martedì 19 marzo 2013

MODA & MODI

Aiuto, un uomo in meggings

Dove metterà il portafoglio? Se la domanda nasce spontanea, è davvero l'ultima di una serie che viene in testa davanti a un uomo infilato in un paio di "meggings". Il nome non promette nulla di buono, ma la sostanza è ancora più inquietante: una calzamaglia maschile. Troppo semplice chiamarla così per il popolo di modaioli, artisti e bloggers che l'ha subito adottata a cuor leggero, al momento limitatamente alle capitali di tendenza. Meglio prendere quel discutibilissimo capo di vestiario che sono i leggings femminili e aggiornarlo con una - questa sì, davvero fuori moda - connotazione di "genere": ed ecco i leggings per men, ovvero i meggings. Calzamaglia per sciare in un'epoca in cui i tessuti tecnici erano di là da venire? Protezione per le gambe da abbinare rigorosamente a una tunica metallica e poi partire per le crociate? Un cuore da Robin Hood e allegri saltellanti di Sherwood? Meglio, per stare al passo con la cronaca di questi giorni, pensare ai ballerini del Bolshoi e ai loro medievali regolamenti di conti: infilatevi un bel paio di spessi collant e, se non sapete piroettare, in compenso sarete pronti per lanciare acido negli occhi di qualsiasi nemico. Il collant maschio tirerà fuori il lato ferino di ognuno di voi.
Dalle passerelle di Lanvin, Givenchy, Versace, Costume National, Dolce&Gabbana i "meggings" sono stati subito adottati da un'avanguardia di artisti come Lenny Kravitz, Justin Bieber , l'attore Russel Brand e ora, scavalcato l'oceano con lo stesso furore che all'epoca fecero gli skinny jeans, penzolano in grandi magazzini e catene low-cost, in attesa di un più allargato gradimento.
Patrick Kinsley del "Guardian" li ha provati sul campo nei rigori londinesi e ne ha dato una definizione - "ball-crunching" - che, al di là della filologia, già nella brutale onomatopea rende l'effetto.
Ma il guardaroba per sessi, come i sessi stessi, sono ormai definizioni superate: tutto è intercambiabile, si mescola e si confonde, lui ruba a lei, anche il collant. Calzamagliamoci insieme, allora, col brivido però tutto maschile di sottoporre porzioni anatomiche a quel generalizzato apprezzamento da macchinetta del caffè col quale le signore hanno familiarità da tempo. Magari sotto i jeans informi di innocui compagni di strada scopriremo che batte, se non il cuore, almeno il bicipite femorale di un simil-Bolle.
twitter@boria_a


giovedì 7 marzo 2013

IL LIBRO

Sharon Zukin: Nell'altra New York non c'è Little Italy

La notizia è di qualche giorno fa, lanciata dal New York Daily con tono di allarme: Little Italy non esiste più. I negozi e i ristoranti tipici, con pizze, mozzarelle e pasta fatta in casa, sono stati spazzati via da boutique di lusso e loft per celebrità. Si chiama "gentrificazione": arrivano nuovi residenti più ricchi e cacciano i vecchi. I prezzi schizzano alle stelle, i locali etnici vengono occupati dalle griffe. A Little Italy, secondo l'ultimo censimento, non vive più nemmeno un italiano nato in Italia. «È l' 
'ultimo stadio di un processo che ha completamente trasformato la cultura dell'area» spiega Sharon Zukin, sociologa e docente alla City University of New York e al Brooklyn College, che nel saggio "L'altra New York" (il Mulino, pagg. 269, euro 23,00), spia e registra centimetro per centimetro i cambiamenti del tessuto urbano e sociale, raccontando come la città sta mutando pelle.

 
Sharon Zukin, sociologa


 È successo a Little Italy, e anche a Brooklyn, diventata "cool", all'ex ghetto di Harlem, ora ambito dai benestanti. Hell's Kitchen, vicino a Times Square, non è più quella del film di Sean Penn "State of Grace", ostaggio delle gang mafiose e popolata solo da irlandesi e italiani: oggi è la mecca degli amanti della buona cucina.
Accade lo stesso in Europa e nelle grandi città italiane. Si smarriscono le identità delle aree popolari, le metropoli si uniformano verso i piani alti della classe sociale. «Tra gli anni '50 e '60 - dice Zukin - i nipoti dei primi immigrati italiani a New York, arrivati tra il 1880 e il 1920, sfruttarono la sub-urbanizzazione e la crescente mobilità sociale per scappare dai caseggiati grigi e dalle strade malfamate, quelle "mean streets" che Martin Scorsese, cresciuto a Little Italy, raccontò nel suo film del 1973. Gli italiani più giovani si spostarono a Brooklyn, nel Queens, a Staten Islands, alcuni uscirono dalla città verso il New Jersey e Long Island. Rimase qualche negozio, caffè e qualche circolo ricreativo per anziani. Da allora, Little Italy ha subito tre trasformazioni».
Quali?
«Prima è diventata un quartiere turistico "etnico", con ristoranti di qualità media e fiere come quella di San Gennaro, che richiamano molti visitatori. Poi sono arrivati gli investitori cinesi e hanno comprato case e locali per i residenti asiatici, ormai troppi per la storica Chinatown, dove l'immigrazione continua a crescere. Infine, un'onda di "gentrificazione" ha attraversato anche Little Italy: nuovi locali, negozi di designer di grido e i nipoti dei primi immigrati italiani che affittano appartamenti in vecchi edifici, pagando da due a quattromila dollari al mese».
Ma che cosa significa "gentrificazione"?
«È il processo creato da cittadini benestanti che si spostano in quartieri abitati da classi più basse. La parola fu inventata intorno al 1960 dalla ricercatrice inglese Ruth Glass per spiegare la prima ondata di professionisti della classe media che si trasferivano intorno a Hackney, nell'East End di Londra, più o meno lo stesso genere di persone che si spostavano a Brooklyn Heights, Greenwich Village e nell'Upper West Side di Manhattan. Molti ricercatori pensano che il peggior effetto della gentrificazione sia l'aumento vertiginoso dei prezzi delle case, che comporta di fatto la cacciata di chi ha stipendi troppo bassi per pagare gli affitti».
Lei invece che cosa pensa?
«L'aspetto non è solo economico, ma culturale. Cambiano i negozi, scompare tutto quello che prima era familiare. I "gentrificatori", poi, hanno case grandi, socializzano all'interno di esse e non amano il modo in cui la gente di classi sociali più basse usa gli spazi esterni. Niente più barbecue, feste di condominio, niente più domino o carte fuori dalla bottega. Se tutto è una catena o una banca, Starbucks, McDonalds' H&M, HSBC, possiamo sentirci attaccati al nostro quartiere? Senza negozi radicati nel posto l'ecosistema culturale sbiadisce e muore. E senza spazi a basso costo per tutte le classi sociali, la città diventa omogenizzata, monolitica, monopolio dei ricchi, dei più ricchi e dei ricchissimi».
Che cosa le manca di più della vecchia New York?
«Condivido quello che diceva il giornalista E.B. White sessant'anni fa: che New York era una città di quartieri e che ognuno aveva la sua strada principale con il fruttivendolo, il barbiere, l'edicola, la pasticceria, la lavanderia... Questa "strada principale" è stata la spina dorsale del Greenwich Village e il cardine esistenziale della mia vita. Quando di recente sono tornata a casa, dopo un soggiorno di sei mesi ad Amsterdam, sono rimasta scioccata: molti negozi erano scomparsi, e non per la recessione o per il pensionamento dei proprietari. Un "Whole Food Market" ha preso il posto di un supermarket di quartiere che apparteneva alla stessa famiglia dal 1932, un ristorante organico quello di un vecchio negozio di foto, una gelateria "artigianale", con coni al prezzo di cinque dollari, quello di una trattoria. Il negozio di futon si è trasformato in un pasta-pizza-bar "informale ma di lusso".
Strana definizione.
«È questa, invece, la chiave. Vivo vicino a una grande università privata e tutti i nuovi esercizi sono ristoranti destinati a piacere a studenti i cui genitori possono pagare un'educazione costosa e pure i piaceri della vita. E nonostante questi piaceri - gelaterie, crepes cafè e pizza bar - appaiano modaioli e rilassati, sono catene o franchising. Non mi piace l'omogeneizzazione: le città, come ha scritto Jane Jacobs, hanno bisogno di usi misti e, aggiungo io, anche di gente mista».
New York è un paradigma di quello che accadrà in Europa?
«Purtroppo la stessa omogeneizzazione sta ridisegnando le grandi città di tutto il mondo. Le identità locali sono erose dalle grandi catene commerciali, dai complessi edilizi lussuosi e da nuovi progetti che creano lo stesso genere di attrazioni culturali. Noi crediamo che questi siano segni visibili di crescita economica. Al contrario, asservono quartieri e città. Prendi Monti e Testaccio a Roma: la distruzione, o il restauro, dei vecchi palazzi che garantivano una casa a molte famiglie e preservavano l'identità locale, per farne abitazioni più costose, ha distrutto una parte della città storica e l'ha resa simile a molte altre».
I film e le serie tv americane, che ci piacciono molto, ci danno anche un'idea corretta di New York?
«Credo che ciascuno possa trovarci l'immagine della città che realizza la sua identità e le sue aspirazioni. Personalmente amo "Law & Order", che è finita dopo 20 anni, perchè mostra una New York molto dura e realistica e un'ampia varietà di newyorkesi di ogni tipo e gruppo etnico. "Mad Men", invece, che mi rifiuto di guardare, col suo glamour superficiale, ricorda la vacuità di una certa borghesia degli anni '50 e '60, mentre "The Wire", girata a Baltimora, mi piace molto, perchè mostra la vasta e interconnessa complessità del declino urbano».
Qual è il quartiere più a misura d'uomo?
«Quello dove ti senti a casa. Aiuta se parli col macellario, col droghiere, con l'uomo della lavanderia almeno una volta alla settimana, o se compri la verdura e la frutta in un mercatino, così ti senti in qualche modo legato al venditore e al produttore. Ho sempre considerato Greenwich Village a misura d'uomo. Purtroppo la concorrenza della grandi catene e lo shopping su internet sono devastanti per il commercio locale. Ci restano almeno alcuni edifici d'epoca».
New York la città che non dorme mai. Vale ancora questo slogan?
«Molta gente lavora di notte, la metropolitana e alcuni negozi sono sempre aperti. Un aspetto che ho imparato ad apprezzare quando vivevo ad Amsterdam, dove la maggior parte dei negozi chiude alle sei. Ma una "città che non dorme mai" rischia di omogenizzare anche il tempo, così non distingui chiaramente il giorno dalla notte e non riesci ad apprezzarne le diverse qualità».
Qual è la città italiana che le piace di più?
«Sfortunatamente non ho mai vissuto in Italia, quindi non ho sviluppato il senso della differenza tra una città e l'altra. Mi piacciono i vicoli dell'Oltrarno a Firenze e quelli di Venezia e Palermo. Naturalmente queste città attraggono molti turisti. Il problema è sempre lo stesso: quando cerchi la città "autentica", finisci per distruggerla».
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Little Italy che ormai non esiste più

martedì 5 marzo 2013

MODA & MODI

Così ci mettiamo in riga

La moda fa quadrato. E si mette in riga. Cerca la quadratura. E rompe le righe. Gioca una partita su una scacchiera bicolore. Allinea, ordina, interseca. Traccia direttrici con squadra e righello. Elimina e sottrae, fino ad arrivare all'essenzialità della linea, al minimalismo delle figure.
La geometria irrompe nell'armadio, fa da contraltare a queste giornate confuse e disorientanti, dove il segno netto rimane ancora solo sulla stoffa. C'è in giro voglia di equilibrio e di rigore. E mentre tutt'intorno si moltiplicano diavoli e diavoletti urlanti, noi ci infiliamo in quella che il colorista Michel Pastoureau chiama "la stoffa del diavolo": una distesa zebrata, nel medioevo divisa di galeotti e donne di malaffare, poi involucro della controllata trasgressione di pittori e stiliste come Picasso e Chanel, oggi semplicemente la trama e l'ordito della razionalità, un perimetro senza sbavature.
Vale anche per il motivo a scacchi, alleggerito dalle divagazioni sul colore: se il bianco e nero è troppo ritmato, troppo urlato e imperativo, ecco il gioco di dama nella nuance champagne, come sull'abito indossato da Kerry Washington alla presentazione del film "Django Unchained" di Tarantino e firmato Vuitton. Minimalismo cromatico contro una colata di eccessi, contro il troppo rosso del sangue.
Righe grandi per gonne e vestiti, con incursioni nel bluette, nel giallo, nel verde, nel rosa (nella foto un Dior da imitare). A colpo d'occhio spaventano, questi codici a barre dilatati, ma poi scopriamo che, con un po' di audacia, si abbinano perfettamente anche a fantasie molto più "morbide". A tutti viene in mente la margheritona infantile di Prada, ormai stra-vista su celeb e riviste: se è lontano dal budget rimane "inspirational", si può copiare l'accostamento floreal-rigato con investimenti molto più adatti ai tempi.
È lontanissimo il quadrettino Vichy, lezioso e pieno di bucolici buoni sentimenti, sulle camicette e pantaloni Capri di una giovane Brigitte Bardot. Gonne a tubo, camicie, abiti e soprabiti hanno intarsi decisi, che passano dal bianco e nero alle tinte acide o pastello. A colpo d'occhio questi giochi verticali e orizzontali sembrano impegnativi, con una pesantezza da mamma della sposa, ma basta un accessorio indovinato, nella forma o nel colore, per trasformare zebre, pentagrammi e scacchi in grafiche contemporanee. Punti fermi e linee decise ce li mettiamo addosso. Almeno.
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mercoledì 20 febbraio 2013

IL LIBRO
Le donne raccontano l'inferno dentro casa

La copertina del volume edito da Marsilio e nato dal blog la 27Ora

«La prima volta che mio marito mi ha picchiata l'ho presa come una dimostrazione d'affetto: anche mio padre da piccola mi picchiava sempre. E lui era l'amore della mia vita, il padre di mio figlio: se mi menava era perchè mi amava. Me lo meritavo, avevo sbagliato io. Anche lui me lo diceva: stai buona, mi ripeteva, non capisci niente». Comincia così la storia di Sara, 57 anni, un figlio, un marito condannato per maltrattamenti e ora sotto processo per stalking. A lasciarlo ci ha messo quindici anni, nonostante i ricoveri in ospedale per botte, una sera con un aggeggio che lei aveva visto solo in televisione: il manganello nero, quello delle guardie. Seguivano le denunce, il ritiro delle denunce, il ritorno a casa, fino all'inferno successivo. «In realtà ero dipendente: senza di lui non riuscivo a vivere».
Sono le parole di Sara, le stesse che ha pronunciato, qualche sera fa, Luciana Littizzetto sul palco dell'Ariston, nel giorno del flash mob di "One billion rising" contro la violenza sulle donne, nella notte in cui Oscar Pistorius sparava quattro colpi alla fidanzata. «Chi ci ama non ci mena» - ha detto Luciana. «Vogliamo credere che ci ami? Allora ci ama male».
Sara, Maria, Ileana, Rosaria. Ed Elena, che dieci anni dopo le violenze fisiche e sessuali, rabbrividisce ancora se un uomo la sfiora. E Greta, laurea a Londra, e un marito, ricco e brillante, che a tavola la ingozza come un maiale, che le porta a casa derrate da caserma e se sbaglia le ricette della suocera le brucia il braccio contro le pentole: il cibo, l'ennesimo strumento di tortura fisica e psicologica. Questo non è amore, appunto. S'intitola così il volume (edito da Marsilio, pagg. 267, euro, 16,50) nato dal blog la "Ventisettesima ora" delle giornaliste del Corriere della Sera. Venti storie, che partono da una domanda: perchè una donna, quasi sempre adulta e apparentemente libera, al primo spintone, al primo schiaffo o alle prime parole crudeli, non allontana da sè per sempre l'uomo che la sta minacciando? Perchè, come ha detto Littizzetto, non si rende conto subito che al primo ceffone ne seguirà inevitabilmente un secondo, e poi un terzo? Che quello non è amore?
Le protagoniste, di tutte le classi sociali, raccontano di maltrattamenti, di umiliazioni, di stupri domestici, di tenerezze malate, subito seguite da incontrollabili scoppi di violenza. Di vite, letti, figli condivisi per anni con mostri, in rapporti terminali che però sono riuscite a spezzare un passo prima della morte, la loro.
A volte basta una scintilla a innescare la ribellione. Un soprassalto di dignità, la scoperta di un'amante, magari portata a casa, il sospetto di abuso sui figli, l'incontro con una rete sociale che affianca le maltrattate, che le aiuta a rompere i meccanismi sociali, spesso i ricatti delle famiglie di origine, a superare le speranze dell'amore eterno andate deluse.
«Perchè non lo lasci, di che cosa hai paura? Di morire? Non vedi che sei già morta». Le parole di un'amica e la scoperta di una passione per l'arte, salvano Sara: «Per la prima volta ho visto che avevo delle risorse. Non era vero che non capivo niente e che sapeva tutto lui». E Ileana Zacchetti, assessore alle Politiche sociali e pari opportunità del Comune di Opera, 52 anni, due figlie, insultata e picchiata a sangue da un nuovo compagno, l'unica a comparire con nome e cognome: «Alla fine quello che mi ha convinta a denunciare è stato un sms di una persona molto vicina a Lui. Mi diceva: "Come ti permetti di andare in giro a dire che ti ha picchiato?" In realtà non avevo parlato con nessuno. Ma in un piccolo centro le voci si diffondono in fretta. Lì ho capito che non avrei più avuto pace. Colpe e responsabilità sarebbero comunque state attribuite dal tribunale invisibile della nostra comunità. E allora meglio andare fino in fondo a difendersi, nel tribunale, quello vero».
Parlano le vittime, ma anche i "maltrattanti", come li chiama la burocrazia della giustizia, ovvero quei fidanzati, mariti, compagni le cui giustificazioni più frequenti sono la "perdita del controllo", il "crescendo di incomprensioni" nella coppia, e l'inadeguatezza, la disubbidienza, l'incapacità delle loro donne a soddisfare esigenze domestiche, sociali, sessuali, relazionali. «In realtà io non la amavo davvero. Mi ero abituato alla sua presenza in casa. Così è nato il disastro. Mi sono lasciato andare a un primo episodio in cui ho minacciato la mia compagna. E poi c'è stato il secondo episodio in cui le ho messo le mani al collo. Ero disperato», dice Francesco. «Un'altra volta l'ho presa per i capelli in bagno di fronte allo specchio. L'ho proprio terrorizzata. Un'altra ancora l'ho stretta al muro, scuotendola. Il giorno dopo aveva le ecchimosi sulle braccia. Sono cose che mi fanno stare malissimo. Ma lei, ogni volta, rincarava la dose. Avevo una rabbia per la sua irragionevolezza...», testimonia Mario. Entrambi annaspano nel cercare le origini della loro brutalità, ma minimizzano, cercano giustificazioni altrove, scaricano le colpe. Uomini e donne, coppie, le cui voci si integrano, ma rimangono un desolante monologo parallelo.
E poi ci sono gli interventi delle fondatrici dei centri antiviolenza, della dottoressa che ha creato la prima task force "Codice Rosa", della magistrata che ha visto "Processo per stupro" negli anni '70 e si è giurata di non permettere mai che nella sua aula la donna venga brutalizzata per la seconda volta. Di Barbara Spinelli, avvocata e relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne, a spiegare che il "femmicidio" è l'uccisione della donna "in quanto donna" e il "femminicidio" è l'annullamento della sua dimensione fisica, psicologica, sociale, politica, culturale, la violazione dei suoi diritti umani fondamentali. Comportamenti che la annientano, senza arrivare alla morte fisica.
Parla anche Antonio, il carabiniere col sogno da parà, cui un litigio col capitano è costato il "trasferimento" alla sezione violenza su donne e bambini. Antonio che ha imparato a non dire più, davanti a un occhio nero: «Ma cosa gli hai fatto per farti ridurre così? Su tornatene a casa, fate pace», ma oggi sa riconoscere le ferite nell'animo delle vittime.
Perchè le testimonianze, le inchieste, un libro "aiutano a salvarsi", ricorda Lea Melandri, figura storica del femminismo. Solo un'empatia profonda ci può far dire "sta succedendo a tutte noi", la chiave per sradicare il male. Anzi, "sta succedendo a tutti noi", perché anche gli uomini, anche quelli che credono di non aver nulla a che fare con la brutalità, in questo sforzo c'entrano.
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Scarpe rosse per dire basta al femminicidio (foto Ansa)

martedì 19 febbraio 2013

MODA & MODI

Verde germoglio di passione

Acqua, giada, pavone, muschio, pisello, petrolio, oliva, smeraldo, salvia. Sacro e profano. Aristocratico o sbarazzino, da circostanza o divertente. Quanto a sfumature, il verde di questa stagione ce la mette tutta per raggiungere il numero magico. Non sono cinquanta, ma ce n'è per tutti i gusti e le occasioni, pure quelle sbagliate, come ha dimostrato sull'appena archiviato palco di Sanremo una Paola Dominguin avvolta in gonna e camicia trasparenti color fagiolino, che lasciavano intravedere i sottostanti pantaloni e top fiorati. Troppo e troppo in anticipo, un'overdose bucolica prematura in uno scenario dove gli eccessi e le orrendure, come le scarpe ortopediche color ceralacca, hanno un senso, seppur perverso, solo su Luciana Littizzetto.
Verde sia, allora. Le prime pennellate sono già comparse nelle vetrine che svelano le novità di primavera. Quanto alle celeb, sempre vestite con una stagione di anticipo sui comuni mortali, hanno già spruzzato di verde i più importanti red carpet, saltellando giulive tra peter pan e robin hood.
La lucertolona sostituisce la panterata, ma resta ad alto rischio. Il total green rende giustizia a poche, a meno di non essere la casalinga disperata Marcia Cross, imperiale in un verde smeraldo incastonato tra il rosso dei capelli e il bianco dell'epidermide, o la scheletrica Victoria Beckham, che si permette un microabito spartano, quasi un grembiulino da scolaretta su perversi booties neri, senza sembrare un cetriolino da giardiniera in barattolo. Il verde ha personalità, non occorre strafare.


 
Marcia Cross in un abito Elie Saab (Getty Images)


Chi azzarda tailleur monocolori, dovrà economizzare gli accessori, perché su una tinta così allegramente straripante tutto finisce per sembrare un po' in eccesso. Più facile giocare con scarpe, borse, collane, occhiali, che regalano un guizzo di vitalità senza impegnare l'insieme e si possono combinare con tinte a contrasto. Il verde si declina anche in scacchi e righe, trasformando tovagliette da pic-nic in completini urbani, in magliette da marinaio rivisitate con una vena acida, che le sottrae all'effetto souvenir veneziano per renderle contemporanee. Speranza o bile? L'interpretazione che mi piace di più è quella del ministro della giustizia francese Christiane Taubira, in uno dei suoi interventi all'assemblea nazionale in difesa della legge sul matrimonio gay: una giacca verde tenero, senza fronzoli, un germoglio dal cuore coriaceo.
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Il ministro della giustizia francese Christiane Taubira

giovedì 14 febbraio 2013

MODA & MODI
Food & Fashion

Che cosa hanno in comune un abito haute couture di Giambattista Valli e una zuppa di ortiche e pomodori ciliegini? Solo il colore verde e rosso? E un tailleur pantaloni tipo tappezzeria di Prada e dei tortelli di zucca e amaretto? Solo l'arancio? L'abbinamento non è temerario. Perchè il cibo ha lo stesso contenuto di design di un abito e perchè anche la passerella si può "gustare". Sedetevi alla deliziosa tavola apparecchiata virtuale del blog Taste of Runway (www.tasteofrunway), dove la padrona di casa, Anna Marconi, con i suoi appunti gastro-fashionisti e la ricetta pubblicata in calce, combina piatti e modelli in modo da stimolare, in un colpo solo, entrambi i sensi, vista e gusto. «Taste of Runway - dice - è un atto di design nato in una giornata apparentemente tranquilla, un affare di cuore creato per condividere il piacere della vita e dare alla moda un sapore diverso...». 
Prada e gli agnolotti da www.tasteofrunway
Il cibo è fashion. E si mangia con gli occhi. Sarà la crisi a trascinare gli alimenti fuori da negozi e supermercati, dove, anzi, spesso rimangono invenduti, ma mai come in questa stagione sono diventati oggetti da passerella, da rivista, pezzi ad alto contenuto di creatività, da regalare o confezionare per il gusto di maneggiarli e di guardarli, prima ancora che per quello di assaggiarli. Ci catturano forma, struttura, colore, taglio, proprio come in un abito o in un oggetto d'arredo. Li ammiriamo, ci facciamo deliziare dall'idea che racchiudono. Sono piccole opere d'arte ad altissimo livello di gratificazione visiva.
Un museo come il Mart di Rovereto li mette in vetrina, nella mostra, curata da Beppe Finessi, "Progetto cibo. La forma del gusto" fino al 2 giugno (www.mart.trento.it). Linguaggi e ambiti diversi si intrecciano con un obiettivo spiegato dalla direttrice Cristiana Collu: «Provare a mettere in scacco l'estetica della recessione: paura, conformismo e adattamento la logica della sopravvivenza».
Cosa differenzia la stratificazione delle lasagne da quella del tiramisù? Come si costruisce un tortellino? E quali sono le geometrie del cannolo siciliano? Al Mart rispondono architetti e chef di punta: sia i cibi "anonimi", sia quelli con una precisa carta d'identità come sushi e lasagna, arancini e olive ascolane, sono frutto di un indovinato equilibrio tra immagine, gusto e produzione. Perfino il pane, tanto onnipresente da scomparire sulla tavola, va in passerella in una sequenza di forme differenti, esposte come vere e proprie sculture con una specifica "bontà" estetica.
Uovo e tartufo di Cracco da "Progetto cibo. La forma del gusto" al Mart di Rovereto
L'idea viene da lontano. Nel suo libro "Good design", pubblicato cinquant'anni fa, Bruno Munari insegnava a leggere i prodotti della natura, una semplice arancia, per esempio, come oggetti di design, sottolineandone con ironia e rigore le caratteristiche "funzionali e prestazionali". Il design applicato alla produzione industriale - uno dei temi chiave della mostra - ha costruito il successo di molti prodotti, dal Bacio Perugina al concorrente Ferrero Rocher, dal biscotto Krumiro alla patatina Saratoga Chips.
Appunto: mai pensato di addentare un reggiseno? O di sgranocchiare una borsetta o un paio di stiletto? Moda, ironia, golosità e creatività sono la ricetta del successo planetario dei biscotti firmati dagli inglesi "The biscuiteers" (www.biscuiteers.com) che costano come un gioiello e ne hanno tutte le caratteristiche. L'idea geniale è la "tematicità", dolci "su misura" per ogni occasione e inclinazione, dalla nascita del primogenito al compleanno dell'amica shopaholic, dalla cena aziendale al matrimonio. Si possono acquistare anche a pezzo, come vere e proprie piccole sculture. E così vengono confezionati, in scatole di latta e avvolti nella stessa carta degli abiti di pregio, in modo che sguardo e tatto siano conquistati ben prima dell'assaggio, la "consumazione" avvenga nella testa e poi a contatto con le papille.
La borsa da addentare nel "Fashionista Tin" di The Biscuiteers
Troppo cerebrale? Niente affatto se c'è qualcuno che «all'esplorazione del bisogno più essenziale della vita: mangiare», crede al punto da lanciarsi in un'avventura editoriale - cartacea e completamente indipendente - che filtra la cultura attraverso la buona tavola. Si chiama "Alla carta" (www.allacarta.com) ed è la rivista semestrale lanciata da tre giovani donne Valentina Barzaghi, Fabiana Fierotti e Yara De Nicola, primo numero, tutto in inglese, in edicola da un paio di mesi. La ricetta, ancora una volta, è la stessa del "gusto virtuale della passerella" di Anna Marconi, anche se si trasferisce dalla rete alla pagina stampata: carta porosa che seduce il tatto, fotografie abbinate a una ricetta, interviste da assaporare, geometria della tavola, l'uso dei coltelli illustrato come in un manuale e rappresentato attraverso installazioni da food-designer, una dissertazione sui legami tra Fellini, cibo e donne. Si fa colazione col fotografo di moda Marco Glaviano, si pranza con lo stilista Alessandro Dell'Acqua, si cena con la regista Chiara Clemente. Si conversa, si imparano nuove ricette, si esplora uno spazio al confine tra più arti. E ci si lascia sedurre da un prodotto che non è nè rivista di cucina, nè di moda, nè di fotografia o design, ma miscela tutti questi ingredienti in una ricetta multisensoriale. Lo sintetizza il guest editor del primo numero, lo chef Davide Oldani: «La differenza tra un cuoco e uno chef? La mente. I grandi chef non vogliono semplicemente dar da mangiare ai clienti, ma esprimere i loro pensieri attraverso il cibo».
Intanto non c'è canale tv che non proponga il suo cooking show e Masterchef polverizza ogni record superando i 900 mila spettatori, unico programma che non salta la settimana di Sanremo (pur con l'anatema di Michael Pollan, filosofo del cibo e Premio Nonino Risit d'aur: «Masterchef insegna a fare buona cucina come la pornografia a fare l'amore»), mentre alla Stazione Leopolda di Firenze tutto è pronto per "Taste" (9-11 marzo) salone dedicato al gusto e al "food life style".
Per "foodies" che non amano le grandi platee ma non hanno paura degli appuntamenti al buio, invece, c'è il Ma' Hidden Kitchen Supper Club, due volte al mese, in un loft privato di Milano, per gustare la cucina casalinga della padrona di casa: prenotazione solo on line e non si conoscono gli altri commensali (www.mhksc.it). Il cibo creativo, in fondo, è divertente quando ci si prende qualche rischio, ai fornelli e a tavola. 
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L'alta moda di Giambattista Valli e la zuppa alle ortiche (www.tasteofrunway.it

martedì 5 febbraio 2013

MODA & MODI

Solo il rosa di Schiaparelli era shocking

Ipnotizziamoci con la casa di Barbie, magico gioiello della giocattoleria vintage, perché l'anno appena iniziato sarà color rosa, almeno quello che vorremo metterci addosso. Rosa forte, intenso, esagerato, deciso, imperativo, inevitabile, ma per favore non chiamiamolo "shocking", tirando fuori l'omaggio a Elsa Schiaparelli, che così battezzò il suo profumo (nella boccetta disegnata nel 1937 da Leonor Fini sul busto dell'attrice Mae West, racchiusa in un contenitore dello stesso rosa delle tele di Bérard) e poi ci intitolò la sua autobiografia, anno 1954. Una vita e un'essenza davvero "shocking", all'epoca, mentre oggi l'unico brivido di eccitazione legato alla nuance è venuto nell'ottobre scorso, al dibattito tv pre-voto americano, quando Michelle Obama e Ann Romney si presentarono entrambe di pink-vestite, la prima con un tubino del designer connazionale Michael Kors, celebre per essere giudice di talent show modaioli più che per i suoi modelli, francamente inguardabili, mentre la signora repubblicana segnò un punto di stile affidandosi al prevedibile Ralph Lauren, monumento americano al guardaroba di Park Avenue. Per dovere di cronaca: tutto concordato per sostenere la lotta al cancro alla mammella, causa bypartisan anche nella tinta degli outfit.
Torniamo al rosa rosa, che ha dilagato sulle passerelle della primavera in abiti, tailleur, trench, gonne, pull, borse e scarpe, scelto sia da Donatella Versace che da Vivienne Westwood, il che equivale a dire che, potenzialmente, può portarlo una gamma di clienti compresa tra la regina Elisabetta e Lady Gaga. E due che se lo mettono sono proprio loro, la regina di marzapane e la regina del kitsch, entrambe per non farsi perdere di vista tra la folla, accanto a Christine Lagarde, non troppo popolare di questi tempi, e ad Angela Merkel, un endorsement che forse funziona di più per la big bubble.
Insomma, il rosa rosa è per tutte? No, né per ogni occasione. Può star male alle pallide e alle scure, l'hanno dimostrato Ann e Michelle. Si impone, alla tedesca. E, seppure in monodosi, come insegna l'altera Lagarde, non riesce a sottrarsi all'effetto bambolona, la Marilyn di "diamonds are a girl's best friend", per capirci.
Considerate le controindicazioni, immergiamoci in questo universo candy-candy. È fatale, non ci sfuggiremo, se non altro come antidepressivo. Non è i rosa shocking di Elsa Schiaparelli, l'artista che fa vestiti, come la deprezzava Chanel, è il rosa chiassoso e frastornante, come un cocktail. Veloce e deperibile. Rosa neon. Tutto, ma non shocking.
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Michelle Obama e Ann Romney