martedì 12 giugno 2007

MODA & MODI

Il vintage nella rete


Sophia Loren in Nolan Miller (www.thefrock.com)

Il più organizzato? Prototypevintage.com, autentica miniera di abbigliamento, accessori, bijoux che attraversano le epoche, dagli anni '20 agli '80, con infinita varietà di scelta e facilità di consultazione. Il più elegante? Vintage-paris.com, che offre un'accuratissima selezione di Chanel d'antan, accanto ad altri modelli di storiche griffe francesi, da Hermes a Celine, con qualche stupenda concessione a Elsa Schiaparelli. L'indirizzo per le patite di borsette? Ubny.com, recapito on-line dell'Unique Boutique di New York, dove molte case cinematografiche vanno a pescare pezzi d'epoca ormai quasi introvabili, Gucci e Roberta da Camerino in testa. L'asettico? Decadesinc.com, boutique di Los Angeles frequentatissima dalle star, che haaperto alle vendite anche in rete con collezioni di Courreges, Ossie Clark, Azzaro.

Siti stranieri da perderci gli occhi per le patite del vintage. Alla faccia degli sbiaditi revival della moda attuale (quest'estate sono fiorellini neo-hippy riesumati dagli anni '70...), via Internet ci si può assicurare usato d'autore, il più delle volte in perfette condizioni e aprezzi competitivi. La caccia è davvero a colpi di mouse, basta tener d'occhio gli indirizzi preferiti e vedere con quanta velocità spariscono soprattutto gli accessori, borse e scarpe griffate italiane e francesi al primo posto, sostituite in men che non si dica dal laconico cartellino «sold». Una Gucci col manico di bambù, una Dior col classico monogrammaincrociato durano lo spazio di qualche ora, ma altrettanto avviene, insospettabilmente, per le «zeppone» anni Settanta.


Vi piace sognare? Allora è d'obbligo cliccare thefrock.com, vetrina distupefacenti abiti che vanno dall'età Vittoriana a fine Novecento. C'è anche una sezione dedicata al guardaroba di alcune dive, dove si può acquistare, per esempio, un abito del '75 di Sophia Loren, di taffetà a grandi rose rosse, con stola, firmato da Nolan Miller che ne fece solo due esemplari (uno è rimasto nel suo archivio) e proveniente da un'asta benefica della radio e tv araba del Cairo. L'abito «statico», per la verità, non fa impazzire, ma la foto che lo ritrae addosso a una giovane e radiosa Sophia merita di per sè una visita al sito: sprigiona vita.


Balmain, Lanvin, Givenchy, Oscar de la Renta sono alcune delle griffe storiche della collezione, che firmano anche gli abiti da sposa (ce n'è di stupendi, costano molto meno di quelli contemporanei e hanno un'aria fascinosa inarrivabile). Per chi ha a disposizione una sarta fidata ma ancora poche idee, c'è un Dior del 1955, di pizzo color crema, al quale non costa nulla ispirarsi... Dior festeggia sessant'anni: è come mettersi addosso un pezzo di storia dell'alta moda.
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martedì 29 maggio 2007

MODA & MODI: il costume intero che non c'è.....

Costumi Cole of California su Grazia, 30 giugno 1963 dal libro "Costumi da bagno" di Doretta Davanzo Poli ( Zanfi Editore)

Più o meno ad ogni avvisaglia dell'estate, riviste femminili e giornali di moda, ci incoraggiano: «Quest'anno grande ritorno del costume intero». Succede regolarmente, a cadenza annuale, e a tale suggerimento ormai si dà lo stesso peso che a «non esistono più le mezze stagioni», luogo comune inoffensivo e perdonabile, perché assolutamente privo di significato. Primo: il costume «intero» non esiste più. Di solito, alle solenni proclamazioni dei magazine, seguono pagine pubblicitarie che propongono modelle avvolte in complicati intrecci di lycra, adattissimi a chi aspira a ritornare da una giornata di sole con il corpo decorato a ragnatela, o infilate in costumi talmente tagliuzzati, scavati, ritagliati, che l'unico punto davvero «intero» è la congiunzione, pressochè infinitesimale, tra le diverse parti.
Secondo: il culto dell'abbronzatura senza soluzione di continuità, anticipato già in pieno inverno con la pratica preparatoria dei «lettini», non ammette segni sulla pelle, né bretelle, né oblò, né fenditure. In spiaggia assistiamo piuttosto a febbrili contorsionismi per ridurre ogni strisciolina, per abbassare ogni triangolino, per minimizzare gli involucri e ampliare le porzioni di pelle esposta. Se il bon ton bandisce perizomi e fili interdentali, a meno di non avere intorno ai vent'anni e un sedere carioca, la sdraio offre una sorta di «zona franca» dell'estetica, dove anche chi ha da tempo superato gli «anta» si destreggia nel ridurre gli slip e nel liberarsi dal reggiseno, almeno a schiena in su. Perché il decalogo della doratura vieta che i top, gli abiti a sottoveste, le trasparenze, le scollature più generose dell'estate, mettano in mostra i binari di pelle bianca lasciati dai costumi, perimetrino con la differenza di colore un corpo che, al contrario, deve sempre dare l'impressione della perfetta nudità.
E l'intero, allora, che fine fa? Nella versione classica è divenuto sinonimo di «contenitivo», serve a reprimere gli eccessi, a raccogliere i dispersi, a modellare i tronchi, a scolpire i fianchi. Non a caso la versione classica parte dalle taglie abbondanti, mentre, intorno alla quaranta, l'«intero» equivale a «creativo». Ecco allora le incredibili versioni di quest'anno, squarciate da ampi tagli lungo l'ombelico, arricchite da cinture o dall'inserimento di pietre e finti gioielli, trasformate geometricamente in due triangoli che si uniscono nel punto vita, a volte addirittura con un accenno di manica, quasi un top da palestra, o decorate da tali intrecci e intersezioni che l'eventuale abbronzatura assomiglia più alla body decoration, a un tatuaggio integrale.
I prezzi di queste dissertazioni sartoriali non inducono certo a esporle agli strapazzi di spiaggia e mare. Chi si avventura in un tale investimento economico, pensa già a promuoverlo a vero e proprio capo d'abbigliamento o a sfruttarlo come top prezioso per la sera, o, al limite, a farci una breve passeggiatina glamour prima di infilarsi in qualcosa di più adatto all'operazione solleone.
@boria_a

martedì 15 maggio 2007

MODA & MODI

C'era Izzy a Trieste, talent scout infelice
Isabella Blow con un cappello di Philip Treacy

Qualcuno forse la ricorderà, superospite della prima edizione di ITS al castello di San Giusto. Quella signora apparentemente fuori contesto, con le labbra rosso fuoco e gli occhi saettanti sotto singolari cappelli che non toglieva mai. Era eccentrica, infastidita, annoiata, simpatica a pochi. Caracollava sul ghiaino, nel cortile del castello, in equilibrio su tacchi a matita, fasciata in un abito di pizzo verde tenero e sempre seguita da un'assistente. Isabella Blow era la componente più autorevole della prima giuria del concorso di moda triestino. Un personaggio il cui nome, ai giovani aspiranti stilisti arrivati a Trieste da tutto il mondo in quella torrida estate 2002, non diceva pressochè nulla.
Ma la capricciosa Izzy, talent scout della moda di fama internazionale, aveva fatto la fortuna di due perfetti sconosciuti come loro, spedendoli all'anonimato tra le stelle: l'enfant terrible Alexander McQueen, che aveva scoperto in una cantina di Piccadilly a Londra, e il pazzo cappellaio inglese Philip Treacy, le cui creazioni continuava a indossare. Lo fece anche alla premiazione del concorso a San Giusto, consegnando, impacciata e quasi controvoglia, il premio più importante al vincitore, Daniele Controversio, la cui creatività poco imbrigliabile l'aveva subito intrigata. Vestiva un abito nero semitrasparente di McQueen e un surreale copricapo a forma di vascello di Treacy. Sparì subito dopo, senza concedersi alla festa notturna per i vincitori, ma lasciando agli organizzatori del concorso una frase su cui meditare: «Non mi interessano i disegni, voglio vedere quei maledetti abiti che si muovono sulle persone». Era diretta e aveva un fiuto infallibile.
Non a caso, prima di lavorare come fashion editor per l'edizione inglese di Vogue, per il Sunday Times, per Tatler, prima di essere consulente di aziende come Dupont (che l'aveva invitata a Trieste) e Swarovski, era stata assistente a New York di Anna Wintour, la direttrice di Vogue America che ha ispirato «Il diavolo veste Prada».
Isabella Blow è morta nei giorni scorsi, a 48 anni, suicidandosi con una dose di diserbante nella tenuta di famiglia, vicino a Gloucester. Agli ospiti, tra cui Treacy, aveva detto: «Vado a fare shopping». Lottava con un tumore, ma più che la malattia fisica l'hanno consumata la maternità mancata, forse l'ingratitudine di qualche pupillo (McQueen, quando vendette il marchio a Gucci, la mise da parte...) e la depressione che, confessava al marito, il nobile Detmar Blow, non «riusciva a sconfiggere». Nella sua storia familiare, un filo tragico: il nonno nobile, sospettato di avere ucciso un rivale in amore, pure lui suicida, un fratellino annegato sotto i suoi occhi nella piscina, mentre la madre, impenetrabile, era corsa in casa a mettersi il rossetto. «Questo può avere qualcosa a che fare con la mia ossessione», ammetteva Izzy. Quando la sentivano arrivare, proprio come la Miranda del film, le sue collaboratrici si affrettavano a ritoccarsi le labbra, perchè Izzy non parlava con chi non portava rossetto. Aveva già tentato il suicidio due volte, la prima gettandosi da un cavalcavia di Londra, che considerava un'icona degli anni Sessanta.
Quando venne a Trieste, si aggirava tra i giovani stilisti quasi disinteressata. Eppure non le sfuggiva un dettaglio, le bastava uno sguardo per misurare le novità, capire le potenzialità di un'idea, scartare la ripetitività. Aveva un linguaggio colorito, tagliente, disegnava o
cancellava un vestito con due aggettivi. Ma Izzy era insofferente al lavoro di giuria, riteneva il suo parere indiscutibile e non mediabile.
Alla fine non è riuscita più a trovare una casa nel mondo e tra i guru che aveva contribuito a creare. A sentire calore sotto quelle luci che, alla lunga, stancano, e poi ghiacciano.
twitter@boria_a

martedì 1 maggio 2007

MODA & MODI: new nude

Penelope Cruz alla notte degli Oscar (ph. Vince Bucci/ Getty Images)

Cipria piace più di nudo. Evoca una sfumatura aerea e soffusa, un'idea di incarnato perfetto, non quella del cerotto o delle calze correttive. Lo si chiami come si vuole, questo difficilissimo colore è arrivato sulle passerelle e nei negozi: abiti, costumi da bagno, accessori, scarpe, make-up, boccette di profumo dalla nuance indefinibile, che precede e scivola nel rosa. Tutto concorre a creare una seconda pelle: disegna il corpo ed esalta le forme, pur coprendolo come quello di una suora.
Perché il new-nude è il contrario dell'esibizione. Allude, ispira, suggerisce, propone sottovoce, s'insinua nella fantasia invece di propinartela già bella e confezionata. Davanti alla parata quotidiana di glutei carioca perfettamente bronzati, spiazza la scelta di infilare le donne in abiti così cromaticamente indefinibili, per nulla gridati, che si appoggiano sulle curve e non le piallano. In costumi da bagno che sembrano tutt'uno con la pelle. E' un'allusione di nudità che diventa un'illusione, ristoratrice in tempi di vallettopoli conclamate, dove tutto è levigato, modellato, spianato, gonfiato, scolpito e in offerta speciale. Sarà che ormai, per suscitare un qualche remoto interesse nell'osservatore, bisogna negarsi alla perfezione e all'esposizione. Ed è più che mai confortante scoprire che magari è l'asimmetria, il difetto, l'irregolarità a intrigare di più. Il corpo nudo (o la sua idea), anche con i suoi piccoli cedimenti, confonde ancora, nella sua normalità.
Si è sempre detto: il rosa carne «sbatte», sta bene a poche, fa sembrare un'insegna al neon anche il più timido accostamento colorato. Allora gli stilisti spezzano l'uniformità con ragnatele di pizzi neri, con sovrapposizioni di ricami e intarsi, con discese di pietre dure e applicazioni glitterate, che si allungano anche su scarpe e borse, con bordature sui costumi per «perimetrare» l'effetto pelle. Un trompe l'oeil sofisticato eppure minimale.
E per ammorbidire il crudo termine «fleshy» (l'inglese usato per definire questa tentazione «epidermica»), che sa un po' da tavolo anatomico, basta pensare, per ispirarsi, a due bellezze, opposte, che hanno osato: la diafana Nicole Kidman, in tailleur carne alla Mostra del Cinema di Venezia, e, più recentemente, la bruna Penelope Cruz, alla notte degli Oscar 2007, in uno stupefacente Versace già virato al rosa con lunga gonna di piume.
Femminilità più sussurrata, senza invito esplicito. Discover what is Inside, dice la pubblicità del nuovo profumo di Trussardi, boccetta trasparente, lei che si fa abbracciare in abito-sottoveste e sandali alti color pelle, su uno sfondo delle stesse tonalità. Perchè, dicono gli esperti, adesso che la fisicità è così comune e dilagante, il nudo assume una dimensione quasi astratta. Donne vestite ma come se non lo fossero: l'attrazione passa tutta attraverso la testa.
@boria_a

Inside di Trussardi


IL LIBRO
Laila Wadia: amiche per la pelle in via Ungaretti

La scrittrice indiana Laila Wadia

C'è un microcosmo etnico in via Ungaretti 25, una strada di Trieste rannicchiata giusto a metà tra la città neoclassica di Ponterosso e la ristrutturata Cittavecchia. E' una strada di cui si sono dimenticati sia l'amministrazione che il sole, come le calze vecchie con i buchi che si pigiano in fondo all'armadio ripromettendosi di trovare il tempo, e la voglia, di rammendarle.
In questa via c'è un palazzo muffoso, tozzo e sciatto, dalle cui finestre escono luci diverse, rivelatrici dei singolari inquilini che ci abitano, dei loro caratteri e dei loro segreti. Al primo piano, in un'atmosfera rossa e soffusa, filtrata dai lampadari di carta di riso, vive la famiglia cinese Fong, mamma, papà, nonna e un nugolo di bambini legati tra loro da un'incerta parentela. Al secondo piano, in un gioco di neon blu e verdi, dall'effetto Star Trek, ci sono gli albanesi Dardani, mentre al terzo, illuminati da lampadine a cento watt che penzolano tristemente da fili neri, come impiccati, abitano i profughi bosniaci Zigovic, Slobodan, Marinka e i loro figli gemelli, e gli indiani Kumar, la cui giovane Shanti, mamma della piccola Kamla e moglie del cameriere Ashok, è la voce narrante di questa storia.
Shanti ha visto suo marito solo il giorno delle nozze, a Sholapur, prima di partire per l'Italia, scostando i gelsomini e le tuberose che, dal turbante, gli pendevano davanti al viso: con quell'uomo, dalle mani grandi e ruvide, scoperte solo quando il bramino le ha unite con un foulard di seta, Shanti è partita per un paese e un destino sconosciuto, pregando in cuor suo che quelle mani non si alzino mai su di lei.
Ma c'è anche un'oasi di «triestinità» nel palazzo. E' lo scorbutico gattaro signor Rosso, uno zitellone inacidito tra sigarette, libri e mastodontici mobili impero, che tutti i condomini ormai, cancellando le r come fa Bocciolo di rosa Fong, chiamano signor «Lo So». Ricevendone in cambio, in qualche raro incrocio sul pianerottolo, un secco: «Cazzo, altri negri».
Via Ungaretti non esiste. L'ha inventata Laila Wadia, la scrittrice indiana e triestina d'adozione, per ambientarci il suo primo romanzo, «Amiche per la pelle», pubblicato dalle edizioni e/o, che sarà in libreria l'11 maggio, il giorno dopo la presentazione al Salone del libro di Torino.
Non è una storia di migranti, quella scritta da Laila Waida, o meglio, non è solo questo. L'autrice - quando per la prima volta parlò di questo romanzo in nuce, un anno fa, in un'intervista al «Piccolo» - aveva pensato di intitolarla «Via Ungaretti», perché sono proprio il poeta e i suoi versi a raccogliere idealmente e a districare tutti i fili delle storie che si intrecciano nel palazzo. Storie di sensibilità e provenienze lontane, che trovano un loro miracoloso equilibrio grazie alle quattro donne, le vere protagoniste, Bocciolo di rosa, dolce e burrosa, l'albanese Lule, che sfoggia un benessere ordinario e chiassoso, di oscura provenienza, la dura Marinka, dal cuore disseminato di cicatrici, e Shanti, forse un po' l'autrice, quella in cui la voglia di integrazione è più forte e matura e anche la capacità di intravedere un futuro al di là di quella strada.
E poi c'è Kamla, Camilla come la chiama il signor Rosso («almeno non hai un nome da negra...»), la piccola che per prima entra nell'antro fumoso del gattaro e ci scopre la magia dei versi, delle parole che si combinano in un puzzle dai suoni affascinanti ma dall'immagine ancora indecifrabile. Kamla trova la chiave di un cuore indurito dal tempo e dalla solitudine e cambia il destino di tutti.
E' una lettera a gettare nello scompiglio il microcosmo multietnico di via Ungaretti. Il proprietario dell'edificio è morto e l'erede intende al più presto far sloggiare quei pittoreschi inquilini in nero per ristrutturare gli appartamenti. La Lettera è un nemico subdolo, a tutti quasi incomprensibile. Sta lì, nel soggiorno «internazionale» di Shanti, arredato con il piatto con l'immagine di Durazzo, dono di Lule, con il vaso cinese scheggiato, che la cugina di Bocciolo di rosa non riesce a vendere nella Chinatown triestina di via Ghega, con la poesia di Saba scritta a mano, regalata dal signor Rosso a Kamla, quella poesia che la prima volta che la leggi non la capisci bene... Triestehaunascontrosagrazia...
Lo sfratto è un po' come le lezioni di italiano di Laura, l'insegnante che le quattro donne hanno trovato grazie al «Mercatino» per imparare la lingua: obbliga tutti a fare i conti con il proprio passato.
Marinka non riesce a imparare le frasi comparative. «In Cina c'è più gente che in Italia», dice Bocciolo di rosa. «In Italia c'è più pulizia che in India» le fa eco Shanti. «In Italia c'è meno odio che in Bosnia» riesce a malapena ad articolare Marinka, che in via Ungaretti ha trovato un approdo alla furia della guerra. Lasciare la casa è riaprire una ferita, trovarsi di nuovo sballottata da un destino incontrollabile che annienta ogni fragile certezza, conquistata con i denti.
Ma anche in via Ungaretti non tutto è come sembra e la Lettera apre la strada a una raffica di piccoli colpi di scena. Perché il signor Rosso non reagisce alla minaccia dello sfratto? E chi è quel giovane dalla pelle scura che si presenta a chiedere di lui? Quale segreto ha custodito per tutta la vita l'unico triestino di via Ungaretti 25?
Quando ormai tutto sembra deciso e le amiche per la pelle destinate a separarsi per sempre, ecco che la storia cambia verso e si avvia al lieto fine. E, ancora una volta, la soluzione arriva attraverso una poesia, magari zoppicante e dalle rime incerte, così diversa da quelle brevi e folgoranti su cui Kamla ha imparato a parlare l'italiano meglio dei suoi genitori.
Sottile e compiuta come una filigrana, senza la pretesa di incrociare i grandi interrogativi che accompagnano i movimenti dei popoli, «Amiche per la pelle» è una favola leggera sull'integrazione possibile e necessaria, attraverso la parola di uno, che poi diventa la parola di tanti, anche se dissimili. Come nei suoi racconti, che hanno vinto tanti premi di letteratura migrante ma non solo, Laila Wadia racconta Trieste, i suoi «triestini», «taljani», «negri», con ironia, senza indulgenze ma con l'affettuoso disincanto, perfino un po' complice, del residente. Lo dice Shanti, leggendo «Trieste» di Saba, dono del signor Rosso: «La prima volta non la capisci bene, ma poi ti penetra nel cuore, come questa strana città».
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 La copertina di "Amiche per la pelle" (edizioni e/o)

domenica 29 aprile 2007

L'INTERVISTA
Mila Schön: che nostalgia di Trieste e del mio giardino in via san Michele

Mila Schön nel suo studio di via Montenapoleone a Milano

Da cinquant'anni il suo nome è sinonimo di rigore, pulizia, sartorialità. L'hanno sempre chiamata la «signora dello stile», per quell'eleganza asciutta, senza fronzoli e senza tempo, che ha conquistato alcune delle donne più famose e più ben vestite del mondo. Mila Schön è una sorridente signora di 88 anni, che ha scritto un capitolo importante della moda  italiana. Sentirla raccontare è come aprire uno scrigno magico, da cui escono i personaggi, gli incontri, i protagonisti di quella straordinaria avventura che fu la nascita del «made in Italy», quando l'arte del vestirsi aveva un che di silenzioso, rituale e iniziatico. Singolare terra di talenti sartoriali, la Dalmazia, che ha dato alla storia della moda italiana due delle sue griffe più note nel mondo, Mila Schön e «Tai» Missoni. Mila, al secolo Maria Carmen Nutrizio, nasce infatti nel 1919 a Traù, un anno dopo la caduta dell'impero austro-ungarico. Il padre è farmacista e proprietario terriero, la mamma una Luxardo del maraschino di Lussinpiccolo, il fratello Nino diventerà giornalista e sarà fondatore e per lunghi anni direttore del quotidiano milanese «La Notte». Dalla Dalmazia, che lascia a tre mesi con la famiglia, si trasferisce a Trieste, in una casa del centro storico, dove vive e studia fino a diciott'anni.
Alla moda, Mila Nutrizio arriva per gusto e classe innati, ma soprattutto con un'incrollabile determinazione. Dopo il rovescio finanziario che colpisce l'attività del marito, il commerciante di preziosi Aurelio Schön, veneto di origini autriache, comincia a disegnare abiti per le sue amiche, ricche signore della borghesia milanese. Nel 1958 apre un piccolo atelier, sette anni dopo, nel '65, il marchese Giovanni Battista Giorgini, l'inventore della moda italiana, la invita a debuttare sulle prestigiose passerelle fiorentine del pret-à-porter di Palazzo Pitti, nella leggendaria Sala Bianca. La sua è una collezione tutta violetta, dal lilla al glicine, venticinque sfumature diverse, che conquista l'attenzione internazionale.
«Quella di Mila Schön è vera alta moda: autentica, splendida, perfetta», commenta Giorgini.
Famosa per i suoi double-face («l'intransigenza con cui concepisco un interno uguale a un esterno è una mia cifra»), per gli abiti da sera con inserti geometrici, per le gonne a pieghe «baciate», per gli stupefacenti ricami, nel '66 Mila Schön conquista l'America, dove le viene conferito il Neimann Marcus Award, l'Oscar della moda per il colore, ed è la prima stilista italiana a sbarcare in Giappone.
Di lei, la segaligna sacerdotessa della moda americana Diana Vreeland, dice: «La sua linea, in apparenza spoglia ma preziosa, ingentilisce tutte le donne». Una sera, il 28 novembre 1966, al Black and White Ball all'hotel Plaza di New Yorkorganizzato da Truman Capote, la signora giudicata più elegante è Marella Agnelli, in Mila Schön, al terzo posto si classifica Lee Radziwill, sorella di Jackie Kennedy, anche lei avvolta da un modello Schön.
Abiti, accessori, profumi, pelletteria, piastrelle. Negli anni d'oro la griffe diventa un piccolo impero. Poi, nel '93, dopo un periodo di crisi, la cessione al colosso giapponese Itochu, che lascia comunque la parte creativa sotto il controllo della fondatrice. Oggi è il gruppo Mariella Burani a detenere la licenza del marchio, in base a un accordo con l'Itochu che si concluderà anticipatamente nell'autunno-inverno 2008. 

Mila Schön si è ritirata da anni, ma la voglia, l'entusiasmo di vestire le donne le sono rimasti nel cuore. Nel 1990 i cronisti giuliani le hanno assegnato il «San Giusto d'oro», il premio a chi porta il nome di Trieste nel mondo. 

Marella Agnelli vestita da Mila Schön al Black and White Ball:
 è giudicata la signora più elegante


Signora Schön, che immagini conserva della sua terra?
«Non ho ricordi visivi del periodo che ho vissuto in Dalmazia, perchè ero molto piccola quando sono andata via. I miei ricordi sono legati ai racconti dei miei familiari, anche se, in seguito, ci sono tornata in altre occasioni. La mamma, mio fratello ed io, siamo partiti su una nave da guerra comandata dall'ammiraglio Millo. Abbiamo lasciato la Dalmazia con una federa e poche corone...».
Poi l'arrivo a Trieste...
«Ci siamo stabiliti in via San Michele, in una casa con un bellissimo giardino. Anche se nata in Dalmazia, sono diventata subito cittadina italiana, perchè mio papà aveva votato per l'Italia, quindi io e tutta la mia famiglia siamo stati nominati cittadini italiani ad honorem. Avevo e ho tuttora un carissimo amico a Trieste, il professor Paolo Budinich, fisico nucleare a Miramare. Sono ancora in contatto con lui, anche se ultimamente è da un po' di tempo che non lo sento».
Che ricordo ha della città?
«Ricordo Trieste con malinconia e gioia allo stesso tempo. Ricordo che andavo a suonare il piano da una vicina e ricordo il grande giardino della casa in cui abitavo: era molto bello. Ricordo anche che in seguito, una volta in cui ho avuto occasione di tornare, ho visto che al suo posto era stata costruita una casa. Allora ho pensato: lo ricompro e lo faccio diventare di nuovo un giardino, il "mio" giardino. Da Trieste, mi sono trasferita con la mia famiglia a Genova, dove ho vissuto per cinque anni, perchè mio papà dirigeva una farmacia a Pegli».
Mila Schön col figlio Giorgio a Trieste,
 davanti alla casa di via San Michele nel 2004
Poi un altro spostamento, Milano.
«Nel 1940 mio fratello Nino Nutrizio fu nominato direttore de "La Notte" a Milano. Allora mi ci sono trasferita anch'io, insieme a mia mamma. In questo periodo lavoravo in un'azienda farmaceutica, sia per occupare il tempo, sia per non pesare economicamente sulla famiglia. Durante la guerra, a Novara dove eravamo sfollati, mi sono sposata. Ricordo che erano le sei di sera. Colui che è diventato mio marito voleva sposarmi al più presto, senza aspettare che la guerra finisse. Dopo tre anni ho avuto la gioia di avere un bambino, mio figlio Giorgio, che è il grande amore della mia vita».
Come l'è venuta l'idea di occuparsi di moda?
«Per varie ragioni, dopo dodici anni di matrimonio, mi sono divisa da mio marito. Lui aveva avuto difficoltà nel suo lavoro e ho capito che non si sarebbe più ripreso. Eravamo abituati a un tenore di vita molto alto e mi preoccupava l'avvenire di mio figlio. Siccome non avevo introiti e non volevo pesare solo sui miei, ho pensato che le conoscenze che avevo e soprattutto l'esperienza dei tanti viaggi fatti in tutto il mondo, avrebbero potuto aiutarmi a "trovare" un lavoro. Anche per questo scelsi la moda».
Lei non sapeva nè tagliare nè cucire...
«Ma avevo doti personali: il senso del colore e delle proporzioni, il gusto. Ero abituata ad andare nelle grandi sartorie, spinta da mio marito che voleva che indossassi sempre abiti nuovi. Andavo spesso a Parigi. Il mio preferito era Balenciaga e alle prove avevo sempre qualcosa su cui fare osservazioni: sull'attaccatura delle maniche, per esempio, o su un taglio. Insomma, si capiva che avevo il senso delle proporzioni».
Per chi creava i suoi modelli?
«Ho iniziato a poco a poco. Dapprima con l'aiuto della figlia di una modellista, in casa di mia mamma, ho cominciato a fare qualche abito. Poi ho preso con me una prèmiere, Enrica, che veniva da una grande modellista. Osservandola lavorare cercavo di imparare, perchè, quando parlavo con le mie sarte, volevo essere in grado di esprimermi correttamente in modo tecnico. E ho imparato, perchè sentivo che quando andavo in prova loro mi rispettavano tutte. Ho lavorato anche con duecentocinquanta sarte. Così ho iniziato a fare piccole collezioni, invitando le mie conoscenti».
Ricorda la prima?
«La prima presentazione importante fu al "Continental" di Milano, insieme a una mia amica che faceva pellicceria. Era una collezione per l'inverno, stagione che io amo fra tutte. E' piaciuta molto e questo mi ha dato coraggio».
Nel 1965, invitata da Giovanni Battista Giorgini, lei sfila a Palazzo Pitti.
«Era un momento molto triste, perchè nel novembre 1964 era morta mia mamma. Per me è stata una grande perdita. Ero disperata e ansiosa per il mio futuro, con un bambino piccolo ancora da crescere. Proprio in quel momento Giorgini venne per invitarmi a Firenze. Ho accettato. Mi rimaneva poco tempo e ho fatto una piccola collezione che ha avuto un successo enorme. Mi ricordo che alla fine tutte le persone si sono alzate in piedi per applaudirmi. Mi sono commossa. E' questa la sfilata, fra le tantissime che ho fatto in seguito, che ricordo nel modo più vivo e che considero la più importante per me in assoluto».
L'anno dopo lei sbarca in America. Come venne accolta la sua moda?
«Subito dopo la sfilata di Firenze, Neiman Marcus mi invitò a Dallas e a Houston. Una cosa che mi ha colpito e che ho trovato interessante in quell'occasione, è che dovevo spiegare alle vendeuses il mio stile, come vendere i miei abiti, come fare gli abbinamenti. Era una piccola lezione e mi colpì constatare come erano importanti per loro i miei consigli. Anche qui fu un successo, che mi portò sino a New York».
Mila Schön ha vestito alcune icone di stile...
«Tanti giornali mi richiedevano interviste e anche donne come Jacqueline Kennedy, Lee Radziwill, Ira Fürstenberg indossavano i miei abiti. Mi sentivo abbastanza sicura, anche se pensavo di avere sempre qualcosa da imparare. Le mie collezioni continuarono ad avere successo per anni e io giravo tutto il mondo. Ho fatto anche le divise per l'Alitalia, poi per l'Iran Air. E' allora che ho conosciuto lo Scià Reza Palhavi e Farah Diba. Sì, posso dire di aver vestito tutte le donne più importanti del mondo e ho avuto con loro ottimi rapporti».
Lee Radziwill in Mila Schön con Truman Capote al Black and White Ball
Quando si è accorta di aver sfondato?
«Quando sono arrivata al punto che per me esisteva solo il mio lavoro. Lavoravo fino a tardi la sera. Però non lo portavo mai a casa nei finesettimana, che trascorrevo dedicandomi ai miei quattro nipoti, che adoro. Lo lasciavo lì per poter "lavare il cervello" in quei due giorni. Ripensandoci oggi, sento una grande nostalgia. Avrei dentro di me un desiderio enorme di ricominciare a lavorare, e di dare, soprattutto a quelle donne che oggi per la strada non si vedono con approvazione».
Che cosa vuol dire eleganza per Mila  Schön?
«Guardarsi allo specchio. Ogni donna ha la propria personalità e prima di comprare un abito deve capire se è giusto per lei. Una cosa è vedere un lavoro, perchè per me un abito è un "lavoro", e un'altra indossarlo».
Il "New York Times" ha definito di recente la moda italiana «volgare». E' d'accordo?
«Forse non lo avrei detto, ma è abbastanza vero. Nella moda di oggi non c'è una linea definita. Nei negozi si trovano più o meno le stesse cose, più o meno preziose. Abiti molto carichi e troppo strani, con poco gusto. E' una moda troppo urlata e generalizzata».
Che cosa farebbe indossare alla donna-simbolo di Mila Schön?
«Un cappottino a sigaretta. Un tailleur. Un tubino. Sbizzarrendomi forse un po' di più per la sera». 

Ha qualche rimpianto?
«Ho avuto tanti momenti belli nella mia carriera. Posso dire di non avere rimpianti. Forse il rimpianto più grosso è proprio per il mio lavoro: ricomincerei subito. Sono felice di averlo fatto. Mi ha chiesto tanto, ma mi ha anche dato tanto. E' un rimpianto roseo».
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L' INTERVISTA

Mila Schön: "Ho nostalgia di Trieste. E critico la moda che va di moda"

 

Da cinquant'anni il suo nome è sinonimo di rigore, pulizia, sartorialità.
L'hanno sempre chiamata la «signora dello stile», per quell'eleganza asciutta, senza fronzoli e senza tempo, che ha conquistato alcune delle donne più famose e più ben vestite del mondo. Mila Schön è una sorridente signora di 88 anni, che ha scritto un capitolo importante della moda italiana.

 
Sentirla raccontare è come aprire uno scrigno magico, da cui
escono i personaggi, gli incontri, i protagonisti di quella straordinaria avventura che fu la nascita del «made in Italy», quando l'arte del vestirsi aveva un che di silenzioso, rituale e iniziatico.
Singolare terra di talenti sartoriali, la Dalmazia, che ha dato alla storia della moda italiana due delle sue griffe più note nel mondo, Mila Schön e Tai Missoni. Mila, al secolo Maria Carmen Nutrizio, nasce infatti nel 1919 a Traù, un anno dopo la caduta dell'impero austro-ungarico. Il padre è farmacista e proprietario terriero, la mamma una Luxardo del maraschino di Lussinpiccolo, il fratello Nino diventerà giornalista e sarà fondatore e per lunghi anni direttore del quotidiano milanese «La Notte». Dalla Dalmazia, che lascia a tre mesi con la famiglia, si trasferisce a Trieste, in una casa del centro storico, dove vive e studia fino a diciott'anni.

 
Alla moda, Mila Nutrizio arriva per gusto e classe innati, ma soprattutto con un'incrollabile determinazione. Dopo il rovescio finanziario che colpisce l'attività del marito, il commerciante di preziosi Aurelio Schön, veneto di origini austriache, comincia a disegnare abiti per le sue amiche, ricche signore della borghesia milanese. Nel 1958 apre un piccolo atelier, sette anni dopo, nel '65, il marchese Giovanni Battista Giorginil'inventore della moda italiana, la invita a debuttare sulle prestigiose passerelle fiorentine del pret-à-porter di Palazzo Pitti, nella leggendaria Sala Bianca. La sua è una collezione tutta violetta, dal lilla al glicine, venticinque sfumature diverse, che conquista l'attenzione internazionale.
«Quella di Mila Schön è vera alta moda: autentica, splendida, perfetta», commenta Giorgini.



Nello studio di via Montenapoleone a Milano

 

Famosa per i suoi double-face («l'intransigenza con cui concepisco un interno uguale a un esterno è una mia cifra»), per gli abiti da sera con inserti geometrici, per le gonne a pieghe «baciate», per gli stupefacenti ricami, nel '66 Mila Schön conquista l'America, dove le viene conferito il Neiman Marcus Award, l'Oscar della moda per il colore, ed è la prima stilista italiana a sbarcare in Giappone.
Di lei, la segaligna sacerdotessa della moda americana Diana Vreeland, dice: «La sua linea, in apparenza spoglia ma preziosa, ingentilisce tutte le donne». Una sera, a un grande ballo all'hotel Plaza di New York organizzato da Truman Capote, la signora giudicata più elegante è Marella Agnelli, in Mila Schön, al terzo posto si classifica Lee Radziwill, sorella di Jackie Kennedy, anche lei fasciata da un modello Schön.

 
Abiti, accessori, profumi, pelletteria, piastrelle. Negli anni d'oro la
griffe diventa un piccolo impero. Poi, nel '93, dopo un periodo di crisi, la cessione al colosso giapponese Itochu, che lascia comunque la parte creativa sotto il controllo della fondatrice. Oggi è il gruppo Mariella Burani a detenere la licenza del marchio, in base a un accordo con l'Itochu che si concluderà anticipatamente nell'autunno-inverno 2008. Mila Schön si è ritirata da anni, ma la voglia, l'entusiasmo di vestire le donne le sono rimasti nel cuore. Nel 1990 i cronisti giuliani le hanno assegnato il «San Giusto d'oro».

 
Signora Schön, che immagini conserva della sua terra? Non ho ricordi visivi del periodo che ho vissuto in Dalmazia, perchè ero molto piccola quando sono andata via. I miei ricordi sono legati ai racconti dei miei familiari, anche se, in seguito, ci sono tornata in altre occasioni. La mamma, mio fratello ed io, siamo partiti su una nave da guerra comandata dall'ammiraglio Millo. Abbiamo lasciato la Dalmazia con una federa e poche corone...
 

Poi l'arrivo a Trieste...

Mila Schön davanti al portone di via San Michele 35, a Trieste, col figlio Giorgio



Ci siamo stabiliti in via San Michele, in una casa con un bellissimo giardino. Anche se nata in Dalmazia, sono diventata subito cittadina italiana, perchè mio papà aveva votato per l'Italia, quindi io e tutta la mia famiglia siamo stati nominati cittadini italiani ad honorem. Avevo e ho tuttora un carissimo amico a Trieste, il professor Paolo Budinich, fisico nucleare a Miramare. Sono ancora in contatto con lui, anche se ultimamente è da un po' di tempo che non lo sento.

 
Che ricordo ha della città? Ricordo Trieste con malinconia e gioia allo stesso tempo. Ricordo che andavo a suonare il piano da una vicina e ricordo il grande giardino della casa in cui abitavo: era molto bello. Ricordo anche che in seguito, una volta in cui ho avuto occasione di tornare, ho visto che al suo posto era stata costruita una casa. Allora ho pensato: lo ricompro e lo faccio diventare di nuovo un giardino, il "mio" giardino. Da Trieste, mi sono trasferita con la mia famiglia a Genova, dove ho vissuto per cinque anni, perchè mio papà dirigeva una farmacia a Pegli.

 
Poi un altro spostamento, Milano. Nel 1940 mio fratello Nino Nutrizio fu nominato direttore de "La Notte" a Milano. Allora mi ci sono trasferita anch'io, insieme a mia mamma. In questo periodo lavoravo in un'azienda farmaceutica, sia per occupare il tempo, sia per non pesare economicamente sulla famiglia. Durante la guerra, a Novara dove eravamo sfollati, mi sono sposata. Ricordo che erano le sei di sera. Colui che è diventato mio marito voleva sposarmi al più presto, senza aspettare che la guerra finisse. Dopo tre anni ho avuto la gioia di avere un bambino, mio figlio Giorgio, che è il grande amore della mia vita.

 
Come le è venuta l'idea di occuparsi di moda? Per varie ragioni, dopo dodici anni di matrimonio, mi sono divisa da mio marito. Lui aveva avuto difficoltà nel suo lavoro e ho capito che non si sarebbe più ripreso. Eravamo abituati a un tenore di vita molto alto e mi preoccupava l'avvenire di mio figlio. Siccome non avevo introiti e non volevo pesare solo sui miei, ho pensato che le conoscenze che avevo e soprattutto l'esperienza dei tanti viaggi fatti in tutto il mondo, avrebbero potuto aiutarmi a "trovare" un lavoro. Anche per questo scelsi la moda.

 
Lei non sapeva nè tagliare nè cucire... Ma avevo doti personali: il senso del colore e delle proporzioni, il gusto.Ero abituata ad andare nelle grandi sartorie, spinta da mio marito che voleva che indossassi sempre abiti nuovi. Andavo spesso a Parigi. Il mio preferito era Balenciaga e alle prove avevo sempre qualcosa su cui fare osservazioni: sull'attaccatura delle maniche, per esempio, o su un taglio. Insomma, si capiva che avevo il senso delle proporzioni.




Per chi creava i suoi modelli? Ho iniziato a poco a poco. Dapprima con l'aiuto della figlia di una modellista, in casa di mia mamma, ho cominciato a fare qualche abito. Poi ho preso con me una prèmiere, Enrica, che veniva da una grande modellista. Osservandola lavorare cercavo di imparare, perchè, quando parlavo con le mie sarte, volevo essere in grado di esprimermi correttamente in modo tecnico. E ho imparato, perchè sentivo che quando andavo in prova loro mi rispettavano tutte. Ho lavorato anche con duecentocinquanta sarte. Così ho iniziato a fare piccole collezioni, invitando le mie conoscenti.

 
Ricorda la prima? La prima presentazione importante fu al "Continental" di Milano, insieme a una mia amica che faceva pellicceria. Era una collezione per l'inverno, stagione che io amo fra tutte. E' piaciuta molto e questo mi ha dato coraggio. 

 
Nel 1965, invitata da Giovanni Battista Giorgini, lei sfila a Palazzo Pitti. Era un momento molto triste, perchè nel novembre 1964 era morta mia mamma. Per me è stata una grande perdita. Ero disperata e ansiosa per il mio futuro, con un bambino piccolo ancora da crescere. Proprio in quel momento Giorgini venne per invitarmi a Firenze. Ho accettato. Mi rimaneva poco tempo e ho fatto una piccola collezione che ha avuto un successo enorme. Mi ricordo che alla fine tutte le persone si sono alzate in piedi per applaudirmi. Mi sono commossa. E' questa la sfilata, fra le tantissime che ho fatto in seguito, che ricordo nel modo più vivo e che considero la più importante per me in assoluto.

 
L'anno dopo lei sbarca in America. Come venne accolta la sua moda? Subito dopo la sfilata di Firenze, Neiman Marcus mi invitò a Dallas e a Houston. Una cosa che mi ha colpito e che ho trovato interessante in quell'occasione, è che dovevo spiegare alle vendeuses il mio stile, come vendere i miei abiti, come fare gli abbinamenti. Era una piccola lezione e mi colpì constatare come erano importanti per loro i miei consigli. Anche qui fu un successo, che mi portò sino a New York.

 

Abito da sera tempestto di paillettes argentate firmato Mila Schon indossato dalla principessa Lee Radzwill presente alla retrospettiva sulla moda italiana "The Glamour of Italian Fashion 1945-2014" al Victoria & Museum del 2014

Mila Schön ha vestito alcune icone di stile... Tanti giornali mi richiedevano interviste e anche donne come Jacqueline Kennedy, Lee Radziwill, Ira Fürstenberg indossavano i miei abiti. Mi sentivo abbastanza sicura, anche se pensavo di avere sempre qualcosa da imparare. Le mie collezioni continuarono ad avere successo per anni e io giravo tutto il mondo. Ho fatto anche le divise per l'Alitalia, poi per l'Iran Air. E' allora che ho conosciuto lo Scià Reza Palhavi e Farah Diba. Sì, posso dire di aver vestito tutte le donne più importanti del mondo e ho avuto con loro
ottimi rapporti.

 
Quando si è accorta di aver sfondato? Quando sono arrivata al punto che per me esisteva solo il mio lavoro. Lavoravo fino a tardi la sera. Però non lo portavo mai a casa nei finesettimana, che trascorrevo dedicandomi ai miei quattro nipoti, che adoro. Lo lasciavo lì per poter "lavare il cervello" in quei due giorni.
Ripensandoci oggi, sento una grande nostalgia. Avrei dentro di me un desiderio enorme di ricominciare a lavorare e di dare, soprattutto a quelle donne che oggi per la strada non si vedono con approvazione.
 

Che cosa vuol dire eleganza per Mila Schön?
Guardarsi allo specchio. Ogni donna ha la propria personalità e prima di comprare un abito deve capire se è giusto per lei. Una cosa è vedere un lavoro, perchè per me un abito è un "lavoro", e un'altra indossarlo. 



Un modello ispirato ai "mobiles" di Calder

 

Il «New York Times» ha definito di recente la moda italiana «volgare». E' d'accordo? Forse non lo avrei detto, ma è abbastanza vero. Nella moda di oggi non c'è una linea definita. Nei negozi si trovano più o meno le stesse cose, più o meno preziose. Abiti molto carichi e troppo strani, con poco gusto. E' una moda troppo urlata e generalizzata.

 
Che cosa farebbe indossare alla donna-simbolo di Mila Schön?
Un cappottino a sigaretta. Un tailleur. Un tubino. Sbizzarrendomi forse un po' di più per la sera.

 
Ha qualche rimpianto? Ho avuto tanti momenti belli nella mia carriera. Posso dire di non avere rimpianti. Forse il rimpianto più grosso è proprio per il mio lavoro: ricomincerei subito. Sono felice di averlo fatto. Mi ha chiesto tanto, ma mi ha anche dato tanto. E' un rimpianto roseo.

 
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