martedì 8 gennaio 2013

IL LIBRO

Gianni Versace: Mutatiónx a Trieste, una prima per l'ultima passerella

Fu un omaggio postumo e anche l'ultima, spettacolare passerella di Gianni Versace. Era il 7 febbraio 1998 e al Teatro Verdi di Trieste debuttava, in prima mondiale, "Mutatiónx", il nuovo balletto di Maurice Béjart con i costumi che lo stilista calabrese aveva iniziato a disegnare prima del suo assassinio.

"Mutatiónx" di Maurice Béjart al teatro Verdi di Trieste con i costumi di Gianni Versace
Non erano trascorsi nemmeno sette mesi da quel 15 luglio 1997, quando Versace fu freddato con due colpi di pistola da Andrew Cunanan, alle 8.30 del mattino, sui gradini di Casa Casuarina, la sua villa di Miami. In quella torrida estate in Florida, i costumi per l'amico Béjart erano ancora solo dei bozzetti, ma dopo l'omicidio di Gianni i fratelli Santo e Donatella, insieme al compagno dello stilista Antonio D'Amico, e a tutto l'atelier Versace, avevano deciso di portare a compimento il lavoro iniziato, di trasformarli in abiti di scena.
Trieste fu la cornice di quel tributo alla memoria. Sul palcoscenico del Teatro Verdi, scenario del debutto internazionale del balletto e dell'unica tappa italiana, davanti a Santo arrivato per l'occasione, i danzatori si muovevano in tute di latex nero con tagli futuribili, che scoprivano pezzi di pelle e di colore, e in pepli assimmetrici dalle tinte violente. Quasi profeticamente nei confronti del destino dell'amico sarto, Béjart immagina gli ultimi momenti dell'umanità sulla Terra, quando un manipolo di sopravvissuti alle guerre e alle devastazioni ecologiche, prima di imbarcarsi su un'astronave e lasciare il pianeta, danza il commiato da quello che una volta fu un paradiso terrestre.
La sintonia tra il coreografo e lo stilista è assoluta: costumi aggressivi e tinte fosche per rappresentare l'angoscia per la distruzione dell'ambiente e il destino degli umani, poi il trionfo del colore e una sottoveste trasparente percorsa da applicazioni preziose e filiformi per la speranza che rinasce, come un fiore. «Gianni Versace - disse Béjart - ritaglia sete trasparenti, applica invisibili merletti su pieghe talmente nascoste che solo lui ed io le vedremo... ma nella costruzione artistica è proprio quello che non si vede che fa il capolavoro, è l'inutile che è indispensabile». 


 
"Mutatiónx a Trieste



Fu nella sartoria della mamma Franca, in via Domenico Muratori a Reggio Calabria, che Gianni capì, giovanissimo, quale sarebbe stata la sua strada: la moda e anche la moda pensata per il teatro. Lo racconta il giornalista Tony Di Corcia nel volume "Gianni Versace. La biografia" (pagg. 294, euro 24,00), uscito di recente per i tipi di Lindau, nel quindicesimo anniversario dell'assassinio. Un volume, con un'efficace cronologia conclusiva, che ricostruisce nel dettaglio la carriera dello stilista, soffermandosi anche su quella "parallela" di costumista.
I due ambiti e ambienti si incrociarono, si influenzarono, si scambiarono spunti e idee. Come testimoniò Franco Maria Ricci, l'editore del raffinato "Versace teatro", stampato nel 1987 in edizione limitata di 4.000 copie, quasi un sigillo all'attività del "profano" che aveva osato accostarsi alla sacralità della scena: «La grandezza di Versace come costumista è stata quella di portare la moda in teatro senza fare moda».
Già all'inizio della sua avventura tra le stoffe, c'è qualcosa di teatrale: la meraviglia, la sorpresa, il senso di trepidazione e di aspettativa legato al palcoscenico. A nove anni, un bambino vivacissimo, dagli occhi scuri, se ne sta nascosto dietro la tenda rossa che separa il laboratorio della sartoria dalla sala prove e assiste alla visione che gli cambierà la vita. Sua mamma sta drappeggiando metri di velluto nero sul corpo di una cliente e Gianni ne anticipa le mosse: ora accorcerà un poco il davanti, pensa, e poi darà alla stoffa quella particolare linea. Madre e figlio, separati ma in simbiosi, stanno creando lo stesso vestito nero, quello che per lui diventerà mito, archetipo, l'evento fondante della sua passione, per sempre «l'abito della memoria».
Molti anni più tardi, ormai stilista acclamato per le sue innovazioni, il preferito da Lady D e Madonna, Gianni si ispirerà a quella memoria domestica per il costume della Morte Torchon nello spettacolo "Malraux, ou la métamorphose des Dieux" firmato da Béjart nel 1986, e lo stesso vestito aprirà la mostra al Castello Sforzesco di Milano, nel 1989, intitolata "L'abito per pensare".
I primi costumi Versace furono per il balletto "Josephslegende" alla Scala, con Luciana Savignano e Joseph Russillo. Una sfida: quell'atto unico era stato creato da Richard Strauss per i Balletti Russi di Diaghilev e portato sulla scena da Nijinsky "vestito" da León Bakst.
La diffidenza degli ortodossi dell'abito di scena verso l'intruso Versace era forte, mentre i ballerini accolsero la novità con entusiasmo. Ricorda la Savignano, che venne anche a Trieste, nella serata dell'ultimo omaggio all'amico: «Il dono di Gianni era la consapevolezza del fatto che per un danzatore l'abito è uno stupendo mezzo per esaltare il corpo e il movimento».
Due anni dopo, nell'84, l'incontro con Maurice Béjart e l'inizio di un profondo legame artistico e umano: "Dyonisos", "Malraux", "Leda e il cigno", "Le notti bianche della danza", trasmesse in mondovisione dalla Russia, "Souvenir de Léningrad", con cui, il 21 dicembre 1987, debuttò la nuova compagnia di Béjart, il Ballet Lausanne. E poi "Sissi, l'imperatrice anarchica" Evita Perón e Mishima, "Pyramide". «Béjart è forse l'unico al mondo capace di far ballare un abito - disse Versace - creando movimenti indimenticabili per dargli vita, facendolo diventare un'estensione del corpo. Con Maurice sarò sempre pronto a ricominciare».
Versace lavorò con altri "mostri", tra cui Bob Wilson e Roland Petit, ma il sodalizio con Béjart durò fino alla sua morte. Anzi, attraverso "Mutatiónx", andò oltre: il 25 giugno '97, un mese prima dell'assassinio, Versace e Béjart erano al Giardino dei Boboli di Firenze per "Barocco Belcanto". 


 Nel luglio del '98, il coreografo ammirò per l'ultima volta a Trieste le invenzioni dell'amico sui suoi ballerini.
 "Mutatiónx" di Maurice Béjart
Quella di Versace nel teatro non fu un'incursione. Per la prima volta uno stilista entrava nella confezione di uno spettacolo con scelte estetiche così autorevoli e forti da stare alla pari di quelle musicali e registiche.
Fu una sorta di rivoluzione, a lungo osteggiata. Il celebre costumista Piero Tosi - che aveva "tollerato" le pellicce di Fendi sugli abiti da lui disegnati per "La storia vera della Signora delle Camelie" e "Traviata" di Mauro Bolognini - gli dirà: «Ti sforzi per fare costumi teatrali, ma non illuderti: passerai alla storia solo per le tue creazioni di moda. Tra cento anni, per capire gli anni Ottanta prenderanno i tuoi tailleur, le tue collezioni, non i tuoi costumi per il teatro».
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Gianni Versace

martedì 11 dicembre 2012

MODA & MODI

Vestite da Oscar

Strass e paillettes, scandisce il rap dei Club Dogo, come esempio di guardaroba del potere, di sbarluccichii cafonal da mandare al rogo. La moda ai tempi dello spread e della spending consapevolezza, invece, ci indora letteralmente la pillola. Con una spruzzata di ferrero rocher da mettersi addosso, sarà più dolce prosciugare quel che resta del portafoglio.
Se il glitter vi fa venire l'orticaria almeno quanto l'animalier, sarà tutto uno slalom tra le vetrine. Non si salvano il berrettone da neve, la muffola, la tasca del jeans, il plateau della scarpa, l'orlo della canottiera, i capi e gli accessori in apparenza più innocui e meno festaioli: trovare un centimetro di tessuto senza qualcosa che luccica come una pepita, un quadrato di lana pelosa, morbida e rassicurante, quietamente grigia e priva di sinistri bagliori, è un'impresa che mette a dura prova la già defatigante maratona natalizia.
Scappiamo dall'intimo che puntualmente amareggia lo shopping di questi giorni, obbligandoci a maneggiare tanga e boxer maschili color ciliegia dagli slogan imbarazzanti, ed eccoci ricoperte dall'oro e argento di vestiti, maglie, cappelli, ricami, passamanerie, trafori barocchi, zip e collant. Lampi di luce sfolgoranti e carichi di energia, non ansiogeni, che, secondo blasonati stilisti, sono la soluzione migliore per esorcizzare le mestizie dell'attuale momento economico. Anche la domestica felpa si è data una botta di vita, con una manciata di strass e paillettes, l'applicazione di catenelle dorate o di girandole di borchie, pronta a impalmare non gli scontati pantaloni della tuta, ma gonnelline di seta, di pizzo trasparente o con le frange di lurex.
Ricordate Meryl Streep alla cerimonia degli Oscar 2012, in total gold firmato Lanvin, quasi identica alla statuetta che ritirava per la sua Thatcher in "The Iron Lady" ? L'effetto festone natalizio è assicurato, ma in fondo anche lo scintillio e il calore della festa. Perchè no, se basta un abito e per una sera? Prendiamo spunto dalla Benedetta di "Ultimamente mi sveglio felice" di Lisa Corva, che semina paillettes come le molliche di pane di Pollicino e Hansel e Gretel. Lei si sente in una favola e magari qualcuno, seguendo la traccia, alla fine la scarta come un cioccolatino.
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Meryl Streep vestita da Lanvin agli Oscar 2012

lunedì 10 dicembre 2012

IL LIBRO
Kate Moss, queen of cool

Se alla fine avesse scritto quel libro di ricette di cui si favoleggiava sui blog, non si sarebbe davvero fatta mancare nulla. Modella più famosa del mondo (e seconda più pagata dopo Gisele Bündchen), icona di stile del decennio secondo Vogue America, emblema del "maledettismo" dalle molte dipendenze e partner ad alto rischio, sposa recente dell'ultimo dei suoi amori, Jamie Hince, in un matrimonio glamour-bucolico capace di annientare il contemporaneo "sì" degli opachi principi di Monaco e di oscurare pure quello di poco precedente dell'omonima Kate, futura regina inglese. Christian Salmon, scrittore e linguista al Centre national de la recherche scientifique di Parigi, le ha dedicato un saggio sociologico che dice tutto nel titolo "Kate Moss Machine". Macchina di cambiamento, incarnazione perfetta della "modernità liquida", scomodando la definizione di un altro sociologo, Zygmunt Bauman: in un mercato in continua mutazione, che ha perso i legami familiari e i riferimenti geografici e culturali, per cambiare, e quindi restare al centro dell'attenzione, bisogna trasgredire. Kate Moss, ci spiega Salmon, è "un'eroina della transizione", come Emma Bovary o Anna Karenina, in bilico tra la conservazione di sè e la distruzione. Un equilibrismo vincente, un azzardo continuo non disgiunto dall'essere "macchina", appunto, anche di soldi: chi mai, dopo lo scivolone delle foto pubblicate in prima pagina dal Daily Mirror il 15 settembre 2005, che la ritraggono a sniffare cocaina con l'allora compagno Pete Doherty, sarebbe riuscito addirittura a triplicare i guadagni?
Una cosa è sacrosanta: Kate Moss non ammette mezze misure, o si odia o si ama. E se la amate, e molto, al punto di accontentarvi di ripercorrerne vita e carriera cercando nel suo guardaroba, allora procuratevi il libro della giornalista inglese Angela Buttolph "Kate Moss Style. Storia, segreti e immagini di un'icona di stile" (Tea, pagg. 221, euro 16,00), che ci racconta, in una travolgente carrellata di immagini, come questa modella "piccola", a malapena uno e settanta, con i denti imperfetti e la prima misura di reggiseno, sia diventata "The Queen of Cool", la regina delle tendenze, in grado di scatenare imponenti fenomeni di imitazione e di precedere la moda piuttosto che indossarla. Tra una foto e l'altra, citazioni ammirate di stilisti ed estimatori vari, soprattutto proprietari di note boutique del vintage, londinesi e americane, dove Kate, fan dell'usato della prima ora, si rifornisce di pezzi che poi diventano altrettante icone da guardaroba. 


Kate Moss posa per Roberto Cavalli primavera-estate 2006
Successe, e fu la prima volta in cui il suo look scatenò una tempesta nella moda, per un paio di stivali di Vivienne Westwood della collezione "Pirate" del 1981, che Kate, patitissima della stilista, acquistò da "Rellik", vicino a Portobello, e si mise per un concerto di Santana a Londra nel gennaio 2000. «Era stata fotografata con quegli stivali e d'un tratto tutti ne volevamo un paio» racconta Steven Phillips, il proprietario del negozio, che si trovò a far fronte a circa duecento telefonate al mese per lo stesso modello. Su e-bay finirono a prezzi da capogiro, le catene del pronto moda inondarono il mercato di imitazioni e la stessa Westwood li rilanciò: Kate influenzava i suoi idoli.
Douglas Coupland, nel suo best-seller "Generazione X", spiega che nell'insicurezza economica e nella polverizzazione dei valori degli anni Ottanta e Novanta, i giovani pescano nel passato cercando punti di riferimento. Così fa Kate, soprattutto la Kate della prima ora, prima di diventare uno straordinario prodotto mediatico: mescola stili, epoche, valori per costruirsi un'identità. E in questo dimostra sempre un talento e un fiuto formidabili, in parte innati, in grado di traghettarla con successo attraverso le molte "transizioni" della sua vita e di imporla, sia a chi piace che a chi no, come perfetta interprete della sua epoca.
Con questa chiave va sfogliata la biografia di Buttolph, un bel manuale di look "inspirational", dove i dettagli hard della vita di Kate sono annacquati mentre la costruzione della sua immagine è documentata nel dettaglio. La scopre l'agente e model scout Sarah Douglas, all'aeroporto Jfk di New York, mentre, con padre e fratello di ritorno dalle Bahamas, la futura top, all'epoca quattordicenne, è in fila per comprare un biglietto last minute. A quindici anni, grazie alla fotografa Corinne Day, è già sulla copertina di "The Face", in un servizio, pubblicato un anno dopo nel luglio 1990, che cambierà la storia dell'immagine di moda, "The Third Summer of Love". Kate con lo scarno seno nudo, la faccia lentigginosa, il sorriso aguzzo e un'acconciatura da nativa americana, rappresenta la leggerezza e la voglia di divertirsi dell'Inghilterra di quel periodo, quando la cultura rave è all'apice, gli adolescenti si vestono nei mercatini e tutti sentono l'esigenza di essere "più veri" dopo l'ubriacatura di patinato degli anni '80. Calvin Klein la sceglie per la pubblicità dei suoi jeans, trasformandola da un giorno all'altro in un fenomeno, l'icona di una generazione che non ha miti né appigli ma una grande energia e voglia di vivere.
Il resto è cronaca. In trentasette anni intensi, centinaia di copertine, amori sregolati, da Johnny Depp a Doherty, una figlia, Lila Grace, con Jefferson Hack, direttore della rivista britannica "Dazed & Confused", un matrimonio fresco e un colossale impero finanziario grazie ai contratti con i più prestigiosi brand di moda, tornati da lei anche dopo la caduta pubblica. 
Kate il giorno del matrimonio con Jamie Hince, l'1 luglio 2011
"Modella dell'imperfezione", come s'intitola la biografia non autorizzata di Katherine Kendell, Kate che sa sbagliare e rialzarsi, volto e corpo di un'epoca dove la sperimentazione, anche di e su se stessi, è la regola. Milioni l'adorano per questo: agli esordi teen-ager piatta tra le top che dichiaravano «non mi alzo dal letto per meno di diecimila dollari al giorno», oggi, lei che i diecimila, e più, li prende ancora, tra le colleghe gonfiate è sempre autentica.

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Kate con Johnny Depp a Cannes nel 1997

sabato 1 dicembre 2012

MODA & MODI

Heidi in "boudique" per un Natale piccante
La lampada di Matteo Cibic

Un cofanetto di inchiostro al cioccolato per scrivere sul corpo. Una mascherina da notte rosso torbido, bordata di pizzo. Manette e collarini in raso, frustini da portare al collo come bijoux, lingerie percorsa da lacci, stringhe, cristalli. L'erotismo esce dai circuiti per iniziati e conquista i negozi. Anche le librerie, con collane come "Pizzo nero", hard per signore raccontato da signore, e gli spazi d'arredamento, dove l'apparentemente innocua lampada di Matteo Cibic nasconde un sex-toy, o la molto più allusiva "Pin up" di AnAtomic Factory promette momenti di passione sotto un paralume allacciato come un bustier. Se nelle "boudique", incrocio tra boutique e boudoir, una volta entravano solo le professioniste del settore o maschi alla ricerca di stimoli nuovi per compagne annoiate, oggi il sesso vende, vende alla luce del sole e attraversa tutte le fasce d'età. Fino all'ottuagenaria Gloria Vanderbilt che, cogliendo con scaltrezza il pepe del momento, ha dato alle stampe il suo romanzo piccante "Ossessione".
Ero-Natale, dunque? I sessuologi lo dicono da tempo: la troppa carne esposta, sui giornali e sugli schermi, ha deviato i consumi verso  sollecitazioni più sottili, più ricercate, dall'abbigliamento alla cosmesi, dall'oggettistica all'arredo. E se le ragazzine entrano nelle catene di
intimo a poco prezzo per scoprire coordinati trasparenti, sottovesti e balconcini sintetici, e rassicurarsi così sulle proprie capacità seduttive, le donne negli "anta", esaurita e assimilata la stagione femminista, non hanno più paura di abbandonarsi a fantasie e desideri prima soffocati. Prendiamo i copri-capezzoli, quegli oggettini fetish che le commesse del negozio precursore nel genere, Agent Provocateur, custodivano su cuscini di velluto insieme a manette, collari borchiati, frustini e altri ammenicoli sado.
Agent Provocateur 2009-2010 (fonte PourFemme)
Ora molti negozi di lingerie di lusso li espongono tra giarrettiere e culotte, come un piacevole e leggero divertissement, una promessa di piacere rarefatta e imprevedibile piuttosto che torrida.
In Inghilterra le definiscono "Heidi", highly educated, independent, degree-carrying individuals, ovvero donne realizzate, laureate, indipendenti, che sanno divertirsi in modo disinibito. Le clienti ideali del nuovo erotismo diffuso.
Se ne sono accorte da tempo le passerelle, dove ticchettano sandali in pizzo con fiocchi di velluto, tronchetti punteggiati di cristalli, caviglie imbrigliate in lacci e fasce e, sotto i trench da film noir, spuntano négligé, autoreggenti incrostate di decorazioni e culotte da accompagnare a una giacca. Il segreto? Un diavoletto ludico che vivifica tutto il trend. Sesso matto e molto "da" e "per" ridere. In fondo, ci vuole una bella dose di (auto)ironia per stendersi sul divano a forma di figura femminile, con gli occhi coperti da una maschera di velo e addosso non più le due leggendarie gocce di Chanel n.5 ma un pizzico di "O", nuovo prodotto di punta della linea Durex, un gel stimolante solo per lei.
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Pin up di AnAtomic Factory

martedì 27 novembre 2012

MODA & MODI

Scarpe da tennis col rialzo, diventano "trans"

Meno male che le piattissime All Star tengono duro e che impediscono alle scarpe da ginnastica con la zeppa interna di uscire dal guardaroba di attrici e blogger e invadere le strade. Beyoncè le ha scelte quando erano ancora una tendenza per ballarci sopra, in body nero abissalmente scollato, nel video di "Love on top" e, all'epoca, pare che qualcuno sia riuscito a staccare gli occhi dal suo décolleté per chiedersi che cosa fosse mai quell'evoluzione di anfibi che aveva ai piedi.
Mistero presto svelato: un modello di scarpa da ginnastica della stilista francese Isabel Marant dotato di un plateau nascosto, in grado, dietro investimento di oltre cinquecento euro, di regalare parecchi centimetri in più senza doversi torturare negli stiletto.
Volete mettere la praticità e la freschezza di uscire in mini-shorts o in leggings con le estremità cementificate in un paio di scarpe molto simili a quelle "ortopediche", chiuse fino alla caviglia da un linguettone (altrimenti, come farebbero a dissimulare la zeppa???) e, dettaglio ancora più orribile, dotate di quegli "strappi" col velcro tollerabili solo alla scuola materna o nei reparti geriatrici, dove ci sono obiettive difficoltà con i lacci?
Il vantaggio, pare, è quello di alzare e slanciare, anche se viene da chiedersi perchè - dal punto di vista della comune mortale, non di una qualche stellina del palcoscenico o della rete - scegliendo la praticità di una tuta o di un abbigliamento casual, dovremmo preoccuparci di barare sull'altezza al punto da tumulare i piedi in questa specie di scarponcino informe e tozzo. Oltretutto, sempre multicolor, come se facesse di tutto per non sfuggire.
È vero che in tempi di crisi si è psicologicamente più disponibili a giocare con gli accessori piuttosto che con gli abiti e che le scarpe da ginnastica col rialzo si trovano oggi anche nei grandi magazzini, a prezzi accessibili. Ma la domanda resta: non è una specie di mostro calzaturiero fondere tacchi e scarpe da tennis? Il supporto nascosto non vi fa venire in mente subito qualcosa di finto e volgare? E, supponendo di scegliere una gonna, come minimizzare l'effetto caviglia ingessata?

Meglio rimanere coi piedi per terra in un paio di All Star, redivive dopo anni di oblio e col solo grillo per la testa dei colori, che guadagnare una spanna nel "tronchetto transgender".
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martedì 13 novembre 2012

MODA & MODI

La gonna riciclata di Sasha
Essere "second daughter", anche se dell'uomo più potente del mondo, qualche volta ha i suoi svantaggi. Chiedetelo a Sasha, che, nella storica notte della rielezione di papà Barack, ha fatto le spese della furiosa politica del riciclo di mamma Michelle. Dell'abito già visto della first lady americana si sono accorti subito tutti gli squali della moda sguinzagliati sul web: un modello rosso borgogna firmato da Michael Kors e già indossato almeno altre due volte, al conferimento di un'onorificenza al valore a un soldato di origine italiana e a un party natalizio alla Casa Bianca. Nessuno aveva prestato troppa attenzione alla gonnellina gonfia, verde a stampe, di Sasha, almeno fino a quando i segugi dell'Huffington Post americano hanno inchiodato la piccolina di casa alla dura realtà: si tratta di un "hand-me-down" di Malia, in altre parole di una gonna "smessa". Firmatissima, nel caso specifico dal designer Chris Benz, ma pur sempre andata fuori misura alla sorellona, ormai alta quasi quanto il presidente. La drastica politica del "rispolvero" di capi d'abbigliamento e di accessori ha caratterizzato tutta la campagna elettorale della signora Michelle. Non è più il 2008, l'anno del "yes we fashion" e di quel grintoso rosso e nero di Narciso Rodriguez, pronto a balzare nei libri di storia con tutta la sua carica di determinazione e provocazione. Adesso, pare volesse anticipare, siamo ai "four more years". È emergenza economica, dunque risparmio e taglio degli sprechi contano pure per la prima famiglia d'America. Perfino per l'ultimo dibattito di Barack, la consorte ha fatto uscire dal guardaroba un vestito "vecchio", il pizzo grigio perla firmato da Thom Browne, già indossato alla convention nazionale dei democratici.
Pian piano, Michelle ha spostato l'attenzione dei media dalla domanda "quale stilista promuoverà questa volta?" alla constatazione "ma l'abbiamo già fotografato". Nella notte della riconferma, riciclando per la terza volta il rosso amaranto, ha sottolineato con decisione il messaggio che aveva cominciato a suggerire nei mesi precedenti. Ha parlato alla gente di moderazione: nei colori, modi e soprattutto spese. Ma, al tempo stesso, ha lusingato l'industria americana puntando su un nome, Kors, che ha registrato una delle migliori performance in vista della quotazione in borsa.

Michelle era stata criticata dalla lobby nazionale della moda per l'esterofilia del suo guardaroba. Ha risposto con un'inequivocabile stoccata: le firme che "pesano", pure sul portafoglio, non sono usa e getta. Purtroppo per Sasha.
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domenica 4 novembre 2012

L'INTERVISTA

Antonio Galdo, la civiltà del "co" 


Antonio Galdo


Condividere: spazi, alimenti, idee, lavoro. Scambiare: oggetti e servizi. Recuperare i materiali riciclabili. Tagliare gli sprechi. E creare reti per distribuire i pesi dell'assistenza a malati e anziani, là dove lo Stato non arriva. Comportamenti impensabili negli anni del Grande Individualismo, che ci ha fatto perdere il senso dello stare insieme, e che oggi riscopriamo non solo per risparmiare, ma soprattutto per trarne energia, idee, solidarietà. La crisi economica planetaria sta cambiando il nostro modo di comportarci e di rapportarci agli altri. Davanti a molti verbi, quelli che in passato segnavano il trionfo dell'«io», oggi c'è il prefisso «co»: co-housing, co-working, e-co-abitare. Ci sta anche il "co-ltivare" insieme un orto, da New York a Roma, trasformando i grattacieli in "grattaverdi" in nome della tutela dell'ambiente co-mune, dei prodotti sani a chilometro zero e del piacere di co-struire qualcosa a più mani.

Antonio Galdo, giornalista e scrittore, nel suo libro "L'egoismo è finito. La nuova civiltà dello stare insieme" (pagg. 110, Einaudi, euro 12) ha raccolto molte storie che testimoniano un cambiamento già in atto e l'affermarsi di nuovi modelli sociali, dalla strada alla fabbrica, passando per abitazioni, giardini, reti informatiche. Ecco come ce li racconta.

Possiamo dire che questa Grande Crisi ha prodotto almeno un risultato positivo: il ridimensionamento dell'"io" e il ritorno al "noi"? «La Grande Crisi, impietoso detonatore di un cambio d'epoca, marca la fine di un paradigma, di un pensiero unico. Per decenni abbiamo fatto dell'egoismo, in tutte le sue declinazioni, la bussola della nostra civiltà e ci siamo illusi di costruire un benessere attraverso la moltiplicazione delle pulsioni individuali. E siamo finiti nel tunnel, dal quale adesso stiamo uscendo. In questo senso l'egoismo è finito».

Da quanto durava questo ciclo? «L'Italia ha vissuto un paradosso: abbiamo cancellato le comunità, in grado di comporre l'innato individualismo di un popolo. Eppure il salto nella modernità lo avevamo fatto proprio grazie a questa grande energia dello stare insieme: la famiglia, la fabbrica, la parrocchia, il partito, l'associazione. Da qui dobbiamo ripartire e, rispetto ad altri paesi, abbiamo il vantaggio di giocare in casa, di conoscere la forza che arriva dalla comunità».

Il "noi" comincia dall'urbanistica, dalle città costruite intorno all'aggettivo "smart". Che cosa significa? «Stiamo attraversando un ripensamento dello spazio urbano, dove sono cresciute separatezza e solitudine. Anche grazie all'uso delle nuove tecnologie, possiamo vincere l'egoismo metropolitano. La città è un bene di tutti, e renderla intelligente, smart, significa innanzitutto condividerla. Pensiamo, per esempio, alla mobilità: automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, hanno uguali diritti e possono convivere, senza un conflitto permanente e senza prevaricazioni reciproche. Questo è il futuro».

L'ingegnere visionario Monderman, urbanista olandese, diceva che bisogna tornare al villaggio. Lei è d'accordo? «Assolutamente. Il villaggio significa riscoprire il piacere dello stare insieme. Significa non sentirsi soli, sapendo che, come diceva Aristotele, "non si può essere felici da soli". E le città italiane, dal Rinascimento in poi, sono state pensate e costruite proprio come dei villaggi. Anche questo è un vantaggio per uscire dal tunnel dell'egoismo».

 
Tetti vegetali a Parigi


 
E poi condividere la sicurezza significa meno costi umani e sociali...«Nel libro racconto di alcune città dove ormai è stato collaudato lo "spazio condiviso". In pratica, non esistono semafori, segnaletica, marciapiedi, ma solo zone condivise, dove circolare insieme. Bene: le statistiche dicono che in questi luoghi la sicurezza è aumentata e gli incidenti sono diminuiti».

Anche nella sua Napoli si stanno sperimentando spazi condivisi. Un bel risultato per una città che ha così tanti problemi urbani... «Mancavo da Napoli da molto tempo, e quando ho visto il suo lungomare affollato di biciclette, monopattini e pedoni a passeggio ho pensato soltanto una cosa: i napoletani si sono ripresi il loro spazio, sono tornati padroni del mare che li circonda. Ed è stata una bella scoperta». 

E il co-housing? Un ritorno alle comuni anni '70? «No, sono due cose assolutamente diverse. Il co-housing non è una scelta ideologica, non è uno slogan da "sol dell'avvenire": é una soluzione razionale per potersi permettere una bella casa, con un terrazzo, una lavanderia, una sala per le cerimonie e una serie di spazi da condividere con gli altri abitanti. Ovviamente, per vivere insieme dobbiamo rinunciare all'egoismo delle risse condominiali. E in Italia siamo arrivate al punto di scatenarne una ogni 15 minuti...».

Anche quella degli orti urbani sembrava un po' una moda "radical chic". Invece? «Anche questa non è una scelta ideologica o la moda di qualche ricco borghese metropolitano. È una nuova tendenza che riguarda strade, case e grattacieli. Un italiano su tre coltiva l'orto e non lo fa certo per una scelta di moda. Piuttosto ha la consapevolezza che con l'orto si migliora l'estetica di un luogo e si contribuisce a stare, tutti insieme, in un ambiente migliore. Il benessere di una società passa per queste scelte condivise».

La crisi ci ha ri-portato alla civiltà del baratto? «Anche questo è un cambio di paradigma, che coinvolge milioni di uomini e donne attraverso l'uso del web. Scambiano tutto, costruiscono comunità, fanno nascere relazioni. E insieme scoprono che non abbiamo sempre bisogno di strisciare una carta di credito».

Si scambiano anche le idee e questo può diventare una forma di grande, nuova ricchezza... «Ho assistito in America alle conferenze di Ted (Technology, entertainment and design, massimo 18 minuti, ndr). È un'avventura unica: con pochi soldi puoi condividere una scoperta, un'invenzione, una scommessa imprenditoriale. Insieme si scavalcano le montagne, e si realizzano sogni che da soli diventano impossibili».

 
TED conference


La fine dell'egoismo ci porta all'economia civile, a un nuovo welfare. Cos'è? «Senza quello che io chiamo lo stato sociale dal basso, costruito in una singola fabbrica, in una singola comunità, la Grande Crisi in Italia sarebbe stata molto più pesante. Il nuovo welfare è, ancora una volta, ispirato all'idea di riscoprire la forza di una comunità, e di offrire per esempio al lavoratore sostegno per i figli, asili nido, buoni per la spesa, assistenza medica non coperta dal servizio sanitario nazionale. In Italia abbiamo 800mila vittime dell'Alzheimer: senza la rete delle famiglie, senza il welfare dal basso, sarebbero abbandonate, con le loro famiglie, al loro destino. E lo stato non paga un euro».

Il suo è un manuale della felicità o della sostenibilità? «È un libro sull'amore. Su quella parte di noi, di ciascuno di noi, che ha bisogno dell'altro, di una relazione che unisce laddove la solitudine separa. Ed è un libro ottimista, perchè la fine dell'egoismo ci aiuterà tutti a uscire più forti e in tempi più brevi dal buio della Grande Crisi». 
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