire la dirompenza del viaggio come veicolo comunicativo. Un acuto mediatore tra antico e moderno, che alle soirée mondane rimproverava le signore troppo scollate e intanto promuoveva quel Concilio vaticano II che rimane il più grande défilé sacro del '900, una parata di fogge e colori, dall'Oriente all'Occidente. Ricami, ori, simboli: strumento di controllo perfetto e pervasivo.

Il cerchio si chiude con Wojtyla, papa cavatore di pietra, papa sportivo, papa attore, papa letterato (nel suo "La bottega dell'orefice" la protagonista, Teresa, alterna misticismo e ricerca di calzature fashion, col tacco alto, nei vuoti negozi polacchi del socialismo reale...). Ma soprattutto papa superstar, e unico che consente un film sulla sua vita: la rappresentazione di sè è planetaria, accentuata da vesti sempre immacolate e rese ancora più abbacinanti dal nuovo strumento di incontro con le folle, la trasparente papamobile.
Per lui, le riviste americane usano il termine "fop", un dandy in cui l'eleganza diventa tratto morale. Al teatro alla Scala, nel maggio '83, abbagliante come una visione, ruba la scena a un istrione come Riccardo Muti. Nell'ultima apparizione, al funerale, evento globale per antonomasia degli ultimi decenni, il volto distrutto dalla malattia spicca sullo sfondo di una pianeta scarlatta. Il rosso del martirio che, di lì a poco, ritroviamo sulle controverse scarpe di Benedetto XVI.

twitter@boria_a

Papa Wojtyla sulla Papamobile a Cuba il 24 gennaio 1998 (foto da Termometro Politico)


martedì 25 maggio 2010

MODA & MODI: le culotte di Venus, effetto nudo
Lilì de Alvarez nella gonna pantalone disegnata per lei da Elsa Schiaparelli (ph: alvarezgomez.com)
Correva l'anno 1931 quando la star del tennis Lilì de Alvarez mandò in fibrillazione il compassato parterre di Wimbledon indossando l'antenata degli shorts, una gonna pantalone disegnata apposta per lei dalla stilista Elsa Schiaparelli. Domenica scorsa un brivido lungo ottanta minuti ha percorso il Roland Garros quando la statuaria Venus Williams, la Naomi del tennis, ha inchiodato la svizzera Patty Schnyder strizzata in una microsottoveste nera bordata di rosso, un niente di pizzo da far invidia a Dita von Teese. Regina del burlesque e regina del rovescio hanno un'altra caratteristica in comune, quel fondoschiena mozzafiato che Venus ha sigillato in culotte color nocciola, appena qualche nuance di differenza dalla sua pelle, regalando al mondo l'illusione di uno statuario, carioca, marmoreo sedere nudo.
Venus Williams, culotte da brivido


Ottant'anni dopo, l'oltraggiosa pantagonna di Lili, concepita per favorire lo scatto senza penalizzare lo stile, è diventata lingerie, con buona pace soprattutto dello stile. E non è la prima volta che Venus scandalizza gli sportivi e fa impazzire i blog con il suo guardaroba da boudoir, puntando soprattutto sulle natiche. Al torneo di Roma, la microgonna aveva scoperto mutandoni color carne, effetto biancheria intima assente, con un'illusione ottica da paralisi collettiva al Foro Italico.
«Tenute comode, trendy e sexy» ribatte lei a chi le consiglia di provare il Moulin Rouge se il Roland Garros andasse male, senza problemi a dichiarare che di solito arriva ai tornei con almeno una decina di mise diverse in valigia. Completini osé che si disegna da sola, trasformando il diploma all'istituto d'arte di Fort Lauderdale, in Florida, in un ottimo business, al quale i tornei offrono una passerella planetaria. La sua linea "EleVen", nata nel 2007, sta andando a gonfie vele e l'ultima creazione, un baby doll rosso fuoco, lanciato a Roma prima di essere eliminata, spopola in Internet.
«Eleven era il mio numero civico nel ghetto di Comtpon, a Los Angeles, dove sono cresciuta» confessa Venus e punta sui colori accesi e i prezzi popolari, accessibili all'enorme mercato afroamericano che la apprezza. Che tenerezza la gonnellona di Suzanne Lenglen, antenata del Grande Slam, o i pantaloncini vintage di Martina Navratilova. Tra un diritto e un rovescio oggi si fa defilé. La russa Maria Sharapova non vince più ma incanta con i suoi veli, la 17enne portoghese de Brito lancia urla e svela vezzosi reggiseni. A Venus rimarrà solo un sogno: «Voglio vestire Jennifer Lopez», racconta. Ma JLo ci ha già pensato da sè a firmare un po' di linee, puntando, con anche lei, sforzo di fantasia, sul sedere.
@boria_a
Maria Sharapova agli Australian Open 2010

martedì 18 maggio 2010

MODA & MODI: l'it-bag? E' un riciclo

"Must-have"? "It-item"? Parole incomprensibili per le odierne "recessioniste", le fashioniste ai tempi della crisi, con un budget ridotto all'osso e la fantasia che percorre strade impensabili per essere alla moda, o meglio, per crearsi la propria, esclusivissima, moda. "Must" e "it" li accantoniamo pure volentieri, come tutto quello che negli anni '80 si definiva "da bere". Termini antipatici già prima della neo-austerity economica, con quell'idea del pezzo "che si deve proprio avere", quindi di liste, selezione, tempi di attesa, di poco gusto e tanta fiducia nel logo salvifico a più zeri che regala una patina di sicurezza e solidità di gusto anche a chi non ne ha proprio. Non sai mai che borsa abbinare al vestito per non sbagliare? La "it-bag" risolve tutto: perfetta, costosa, impersonale, l'ultimo prodotto della
catena del lusso, quella paparazzata al braccio dell'attrice o della rockstar di punta che, guarda caso, la riceve in regalo dalle griffe solo  per attizzare il desiderio delle comuni mortali. Le "it" stagionate sono anche le più facili da trovare nei negozi di vintage di lusso: di vintage, è ovvio, non hanno nulla, sono solo vecchie di un paio d'anni. Le proprietarie se ne sono già stufate (perchè l'"it", per sua natura, è caduca) e sperano di piazzarle a metà prezzo a qualcuna cui è rimasta la voglia, per poi reinvestire in un oggetto del desiderio più nuovo e altrettanto anonimo, a dispetto della riconoscibilità del marchio. Roberta di Camerino è morta da pochi giorni e le quotazioni delle sue celebri borse d'antan, stanno già salendo. Ma fino a poco tempo fa era possibilissimo scoprire nei negozi di seconda mano splendidi fondi di armadio per poche decine di euro, alcuni firmati solo all'interno, il massimo dello chic "irrintracciabile" (in pelle bianca, pre-bagonghi, quaranta euro, a Trieste) e un unico handicap, il vago  sentore di naftalina...). Le più lungimiranti si sono accaparrate per tempo le Bottega Veneta degli anni '70, all'epoca prodotto veramente di nicchia, con la stampa a farfalla sul camoscio o l'inconfondibile intreccio color champagne. Squadrate, a tascapane, a cartella, sono molto meno fantasiose rispetto al design attuale, ma grazie alla rinascita del marchio con il direttore creativo Tomas Meier, accendono autentiche battaglie nelle aste on-line.
Il segreto? Imparare a guardare, a toccare, a riconoscere, non aver paura di mescolare epoche e stili, disorientare e calibrare, convincersi che per essere "it" non serve mostrare nulla, men che meno un logo. L'importante è l'equilibrio: niente total-look griffato e niente frenesia da robivecchi, sempre a rischio ridicolo. Risparmio e unicità: basta un po' di fiuto. Liz Goldwin, nipote dell'imperatore dei produttori di Hollywood (la G è quella della Mgm) e collezionista maniacale di vintage, con un guardaroba di migliaia di capi, confessa di comprare solo qualche pezzo di stagione e dare  la caccia a tutto il resto nei mercatini, su e-bay o alle aste ("mescolo le Sorelle Fontana, ormai introvabili, con cappotti e golf fatti a ferri di una ballerina del New York City Ballet degli anni '70. È come aggiungere strati alla mia vita..."). Lo diceva, più brutalmente, anche Samantha in "Sex and The City", riferendosi a un party dove si "rottamano" gli ex: «Lo scarto di una, può essere la felicità di un'altra...». Basta aver la pazienza di cercare, magari salta fuori anche il gioiello.
@boria_a
I pezzi di Roberta di Camerino delle signore triestine in mostra al Revoltella (foto di Massimo Silvano

martedì 4 maggio 2010

 MODA & MODI

Tacchi e cravatte verso Downing Street

Samantha versus Sarah, la corsa per conquistare il numero 10 di Downing Street è anche una questione di guardaroba, di lui, ma soprattutto di lei. Quando si tratta di lanciare messaggi politici attraverso l'abbigliamento, unico strumento istantaneo di comunicazione al di fuori del mondo tecnologico, le carte si mescolano, gli estremi si rovesciano, fino a trovare inedite alleanze trasversali basate sui codici vestimentari. Quindi non immaginatevi la possibile futura "first lady" britannica, moglie del leader conservatore David Cameron, che ha già praticamente i piedi sullo zerbino dell'abitazione più famosa di Londra, come una riedizione aggiornata  della signora Thatcher, tutta tailleur legnosi, borsette contundenti e una permanente per elmetto.


Al contrario, Samantha Cameron, mamma a settembre, indossa con disinvoltura  sulle forme arrotondate giacche e pantaloni di catene cheap come Marks and Spencer, Topshop e Jigsaw anche quando è accanto al marito in formalissimi appuntamenti elettorali. E se per lei, che di mestiere fa la direttrice creativa di Smythson, brand di cartoleria e pelletteria di lusso, e che ha pure una sorella che lavora a Vogue, accaparrarsi le borse esclusive non costituisce un problema, non lo è neppure abbinarle con scarpe da ginnastica rasoterra o con stivaletti comprati da Zara, che trasforma in oggetti da concupire come delle Jimmy Choo.


 
Samantha Cameron (@Sipa)
 

Tutto il contrario, e non è un'operazione semplice, riesce alla first lady uscente, la labour Sarah Brown, incerta nel look quanto il marito è gaffeur  negli incontri con gli elettori. La signora Brown cala la sua 46, taglia che - almeno quella - condivide con la maggior parte delle britanniche, in conservatori tailleur color ferro, gonna stretta al ginocchio, e sfoggia autentiche Jimmy Choo su calze color carne, facendole assomigliare a delle Zara.

Quanto ai rispettivi mariti, se Gordon Brown non riesce a muovere un passo senza la cravatta, David Cameron, dismesse le uniformi di Eton e Oxford, sa bene che il casual può diventare una straordinaria arma di consenso, a patto di non fare passi falsi come il vecchio leader conservatore, William Hague, cui un innocuo berretto da baseball, indossato per dare di sè un'immagine più fresca, guadagnò la definizione di "molestatore di bambini in un parco giochi". Altri tempi.


Oggi il vezzo del candidato premier di lasciare aperto l'ultimo bottone della camicia, pur gettando nella mestizia i sarti di Sawile Row, viene considerato altrettanto "simbolico" della messinpiega di cemento della Thatcher, l'ultima volta in cui i tory lasciarono un segno rilevabile nelle cronache del costume. Anche la palette delle sue cravatte, lancia messaggi subliminali. Dal rosso, al verde, al grigio quando scalpitava per la poltrona di numero uno del partito nel 2005, oggi spesso blu, come Barack.

Che importa se l'avversario Brown è stato il primo leader europeo a mettere piede alla Casa Bianca, la dimestichezza di Sam con gli abiti da grande magazzino e il blu di David puntano ad abbinare gli Obama ai Cameron e quindi a trasmettere all'elettorato uno slogan preciso: siamo freschi, spigliati. E con noi, anche in Inghilterra, è possibile cambiare.
twitter@boria_a

Sarah Brown con il marito Gordon nel 2009