domenica 20 luglio 2008

E' ITS SEVEN A TRIESTE
Il tedesco David Steinhorst vince la settima edizione del fashion contest

Donne col viso nascosto da maschere soffocanti. Donne con elmetti da guerra. Donne con la testa coperta da cappucci e becchi posticci, animali pronti al combattimento. Donne con occhiali da amazzone urbana. Che sollievo quando esce in passerella la collezione del tedesco David Steinhorst, che veste le donne da donne, le cala con grazia in deliziosi abitini da cocktail blu notte, sotto drappeggi trattenuti da inserti metallici, in proporzioni perfette, tagli di antica sartoria. Ha vinto il premio più importante, la Fashion collection of the year a ITS Seven, David, ed è stato un giudizio sacrosanto.


Il vincitore di Its Seven  David Steinhorst




Le sue sono donne senza maschere, scudi, senza impalcature di gommapiuma o gusci da Calimero sulla testa. Donne libere da strumenti da guerra preventiva. Donne lunghe e fasciate, come le immagina il britannico Ross Barnes, infilando le sue silfidi in interminabili vestiti optical, grigi o giallo acido, bordati da decori a spirale. Va meglio agli uomini, ammorbiditi, coccolati, accarezzati da tre belle collezioni: le lane norvegesi di Siri Johansen, le trasparenze polverose del tedesco Adrian Sommerauer, le camicie e i pantaloni rigorosi dell'italiano Filippo Fanini.
Nero e magenta, per una notte, i colori dell'ex Pescheria. Luci e telecamere. La colonna sonora sparata dagli Electrosacher che fa pulsare i muri bianchi sotto il gigantesco cartello, in cima all'ingresso, come un avvertimento: «La creatività non è un peccato». Passerella conclusiva, ieri sera, per le collezioni dei diciotto giovani finalisti alla settima edizione di «Its», i più lontani arrivati da Tailandia, Cina, Giappone, Corea del Sud. Designer che avranno tempo per misurarsi col mercato, ma che in questa prima, grande prova generale del loro futuro, paiono avere una personalissima e a volte un po' deviante concezione dell'eterno femminino.
Rompono il ghiaccio, ben oltre le nove, le signore della spagnola Amai Rodriguez Coladas, con faretra sulla schiena e maschera incollata ai lineamenti come una seconda pelle (e c'è voluto un pressing mica da poco sulle modelle, giustamente riottose a uscire in passerella su tacchi vertiginosi, in apnea e due fessure al posto degli occhi...). Subito dopo ecco i vestiti dell'israeliana Jan Farhi, pantaloni simil-mimetici dipinti sulle gambe e una testa posticcia da mostro di X-Files. E ancora le creature del giapponese Yuima Nakazato, ispirato dagli studi di Leonardo da Vinci a costringere le sue femmine in armature che si aprono svelando ali metalliche, per finire con il «crazyssimo» e ipertecnologico mondo del triestino Andrea Cammarosano, dove le donne sembrano solo tappe di una fase evolutiva, dai vegetali alle rocce e ritorno.
Pazzie, eccentricità, sperimentazioni. Quella di ITS è forse l'ultima vetrina in cui gli allievi designer possono sfogare la loro visionarietà, spingersi fino ai confini di fantasia e artigianalità, prendersi qualche azzardo, prima di mettersi alla prova negli uffici stile di grandi griffe,
costretti a fare i conti con il mercato, la concorrenza, la vestibilità, la produzione industriale e seriale, i bilanci, le delocalizzazioni. Molti dei loro futuri datori di lavoro erano tra il pubblico del Salone degli Incanti, perchè mai come in quest'edizione il concorso triestino ideato da Barbara Franchin ha visto una «calata» di aziende a caccia di emergenti.
Se una piccola delusione per gli organizzatori è stato il forfait della top model Bianca Balti, impegnata in una campagna pubblicitaria internazionale, nel parterre della Pescheria c'erano rappresentanti di Vuitton, Armani, Gucci, Moschino, Vivienne Westwood, Raf Simons, Margiela, Hogan, Adidas, Morellato, Moroso, Rinascente. C'erano Giovanni Acconciagioco, socio di Lapo Elkann nella griffe del rampollo Agnelli, Italia Independent, insieme al designer del marchio, Andrea Compagnone, e ancora la londinese Mandi Lennard, cacciatrice di talenti, l'americana Diane Pernet, pure lei potentissima «fiutatrice» (era quella affascinante signora che spiazzava i non addetti ai lavori con un look preso a prestito da un telefilm di Zorro...), c'era Elisa Palomino, braccio destro di Diane von Fürstenberg a New York e la direttrice del museo di design e arti applicate contemporanee di Losanna, Chantal Prod'hom, sempre sensibile alle manifestazioni al confine tra arte e moda. Renzo Rosso, il signor Diesel, principale finanziatore del premio, è arrivato col suo jet privato direttamente dalla
Spagna. Non ha mai mancato una finale, perchè dal «serbatoio» di Its sono usciti ed escono ancora molti dei creativi che lavorano alle sue tante linee, dal denim agli accessori al pret-à-porter di lusso.
Ex Pescheria zona franca della creatività. E, per una notte, davvero Salone degli Incanti, nel senso traslato. La passerella di una delle grandi capitali della moda, con la stessa maniacale e puntuta organizzazione, calata negli spazi immensi del fu mercato ittico, mai come in questa occasione apparentemente compressi, insufficienti, vibranti, vivi.
Victoria Cabello conduce la serata in inglese a ritmo serrato, senza i birignao che rendono insopportabile il cerimoniale dei premi. Tra le autorità locali, un parterre abbastanza nutrito: sindaco Dipiazza e signora, la presidente della Provincia Bassa Poropat, gli assessori comunali Greco e Rovis e il consigliere regionale Bucci, fan della prima ora, quando in piazza Unità a «Its» credevano in pochi, forse nessuno. Non si avvistano assessori, o assessore, regionali. Dopo la proclamazione dei vincitori, l'ultima passerella è per tutti. Un frullato, più che un incrocio, di nazionalità, di lingue, di pelli, di tratti. Come gli abiti che sono appena usciti: quelli di un giapponese sedotto da Leonardo o di un'italiana, Alithia Spuri Zampetti, che guarda all'architettura di Tadao Ando. Di un cinese, Yang Du, affascinato dall'Egitto, e del tailandese Ek Thongprasert, il vincitore dell'anno scorso, che ha portato a Trieste il risultato del premio, una raffinata collezione nelle sfumature di Renoir e Van Gogh.



Diane Pernet
Società globale sembra una parola fuori posto, sfruttata e inadeguata. Qui gli incastri sono infiniti e più sottili, come quelli di un caleidoscopio. E il gene comune è la capacità di immaginare e intercettare il futuro, proprio quello che Trieste aspira a fare.

martedì 15 luglio 2008

MODA & MODI: vestaglietta "wrap"

Il "Linda" wrap dress di Diane von Fürstenberg

Nell'epoca delle mamme si chiamava la «vestaglietta» e non aveva un sapore tanto glamour. Anzi, quelle fantasie fiorate mettevano perfino un po' tristezza, facevano casalinga disperata ante litteram sull'orlo della passeggiata della domenica pomeriggio. Oggi la modesta vestaglietta da casa è diventato il molto più sciccoso, a partire dal nome, wrap dress, ritornato improvvisamente negli armadi delle star e rispolverato in grande stile proprio dalla stilista che lo inventò, Diane von Fürstenberg.
Era il 1974 e la nobildonna conquistò l'America con un abituccio semplice semplice, che si allacciava davanti, ma riusciva a evidenziare le curve e quello che allora le mamme, appunto, chiamavano «personale», in modo tutt'altro che pudico, soprattutto se il tessuto scelto era il fasciante jersey. A Firenze Diane ha rispolverato la sua creazione più fortunata e ne ha popolato un'intera collezione «da crociera», insieme a short, prendisole, sciarpe.
Chi non avesse conservato l'archeologia dei capi di famiglia puntando con lungimiranza sui periodici «ritorni» della moda, nei negozi vintage può trovare wrap dress fascinosamente anni Settanta, quintessenza e ortodossia della casalinghitudine, con i colori sgargianti, le fantasie a spirale, le righe eccessive o i fiorami annegati nelle nuance zuccherose, azzurro e arancione in testa. Abito di seduzione antica e datata come ci ricordano le Loren, le Mangano, le Lollobrigide di una lunga stagione cinematografica, ma anche una più recente icona della mediterraneità caliente, la Penelope Cruz di Almodóvar, un'attrice intellettuale con Julianne Moore o la curvosa cantautrice Beyoncé.
La neo-vestaglietta o meglio il wrap dress sta bene alle sinuose, fascia seno, vita e fianchi e detesta le ossa sporgenti. Si appoggia sui chili in più e, per una volta, li valorizza. Ama le occasioni diverse: stampato, a righe o a fiori - com'era in origine - si indossa al lavoro ma anche a mezza sera, di seta è adatto a un'occasione importante senza essere troppo ingessato. Ha due contro-indicazioni: chi è troppo magra e senza seno rischia di sembrare un attaccapanni. Chi non sa portare i tacchi, si rassegni: il wrap dress con ciabatte o infradito rimane solo una «vestaglietta», da contemporanea e molto poco allettante «desperate housewife».
@boria_a
Diane von Fürstenberg

martedì 1 luglio 2008

MODA & MODI

Se le mezze maniche fossero le mezze stagioni

La moda maschile è appena scesa dalle passerelle milanesi. Sarà per questo che l'occhio cade più facilmente sulla galleria dei piccoli orrori quotidiani da cui siamo circondati e che in estate, col caldo e l'allentamento dei freni inibitori, anche in un luogo super-istituzionale come l'ufficio, tende ad allargarsi pericolosamente.


D'accordo: il cellulare al collo è - meno male - in netto ribasso, ma c'è ancora qualche irriducibile che si ostina ad appiccicarselo alla cintura, in quelle spaventose custodie di pelle e plastica trasparente che sembrano uno dei gadget di Star Trek. E le crocs? A nulla serve ripetere che ormai se le mettono solo i tedeschi e i fintissimi infermieri delle fiction ospedaliere italiane: c'è proprio chi non si decide a scrostarsele, letteralmente, dai piedi e che esibisce tutta la serie taroccata, acquistata sulle spiagge a un terzo del prezzo dell'originale (dal punto di vista estetico tra l'autentica e l'imitazione non c'è alcuna differenza, ma la plastica nelle seconde è talmente scarsa che porta l'epidermide al punto di fusione...).

Anche il sandalo di cuoio conquista in questi mesi nuovi pimpanti estimatori. Normali signori che d'inverno si muovono in mocassini, simil-pedule, pseudo-clark, scoprono improvvisamente com'è bello avere il piede costretto in quelle armature di cuoio marroni e si aggirano, del tutto estemporanei, in pantaloni con la riga del ferro da stiro e calzature da frate trappista.


Le espadrillas? Pensavamo di averle relegate all'estate da dimenticare (almeno dal punto di vista modaiolo) degli anni Settanta, insieme alle zeppe di corda allacciate intorno alla caviglia. Invece no, sono tornate, bisex e brutte come allora e senza neppure quella carica di allegra contestazione, quel senso di avvolgere il piede in un tessuto naturale, quell'etnico magari un po' scomodo ma molto politico di quarant'anni fa.


Le estremità sono il punto di caduta, una zona franca del gusto. Le calze spariscono e rispuntano i fantasmini, quei copri-dita, spesso bianchi (ma si vedono lo stesso, anzi, si vedono di più...) che dopo un viaggio in lavatrice, a patto di ritrovarli, si sono trasformati in vermiciattoli informi, difficili da riportare alla sagoma di un piede umano. Ma il caldo improvviso induce anche ad altre indulgenze. 


La camicia, per esempio. Se le mezze stagioni non esistono più, le mezze maniche invece resistono. Tristi camiciole tipo pigiama, sbottonate sul petto con buona pace dell'irsutismo diffuso (avete mai incontrato uno che si mette la camicia con le mezze maniche e che si fa anche la ceretta?), che la cravatta non affranca, tutt'altro.
I pantaloni color stabilo boss? Valentino dice che dopo i vent'anni è meglio che una donna si dimentichi la minigonna. Questi pantaloni, per la reciprocità, sono consigliati solo sotto i quaranta e oltre il metro e ottanta.


Ci sono in giro anche giacchettine estreme, nere e con qualche guizzo argentato, tipo prestigiatore. Se ne avete ricevuta una in regalo e ve la siete tenuta (insieme a chi ve l'ha regalata), le recenti sfilate insegnano come portarla: sotto ci va una canottiera (sì, proprio lei, alla Bossi...) a coste larghe. Ma dai pettorali agli addominali, sempre secondo la passerella, la «tartaruga» dev'essere perfetta.
twitter@boria_a


martedì 17 giugno 2008

MODA & MODI: il costume fa il "cutting out" 


Il tempo strampalato ci risparmia uno degli stress pre-estivi: la prova costume. Ovvero il delicato momento in cui recuperiamo dal consueto fondo di cassetto una manciata di reperti sbiaditi e ci colpisce una duplice e sgradevole verità: non si può più rimandare l'acquisto nè ignorare l'aggiunta di una smagliatura, l'ulteriore cedimento del gluteo, una «tendina» più penzolante della passata stagione. Superato lo shock, eccoci dunque al negozio, dove il ridicolo però è in agguato. Se l'abbigliamento «seriale», per scongiurare la crisi, si rifugia in capi rassicuranti, destinati a far fronte a più stagioni, la moda mare fa pazzie, si accorcia, si stringe, diventa asimmetrica o, al contrario, si allunga, nel caso estremo fino a coprire i capelli, diventando il nuovo «burqini», adatto a spiagge islamiche ma inventato da una tonicissima ragazza australiana.
Cominciamo dal «monokini», o meglio dal «tankini», fresca denominazione per quello che le nostre mamme chiamavano «intero». Intero? Oggi, non più, ha fatto il «cutting out». Ha perso una spallina, si è aperto imprevedibilmente su un fianco, ha un oblò a livello  ell'ombelico o la parte posteriore tagliuzzata in striscioline tipo bondage. Per chi prende l'abbronzatura perfetta, dai contorni marcati, il risultato è sexy, indiscutibilmente: nero e bianco in punti strategici, un po' graffito, un po' effetto optical, un po' tatuaggio transitorio. Se invece si tende all'arrossamento a macchia di leopardo, il costume tagliuzzato non fa che esaltare i bordi scottati. Un bel contorno aragosta intorno all'ombelico, o sul seno, o sulla spalla, poco sensuale molto cerotto.
Il monokini non piace? Gambe non troppo lunghe per reggere tutte quelle sforbiciate nei punti cruciali? Allora c'è il «trikini». Il nome sembra rassicurare, ma la moltiplicazione non aiuta. Tre, ovvero reggiseno, slip e pantaloncini, di solito attillati. E che arrivano proprio all'attaccatura tra coscia e sedere, dove si annida quella cellulite che qualche seduta di palestra nell'ultimo mese non può nemmeno lontanamente spianare. Inutile illudersi che mettendo i pantaloncini l'imperfezione si veda meno e si possa con eleganza passeggiare fuori dalla spiaggia anche quando l'anagrafe lo sconsiglierebbe: meglio un bel pareo, che quantomeno «vela».
L'invenzione più perversa si chiama «quadranga», ossia quel bikini, di solito griffatissimo, con lo slip a più lacci sui fianchi. Due, tre, nei casi di accanimento perfino quattro. Stringhe sottili, ma il risparmio di lycra è inversamente proporzionale al prezzo, alto a dispetto dei millimetri coprenti. E ogni laccio non solo è un segno (piuttosto indistinto, a meno di posizionarli sempre allo stesso posto, operazione da ingegnere della Nasa) ma è pure un rotolino di grasso che sprizza fuori in tutta la sua consistenza.
Ho deciso: mi rifugerò nel tradizionale bikini, nel «due pezzi» direbbero le antenate. Non c'è il sole e allora la volonterosa commessa propone le novità di quest'anno, con paillettes o tutto dorato, che riflette i pochi raggi in circolazione. A questo punto speriamo che il tempo rimanga così, perchè col solleone sarebbe come stare sotto un riflettore, con buona pace della cellulite...
@boria_a

martedì 3 giugno 2008

MODA & MODI: la lingerie di Carrie, fuori tempo massimo 


Passi il film, deludente come sempre capita quando una serie geniale - forse il prodotto televisivo più acuto, disinibito, intelligentemente non moralista degli ultimi anni - viene spalmata sul grande schermo solo per una gigantesca operazione commerciale. Forse questo lo si poteva anche perdonare a Carrie e alle sue amiche, che nella versione film di «Sex and The City» sembrano solo diventate più vecchie, a dispetto delle spianature del botox e del chirurgo («are we getting wiser, or just older?» si chiede la protagonista nella terza serie, e vien voglia di risponderle, pur con tutto l'affetto dovuto a un'icona, «ahimè siete diventate solo più vecchie, prevedibili, stridule, domestiche e fate anche poco sesso...»). Ma il merchandising che riprende vitalità intorno alla serie «defunta» o meglio «felicemente cristallizzata» nella nostra memoria di fan della prima ora, è proprio triste, anacronisticamente insopportabile.
Insieme alla pellicola arriva nei negozi la prima collezione di lingerie firmata «Sex and The City». Ben quattro linee diverse, una per ciascuna delle protagoniste e dei loro caratteri: stravagante come Carrie-SarahJessica Parker, sensuale come Samantha, chic come Charlotte e cosmopolita come Miranda. Reggiseni a balconcino, perizomi, babydoll, reggicalze, tulle, bordi animalier, rose diffuse, pizzi smerlati, tutto l'armamentario della seduzione disinvolta e leggera che ci ha fatto sorridere, divertire, sbalordire e magari anche convinto a comprare qualcosa nella lunga stagione delle sei stagioni televisive e che oggi abbiamo sepolto con qualche rimpianto in fondo al cassetto.
Le coetanee di Carrie e delle sue amiche sono diventate come loro: mamme, mogli o in procinto di esserlo, stritolate tra il lavoro, la carriera e tutto il resto, con poco tempo e sempre meno entusiasmo per quei rituali al quale la lingerie in questione sembra finalizzata. Il «sex» del titolo non c'è più nel film: se persino Samantha si cosparge inutilmente di sushi e deve rinunciare ai suoi ragguardevoli standard perchè «lui», che fa l'attore, ha bisogno di un sonno di bellezza, allora quegli hot pants, quei bustier, quei nonnulla di mutande restano solo un business un po' desolante e desolato, fuori tempo massimo. Le «it girls» sono cresciute, pure troppo, e alle generazioni di amiche successive sembra piaccia di più la morigeratezza dei costumi e la praticità dell'intimo. Chi se la filerà, allora, la biancheria così lussuosamente scorretta, così sventata di «Sex and The City»?
Accanto a me, in una celebre catena di cosmesi (molto, molto pubblicizzata nel film) una ragazzina compila la scheda del concorso: tot euro di spesa e la possibilità di vincere cinque giorni nella «City» senza «Sex». Sono sicura che a lei quel rosa e nero del cartoncino, i colori della serie, non dicono proprio niente. E che, se vince, si perderà Perry Street, dove «abitava» Carrie con decine e decine di scarpe, di borse, di abiti, di reggiseni, di amorazzi. Prima di diventare grande.
@boria_a

martedì 20 maggio 2008

MODA & MODI: la rivincita delle pallide

Marcia Cross in "Desperate Housewives"
A queste latitudini chi ha la pelle diafana, lattiginosa, trasparente, non può sottrarsi alla domanda-tormentone: «Ma non vai mai al mare?», «Non sei ancora stata al mare?!», «Non ti piace il mare?», variante estiva dell'invernale «Ti senti poco bene? Sei così pallida...». In una tribù di gente marron già all'inizio della primavera, se non sfoggi un'epidermide da ballerina carioca per il solo fatto di scappare una mezz'oretta al sole all'ora di pranzo, sei guardato come un simpatico eccentrico, uno che non apprezza l'indicibile opportunità di vivere nella città dell'abbronzatura perenne.
Quest'estate, però, il bronzeo non va di moda. E' tempo di rivincita per le pallide. La pelle bianca è chic, come cent'anni fa, e viene esibita, custodita e curata. Una vera controtendenza e un sollievo: se siete costrette ad ancorarvi all'ombrellone per tutte le vacanze onde sfuggire all'eritema a macchia di leopardo, potrete sempre dire che lo fate perchè «è di moda»: non costa nulla, riprovazione sociale zero.
Le pagine della riviste sono piene di attrici bianche come il latte, per assurdo lo sono anche le modelle che promuovono i costumi di stagione. Avete presente Marcia Cross, la casalinga disperata che fa fuori il marito senza che la sua epidermide color cammeo sia percorsa dal più tenue arrossamento? O un'attrice intensa come Julianne Moore, o l'antesignana delle slavate, Jodie Foster, o Nicole Kidman, la prima a osare - a un festival del cinema di Venezia - un tailleur color nudo sull'incarnato candido, per finire con la più sofisticata Dita Von Teese, la regina del bourlesque, cadaverica e con le labbra color fuoco, con quell'ex marito, Marilyn Manson di alabastro come lei.
Pallida fa chic, sofisticata, un po' diva, superiore alle spiagge e alla tintarella low-cost. Una delle blogger beauty più celebri d'America, Nadine Haobsh, che ha la pelle come un proteo, consiglia: protezione trenta, anche d'inverno. Chi è meno talebana ha solo l'imbarazzo della scelta: nuovi solari da città, creme idratanti che accentuano la luminosità della pelle, fluidi e poudre perlati. Pallida fa fragile, simula bisogni mai espressi. E con gli uomini spaventati e in crisi di identità che ci sono in giro, magari aiuta.
@boria_a
Nicole Kidman

martedì 6 maggio 2008

MODA & MODI: la personalità sui tacchi delle scarpe 
Tacchi artistici firmati Miu Miu

Ditelo con il tacco. Piallato per chi non ha il complesso dell'altezza o, comunque piccola, guarda gli altri e gli alti dall'alto in basso. A stiletto? Seduttrice per professione, abituata a calzarli ed esibirli senza dar segni di cedimento, anche dopo una giornata d'ufficio. Nascostamente rialzati? Meno male che se li è messi pure Sarko, nella recente visita in Gran Bretagna, per non sfigurare accanto a Carla (che avrebbe dovuto andare scalza per essere meno «a terra» di così) e ci fa condividere con i francesi l'orrore di un premier nanetto che fa di tutto per non sembrarlo (lui, però, non è calvo, ancora, nè ha quel posticcio pilifero cresciuto come un prato inglese prima delle elezioni...). Zeppona? Una volta equivaleva a nostalgica sessantottina, oggi la piattaforma è così artisticamente lavorata, piena di inserti e decorazioni, che assicura il glamour ma non i rischi dell'elevazione.
Il vento di novità di quest'estate passa attraverso i tacchi. Le borse esagerano genericamente in dimensione, rivolte a un'indistinta acquirente fashion victim, ma le scarpe rivelano più che mai la personalità di chi le indossa, sono una dichiarazione di intenti, un manifesto mentale. E la fantasia, questa volta, si sfoga non lungo il polpaccio, o sulla punta, o alla caviglia, ma sulla suola. Benvenute nel 2008, anno dei tacchi a scultura. Delle pazzie che iniziano dal fondo, dei piedi protagonisti, della sfida a risucchiare gli sguardi verso terra, dove mai si appoggiano, se non in caduta libera dopo una sosta sul fondoschiena. Ami le zeppe? Ci sono quelle che assomigliano a un dondolo o costruite come bolle di sapone una sull'altra. L'inconfondibile stiletto? Oggi, sulle tradizionalissime décolleté, richiama le guglie dell'architettura russa. Per le più estrose e colorate c'è il tacco a manico di tazzina, o la zeppa che ricorda un ventaglio, o vuota in mezzo, con solo il profilo in evidenza, come disegnato nell'aria. C'è il tacco di metallo piantato a metà della suola, che crea l'effetto zeppa trasparente, quasi si fluttuasse su una piattaforma invisibile. Se dotate di grande equilibrio, fisico e mentale (perchè non si sfugge: il tacco suscita esternazioni multiple), si può provare con la scarpa plateau sospesa, che lo elimina del tutto. L'unica invenzione discutibile è a forma di cono di gelato, o, ancora peggio, a bastoncino: sono pesanti, slanciano poco e ingrossano innaturalmente la caviglia, perchè farsi del male?
Sono pazzie, costose e volubili, che dureranno una stagione. Ma il loro effetto consolatorio è garantito. Chi cerca il tacco che non tramonta dovrà continuare con lo stiletto, ormai proiettato verso i quindici centimetri, o rifugiarsi nelle ballerine, uscite di recente dall'anonimato proprio per quella versione proposta da Carlabrunì a Londra, pudica come il cappottone grigio che la ingoffava nè più nè meno di Camilla. Ballerine rasoterra e un'unica debolezza: il bottoncino sulla punta targato Dior, che tutti hanno fotografato quando ha piegato il piede per la riverenza, perchè anche le first lady hanno qualche piccolo, grande prezzo da pagare...
@boria_a
Carla Bruni si inchina alla Regina Elisabetta