martedì 25 marzo 2008

MODA & MODI: è new nude, il non-colore che cattura l'occhio

Hillary Clinton (politicalive.com)
New nude, seconda pelle. Le boccette dei profumi evocano il color nudo, la nuance epidermide, sfumatura quasi impraticabile per la moda. In mezzo alle tante tinte aggressive dei prossimi mesi, giallo evidenziatore, verde, arancio zucca, resiste il non colore, o meglio, il colore più ostico, più ingrato, più inconsistente, meno valorizzante, quello che da lontano fa l'effetto trompe l'oeil del corpo nudo. Anche l'intimo ritorna a confondersi con la pelle, recuperando una tinta poco seduttiva, a metà tra il cerotto e la calza coprente, quella che nell'archeologia della lingerie apparteneva sempre alle taglie contenitive, ai reggiseni destinati raccogliere e bloccare, non certo a mostrare e mostrarsi.
Che succede quando la moda rigetta i colori gridati e recupera l'intera palette dei rosa, dei creme, le nuance che «sbattono», considerate importabili in passerella se non dotate dell'incarnato di una ballerina brasiliana e di forme altrettanto levigate? L'eccesso di perfezione ed esibizione ha stancato. Troppo scontato accendere un qualsiasi canale tv e vedere le solite «ine» e «onze» con nastri inguinali da lap-dancer come pure conduttrici e giornaliste che si aggirano microfonate tra auto e fiere di paese con décolleté che hanno polverizzato la legge di gravità. Il corpo perfetto è così banale, ripetitivo, agevolmente scaricabile da ogni sito di celeb, che l'occhio, anche del fotografo da gossip, va in cerca dell'imperfezione, dell'accumulo di grasso, della coscia percorsa da una smagliatura, della pancetta, del sedere un po' franante. Hillary fa più notizia con tutte le sue rughe che piallata dal botulino e Cecilia con giro vita e gambe cellulitiche batte la bionica Carla. La Clerici col grembiulone da cuoca sui rotolini di grasso cattura di più che le ex colleghe, croniste di sport, che fanno fatica ad articolare i muscoli facciali.
Il nudo, quello vero, spiazza, disorienta, cattura ancora. E' il nudo della «normalità», dell'asimmetria, del difetto, della confortevole, rassicurante quotidianità. Se i monokini, i perizoma, i busti strizzanti, le scollature a precipizio non riescono più a risvegliare dal torpore della prevedibilità, ecco che la moda si inventa l'illusione del nudo: col tailleur «fleshy», carne, da lontano sembri nuda, esposta, anche se sei più coperta di una suora laica. Guardiamo con attenzione le pubblicità: i profumi ambrati racchiusi in contenitori «neutri» che simulano il corpo, reggiseni e slip che si confondono con la pelle, borse rosa epidermide, abiti, tailleur, camicie pensate per fingere al colpo d'occhio la totale nudità. Quando lo sguardo ripassa una seconda volta, lo scopo è raggiunto: alla prima occhiata abbiamo dato l'impressione di una scollatura super-generosa o di girare per la città senza qualche capo d'abbigliamento, alla seconda l'effetto svanisce ma si è guadagnato un surplus di attenzione.
Magra consolazione? In tempi di incontri in chat e di solitutidine dilagante, corrobora comunque l'autostima. La nudità esibita, offerta quando non richiesta, aggressiva, intimidisce qualsiasi interlocutore. Il color carne è allusivo, discreto, sottotraccia. Suggerisce più che proclamare. Disegna forme seduttive ma fumettistiche. E va enfatizzato con un trucco invisibile, all'insegna dell'autenticità.
@boria_a
Cécilia, ex signora Sarkozy (www.gala.fr)

martedì 11 marzo 2008

MODA & MODI: sockless chic?

L'occhio scivola lungo i pantaloni, magari pure ben tagliati o pretenziosi, si allunga fino alla scarpa, e, oibò, si paralizza con un fremito di incredula sorpresa: manca la calza. Una scossa per chi ha sempre pensato che le posizioni in cima alla graduatoria degli orrori maschili se le contendano i calzetti altezza caviglia e quei loro succedanei detti «fantasmini», ma che ancora più in alto, molto più respingenti, assolutamente in pole position tra le caratteristiche del maschio inguardabile, ci siano il mocassino, la scarpa da ginnastica, la tod's o simile, portati senza calza. Chi non ha un conoscente, un amico, un parente alla lontana che, una volta seduto, mostra il «caviglino», quella bianchiccia e pelosa porzione di epidermide che divide il piede dal polpaccio e che viene svelata a tradimento, una volta che ci si siede, si accavallano le gambe, ci si piega?
Lo sguardo ne viene catturato, con una sorta di fascinazione sinistra e viene spontaneo chiedersi (e rispondersi): non suda? Non gli si appiccicano le dita alle scarpe? Quali effetti collaterali quando se le leva? E anche se il lui in questione fosse un velista con piede abbronzato e polpaccio nervoso, trasferito sul molto più prosaico suolo urbano, resta pur sempre un maschio interessante con un che di approssimativo, di incompiuto. Avete sempre pensato che un uomo senza le calze, anche d'estate, sia, in relazione all'età, un tamarro o un tronista? Ricredetevi. La caviglia di lui è sdoganata e se non assurge proprio a zona erogena, beh, viene quantomeno decisamente rivalutata. Eccola in passerella, nuda ed esposta sopra serissime scarpe nere inglesi, eccola diffusa tra attori e artisti, eccola prendere il posto del calzetto colorato - viola, giallo o verde acido - tra i dandy dei giorni nostri. Via tutto, piede e gamba nuda, ancora meglio se il pantalone è corto e la pelle esce in primo piano, in tutta la sua crudezza. Come prima, risucchia lo sguardo, ma questa volta con una connotazione positiva, come segno di sicurezza, disinvoltura, spiritosa trasgressione. I "sockless", molto più chic che i "senza-calzetto", rispolverano addirittura eminenti antesignani, da Einstein a Cocteau, trovano conferme in attori fascinosi come Denzel Washington, e, ancor prima, nel patinato Don Johnson di «Miami Vice».
Per chi è costretto a tarare il nuovo suggerimento estetico su esempi più quotidiani, si tratta davvero di scardinare vecchi codici. In fondo chi avrebbe mai pensato che ci saremmo abituati a vedere uomini passare per l'ufficio in bermudoni, o girare in città con le infradito, lasciare a vista l'elastico delle mutande, portare la camicia con le maniche corte sotto la giacca? Certo, il piede e la caviglia nudi richiedono uno sforzo maggiore, soprattutto perché la pratica della depilazione difficilmente arriva fino a quel punto. Mi applico con convinzione: faccio scorrere l'occhio con lentezza fino in fondo alla piega dei pantaloni, mi concentro sulla «polacchina» e penso che non è detto che l'«assenza» del calzetto si noti in tutti i casi, che in fondo, come per altre manchevolezze, si può far finta che... Invece no: è un'assenza tutt'altro che discreta. Eccola la pelle inerme che dobbiamo abituarci a dissimulare nell'espressione. Ottimo esercizio ai controlli aeroportuali. Osservate le estremità del signore davanti a voi e dite a freddo che cosa preferite: quando si toglierà le scarpe, meglio liscio o calzato?
@boria_a
Don Johnson sockless in "Miami Vice" con Philip Michael Thomas

martedì 26 febbraio 2008

MODA & MODI: meglio strega, che fata buonista
Non tira una buona aria per le cattive ragazze. Riviste, pubblicità, vetrine ci dicono che è meglio cambiare registro. Via il nero sulfureo, i lacci, le cinturone da gladiatore, da archiviare i busti che strizzano il seno alla pin-up, le minigonne ascellari, gli short aggressivi, le borse spigolose del potere, ma anche il saio minimalista. Tempi duri per chi ama lo stile algido e cerebrale dei nord-europei, la moda intellettuale della scuola giapponese.
Gli stilisti, soprattutto di casa nostra, hanno deciso che sarà l'estate della donna angelo, della fatina del bosco, di candide creature vestite di tinte polverose e delicate, di trasparenze, di tessuti impalpabili nei colori della natura amica: azzurri cristallini, verde trifoglio, madreperla, sfumature argentee. Anche chi non ha mai fatto una passerella senza rinunciare alla pitonata, senza che da qualche parte sbuchi il terribile animalier, il boa di struzzo, la guaina incollata, si è convertito al clima buonista, ha riscoperto la leggerezza, la grazia, l'efebicità. Ci spiegano che Campanellino, la fata Turchina, la ninfa Ondina, sono il deterrente a un clima generale dominato dalla rozzezza, dalla volgarità, dalla competizione brutale. Così i sabot con la punta rifilata al temperamatite lasciano il posto a ciabattine con i fiocchi, di tessuto vichy, gli abiti striminziti a camicie romantiche di pizzo o organza, a gonne svolazzanti e leggerissime, rigonfiate dal tulle, a fronzoli e brandelli da elfo. Basta propaggini appuntite, pantaloni adesivi, seni e sederi a vista. Tutto diventa morbido, aereo, fluttuante. E i colori si annacquano, il rosa diventa cipria, o carne, il grigio si fa polvere, gli acidi si appannano e si inteneriscono.
Queste creature da Signore degli anelli trasmettono un messaggio preciso: l'arpia, la megera, non piace più, e neppure la fatalona. La nuova musa della moda è intimista e insondabile. Meno male che c'è Marc Jacobs, con i suoi metri e metri di tulle nero, le modelle con i capelli come matasse e gli occhi pesti, a ricordarci che la fata è sempre un po' strega e che anche le silfidi eteree possono paralizzare con uno sguardo. Che noia questi magici esserini sempre pronti a fare "bidibibodibibù", tutti caramello e dolcezza, perfino un po' lamentosi. Queste fate veltroniane che hanno in tasca l'incantesimo giusto per tutti. Meglio le fate-streghe, che quando si arrabbiano ti trasformano in un rospo con una sghignazzata. Ma che a volte, se hanno la giornata giusta, possono anche affrancare un rospo.
@boria_a

Marc Jacobs primavera-estate 2008 (ph. Richard Termine per il New York Times)


martedì 12 febbraio 2008

MODA & MODI: i pervestiti

Avete mai sentito dire di un uomo «è malvestito?». Mai. Mentre per una donna si sprecano espressioni del tipo «non si ricorda quanti anni ha», «sembra un travestito», «si mette cose da ragazzina», «si è dimenticata la gonna» «ma non si vede???», per l'abbigliamento di lui valgono perifrasi molto simili a quelle utilizzate per le valutazioni estetiche. In politica si direbbero dorotee. «E' interessante», pollice verso senza appello. Che, trasferito nel vestiario, equivale a un «ha uno stile tutto suo», ovvero non indovina un abbinamento, fa un'accozzaglia di colori, sbaglia i fondamentali - calze, intimo, cravatta - raccatta le prime cose che trova nell'armadio e crede che significhi essere casual.
Le sfilate della moda maschile ci ricordano che pure per lui valgono - giammai alcune regole - almeno dei suggerimenti. Non ci si illude di trovare in giro le tipologie che le riviste propongono (serissimi settimanali d'opinione, non patinati femminili...): il dandy (dovrebbe  vestirsi in total black con pashmina), il discreto (defilato ma dai dettagli raffinati), l'imperiale (colori classici e un qualcosa in più di molto prezioso, tipo un collo di zibellino), perfino un improbabile «mitteleuropeo», che - cito - dovrebbe sentirsi a suo agio in una mantella dal sapore asburgico, pantaloni antracite infilati negli stivali e avere con sè un trolley di cocco lucido.
Troppo, d'accordo. Ma la via di mezzo? Invece, quando si parla di uomini (uomini comuni, s'intende) si entra in una sorta di zona «grigia», dove l'approssimazione non è un problema e soprattutto è esente da riprovazione. Osare un timido «ma che si è messo addosso quello??» suscita di solito occhiate perplesse anche nelle donne, mentre l'apprezzamento per un uomo ben vestito viene accolto, da altri maschi, con sufficienza, come l'attestazione di un vizietto.
Tipologie frequenti? L'eterno sportivo, che sui cinquanta o più si aggira ancora in scarpe da ginnastica, felpa colorata (e non è Lapo...), pantalone di tinta aggressiva e zainetto ammiccante (ammicca alle coetanee dei figli, con alterne e sempre brevi fortune). Il nato vecchio, solitamente imbragato in completi topo o simil-azzurri, che ritiene la massima espressione del bon-ton da ufficio (nessuno gli ha mai detto che anche gli abiti da uomo passano di moda, perdono e aumentano tasche e bottoni, si sfilano, si ampliano, si «destrutturano»...). Il funzionario di partito: anonimo, senza colore, prevedibile. Il reduce sessantottino: tutto informe, spento, sbiadito e magari comprato dai cinesi, anche se è puro sintetico, per nulla «eco», e confezionato dai bambini lavorando quindici ore al giorno. Il conservatore: tanto velluto, velluto su velluto, tweed verdolini e camicie a quadretti, un'indigestione di «vintage» che appare solo quello che è: datato.
Chi dice mai di questi tipi: sono malvestiti? Sciatti? Senza gusto? Ma si vedono? Piuttosto si dice: sono simpatici, teneri, originali, poco fantasiosi, giocherelloni... casual. Il presidente del consiglio regionale Tesini, qualche mese fa, con una circolare più che opportuna, richiamava i colleghi a mantenere «un livello dignitoso» negli abiti indossati in aula. Ma lui pensava alla cravatta, la cui scomparsa da piazza Oberdan avrebbe favorito una caduta progressiva nel «decoro» dell'abbigliamento. Bastasse rimettere quella...
@boria_a
Giorgio Armani a Milano Moda Uomo

martedì 29 gennaio 2008

MODA & MODI: sedurre con la casalinghitudine

Mrs Beeton's book of household management

Mi cade l'occhio su poche righe del giornale che comunicano la nascita di una nuova associazione cittadina, dedicata alle donne che vogliono riscoprire antichi saperi domestici: come occuparsi al meglio della casa, dell'arredamento, del benessere della famiglia. Trasecolo. E mi viene in mente un articolo del paludatissimo «Financial Times», che alcuni giorni fa dedicava l'intera pagina a un fenomeno editoriale oggi molto in voga negli Stati Uniti: la riscoperta dei libri sulla «casalinghitudine». Niente a che fare con le occupazioni delle massaie disperate nella serie televisiva, il cui passatempo preferito è quello dei rincorrere, arrapatissime, presunti idraulici sui vialetti della provincia americana, nascondendo dietro le tendine storie di sesso e quarti di maschio nel frigorifero. No, proprio le casalinghe autentiche, quelle dell'epoca pre-femminista, il cui compito specifico era creare una casa felice e confortevole per marito e figli e sapere a menadito quali macchie si cancellano con bicarbonato e aceto bianco.
«Mrs Beeton's book of household management», opera di una delle più celebri scrittrici inglesi di cucina, fu pubblicato per la prima volta nel 1861, e oggi, quasi centocinquant'anni dopo, ritorna pimpante nelle librerie in una compilation del «meglio di...». Altri titoli sono ugualmente inquietanti per chi ha la ferma - e datata, pare - convinzione che la parola «management» debba essere usata solo per la vita femminile «fuori» dalle mura domestiche: «The housewife's handbook», manualetto per la donna di casa, «The gentle art of domesticity», «44 Things: my year at home». Suggerimenti espliciti. La casalinga è diventata di moda, sebbene nell'epoca della post-emancipazione, si parli delle sue rispolverate competenze in termini di realizzazione personale, di autogratificazione, non necessariamente di
qualità che devono servire per mantenere (e trattenere) un partner compiaciuto. In sostanza: adesso che le donne hanno una carriera e una retribuzione pari a quella degli uomini, possono tornare a occuparsi con soddisfazione di come liberare gli armadi dalle tarme e tenere una casa curata, senza delegare questi compiti ad altre.
Trend vagamente reazionario? La moda ci si adatta con leggerezza, recuperando dagli anni '50 e '60, quelli della «domesticità» forzosa, bellissime stampe a fiori, gonne ampie o molto fascianti, tentativi di sottogonna, cinture alte che segnano la vita, scarpe col fiocco. I portfolio con le tendenze sono all'insegna di una femminilità sapiente, appena un po' maliziosa: tantissimi abiti, scollature a cuore, tessuti fruscianti, vestitini che paiono grembiuli. La neo-regina della casa mostra con moderazione. Ha sempre tutto sotto controllo, ma non rinuncia alla seduzione. Sono out le spallone, le scarpe a punta, il tacco vertiginoso, la mini ascellare. E anche il nero perde colpi, torna il colore deciso. Non si imita l'uomo nè lo si accalappia nel modo più scontato.
@boria_a
Un modello firmato da Stuart Weitzman

martedì 15 gennaio 2008

MODA & MODI: spartani nell'intimo

Le mutandone di Bridget Jones

E' capitato a tutti di cedere alla tentazione. Vetrina rosso intenso, freni inibitori allentati, shopping compulsivo delle festività. Ritrovarsi con slip e reggiseno color ciliegia in mano, presumibilmente ben auguranti, è più facile di quanto non si pensi, anche per le strette osservanti della biancheria di cotone, bianca, spartana, tre pezzi al prezzo di due. Come si spiegherebbe, altrimenti, che sotto Capodanno anche nelle mercerie di quartiere, quelle che di solito si attengono alla pancere contenitive e alle calze brodose, compaiano push-up aggressivi e mutande interdentali, di solito tinta annuncio coda sull'autostrada, oppure orrendi boxer maschili con babbi natale intenti a compiti molto poco ortodossi. Vi siete sentite cretine e avete guadagnato rapidamente l'uscita con il completino festaiolo? Bene, ne avevate tutte le ragioni. Non solo, se tradizione deve proprio essere, questa lingerie è da buttare, perché mai va riciclata quella dell'anno prima, tanto più se ha favorito qualcosa di così memorabile da augurarsi che accada tutto l'anno.
Ma quello che più intristisce è la classifica stilata dal quotidiano inglese Mail, che ha sondato i pareri maschili sulle preferenze in fatto di biancheria intima femminile. Le mutande striminzite, i reggiseni esaltanti, quei reggicalze così certosinamente allestiti sotto le gonne, per non parlare di guepiere che strizzano e sparano fuori, sono tutta fatica sprecata. Roba da non perderci nemmeno un secondo, tanto meno sborsare porzioni consistenti di uno stipendio normale per assicurarsi il «provocateur» che più non si può. Come sempre l'ormai polveroso «Sex and The City» resta una miniera di anticipazioni: Carrie gira per casa in canottiera e mutandoni maschili, proprio quelli orripilanti di cotone a micro-costine che, se visti addosso al legittimo destinatario, mandano subito in archivio il «conosciamoci meglio». Il film tratto dalla serie, che in America uscirà in maggio, continua la tendenza: sotto la gonna, la protagonista porta mutandoni ascellari, tipo quelli di ordinanza di Bridget Jones che spiazzano e straniano Hugh Grant e pare siano molto più arrapanti dei microslip leopardati custoditi nel cassetto per le grandi occasioni. Non ci sarebbe nulla da stupirsi se fosse questa biancheria contenitiva ad aggiudicarsi il primo posto tra le più gradite dai maschi, tanto più che secondo il «Times» (da quando Fabio Capello è diventato commissario tecnico della nazionale, gli inglesi si occupano molto di noi e dei nostri gusti) il maschio italiano è in crisi d'identità, uno su tre è inguaribilmente «mammone» e preferisce figure femminili rassicuranti piuttosto che aggressive. Niente di più domestico, dunque, che una compagna che riproduce schemi confortevoli e non solleva interrogativi sulla propria adeguatezza e sulle aspettative di lei.
Se non proprio la pancera, in vetta alle preferenze maschili si attesta comunque la biancheria sportiva, bianca, di cotone, zero fronzoli, molto vicina a quella «bloccante» ed elastica per la palestra. Avete il cassetto strapieno di coordinati con balconcini, pesciolini, push-up, triangoli, pizzi, stringhe, veli e trasparenze, reggicalze di seta, sottovesti nere e un'intera batteria di perizomi e brasiliani, ogni centimetro dei quali è stato pagato a peso d'oro? I freddi sondaggi britannici dicono che potete rottamare tutto con allegria. L'uomo medio non vi dedica che il tempo e l'attenzione necessari a toglierli di mezzo il più rapidamente possibile in modo da non perdere l'occasione propizia, alla quale è arrivato con non poche incertezze. Solo eccezioni apprezzano l'adagio secondo cui il «sotto» dev'essere altrettanto ricercato e raffinato che il sopra. E siamo dalle parti della rarità, quando il partner è in grado di regalare un qualcosa che non sia prodotto a Taiwan, di puro nylon e in grado di non farti sembrare una professionista, novità assoluta, esegue massaggi, appena arrivata dall'Oriente.
Pazienza. Riponiamo con mestizia negli appositi sacchetti di velo alcuni «reperti» acquistati in momenti di disorientamento mentale. Ma poi, alla faccia di Times e Mail, non diciamo sempre che i sondaggi sono quelle scemenze da riviste femminili, prive di qualsivoglia attendibilità?
@boria_a

martedì 11 dicembre 2007

MODA & MODI

Riciclo d'autrici

Che c'è di nuovo nella moda? Il vintage. Il recupero e riciclaggio dei fondi dell'armadio è diventato una mania. Si moltiplicano i siti on-line e i mercatini dell'usato, è uscito addirittura un manualetto («Guida al vintage», Morellini Editore, di Laure Gontier e Jeanne-Aurore Colleuille) che insegna come riconvertire l'abito della nonna evitando di sembrare lei. Non è un'operazione facile. 

Facile è cedere alla debolezza di infilarsi il kilt con lo spillone di corno, il robe manteau, la gonnellona a pieghe con il twin-set archiviato dalla mamma, l'abituccio di jersey grigio topo e finire per emanare solo quel triste effluvio di naftalina che denuncia immancabilmente datazione e provenienza del capo, oltre che la nostra scarsa attitudine a fiutare e dissimulare le chicche d'annata.
L'obiettivo sarebbe eguagliare l'effetto glamour della Julia Roberts che riceve l'Oscar per "Erin Brockovich" nel 2001 sfoggiando un Valentino archeologico in velluto nero bordato di raso bianco. Molto più comune è trasformarsi in una delle signore delle vignette di Josè Kollman, borsetta con l'alabarda e cuffia infeltrita comprese.


Il vintage è anche il tema scelto da Ines Paola Fontana e Roberta Debernardi per la collezione invernale del loro marchio «e altro», che - nello storico negozio di tendaggi «Studiocinque» di viale d'Annunzio - propone una serie di accessori per la persona e di arredi per la casa. Pezzi unici, in numero limitato, decisamente non popolari, nati quest'anno da uno «smantellamento» e riassembleaggio fantasioso di vecchi cappotti, giacche, pantaloni, coperte, campionari di tessuti di tappezzeria, pezze di stupende sete anni Sessanta, bottoni di plastica recuperati nei mercatini, di una plastica ormai fuori commercio perchè non resistente al ferro da stiro (www.studiocinqueealtro.com).


È possibile che un ritaglio di pantaloni a quadrettoni marron diventi la balza di un cappello senza sembrare un rattoppo? Che due scampoli di seta a fiori si trasformino in una deliziosa cintura obi? O che un materiale tecnico destinato a far tende prenda la forma di una collana tessile argento e oro? O che dall'utilizzazione non ortodossa di una delle macchine da cucire industriali del negozio spunti un «accessorio» a metà tra la collana e lo scialle, fatto con piccoli quadrati di stoffa dai colori diversi trattenuti da un unico filo, continuo, come una catenella?


Tweed e panni sono irriconoscibili. Tracciabilità impossibile da determinare. Basta uno sprazzo di viola nelle collane o sui cappelli o come interno di una borsa mignon, e gli accessori entrano in sintonia con il colore più «in» di quest'inverno. Le stoffe diventano anche anelli con verette d'acciaio, che una volta consumato il tessuto sono pronte a nuove utilizzazioni. Quelli con i bottoni restano un classico, quest'anno aggiornato nelle tinte: verde bottiglia, marrone, avio, viola. Alla filosofia del recupero si ispirano anche gli arredi per la casa e i
vecchi paltò, i velluti d'antan, o i cotoni di marchi storici rispolverati da avanzi di magazzino degli anni '70, tutti riadattati come cuscini. Chi ha un gusto sicuro può scegliere tra i campionari di sete e farsi confezionare una cintura personalizzata: accostati, questi scampoli a fiori dalle tinte pastose, riescono a trovare impensabili equilibri e a sembrare attualissimi.


Novità di quest'anno sono le sciarpe. In panno di lana per tutti i giorni o, preziosissime e più grandi, in velluto e seta o cachemere e seta: sono trattenute da piccoli lacci o si chiudono infilandone un'estremità in una sorta di manicotto plissettato, così finiscono per diventare coprispalle da sera. La filosofia delle due artigiane-artiste è semplice: «Non dare per scontato che un capo è tornato in auge perchè ha vent'anni, ma reinventarselo con originalità e sensibilità». Il vintage è moda passata di moda, va sempre preso con un po' di ironia...


twitter@boria_a


Una delle cinture di studiocinqueealtro (www.studiocinqueealtro.com)