IL LIBRO
Benvenuti a Jalna, la saga fluviale di Mazo de la Roche
Si fa presto a diventare lettori saga-addicted. Una magione fascinosa in mezzo alla natura, famiglie precocemente allargate con qualche figlio fuori dai sacri vincoli, amori clandestini, differenze sociali, patrimoni da rivendicare, tradimenti ed eroismi, il turbinio della storia. Variamente distribuiti nel tempo e nelle dosi, questi ingredienti ritornano tutti nella serialità letteraria che Fazi sforna da tempo con successo: dai clan dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, agli Aubrey di Rebecca West, alle “ragazze” tedesche di Carmen Korn, tutti approdati nelle classifiche di vendita, segno che le vicende di più generazioni fidelizzano il lettore, con la lunga tenuta dei personaggi e delle trame, al tempo stesso stuzzicante e confortante.
L’ultima saga arrivata in libreria, sulla carta scorre fluviale. “Jalna”, della canadese Mazo de la Roche, è il primo di ben sedici romanzi che raccontano tre generazioni di Whiteoak, riproposto da Fazi a 92 anni dall’edizione originaria, uscita nel 1927. Un successo straordinario nella prima metà del ’900, con centinaia di edizioni inglesi e straniere, undici milioni di copie vendute nel mondo, un film (1935), una serie televisiva e grande fama e riconoscimenti per l’autrice, che visse peraltro una vita riservatissima, custodendo gelosamente il suo privato con Caroline Clement, “sorella adottiva” e poi compagna, in quello che all'epoca veniva chiamato "Boston marriage".
Non immaginatevi i leccati Crawley di Downton Abbey. I Whiteoak ricordano piuttosto l’epopea dei Poldark di Winston Graham, con cui, sebbene li separino due secoli, condividono tratti di passionalità e anticonformismo (oltre allo sviluppo torrenziale).
Siamo nel 1925, in Ontario. La proprietà di Jalna deve il suo nome alla guarnigione in India dove si conobbero i due capostipiti, il capitano inglese Philip, da tempo scomparso, e l’irlandese Adeline, che, durante una visita alla sorella nel 1848, lo incantò con «i suoi passionali occhi castani dai riflessi mogano».
Amore a prima vista, il trasferimento in Canada grazie alla provvidenziale eredità di uno zio che sottrasse la coppia al tran tran dell’insalubre vita militare, quattro figli. L’ultimo, Philip come il padre e suo preferito, a sua volta da tempo passato a miglior vita, ha lasciato sotto la maestosa ala materna un totale di sei discendenti, avuti da due matrimoni, il secondo con la governante dei bambini (“graziosa ragazza che fu sempre trattata con freddezza dalla famiglia...”).
All’inizio della storia, l’anziana matriarca Adeline, in trepida attesa di festeggiare il secolo di vita (non vi ricorda zia Agatha Poldark?), regna, tra vezzi e capricci, sulla composita tribù, sepolta da incastellature di nastri e con un appetito sempre vigile. Nella magione abitano con lei i due figli maschi settantenni, Nicholas ed Ernest, scialacquatori diseredati dal padre, e i nipoti di varie età: Meg, la maggiore, che ha fatto saltare il matrimonio per una pesante infedeltà del promesso, il poeta Eden, Piers, che cura campagna e bestie, l’adolescente Finch, un lungagnone alla ricerca del suo posto nel mondo, il piccolo Wakefield, e Renny, il vero reggitore della proprietà, inquieto e passionale.
Ma l’impalcatura vittoriana su cui poggia la vita di Jalna sta per essere minata. C’è un lato sfuggente in ogni inquilino della casa, compresa la genitrice, che intuiamo essere stata moglie tutt’altro che remissiva e accomodante, o Meg, che si ribella al volere maschile con un molto contemporaneo disturbo alimentare. Basterà il confronto con l’esterno per portare in superficie le inquietudini di ognuno e farle esplodere.
Saranno altre due donne - scelta non casuale, alla luce della biografia della scrittrice - a irrompere nella vita della famiglia e a costringere gli uomini di casa ad affrontare la loro autentica natura, mettendone a nudo debolezze e insicurezze. Quando entrano a Jalna l’americana Alayne, editor in carriera, impalmata in una passione solo cerebrale da Eden, e la giovanissima Pheasant, la “bastarda” che ha mandato all’aria il matrimonio di Meg e che Piers ha sposato di nascosto, le convenzioni saltano, ma i due uomini si rivelano subito inadeguati a integrare le mogli nel rigido tessuto familiare. Nulla sarà come prima: il nuovo sangue in circolo spezza “l’incantesimo sinistro” di Jalna, liberando passioni e desideri repressi e creando inedite trasversalità femminili.
Come Adeline, anche il romanzo di Mazo de la Roche si avvicina ai cent’anni. Resiste all’usura del tempo? La sua maliziosa freschezza, la lingua pungente, l’ironia di fondo e la capacità di restituire i riti della famiglia, dai pasti alla messa domenicale, con magistrali descrizioni, ci fanno propendere per il sì. Sedici romanzi sono realisticamente troppi anche per lettori seriali, ma dei Whiteoak, che ci sono stati appena presentati, siamo curiosi di approfondire la conoscenza. —
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sabato 17 agosto 2019
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domenica 3 marzo 2019
IL LIBRO
Le ragazze Aubrey diventano grandi
mentre l'Europa corre verso la guerra
Se avete amato le atmosfere domestiche, le pagine gonfie di musica, il rito del the e della conversazione, le angustie di una famiglia impoverita ma ricca di cultura e di talento, la scrittura precisa e pastosa che procede lentamente, senza l’urgenza dei fatti, sfidando piuttosto il lettore a esercitare i sensi - l’orecchio sulle note, ma anche il senso del colore nelle fioriture dei giardini e le papille gustative - potete farvi accompagnare, ancora una volta, nel salotto degli Aubrey, guidati dalla penna di Rebecca West. In libreria, con Fazi, arriva il secondo capitolo della sua trilogia, “Nel cuore della notte” (pagg. 404, euro 20,00), che originariamente uscì postumo, nel 1984, quasi trent’anni dopo il primo libro, anch’esso ripubblicato l’anno scorso dallo stesso editore col titolo di “La famiglia Aubrey” e diventato un caso editoriale.
Tutti i protagonisti, bambini nell’età edoardiana, sono cresciuti e la grande guerra si avvicina: le gemelle Rose e Mary studiano musica in collegi prestigiosi e si concentrano su un futuro da concertiste (hanno persino differenziato il cognome, per non pregiudicarsi), la sorella maggiore Cordelia ha accantonato il sogno del violino e pragmaticamente abbraccia una vita da donna sposata, quasi allontanata come un corpo estraneo in una famiglia dove l’appartenenza si misura sull’eccellenza musicale, l’unico fratello maschio, Richard Quin, è diventato un giovanotto piacente con un sacco di amici, la cugina Rosamund, solida e splendente, studia da infermiera e la madre Claire vigila con grazia sulla formazione artistica delle figlie, consumandosi per la sparizione del marito, brillante e scialacquatore, e per l’antico virtuosismo al piano che sente venir meno, con l’indurirsi delle dita, come la sua salute.
È sempre Rose a raccontare, alter ego della scrittrice inglese, al secolo Cicely Isabel Fairfield (1892-1983), giornalista e femminista (il suo pseudonimo lo prese dall’eroina ribelle di Ibsen), che firmò nel ’41 un reportage fondamentale per l’approfondimento della storia e della cultura jugoslava, “Black Lamb and Grey Falcon”, pubblicato solo in parte in Italia come “La vecchia Serbia e viaggio in Bosnia ed Erzegovina”. Ed è un racconto, quello di Rose, che cambia il tempo e i registri man mano che, lasciandosi alle spalle la fanciullezza e avvicinandosi all’età adulta, la vicenda corre verso la tragedia bellica e, nel microcosmo domestico, entra prima un’assenza ancor più lancinante di quella del padre Piers, poi la morte.
Come in una partitura, il larghissimo delle visite, delle disquisizioni d’arte, delle passeggiate, lascia il posto al presto dei distacchi, degli uomini curvi sotto il peso degli zaini, a un ultimo momento di affettuosità tra il soldato e la sua ragazza in un corridoio di Victoria Station, sotto il manifesto che pubblicizza un concerto di Rose tenutosi un anno prima...
La voce della narratrice è sicura mentre valuta il suo talento per la prima volta messo in discussione da un docente, con un filo di rimpianto per la spietatezza della formazione («Cos’altro avevo fatto in tutta la mia vita se non “apprendere la tecnica?” Questo era il motivo per cui non avevo avuto un’infanzia...»), è una voce feroce quando testimonia il classismo della società che la circonda («era dei debiti di nostro padre che le nostre compagne bisbigliavano in un angolo»), e sarcastica sul cattivo gusto di certi ambienti, in particolare la casa dei futuri parenti della sorella Cordelia («era un dimora vittoriana in mattoni grigi, a Campden Hill; e all’interno delle sue mura l’Asia si era presa la rivincita sulla colonizzazione. Ogni stanza era piena di cobra di ottone, zampe di elefante, mobili in teak, ciotole d’argento indiane e paraventi d’ebano e avorio...»).
Poi il ritmo della narrazione accelera, la musica si fa presaga della guerra. È il tempo dei concerti che diminuiscono, delle profezie sul futuro, delle licenze di Richard Quin attese con ansia, dell’ultima. «Vedemmo il puntino di luce rossa della sua sigaretta che passava dalle labbra alla mano e il bagliore della sua uniforme che lo rendeva simile a una lucciola...». La voce di Rose si distende nelle luminose pagine finali, il tempo è di nuovo larghissimo, quando la madre se ne va e ritrova l’energia indomabile, il nervo della concertista: «Sì, sì, non ci siamo ancora, ma è così che dovrebbe essere». E noi lettori restiamo in attesa di un altro movimento.
@boria_a
Le ragazze Aubrey diventano grandi
mentre l'Europa corre verso la guerra
Se avete amato le atmosfere domestiche, le pagine gonfie di musica, il rito del the e della conversazione, le angustie di una famiglia impoverita ma ricca di cultura e di talento, la scrittura precisa e pastosa che procede lentamente, senza l’urgenza dei fatti, sfidando piuttosto il lettore a esercitare i sensi - l’orecchio sulle note, ma anche il senso del colore nelle fioriture dei giardini e le papille gustative - potete farvi accompagnare, ancora una volta, nel salotto degli Aubrey, guidati dalla penna di Rebecca West. In libreria, con Fazi, arriva il secondo capitolo della sua trilogia, “Nel cuore della notte” (pagg. 404, euro 20,00), che originariamente uscì postumo, nel 1984, quasi trent’anni dopo il primo libro, anch’esso ripubblicato l’anno scorso dallo stesso editore col titolo di “La famiglia Aubrey” e diventato un caso editoriale.
Tutti i protagonisti, bambini nell’età edoardiana, sono cresciuti e la grande guerra si avvicina: le gemelle Rose e Mary studiano musica in collegi prestigiosi e si concentrano su un futuro da concertiste (hanno persino differenziato il cognome, per non pregiudicarsi), la sorella maggiore Cordelia ha accantonato il sogno del violino e pragmaticamente abbraccia una vita da donna sposata, quasi allontanata come un corpo estraneo in una famiglia dove l’appartenenza si misura sull’eccellenza musicale, l’unico fratello maschio, Richard Quin, è diventato un giovanotto piacente con un sacco di amici, la cugina Rosamund, solida e splendente, studia da infermiera e la madre Claire vigila con grazia sulla formazione artistica delle figlie, consumandosi per la sparizione del marito, brillante e scialacquatore, e per l’antico virtuosismo al piano che sente venir meno, con l’indurirsi delle dita, come la sua salute.
È sempre Rose a raccontare, alter ego della scrittrice inglese, al secolo Cicely Isabel Fairfield (1892-1983), giornalista e femminista (il suo pseudonimo lo prese dall’eroina ribelle di Ibsen), che firmò nel ’41 un reportage fondamentale per l’approfondimento della storia e della cultura jugoslava, “Black Lamb and Grey Falcon”, pubblicato solo in parte in Italia come “La vecchia Serbia e viaggio in Bosnia ed Erzegovina”. Ed è un racconto, quello di Rose, che cambia il tempo e i registri man mano che, lasciandosi alle spalle la fanciullezza e avvicinandosi all’età adulta, la vicenda corre verso la tragedia bellica e, nel microcosmo domestico, entra prima un’assenza ancor più lancinante di quella del padre Piers, poi la morte.
Come in una partitura, il larghissimo delle visite, delle disquisizioni d’arte, delle passeggiate, lascia il posto al presto dei distacchi, degli uomini curvi sotto il peso degli zaini, a un ultimo momento di affettuosità tra il soldato e la sua ragazza in un corridoio di Victoria Station, sotto il manifesto che pubblicizza un concerto di Rose tenutosi un anno prima...
La voce della narratrice è sicura mentre valuta il suo talento per la prima volta messo in discussione da un docente, con un filo di rimpianto per la spietatezza della formazione («Cos’altro avevo fatto in tutta la mia vita se non “apprendere la tecnica?” Questo era il motivo per cui non avevo avuto un’infanzia...»), è una voce feroce quando testimonia il classismo della società che la circonda («era dei debiti di nostro padre che le nostre compagne bisbigliavano in un angolo»), e sarcastica sul cattivo gusto di certi ambienti, in particolare la casa dei futuri parenti della sorella Cordelia («era un dimora vittoriana in mattoni grigi, a Campden Hill; e all’interno delle sue mura l’Asia si era presa la rivincita sulla colonizzazione. Ogni stanza era piena di cobra di ottone, zampe di elefante, mobili in teak, ciotole d’argento indiane e paraventi d’ebano e avorio...»).
Poi il ritmo della narrazione accelera, la musica si fa presaga della guerra. È il tempo dei concerti che diminuiscono, delle profezie sul futuro, delle licenze di Richard Quin attese con ansia, dell’ultima. «Vedemmo il puntino di luce rossa della sua sigaretta che passava dalle labbra alla mano e il bagliore della sua uniforme che lo rendeva simile a una lucciola...». La voce di Rose si distende nelle luminose pagine finali, il tempo è di nuovo larghissimo, quando la madre se ne va e ritrova l’energia indomabile, il nervo della concertista: «Sì, sì, non ci siamo ancora, ma è così che dovrebbe essere». E noi lettori restiamo in attesa di un altro movimento.
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