lunedì 21 dicembre 2015

 LA MOSTRA

 Viaggio nella mente di un serial killer


Uno di loro è tornato a far parlare di sè in questi giorni, per aver confessato l'omicidio di una giovane donna che potrebbe essere Ylenia Carrisi, la figlia di Albano scomparsa a New Orleans nel '93, di cui non si è saputo più nulla. Così, Keith Hunter Jesperson, il camionista serial killer, che tra il '90 e il '95 ammazzò almeno otto donne negli Stati Uniti, condannato a tre ergastoli, ha il non edificante primato di essere, in contemporanea, protagonista di una mostra “documentaria” e dell'attualità della cronaca. E proprio con lui, Happy Face, così soprannominato per gli smile che disegnava nelle sue lettere ai giornali, potremo ora avere un incontro molto più ravvicinato che dagli articoli di un quotidiano. Nella mostra "Dalla vittima al carnefice", che si apre il 26 dicembre in pieno centro a Jesolo, al Pala Arrex in via Aquileia, sono esposte le testimonianze della sua scrittura: lettere, cartoline alla famiglia, disegni, perfino una macabra, piccola televisione, che teneva nel camion su cui irretiva e adescava le vittime, dove potrebbe essere salita anche Ylenia, raccolta in una stazione di servizio della Florida (www.mostraserialkiller.it).



Keith Hunter Jesperson, il killer Happy Face



L'allestimento, già testato con successo a Londra e qui arricchito dalla sezione dei criminali autoctoni, si propone come un viaggio nei meandri della mente degli assassini degli ultimi trecento anni, una sessantina stranieri, per lo più americani, una dozzina italiani. Accanto a Jesperson, i ritratti di altri celebri serial killer, da Jack lo Squartatore, che nel 1888 lasciò una scia di sangue nel degradato quartiere di Whitechapel a Londra, a Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, le cui vittime, tra il 1949 e il ’50, finirono in un pentolone con la soda caustica. Da Issey Sagawa, il giovane giapponese studente della Sorbona, che nel 1981 uccise e mangiò almeno sette chili di carne di una compagna di studi, a Jeffrey Lionel Dahmer, l mostro di Milwaukee, necrofilo e cannibale gay, autore di diciassette omicidi tra gli anni ’70 e ’90, nel cui frigo erano stipati i resti delle vittime.
La mostra, ancor prima di aprire i battenti, ha suscitato l'indignazione di alcuni residenti, radunatisi in una pagina Facebook, che hanno trascinato la polemica sulla stampa. È possibile, si chiedono in molti, nel giorno di Santo Stefano, quando le famiglie sciamano placidamente al cinepanettone, mettere sotto i riflettori una pattuglia di trucidi criminali, invitare gli spettatori a farsi un selfie su una sedia elettrica, copia di quella, esposta in mostra, su cui fu giustiziato in Florida il seducente Theodore Robert Bundy, il killer delle studentesse, che negli anni '70 ne uccise e decapitò oltre trenta, stuprandole quando erano ormai in decomposizione?
Gli organizzatori rilanciano. E di argomenti ne hanno, visto che i criminologi sono ogni giorno di casa in tutti i canali tivù, protagonisti dei programmi di cronaca nera, trasformati - complice o il fascino e il look noir - in opinionisti onnipresenti, dispensatori di profili psicologici e sentenze prêt-à-porter. «Nessuna ricostruzione cinematografica nè Gardaland del delitto - ribattono i promotori del Tropicarium Park di Jesolo - l'intento è scientifico, tra criminalistica e criminologia. Il periodo non è opportuno? Ma cos'è ormai che si fa nel momento in cui si può fare?».
Oltre mille metri al piano terra della mostra sono dedicati alle ricostruzioni da CSI, alle scene del crimine vecchie e nuove, con oggetti di tortura appartenuti ai killer, immagini, atti processuali e documenti originali, profili psichiatrici, identikit e, per il pubblico, la possibilità di sperimentare le tecniche della polizia scientifica.
Il primo serial killer italiano è Antonio Boggia (1799-1862), il mostro di Milano, di cui si vedrà la mannaia originale, ma non manca il vampiro della Bergamasca, tale Vincenzo Verzeni, attivo nel 1870, e i casi più recenti che periodicamente la tv rispolvera: il mostro di Firenze Pacciani, il veneto Gianfranco Stevanin, il cui podere, nei primi anni ’90, restituì i corpi di tre donne, mentre altri tre omicidi di prostitute gli sono stati attribuiti, il genovese Maurizio Minghella, che ha sulla coscienza sevizie e omicidio di dieci donne tra il 1996 e il 2001, Donato Bilancia, altro mostro ligure, condannato a tredici ergastoli per aver fatto fuori, negli stessi anni, almeno diciassette persone tra prostitute e bersagli casuali.


 
La mannaia del primo serial killer italiano, Antonio Boggia




 

Si riaprirà idealmente anche il caso di Rina Fort, la donna di Santa Lucia di Budoia (Pordenone), meglio nota come la belva di via San Gregorio, protagonista di uno dei più clamorosi ed efferati delitti dell'Italia del dopoguerra. Nel 1946, a Milano, uccise a sprangate e soffocandoli con cotone imbevuto di ammoniaca, la moglie dell'amante, incinta, e i tre figlioletti. Infine, un mistero irrisolto, un serial killer ancora senza volto, quello delle prostitute di Udine.
Al primo piano dell'area espositiva, invece, sarà allestito, il “museo di arte criminologica” dalla raccolta del collezionista Roberto Paparella. Circa trecento pezzi, tra cui, oltre ad armi di varie epoche, una teca con lo scheletro mummificato di un vampiro, la ricostruzione di una valigia con una vittima fatta a pezzi, e uno strumento di tortura dell'epoca fascista, una sorta di ghigliottina pare utilizzata anche dai titini.


La tremenda scena del delitto in via San Cristoforo a Milano, dove Rina Fort uccise una donna e tre bambini nel 1946




Rina Fort, originaria di Santa Lucia di Budoia (Pordenone)



Gli organizzatori sono gli stessi della mostra dei cadaveri plastinati “Real Bodies” che l'anno scorso, sempre a Jesolo, collezionò grandi numeri, molti svenimenti e titoli di giornale. Allora ci si interrogò non solo sui limiti del voyeurismo necrofilo, ma anche sulla provenienza dei cadaveri. Oggi, a proposito dei pezzi appartenuti ai serial killer, dal Tropicarium rispondono che sono in mano a collezionisti privati e che, all'estero, il loro commercio è perfettamente legale. Anzi, è la stessa amministrazione pubblica a metterli all’asta, perchè sesso, sangue e morte fanno raggiungere cifre impressionanti, non solo di audience.

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sabato 19 dicembre 2015

MODA & MODI

Il balcone di Giulietta in un anello

 
La collezione di Valeria Rossini ispirata a Verona



Amare tanto la propria città da trasformare in gioielli i suoi gioielli. Ponte Pietra, il balcone di Giulietta e Romeo, Piazza Bra, le Arche scaligere, il duomo e le Torricelle sono diventati anelli nella collezione di una designer ventisettenne, la sua prima ad arrivare nei negozi a Vicenza, Trento e Trieste. Valeria Rossini ha in più il pizzico di fortuna delle iniziali appropriate: VR, proprio come la sigla di Verona, il logo con cui firma le sue creazioni. Al gioiello è approdata con un piccolo colpo di sfortuna: un esame fallito al Politecnico di Milano, dove studiava design di moda, la spingono a frequentare il corso di oreficeria di base alla Scuola Orafa Ambrosiana e a scoprire una passione autentica. Il corso di studi cambia in “design del gioiello”, cui aggiunge una specializzazione in gemmologia. Da cinque anni di divide tra queste due anime, quella tecnica di esperta di pietre, quella creativa di disegnatrice di monili.
Ogni sei mesi realizza una produzione nuova, in ottone e argento, che finora ha venduto con un passaparola tra amici. La prima collezione era ispirata ai nastri, “tradotti” in fasce che prendono forme diverse intorno alle dita. Poi il tema mistico, sviluppato attraverso cerchi, triangoli, pentagoni, croci.









Quest’anno l’idea centrale è Verona, i suoi luoghi più celebri, richiamati e ridotti a forme essenziali, pulite, lineari. Un suggerimento, più che una copia. Il balcone si trasforma così in un semplicissimo e lungo rettangolo, le Arche scaligere in una linea sottile che si avvolge fino a formare una punta, Ponte Pietra diventa un unico anello per tre dita, piazza Bra un incrocio di ovali. «Non mi aspettavo di essere così apprezzata - dice Valeria - in fondo la semplicità è difficile da capire».
Gli anelli sono tutti fatti a mano, con la tecnica della “fusione a cera persa”.





Niente stampi, ogni volta il modello di cera viene rifatto da capo. Quindi nessun anello ha le stesse proporzioni e tutti hanno qualche piccolo difetto che li rende esclusivi. «Anche un pezzo molto semplice, e alla portata di tutti, può essere unico. È questo lo spirito», spiega Valeria. E i contenitori seguono la stessa filosofia: scatoline con il logo VR impresso con un timbro, pezzi numerati e il riferimento scritto a mano dalla stessa designer, che crea così un legame speciale con chi sceglie il suo anello.




Le collezioni VR si possono vedere su www.instagram.com/qualcosadicompletamentediverso/ o Facebook: VR-Handcrafted-Jewelry. Oppure, a Trieste, da Bardot in via Madonna del mare (www.bardot. blogspot.com)
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lunedì 7 dicembre 2015

 MODA & MODI

Ljubljana, sette designer in un negozio pop



Le "volpine" di Almira Sadar da sole valgono il viaggio. Sciarpe di tessuti e fantasie diverse da avvolgere intorno al collo come quelle vere di pelo, con tanto di muso, zampe e codina. Accessori auto-ironici, divertenti, animal-friendly, da qualche anno immancabili nelle collezioni della designer slovena, che riassumono il senso delle sue linee: manualità, modernità, un approccio alla moda fresco, facile, ecologico.

 
Le "volpine" firmate Almira Sadar




Sono queste anche le caratteristiche di Made in Slovenija l'iniziativa inaugurata il 7 dicembre a Lubiana, nello spazio pubblico di Mestni trg 15, che rimarrà aperta fino al 31 dicembre, dopo essersi già messa alla prova a Praga e Vienna.
Se andate per mercatini, questo pop up shop, una mostra-mercato a tempo, merita una tappa per curiosare tra le produzioni di sette designer slovene: abbigliamento, borse, cappelli, scarpe, complementi d'arredo per la casa, tovaglieria, che raccontano sette storie diverse su come recuperare le tradizioni tessili e riconvertirle in forme contemporanee. Almira Sadar, Urška e Tomaž Draž, Sanja Grcic, Nataša Peršuh, Neli Štrukelj, Arijana Gadžijev e Petja Zorec, sotto il cappello di SOTO (acronimo di Society for contemporary Slovenian fashion and textile design) hanno deciso di lanciare insieme un vero e proprio brand, garanzia della “slovenità” del disegno e dell'idea ma anche della produzione locale dei pezzi. In sostanza: moda pensata e prodotta in Slovenia, orgogliosamente e modernamente autoctona.
Punto di partenza e filo conduttore tra i sette marchi sono la ricerca di abiti, tagli e motivi decorativi del passato, che vengono smontati e ricostruiti in forme nuove e attuali, così come le antiche tecniche di lavorazione si combinano con la tecnologia. Tutto molto "sostenibile": serie limitate di oggetti e capi, che nascono da un'alleanza tra il designer e l'artigiano o il piccolo produttore.




Draž ripropone l'ultracentenaria lavorazione del pizzo per vestiti e accessori, Firma by Sanja riscrive la silhouette degli abiti tipici, aiutata dal cappellaio Pajk, Almira Sadar crea biancheria per la casa tessuta al telaio, con tagli laser e vecchi ricami riprodotti dalle macchine, Peršuh propone una collezione all'insegna del plissè, la cui tecnica tradizionale è custodita da un'unica artigiana ancora attiva in Slovenia e in questa parte d'Europa. Nelizabeta firma borse "modulari", Petja Zorec rispolvera lavorazioni a maglia a rischio scomparsa dopo la dissoluzione della Jugoslavia.
Una sfida: fare l'upgrade della moda nazionale senza diventare folcloristici. Info: sanja@netsi.si sotosociety@gmail.com

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vedi anche: http://ariannaboria.blogspot.com/2015/12/il-personaggio-almira-sadar-da-lubiana.html

domenica 29 novembre 2015

 IL LIBRO

Il magico potere del colore. Parola di Jean-Gabriel Causse



Sapevate che si fa più sesso in una stanza da letto con le pareti rosse? Che se vi vestite di rosso e fate l’autostop avrete più probabilità di trovare un passaggio in auto, e otterrete mance più generose se siete una cameriera? Non si tratta di sensazioni, ma di esperimenti su cui si esercitano gli studiosi di colori: tra donne vestite con magliette rosse, blu e verdi, gli uomini intervistati rispondono che preferirebbero incontrare le prime e che sarebbero pronti a spendere molti più soldi a un ipotetico appuntamento con loro.
 
Kelly Le Brock in "Woman in red"


Fascino della woman in red? Proprio per niente, perchè messi al corrente dell’obiettivo del sondaggio, i signori si sono detti convinti che il colore eserciti un effetto minimo sulle loro valutazioni. Morale: abbiamo una consapevolezza molto parziale degli effetti che le tinte esercitano su di noi, il che fa del rosso una temibile arma di seduzione.
E non solo nel caso di incontri romantici. Prendete il Taekwondo, dove i combattenti indossano piastroni rossi o blu. Alcuni psicologi dello sport dell’Università di Münster, in Germania, hanno coinvolto quarantadue giudici con una lunga carriera alle spalle, li hanno divisi in due gruppi e hanno fatto vedere a entrambi gli stessi combattimenti, manipolando però al computer una parte dei filmati in modo da invertire i colori dei piastroni. Risultato? Gare identiche, ma i “rossi” hanno ottenuto il 13% in più dei punti rispetto a chi indossava il blu.


 
Taekwondo a Burnaby (Vancouver) nella giornata dedicata a questa disciplina


Lo stesso accade nella lotta greco-romana, dove l’analisi dei risultati dei combattimenti dall’inizio dei Giochi moderni a oggi, prodotta dall’Università di Durham, dimostra che i lottatori vestiti con la tuta rossa hanno prevalso sui blu nel 67 per cento dei casi. Del calcio si è occupata invece l’Università di Plymouth, per dimostrare che il Liverpool, il Manchester United e l’Arsenal, che vestono maglie rosse, hanno vinto trentanove dei sessantanove titoli del campionato dalla fine della seconda guerra mondiale (lo studio è del 2008).
Sono molte le curiosità contenute ne “Lo stupefacente potere dei colori” di Jean-Gabriel Causse, color designer specializzato negli effetti dei colori sulle nostre percezioni e il nostro comportamento. Il volumetto è edito da Ponte alle Grazie (pagg. 198, euro 15,00), casa editrice versata al filone cromatico, che ha in catalogo anche i bei libri su questo tema dello storico e antropologo Michel Pastoureau.
Se il rosso ipnotizza, o in qualche modo condiziona la nostra lucidità, sia nel campo dei sentimenti che nel campo da calcio, il rosa tranquillizza. Alexander Schauss, scienziato che dirige l’American Institute for Biosocial Research, nel 1979 convinse i responsabili del Centro correzionale della Marina americana di Seattle a dipingere di rosa le pareti delle celle (anzi, per ringraziare i comandanti del Centro di questa concessione, straordinaria senza dubbio in un ambiente così “virile”, diede alla tinta i loro nomi, ovvero Baker-Miller pink...). Dopo cinque mesi di esperimenti, si stabilì che bastava un’esposizione di quindici minuti al rosa per ridurre l’aggressività dei detenuti per almeno mezz’ora, effetto che si protraeva per un tempo analogo una volta usciti dalle celle.


Celle dipinte in Baker-Miller pink

Questo rosa ha conquistato un certo numero di adepti per le camere di rilassamento in ambito psichiatrico, si trova sulle pareti delle scuole per bambini iperattivi, in quattro celle per detenuti guardati a vista della prigione di Berna e in due del braccio di massima sicurezza. Schauss sostiene che il rosa dei due comandanti militari «riduce il battito cardiaco, la pressione sanguigna e le pulsazioni. È un colore tranquillizzante che intacca l’energia e abbassa l’aggressività». Effetto calmante anche indotto. Pare infatti che i detenuti siano così allergici a queste “stanze da Barbie”, da restare calmi pur di non doverci finire dentro.
Incrociando psicologia, marketing, arredamento, produttività, desiderio sessuale, apprendimento, con tanto di studi e ricerche di istituti scientifici e atenei in questi campi, Causse, con uno stile ammiccante e leggero, ci guida alla scoperta del magico potere del colore e del suo influsso sulle nostre scelte.
Non è solo questione di moda. Lo schermo del computer blu fa aumentare la creatività (nota a margine: Mark Zuckerberg è daltonico, ecco perchè ha scelto il blu, unico colore che vede correttamente, per Facebook...), ma il blu è anche il colore meno alimentare che esista e, fatta eccezione per qualche caramella o cocktail, non lo si trova in nessun cibo. Viene percepito, però, come un colore efficacemente “detergente”: Procter & Gamble, infatti, dopo aver sottoposto a un certo numero di casalinghe scaglie di sapone assolutamente identiche ma colorate di rosso, verde o blu, scelsero queste ultime per mescolarle alla polvere bianca del loro detersivo, perchè le signore intervistate avevano dichiarato che, mentre le rosse e le gialle erano inefficaci o sciupavano la biancheria, quelle blu lavavano “decisamente meglio”.



L'azzurro c'entra nella scelta di Mark Zuckerberg?
 Percezione e condizionamenti culturali legati ai colori, fanno il resto. Con effetti interessanti soprattutto in campo farmacologico, dove già Paracelso, nel XVI secolo, teorizzava come forma e colore del medicamento potessero suggerire l’organo su cui agiva. Oggi l’industria è attentissima: il colore è fondamentale per unire all’efficacia della molecola il suo effetto placebo (e in questo settore il verde ha un suo riscatto, soprattutto per quanto riguarda i tranquillanti). Anche il packaging delle medicine gioca un suo ruolo, perchè il consumatore collega ai colori caldi delle scatole (rosso, arancione, bruno, blu scuro) una maggiore potenza e rapidità d’azione, soprattutto contro disturbi non gravi che si vuole curare in fretta, come mal di gola o mal di testa, mentre il verde o il giallo sono raccomandati per terapie leggere o omeopatiche.
Insomma, la nostra quotidianità è impastata di colore. E conoscere le proprietà e le influenze delle varie tinte, ci aiuterà a vivere meglio, o quantomeno a essere più consapevoli del perchè agiamo in un certo modo.
Tutto il libro di Causse, però, è percorso da un filo (decisamente) rosso. Colore protagonista sempre, dal piacere al pericolo, dal campo di battaglia a quello di gioco (anche d’azzardo). Per le shopaholic è una vera ossessione. Studi scientifici dimostrano che il rosso esterno è una formidabile attrattiva a entrare in un negozio (mentre gli interni devono essere cromaticamente freddi per predisporci al meglio all’acquisto).

Astuta la soluzione di Uniqlo per il suo flagship store a Parigi, in un palazzo rigorosamente vincolato nel quartiere dell'Opéra: i led rossi sulla scala che conduce al cuore del negozio si vedono da fuori a parecchie decine di metri e fanno da sirena per le fashioniste senza intaccare la facciata del palazzo, veicolando pure messaggi pubblicitari. Naturalmente rossa (o viola) deve essere la cassa. Così non resisteremo ad afferrare un’ultima cosa al volo, proprio prima di pagare...

 
Flagship store Uniqlo nel quartiere dell'Opéra a Parigi


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Leggi anche: http://ariannaboria.blogspot.com/2014/03/il-libro-michel-pastoureau-diabolico.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2008/12/il-libro-michel-pastoureau-un-black.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2005/03/il-libro.html

domenica 22 novembre 2015

 MODA & MODI

 #madebyenka e Studio Verdesalvia, designer per hobby a quattro mani

Borsa #madebyenka, foulard Studio Verdesalvia

 Due signore di età, professione, città diverse, unite da un interesse comune: il cucito, che coltivano da sempre. Entrambe hanno cominciato, circa un anno fa, confezionando accessori per se stesse o per piccoli regali. Morena, giovane insegnante di Fiume, con un bambino piccolo e la necessità di un contenitore capiente e adatto a ogni ora della giornata, non poteva che darsi alle borse. Silvana, invece, professionista di Trieste, ha scelto le sciarpe e il gusto di cercare e abbinare fantasie, colori e consistenze. Il passaparola tra le amiche ha fatto il resto e gli accessori sono diventati qualcosa di più di un passatempo, una collezione a quattro mani, estiva e invernale, di pochi pezzi unici fatti a mano, presentata una prima volta la scorsa estate, e una seconda nei giorni scorsi, sempre nello spazi Combinè a Trieste.
Niente è casuale, le due artigiane per hobby si conoscono e, pur avendo scelto "griffe" distinte - Morena Oštaric Ravalico realizza borse con l’etichetta #madebyenka, foulard e sciarpe sono firmati Studio Verdesalvia - si propongono insieme, accostando ciascun accessorio, come se fosse nato da un gusto e da una mano unica. Si possono acquistare separatamente, ma abbinati funzionano, si completano.
Le borse #madebyenka, che Morena cuce di notte, quando famiglia e lavoro glielo permettono, sono double-face, con un'ampia pochette interna per tenere chiavi, cellulare, rossetti a portata di mano. «Le facevo, per me, poi le amiche hanno cominciato a chiedermele. È così è nata l'idea», racconta. I materiali che preferisce sono velluti, scamosciati, ecopelle, ma anche vecchi tessuti di recupero, fantasie fiorate anni Settanta, uguali a quelle che utilizzava il nonno tappezziere, in una palette di colori molto discreta, zucca, rosso antico, blu, giallo poco carico o grigio, la stessa che veste lei, perfetta testimonial della sua linea. 

Sciarpa Studio Verdesalvia, borsa double face con tessuto per tappezzeria #madebyenka
Più vasta la scelta dei motivi di sciarpe, foulard, coprispalle di Studio Verdesalvia, che alterna seta, lana leggera, taffetà in motivi cachemire, o con cuori, grandi fiori, righe, pois, intense tinte unite. «Proporre i nostri pezzi insieme è più divertente» dice Silvana, che sorveglia con equilibrio gli abbinamenti più improbabili.
Le borse costano al massimo 70 euro, i foulard hanno prezzi diversi in base al tessuto e alla lunghezza, da 30 a 100 euro. Chi si è perso il pop up shop di Combinè può vederli o acquistarli contattando: ostaric.morena@gmail.com Facebook: madebyenka; studioverdesalvia@gmail.com






Borse double face #madebyenka e foulard Studio Verdesalvia




domenica 15 novembre 2015

 IL LIBRO
Buje come Las Vegas, tutti al casinò di Zdenko


"Brividi su Brazi" di Flavio Furian (Mgs Press)


 Sapete chi ha salvato il Pupkin Kabarett dalla bancarotta? No, non le aziende triestine, cui Alessandro Mizzi e compagni si sono rivolti invano, ma un intraprendente imprenditore di Buje, Zdenko, ”diretore” del casinò itinerante Las Vegas. È successo però, che come contropartita del “ripianamento” dei conti, i comici del Miela hanno dovuto appaltare dieci minuti di palcoscenico, ogni lunedì, a Zdenko, per pubblicizzare lo strampalato cartellone hard del suo locale. E sono stati, letteralmente, “Brividi su brazi”.
S’intitola così l’antologia di fulminanti battute del “diretore”, capelli color carota e giacca da night club jugoslavo anni Sessanta, al secolo Flavio Furian, che la Mgs Press ha raccolto in un volumetto (pagg. 86, euro 9,00) per la gioia dei tanti estimatori e fruitori del ritrovo notturno. Il libro verrà presentato giovedì 19 novembre, alle 18, alla libreria Lovat di Trieste.
Che è locale, ma, appunto, ambulante, in quanto per arrivarci, bisogna di volta in volta chiedere a “donna de edicola Marica”, a mecanico Toyo Zastava”, a “ginecoloco Ginokrauss, a “veterinario Yosko Dulittle”, e, dopo aver pronunciato la corretta parola d’ordine (da “Alza la gamba, Marica” a “Pelinkovac vuol dire fiducia”, passando per un’inevitabile “No Propusnica, no Party!”), calarsi in qualche nascosta botola, lasciarsi fiduciosamente andare su uno scivolo e atterrare nel bel mezzo degli ospiti di Zdenko.
Che vanno dal cantante de Buje, collezionista di provini senza risposta, nome de arte TeddyRemo, alla cugina de Mata Hari, Mata Vilz, che ha cominciato a parlare non sotto le torture più atroci ma a un concerto di Umberto Lupi. Dalle velocissime giustascarpe acrobatiche, due belissime ragazze tutte nude, le Kaligirl, al chitarrista spagnolo transessuale, El Paco de Lucia, al beniamino di casa, LigaBuje, col suo album “Teran e panoce”.


 
Il cabarettista e attore Flavio Furian (www.flaviofurian.it)





Zdenko non è insensibile ai palinsesti televisivi, però ci tiene alla cultura. Ecco allora il talent dedicato alla musica ska, SkaGotTalent, e l’acclamatissimo programma di divulgazione scientifica “Bujager” (ma l’IpoTalamo xe el posto dove che i cavali sposadi fa i sporcellini? o ancora: perchè tuti i omini a semaforo se cava le cagole de naso? Cossa xe introspezione?).
C’è poi il “megalenziol schermo” in grado di soddisfare i gusti di qualsiasi cinefilo e anche un pizzico di solidarietà con la maratona benefica “30 ore per la vita”, dove la sosia di Cicciolina si mette a disposizione di clienti sporcellini generosi.
Insomma, non mancano le attrattive per fare un salto a Buje in compagnia di Zdenko-Furian. Non ultima la degustazione delle ricette del novo cogo istrogreco Yosko Varufalquis, convinto che il suo formaggio sia il più figo di tutti. Quindi, tutti alla cena “FetaTheCool”.

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mercoledì 11 novembre 2015

 IL LIBRO

Alessandro Fullin mette Oberdan in leggings, a Miramare

 
"Oberdan, amor mio!" (Mgs Press) di Alessandro Fullin


Carlotta, Sissi e Guglielmo Oberdan si ritrovano nuovamente nel castello di Miramare. Alessandro Fullin, l’autore e inventore di questo irriverente triangolo familiar-sentimentale in puro dialetto triestino, non poteva permettere che i due amanti restassero lontani, lui in Grecia a combattere per l’indipendenza di quel popolo insieme a Lord Byron, lei, l’imperatrice, riparata di nuovo nel castello della cognata Carlotta, con un biglietto d’addio per l’eroe laconico ma efficace: “Va a remengo”.
E così, dopo “Sissi a Miramar” e “Ritorno a Miramar”, ecco il terzo capitolo di questa piccola cronaca di domesticità asburgica in salsa triestina, “Oberdan, amor mio!” (pagg. 87, euro 9,50), che Fullin manda in libreria ancora una volta con la Mgs Press (www.mgspress.com).
Ritroviamo dunque quel catafalco ingioiellato di Carlotta, costretta a recitare il drammatico “luci e suoni” sulla morte del marito Massimiliano per raccattare quattro soldi per la gestione di un maniero sempre più cadente. Sissi, cui le brame amorose non tolgono nè l’appetito nè una certa propensione etilica, cui indugiava già ai tempi dell’acquavite ungherese. E la fidata serva Ottilia, che, oltre a soddisfare bisogni e desideri delle sue regal padrone, deve pure fare la guida turistica al castello e sollevarsi le “cotole” per mostrare il “patrimonio dell’umanità” se qualcuno non mette mano prontamente al portafoglio.



Alessandro Fullin (a destra), scrittore e attore, nei panni di Ottilia in "Sissi a Miramar" con Marzia Postogna nei panni di Sissi (foto Teatro La Contrada)



Sarà proprio Ottilia a imbattersi, nelle sale di Miramare, in uno strano personaggio in leggings, un Batman “domacio” che altri non è che il rimpatriato Oberdan. “Zercar longhi” in Grecia, per dirla con Ottilia, non è bastato all’audace combattente, che, nei giardini del castello, sta per dare una svolta alla sua vita e “trovar longhi” ancora peggiori di quelli del fronte. Nell’ultimo capitolo della trilogia, infatti, Fullin introduce un altro personaggio, la giovane Gisella, figlia di Sissi, arrivata a Miramare in cerca della madre, che non crede uccisa sul lago di Ginevra per mano dell’anarchico Lucheni, ma piuttosto tornata in quel posto che le piaceva tanto, nel castello a strapiombo su un mare pieno di sardoni.
Complice la caduta nel mezzo metro d’acqua del laghetto dei cigni, che Gisella stava incoconando, e il pronto accorrere in suo aiuto di Oberdan, tra i due scoppia la passione, subito soddisfatta. Ma Sissi si rassegnerà a cedere il suo “Elmo” alla figlia? O il complicato ménage finirà per trascinare Miramare nella tragedia greca?
Non sveliamo il finale, anche perchè - Fullin lo ha anticipato - il terzo libro sarà l’ultimo delle babe Carlotta e Sissi. Almeno fino alla prossima incursione, e invenzione, in triestino.

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Fullin in scena con Ariella Reggio (Carlotta) in "Sissi a Miramar" (foto Teatro La Contrada)