IL LIBRO
I segreti di un interminabile inverno
Che fine ha fatto Nicola, sparito da casa a sei anni? Dalla prima all’ultima riga del secondo romanzo dello sceneggiatore Alex Boschetti, “Un interminabile inverno” (Edizioni Alphabeta Verlag, pagg. 276, euro 14,00), il lettore sa con certezza che questa domanda, che percorre sottotraccia ogni pagina, dovrà per forza trovare una risposta. Anche se la storia sembra prendere un’altra direzione, concentrandosi non sulla scomparsa del bambino, ma sulla devastazione che ha provocato. Anche se Nicola non è una presenza incombente, non è il centro di questo noir, affilato e nitido come gli squarci di Alto Adige in cui in parte è ambientato. Non ci sono tracce, un corpo, la richiesta di un riscatto. L’autore nemmeno lo descrive, Nicola, lo evoca solo nello sguardo del padre, immobile sulla strada, verso la finestra della cameretta, o nell’assurda sensazione di avvertire il respiro del piccolo alle sue spalle.
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| Alex Boschetti |
E invece. C’è un ispettore che lo cerca da due anni. Una madre e una sorella adolescente, che provano a ricominciare da quel che resta della famiglia implosa. E soprattutto lui, il protagonista, Albert Kleim, un tempo brillante docente universitario e mattatore di salotti televisivi, che la scomparsa del figlio ha trascinato a fondo, in una spirale distruttiva di stordimenti alcolici tra Bologna, dove vive, e l’Alto Adige, terra natale, in cui a volte si rifugia.
Suo figlio, per lui esiste da qualche parte e piangerlo significherebbe accettare un epilogo. Significherebbe arrendersi, come ha fatto sua moglie Martina, artista, che ha scritto “morto”, “tot” in tedesco, sotto le decine di ritratti fatti a Nicola, prima di accettare la fine del figlio e del matrimonio, prima di finire a letto con uno degli amici d’infanzia di Albert, Giorgio, pure lui docente nella stessa facoltà. Quando li scopre, la rabbia nasce dal fatto che lei voglia in qualche modo tracciare una riga, segnare un prima e un dopo: “assassina” le urla, perchè ha tradito quel bambino da tenere in vita a costo di annientarsi.
Albert no: ha dato di matto sul piccolo schermo a sentir nominare il figlio tra le cronache di nera, ha distrutto la sua immagine di opinionista piacione, ha perso famiglia e cattedra, e ora vivacchia scrivendo libri per un barone della facoltà, trascinandosi tra infelicità, sarcasmo e bevute, sbandando in un dolore perenne di cui crede di avere l’esclusiva, di cui non ammette altra forma che non sia la sua.
Cosa gli è rimasto, oltre alla madre, smarrita nella sua demenza? Gli amici di Bolzano, salvo Giorgio, il cui tradimento brucia più di quello della moglie: Kurt, fisicamente il più fragile e vittima della brutalità paterna, diventato un famoso artista a New York, e Peter, arricchitosi con le grappe, rustico e sanguigno.
Il libro si apre proprio con loro, ragazzini italiani e tedeschi che si azzuffano nella neve, stabilendo ruoli e rapporti di forza che, invariati, rimarranno gli stessi per tutta la vita. Giorgio il carismatico, Albert l’irrequieto, Kurt il resiliente, Peter il generoso.
L’Alto Adige della loro infanzia non è quello del turismo d’elite, alberghi a cinque stelle con saune e bagni di fieno, ma una terra imprigionata nella neve con i suoi riti arcaici e brutali, violenta con gli animali e con gli uomini. I bambini giocano, si scontrano, bevono il sangue delle vacche appena uccise con un colpo di pistola in fronte, condividono segreti che cementano il gruppo e mettono al riparo i suoi componenti da qualsiasi attacco esterno, fosse anche dei propri familiari più stretti. Un patto più forte di qualsiasi altra relazione, salvifico o mortifero.
Sono proprio gli amici gli unici puntelli di Albert nel suo lento deragliamento. Perchè quello che Alex Boschetti descrive con efficacia è un tessuto di amicizie e di alleanze maschili, dal quale le donne sono escluse, o relegate a figure di contorno. In questi rapporti finiscono per rimanere avviluppati anche l’ispettore che indaga sulla sparizione di Nicola e il pediatra del bambino, che si accanisce a voler salvare il padre. Caratteri ben delineati e tutt’altro che comprimari.
L’epilogo, a saperlo intuire, è già lì, in quelle prime pagine sospese in uno spazio senza tempo, quando ciascuno dei quattro amici ha siglato un patto che lo inseguirà ovunque, non importa quanto lontano dagli altri lo porti il destino. Abile nel tenere costante la tensione (seppure con una scelta un po’ televisiva nella resa dei conti finale) Boschetti ci consegna una soluzione imprevedibile. Disseppellire il passato, a volte è l’unico modo di sopravvivere al presente.
@boria_a
MODA & MODI
Il tempo imprigionato nei gioielli


Da quindici anni Tomoko Tokuda ha a che fare col tempo. Quello degli altri e il suo. Ha cominciato con una scatola di orologi rotti trovata su una bancarella, è rimasta affascinata dalla loro bellezza, e da allora non ha mai smesso di smontarli pezzo per pezzo, di studiarli, di lavorarli e assemblarli in accessori gioiello. Collane, orecchini, bracciali, anelli, spille, gemelli, che hanno imprigionato il tempo di altre persone, le loro storie e i loro momenti, e in qualche modo ne conservano la patina. E che a questo tempo, sconosciuto e lontano, aggiungono quello della designer, rimasta sempre fedele alla prima intuizione: dei vecchi orologi non più funzionanti si può recuperare tutto. «Passo del tempo a guardarli - racconta Tomoko Tokuda, giapponese, una laurea in Storia dell’arte a Grenoble e oggi un atelier a Milano - e ogni volta scopro nuove forme e possibili combinazioni. Prima, per esempio, utilizzavo tutto l’ingranaggio com’era, oggi lo smonto e i singoli elementi diventano a loro volta protagonisti dei pezzi».


Il tempo, che Tomoko maneggia ogni giorno, e per i tanti giorni richiesti a confezionare ciascun accessorio, le ha insegnato tanto. Innanzitutto a non temere le imitazioni, che sembrano uguali ma sono tradite dai dettagli. E, invece di cambiare la sua fonte di ispirazione, ha cercato di impreziosirla, di distinguerla, virando verso il gioiello. Le nuove collezioni - due ogni anno, con circa una sessantina di elementi - utilizzano un rivestimento in oro per evitare lo scolorimento da usura. Ogni quadrante è ricoperto di resina, che lo cristallizza, in modo che i numeri non si perdano, smarrendo l’idea stessa di questi oggetti. Minuscoli Swarovski spuntano tra le lancette e i quadranti si combinano con pietre semipreziose come la giada rossa, l’onice, il cristallo di rocca, il quarzo, l’agata, la madreperla, l’avventurina. Le tonalità con cui dipingere ogni più piccolo meccanismo sono create dalla designer, che non ama i colori seriali.

Anche pendoli e sveglie passano tra le sue mani e ritrovano vita e funzione. Dei primi recupera la cassetta per farne espositori, delle seconde i meccanismi. La “pancia” della sveglia va a suo marito Daisuke, che condivide l’atelier con le sue composizioni floreali: non conterrà più ingranaggi ma fiori stabilizzati.
Da vedere: www.tomokotokuda.com; Atelier Tokuda, via Romolo Gessi 6 Milano; Bardot, bardotrieste.blogspot.com via Madonna del Mare Trieste.
MODA & MODI
Simone Vera Bath, gli anelli del Trono di spade
Simone Vera Bath le ha definite “fedone”. Un accrescitivo che non ha tanto a che fare con la dimensione delle sue fedi, certo molto più grandi del normale, ma con la loro matericità. In bronzo, argento, oro, semplici o punteggiate di pietre, avvolgono le dita come un anello d’altri tempi, un ornamento da “trono di spade”, forte e ferrigno. Elegante, ma con un qualcosa di barbaro.
La materia è il tratto distintivo della designer, che dice di non credere nella perfezione, preferisce far convivere nei suoi pezzi la sorpresa dell’irregolarità. Tutti gli anelli - il suo accessorio distintivo - si impongono per la consistenza e la sicurezza delle forme, circolari o quadrate, anche se l’ispirazione spazia in direzioni diversissime. Dall’arte classica e dalla mitologia, dal cinema sci-fi, dal mondo animale e vegetale per finire con le città che ama, escono anelli importanti, “birdsnakes”, ovvero bestie d’invenzione dagli occhi luminosi, grandi calle con un cuore di ametista, “friends”, che sono piccole verette da aggiungere a volontà, e ancora bande larghe incise con segni misteriosi, e una versione aggiornata e trasformata degli anelli di fidanzamento, che s’illuminano di cristalli di rocca o di altre pietre, preziose o semipreziose, a richiesta.


La mano della scultrice si vede anche negli accessori più delicati, gli anelli decorati con angioletti o con i simboli di Parigi, Berlino, New York, il gusto del design minimale nei bracciali quadrati, o a forma di cuore, dove il cuore, sul polso, non è più riconoscibile, diventa un’onda e perde ogni leziosità. La determinazione con cui Simone maneggia i materiali la porta naturalmente a disegnare pezzi che incrociano e superano i generi, come gli anelli con i minuscoli teschi o i bracciali di cuoio, dove la chiusura ha la forma di una coda di balena.
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| Simone Vera Bath |
Citrini, topazi, quarzi, cristalli di rocca sono alcune delle pietre utilizzate, tutte sostituibili con scelte più impegnative. Ma la preziosità del monile e già tutta nel disegno, nell’equilibro tra la luce della pietra e l’importanza del castone, che richiama il lavoro di un fabbro, sintesi di potenza e delicatezza. Da vedere su: www.simoneverabath.com e, per tutto dicembre 2017, da Giada a Trieste, www.giadatrieste.com
@boria_a
IL LIBRO
L'anteprima del caso Weinstein nei diari di Mary Astor

Un produttore che pratica i casting per via orizzontale di questi giorni non fa proprio notizia. Dopo lo scandalo planetario di Weinstein e compagni, il celebre “sofà” hollywoodiano, di cui scrissero nel 1991 gli sceneggiatori inglesi Alan Selwyn e Derek Ford, oggi sostituito, anche a casa nostra, da più raffinati ma altrettanto spicci pedaggi sessuali, è un po’ venuto a noia per eccesso di star e dettagli. Per una coincidenza singolare, il delizioso “I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel, appena pubblicato da Adelphi (pagg. 169, euro 20,00), arriva in libreria proprio nel momento in cui le colonne di giornali e riviste sono colonizzate dalla contabilità dei predatori e dagli outing delle prede, femmine e maschi, che, seppure con un certo ritardo, li accusano di molestie varie (tutto il contrario di quanto, nell’anonimato, dichiarava nel libro di Selwyn e Ford, un’attrice passata per la via orizzontale: «Non c’è afrodisiaco più forte al mondo di un uomo che può realizzare un sogno. Non credo che molte di noi siano state trascinate verso il sofà mentre scalciavano e urlavano...»).
Insomma, il libro di Sorel correva il rischio di essere stritolato dalla contingenza. Perchè temi e ambienti, seppure vintage, sono quelli della cronaca odierna: una Hollywood affamata di vergini, un’attrice esordiente, poi diventata famosa, letteralmente stesa a diciassette anni da un seduttore seriale come John Barrymore, quarantunenne mito dello schermo, genitori ciechi, quando non solleciti nello spingere la prole tra le braccia di orchi potenti, alcol e additivi vari a condire incontri e festini, particolari scabrosi sulle prestazioni.
La storia (e le illustrazioni) di Sorel - uno dei padri della grafica americana, con all’attivo decine di copertine per il New Yorker, oltre a tante collaborazioni per riviste celebri - sono, al contrario, il candido, ironico, affettuoso ed elegantissimo omaggio di un ultraottuagenario alla star dei suoi sogni di ragazzo, Mary Astor (che comincià col muto, passò ai noir e vinse pure un Oscar al fianco di Bette Davis in “La grande menzogna” del ’41).
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| Mary Astor |
L’attrice, nel 1936, mentre ironicamente girava “Infedeltà”, fu al centro di uno scandalo finito in tribunale, quando il secondo marito, ormai ex, per sottrarle la figlioletta, la accusò di indegnità morale sventolando alla stampa i suoi diari, con la minuziosa registrazione degli amanti e della qualità della loro ginnastica sessuale, peraltro compilati mentre il matrimonio era ancora in piedi.
Ma dentro la cronaca di questo vecchio processo, popolato di antesignani di Weinstein, c’è un’altra storia vera, molto più affascinante. Nel 1965, quando Sorel aveva 36 anni e pubblicava vignette contro il Vietnam sulla rivista “Ramparts”, si trasferì con la seconda moglie in un cadente appartamento dell’Upper East Side a New York. Fu lì, togliendo il linoleum della cucina, che scoprì uno strato di giornali ingialliti, utilizzati per pareggiare le assi di legno. Erano vecchie copie del Daily News e del Daily Mirror, tutti della stessa annata, il 1936, e tutti con titoli a caratteri cubitali sullo scandalo a luci rosse dei diari di Mary Astor, zeppi di nomi e dettagli pruriginosi. Come le “ore d’estasi” che le regalava il più importante commediografo di Hollywood dell’epoca, George S. Kaufman, sciupafemmine fobico e pieno di tic ma, soprattutto, sposatissimo (nella coppia più indissolubile che esista, quella dove non si va a letto insieme ma si è utili l’uno all’altro).
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| Edward Sorel |
Dalla casuale scoperta dei giornali marci, Sorel ripiomba nell’incantesimo di ragazzo. E prima di scrivere di Mary, che vide per la prima volta a dieci anni nel “Prigioniero di Zenda”, con la costanza e la dedizione di un innamorato fedele, vuole sapere tutto, ma davvero tutto, di lei: ricostruisce la sua infanzia, raccoglie notizie su quella piccola bellissima, al secolo Lucile Vasconcellos Langhanke, che voleva sposarsi e “fare bambini”, ma che papà Otto e mamma Helen, immigrati dalla Germania, vedono subito come una formidabile macchina per fare soldi e spingono, se non proprio sopra, almeno in prossimità di più di un sofà. Sorel legge cronache, vede film, divora biografie di Kaufman e l’autobiografia di lei.
Cinquant’anni dopo dà alle stampe la vita illustrata del suo mito, che morì nell’87 a 81 anni, dopo tre mariti, un’unica figlia e quaranta bisnipoti, tanti film dimenticabili, la bottiglia e l’oblio. Soprattutto le restituisce un po’ di luce, dopo le luci rosse, schierandosi sempre dalla sua parte. Non era una star e aveva una bellezza aristocratica più che da armadietti maschili, ma era disarmante e non smemorata. Dei suoi anni di attrice, scrive: «Sessualmente non mi controllavo. Bevevo troppo, e a tarda sera finivo per trovare qualcuno “molto attraente”. Salvo svegliarmi il mattino dopo con una sola domanda in testa: perchè? Perchè?».
IL LIBRO
Un'intelligenza bestiale? Ce l'hanno gli animali
Siamo davvero la specie animale più intelligente sulla faccia della terra? Possiamo infallibilmente attestarci al top di un’ipotetica scala di valore grazie alle nostre competenze artistiche, scientifiche, tecnologiche, o perchè siamo capaci di altruismo e cooperazione con i nostri simili? Studi scientifici, ma spesso la semplice osservazione di alcuni comportamenti animali, fanno vacillare questa certezza.
Cacatua che costruiscono bastoncini per avvicinare il cibo fuori dalla loro portata, un passerotto infallibile nel riconoscere il suo nido in una fila di tegole identiche, api che si danno al ballo per segnalare alle compagne la presenza e la posizione di una fonte di cibo, un tasso capace di superare ostacoli e aprire chiavistelli per evadere dal recinto, prendendosi gioco del fallimento dei suoi custodi. In sintesi: l’intelligenza delle bestie è spesso bestiale.
A spiegarlo, in “Animali” (Mondadori, euro 16, pagg. 169), sono Cinzia Chiandetti ed Eleonora Degano, che uniscono esperienza accademica e giornalistica in un interessante e curioso volumetto, scientificamente poderoso, ma adatto a lettori di qualsiasi formazione. Chiandetti è ricercatrice nel Dipartimento di Scienze della vita dell’Università di Trieste e docente, tra gli altri insegnamenti, di Cognizione animale. Degano, biologa, ha studiato giornalismo scientifico alla Sissa.
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| Eleonora Degano |
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| Cinzia Chiandetti |
Dottoressa Chiandetti, la superiorità umana è in crisi? «Vero. Tutti noi abbiamo in mente una graduatoria intuitiva delle specie animali. Le ordiniamo su una scala: dalle più semplici, come i paguri, alle più complesse come i primati non umani, e noi torreggiamo sul gradino più alto. A questa graduatoria strutturale corrisponde la classifica di intelligenza, per cui non siamo propensi ad attribuire sofisticate capacità mentali agli insetti che posizioniamo sui gradini più bassi, ma riteniamo molto dotati intellettualmente i delfini che sono in alto sulla scala. Eppure, ciascuna specie ha affinato delle abilità specifiche che la rendono adatta ad affrontare al meglio le sfide della propria nicchia ecologica. Come a dire che ciascuna specie è molto intelligente a modo suo».
Gli umani si distinguono per la capacità di pianificare il futuro. Gli animali ce l’hanno? «Diversi studi condotti in laboratorio, dunque in modo controllato, hanno recentemente risposto a questa domanda: varie specie di primati non umani e qualche specie di uccelli, ad esempio, hanno superato i test di pianificazione. Si è visto che possono intenzionalmente conservare uno strumento che servirà in futuro o fare scorte del cibo che troveranno a giorni alterni, così da variare la dieta. Non ci sono altri modi di interpretare questi comportamenti se non facendo riferimento alla capacità di pianificazione. Quindi è una capacità che non ci distingue, no».
Noi tradiamo spesso sentimenti ed emozioni con le espressioni del viso. Vale lo stesso per le bestie? «I volti sono una fonte ricchissima di informazioni e anche altre specie si avvalgono di questi segnali per capire ad esempio se iniziare un’interazione o se sia meglio scappare. Per quanto riguarda le emozioni primarie (paura, rabbia, felicità…) c’è molta continuità tra le specie e spesso possiamo leggere correttamente le emozioni degli altri animali. Ma alle volte rischiamo di fraintendere le esternazioni di altre specie perché tendiamo ad interpretarle sulla base della nostra espressività. Una scimmia che ci mostri i denti non significa che ci stia sorridendo. Per i cavalli, ad esempio, sono importanti anche le orecchie; posizioni diverse veicolano significati differenti».
Gli animali di una stessa specie sono in grado di riconoscersi tra di loro? «Certamente. Anche tra le vespe o le pecore possiamo trovare individui molto diversi tra loro. A noi possono sembrare tutte identiche, invece ciascuna ha un muso un po’ diverso e tra loro si riconoscono. Riconoscere i diversi individui significa associare un’identità e poter ragionare sulle gerarchie. Laddove per sopravvivere è necessaria questa capacità, c’è anche la possibilità per gli individui di riconoscersi. Altre specie sfruttano un’altra modalità, quella acustica. Gli elefanti marini, ad esempio, si riconoscono sulla base di richiami distintivi per tono e ritmo».
Sanno contare? «Oltre a saper scegliere la collezione di elementi che ne contiene di più (come a dire che tutti sappiamo scegliere il vassoio sul quale troviamo più pasticcini), molte specie animali hanno dimostrato di saper eseguire semplici calcoli precisi su poche unità. D’altro canto basta pensare a una situazione naturalistica per comprendere il significato di questa capacità: se in una grotta sono entrati due predatori e ne è uscito solo uno, ci fidiamo ad entrare per ripararci dal freddo oppure non è un luogo sicuro perché un predatore è rimasto al suo interno?».
La rete ci fa scoprire insospettabili capacità negli animali: voi citate l’esempio dell’elefante che balla… «Sì, le osservazioni aneddotiche sono da sempre un’ottima occasione per ragionare a fondo su un certo fenomeno. Una volta visto il video - diventato in poche ore virale - di un esemplare di cacatua che si muoveva a ritmo con la musica, i ricercatori hanno avuto l’obbligo di studiare a fondo, in modo controllato, se il movimento era appreso per condizionamento oppure spontaneo e se i movimenti erano davvero sincroni con il ritmo musicale. Per fare questo, si studiano esemplari della stessa specie: si compiono analisi matematiche dei movimenti del corpo a seguito di modifiche del ritmo, presentato più lento o più veloce di quello originario. Proprio in questo modo sono state scoperte quattordici specie di uccelli capaci di ‘ballare’ unitamente a una specie di elefante».
C’è poi la cornacchia che fa snowboard… «La video registrazione di un corvo che sale su un dischetto di plastica e scivola ripetutamente dalla sommità del tetto innevato non può che essere interpretata come ‘gioco’. Nel libro discutiamo su quali sono le caratteristiche che un comportamento deve avere per essere classificato, in questo caso, come gioco. Avere dei criteri condivisi ci aiuta a interpretare ciò che osserviamo. Non possiamo dire nulla sull’esperienza qualitativa (cosa prova il corvo, si sta divertendo?), ma apparentemente quello è un comportamento ludico, che ha comunque la sua rilevanza visto che è occasione di apprendimento su come funzionano le cose…».
Su un punto siamo in difficoltà: la memoria. Molte razze ci battono? «Ci sono almeno due esempi che ci creano imbarazzo, sì. Il primo è il caso della memoria per i luoghi delle specie di uccelli che nascondono provviste per la stagione rigida: possono recuperare migliaia di semi mentre noi dovremmo per forza avvalerci almeno di una mappa in cui abbiamo indicato i luoghi di nascondimento. Il secondo è il caso della memoria fotografica degli scimpanzé, che possono catturare la posizione di 9 elementi in pochi millisecondi e ripeterla correttamente subito dopo, mentre noi non abbiamo visto che qualcuno di questi dettagli. In questi casi siamo davvero i peggiori, ma in fondo queste super memorie non ci servono. È questo il principio che regola somiglianze e differenze tra le specie».
C’è il senso della strategia politica tra gli animali? «Anche in questo non siamo davvero unici: se prendiamo gruppi di primati non umani, questi possono creare coalizioni per spodestare l’individuo alfa, magari riottoso, a favore di un individuo più mite. O mediare una pacificazione portandosi appresso un cucciolo: una vera e propria strumentalizzazione».
In sostanza: in che cosa si differenziano le nostre menti? «Nel libro descriviamo un insieme di capacità di base largamente condiviso tra gli organismi. Su queste capacità si fonderebbero le successive occasioni di apprendimento e specializzazione. Nonostante vi siano cervelli macroscopicamente diversi (per dimensioni e organizzazione, da quello di un bombo grande qualche millimetro, a quello degli uccelli organizzato a nuclei), osserviamo una notevole continuità funzionale. Eppure, ciascuna specie eccelle in qualcosa di diverso: noi siamo unici per il linguaggio, le seppie per il mimetismo, i pipistrelli per l’ecolocalizzazione, e gli esempi possono andare avanti ad oltranza».
Qual è il rischio di umanizzare troppo gli animali? «Il rischio risiede nel perdere di vista le necessità tipiche delle singole specie e, così facendo, arrecare dei danni o del malessere all’animale. D’altro canto, è altrettanto nocivo descrivere comportamenti in modo neutro offuscandone il significato. Penso al bacio di pacificazione tra alcune scimmie: descriverlo come un contatto delle labbra anziché un bacio, ci fa perdere il valore di questo atto. E d’altro canto, studiare se in seguito al bacio riprendono interazioni amichevoli tra i due individui è possibile… e alcuni ricercatori lo hanno dimostrato. Ci vuole un’osservazione attenta e critica».
@boria_a
IL LIBRO
Paolo Rumiz e la Regina del silenzio
Una favola fatta per essere letta ad alta voce. E accompagnata, in sottofondo, da pagine di Grieg, Dvorák, Wagner, Beethoven, Mendelssohn, Mahler, Sibelius, Stravinskij. Perchè ne “La regina del silenzio” - il libro appena uscito di Paolo Rumiz (La Nave di Teseo), che sarà presentato dal giornalista il 19 novembre, alle 19.30, alla Galleria d’arte moderna di Milano nell’ambito di Bookcity, insieme a Moni Ovadia - parole e suoni sono i protagonisti.
Il Piccolo l’ha raccontato in anticipo un mese fa, in occasione della chiacchierata dell’autore a Gorizia, nella rassegna delle 18.03: “La Regina del Silenzio” è piena della musica che Paolo Rumiz ha frequentato assiduamente negli ultimi tre anni, ascoltando i giovani artisti della European Spirit of Youth Orchestra, i loro sogni e la loro passione, e accordando la sua voce di lettore a quella degli strumenti nei concerti in giro per l’Italia.
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| Paolo Rumiz |
Ma nel racconto, che ha il ritmo e le suggestioni delle saghe nordiche, c’è anche il ricordo dell’amico Alfredo Lacosegliaz, scomparso un anno fa, il musicista che ha anticipato a Trieste l’interesse per i suoni balcanici e le contaminazioni con l’Oriente, e che ha composto la partitura per i reading de “La cotogna di Istanbul”, condividendo con lo scrittore chiacchierate, confronti e altri palcoscenici. È lui, in questa favola per grandi e piccoli, a suggerire il personaggio del bardo Tahir, suonatore della tambùriza, che nelle prime pagine accompagna con la sua melodia la morte dell’eroe Vadim. È lui, con codino biondo e baffi spioventi, uomo delle montagne con il fisico possente di un dalmata, che suona per Mila, la figlioletta di Vadim ancora nella pancia della mamma, in modo che impari la musica prima di nascere, come per lui aveva fatto suo nonno.
Quando Mila vede la luce, il popolo dei Burjaki, tiranneggiato dal malvagio re Urdal, vive nell’imposizione del silenzio: non si può suonare, cantare, modulare la voce. Da ogni parola sono cancellate le vocali per svuotarle di ogni musicalità e renderle scure e ferrigne. Quando anche Eco, il mago che suscita i suoni della terra, che genera rimandi e risposte sonore, viene fatto prigioniero, la grande landa (che Rumiz immagina al di là dei Carpazi, dove si stendono Ucraina, Bielorussia, Polonia) sprofonda nella cupezza.
Mila, però, ha conosciuto la musica prima che fosse vietata. Il bardo Tahir, col suo strumento gelosamente custodito e nascosto, suonava per lei, facendo della pancia di sua madre Tassìa una cassa armonica. L’uomo e la nascitura erano separati solo da una sottile membrana e, tra i due, le note creavano un flusso, una comunione indissolubile. Così, quando nacque, Mila non pianse ma cantò e continuò a farlo al di là di ogni divieto, privilegiando l’armonia alle parole, perchè la prigionia di Eco impediva alla sua fragile voce di diffondersi e suscitare la collera dei tiranni.
La musica come ponte tra i popoli, come strumento di dialogo e comprensione: questo è il messaggio della favola. E come Tahir-Lacosegliaz, anche la protagonista è stata ispirata da un incontro, quello con la violinista quindicenne Alexsandra Latinovic, serba, che Rumiz ha conosciuto nella giovane orchestra dallo “spirito europeo”, diretta da Igor Coretti-Kuret. Sarà Mila-Alexsandra a scendere il fiume Limantra (come il Limentra dove la famiglia Guccini ha il mulino...) e poi a risalire la Montagna Nera in cerca di Tahir. Insieme a lui, e a un “esercito” di musicisti, sconfiggerà senza combattere i signori del silenzio, annichiliti dalla potenza di suoni che non conoscono.
Li si vede in copertina, nell’illustrazione firmata da Cosimo Miorelli, figlio di Moreno, fondatore di Stazione Topolò. Le “cornici” dei capitoli sono invece del calligrafo Pietro Porro. Tutti, dice Rumiz, “uomini di confine”. Che, i confini, conoscono l’importanza di cancellarli, anche nei cuori.
@boria_a
IL LIBRO
Bambine ribelli, con ago e ali
Piccole donne con grandi sogni. E la volontà, la fantasia, la grinta per realizzarli. Coco Chanel, Agatha Christie, Frida Kahlo, Amelia Earhart fin dall’infanzia hanno intuito che cosa avrebbero voluto essere e fare da grandi. Bambine ribelli, ciascuna a modo suo. Chanel, in collegio, giocava con ago e filo, tra le occhiute suore che diffidavano di quell’orfanella diversa dalle altre. Agatha Christie, nel suo lettino, leggeva fino a tardi e, per ogni storia, inventava un finale diverso.
La piccola Frida Kahlo, con la sua gamba menomata, immaginava un mondo di colori esplosivi, inimitabile come lei. Amelia Earhart allargava le braccia per farsi crescere un paio d’ali e volare con la fantasia oltre ogni limite, in alto nel cielo.
Una grande stilista, rispettosa del corpo delle donne. Una infaticabile creatrice di gialli, tra i più letti di tutti i tempi. Un’artista che, costretta nel candore di un letto, riempie la tela dei toni accesi dell’amore e del dolore. La più famosa pilota del Ventesimo secolo, la prima donna ad ammirare, tutta sola in mezzo alle nuvole, l’Oceano Pacifico.
Vite e storie straordinarie. Che oggi una preziosa collana, “Piccole donne, Grandi sogni”, ideata da Maria Isabel Sánchez Vegara e pubblicata da Fabbri Editori (16 euro a volumetto), racconta alle bambine, e non solo, a credere in se stesse e a lottare per i propri desideri. Diverse, e ugualmente poetiche, le illustratrici per ogni libro: Ana Albero gioca con il logo dalle C intrecciate, con le righe, i tailleur e le lunghe collane che, ancor oggi, suggeriscono il guardaroba morbido e raffinato di madamoiselle Coco. Elisa Munsó disegna il mondo di Agatha Christie tutto in bianco e nero, con un unico filo rosso a legare la scrittrice (crocerossina da giovane, quindi abituata a maneggiare veleni...) ai suoi celebri investigatori, Poirot e Miss Marple, spesso alle prese con strane intossicazioni. Gee Fan Eng ha una matita ispirata, che intinge in colori pastosi, per tratteggiare il Messico di Frida e la passione che la legò a un altro pittore, Diego Rivera. Infine Mariadiamantes che, con delicatezza, insegue nei cieli la sete di avventura di Amelia e la sua misteriosa scomparsa, nel 1937, mentre tenta l’impresa di volare attorno al mondo.
Il racconto è minimo, con una piccola biografia finale. Protagoniste le splendide tavole, per sognare e ispirare le future donne.
@a_boria