mercoledì 7 ottobre 2009

MODA & MODI: sfilata da divano

Cosa non fanno la crisi e il bisogno di allargare il più possibile il bacino dei potenziali clienti. Domani cade un muro di Berlino della moda. Il marchio Louis Vuitton manderà in diretta su Facebook e per le ventiquattro ore seguenti la sua sfilata parigina. I tempi bui per le griffe del lusso hanno sdoganato il più democratico, incontrollato, ordinario "salotto" on line, dove il mitico Lv, già da un paio di mesi, ha aperto una pagina ufficiale intitolata "The art of travel by Louis Vuitton", raccogliendo un qualcosa come seicentomila iscritti nel mondo e probabilmente un target molto diverso da quello che entra d'abitudine nei suoi negozi. Anche Dolce & Gabbana, pur avendo dichiarato in una recente intervista al Sole 24 ore, che il marchio non soffre la recessione, hanno pensato bene di sbarcare su You
Tube con i "Diari" della loro sfilata, dal backstage alla diretta dello show, raccogliendo, in soli quattro giorni, circa sedici milioni di contatti.
Ricordate "Il diavolo veste Prada" e la tragedia della prima assistente di Miranda, Emily, quando, causa una gamba rotta, è costretta a rinunciare all'evento per cui si sta attrezzando da mesi, dieta inclusa, ovvero le sfilate di Parigi? L'angoscia di non partecipare alla settimana più ambita dalle giornaliste d'oltreoceano, sedendosi accanto ad Anna Wintour, direttrice di Vogue America (cui s'ispira la perfida Miranda del film) e ai suoi tanti cloni, e misurando, dal posto e dalla prossimità alla passerella, lo status professionale e sociale conquistato nell'ipocritissimo ambientedella moda?
Era il 2006 e sembra un millennio fa. A tre anni di distanza, Emily potrebbe aggiornarsi tranquillamente sulle invenzioni dei guru parigini dello stile dal letto di casa sua, rinunciando forse solo a qualcuno dei ricevimenti cui sono ammesse anche le portaborse (nel senso letterale del termine: la Wintour, è noto, ha sempre le mani libere perchè dotata di uno stuolo di sherpa che custodiscono i suoi effetti personali...).
È arrivato il momento di ripensare il sistema delle sfilate? Pare proprio di sì se ormai a condizionare i designer di tutto il mondo sono i suggerimenti che arrivano dalla rete, da siti come "the sartorialist", collocato dalla rivista Time tra i primi cento "design influencers" del mondo, ma anche da blog come quello della tredicenne americana "rookie", così fulminante neI giudizi da essere, e lei sì di persona, invitata alla settimana della moda newyorkese.
La moda si "democratizza", non nei contenuti ma nella comunicazione, facendo sembrare più che mai ridicoli il rito della sfilata, il dramma degli inviti non ricevuti, le lunghe code agli ingressi, la frenesia delle corse da una location all'altra, il cerimoniale del "sitting", su cui si esercita il meglio delle pierre, ovvero la distribuzione degli ospiti secondo l'importanza della testata o degli ordinativi fatti alla griffe (quindi il cartoncino "standing", in piedi, equivale all'etichetta di paria in entrambe le categorie...).
Sfilate per tutti e a casa propria, confidando che la platea planetaria moltiplichi i desideri e rianimi i conti. E mai più giornalisti respinti dagli imperatori allergici alle critiche. Anche in questo caso, la rete è democratica.
@boria _a
Primavera-estate 2010 firmata Louis Vuitton

 MODA & MODI

Leonor Fini e Simonetta Colonna di Cesarò, amiche, un'amicizia tra arte e moda



La cliente più detestata? Estée Lauder, la signora dei cosmetici: dispotica, con una figura infelice e poco tempo per le prove. La cliente più disponibile? Leonor Fini: amava pantaloni e camicie che indossava con inimitabile e spavalda eleganza, d'inverno stivali col tacco alto e cappelli di pelliccia alla cosacca. Al contrario di Estée, la pittrice triestina era la cliente prediletta di Simonetta Colonna di Cesarò, che nel suo atelier parigino vestiva principesse e nobildonne, la collega Elsa Schiaparelli e sua nipote Marisa Berenson, Dalila e Zsa Zsa Gabor, Lauren Bacall e Merle Oberon.

«Bruna, istrionica, aveva grande intuito e sensibilità per la moda ed era una gioia vestirla». Così Simonetta, oggi ottantasettenne, ricorda Leonor nella sua autobiografia "Una vita al limite". «Il suo stile era molto personale, semplice, ma sorprendente. Le piaceva moltissimo avvolgersi con fare teatrale in lunghi mantelli ondeggianti, poncho e scialli. La sua tavolozza di colori non cambiò mai: amava il nero, nero con qualche tocco bianco, oppure il rosso».


Leonor e Simonetta si erano conosciute a Roma, durante la guerra. La prima frequentava scrittori e artisti della capitale e si affermava come ritrattista di celebrità italiane e signore dell'alta società. La seconda, figlia del duca Giovanni Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini dimessosi dopo l'omicidio Matteotti, e moglie di Galeazzo Visconti, nella primavera del '46 fondava la sua casa di moda, appena ventiquattrenne, annoiata dall'asocialità del marito e desiderosa di rimpinguare il reddito familiare.



Abito e immagine di Simonetta Colonna di Cesarò (Pitti Immagine)


La sua prima collezione era composta da quattordici modelli di "povertà ingegnosa", come li definì la giornalista Irene Brin, ricavati dai materiali che si potevano reperire nell'immediato dopoguerra, strofinacci, grembiuli da giardiniere, uniformi da maggiordomo, anelli da tende, rafia, lacci, spago. Era uno stile disinvolto e originale, una ventata di freschezza che ebbe tanto successo da permettere alla stilista, un anno dopo, di creare anche abiti da sera. Nel febbraio 1951, alla sfilata che segna la nascita del "made in Italy", nella villa fiorentina del marchese Giovan Battista Giorgini, Simonetta presenta le sue creazioni accanto alle sorelle Fontana, Schuberth, Marucelli, Fabiani (che poi diventerà il suo secondo marito) Jole Veneziani, Pucci.

 
Di Leonor, scrive: «Penso di essere stata una delle sue poche amicizie femminili perchè non si curava troppo della compagnia delle donne. L'amicizia, però, era molto importante per lei, che odiava essere sola. Si attorniava di una piccola corte di ammiratori, di solito due o tre giovanotti per i quali rappresentava tanto una dea quanto un mentore. Loro la veneravano e lei li amava a sua volta...». Il rapporto continua negli anni. Nel 1949, Leonor esegue il ritratto di Mita Corti, sorella di Simonetta, opera esposta nella mostra al Museo Revoltella di Trieste dedicata alla pittrice.


Poi dipinge la stilista stessa. Quando Simonetta, col secondo marito, Alberto Fabiani, aprirà una boutique a Parigi, Leonor sarà tra gli invitati, insieme ad Helena Rubinstein ed Elsa Schiaparelli.
"Schiap", appunto. Un altro tassello importante del rapporto che lega Leonor Fini alla moda. Schiaparelli, "quell'italiana che fa vestiti", come la definiva la rivale Coco Chanel, era arrivata a Parigi qualche anno prima della Fini, separata dal marito e con una figlia piccola (Gogo, futura mamma di Marisa Berenson). Da sempre sensibile alle suggestioni dell'arte, si avvicina all'ambiente dei surrealisti, molti dei quali diventano suoi stretti collaboratori. «Lavorare con degli artisti del calibro di Christian Bérard, Jean Cocteau, Salvador Dalì, Vertés e Van Dongen, con fotografi come Honningern-Huene, Horst, Cécil Beaton e Man Ray aveva un qualcosa di esaltante - scrive nella sua autobiografia, "Shocking Life" - ci si sentiva aiutati, incoraggiati molto al di là della realtà pratica e noiosa in cui consiste la fabbricazione di un abito destinato alla vendita». 


Per Schiap, Cocteau disegna motivi di ricami costellati da simboli poetici, Dalì i tessuti con le aragoste, o le labbra rosse, e la borsa-telefono, Jean Hugo crea bottoni-scultura, Elsa Triolet e Luis Aragon progettano un collier di compresse d'aspirina. Ma è Leonor Fini a firmare la "creatura" che percorre tutta la vita della stilista. Leonor e Schiap sono nell'atelier di quest'ultima, in Place Vendome, e scherzano sui capricci dell'attrice Mae West, che, per facilitare la confezione degli eccezionali costumi di "Every day's a holiday", il film realizzato nel 1937 da Edward Sutherland, ha inviato alla stilista una statua di gesso che la raffigura nuda nella posa della Venere di Milo. Mae non vola mai dall'America per provare gli abiti, ma è il suo busto a suggerire a Leonor la sagoma del primo flacone di profumo firmato Schiaparelli, "Shocking!", ripresa negli anni Novanta da Jean-Paul Gaultier.



"Shocking" di Elsa Schiaparelli, con la boccetta disegnata da Leonor Fini ispirandosi al busto di Mae West



Schiap si ritira dalla scena nel 1947. Dopo il ritorno dall'America, dove si era rifugiata durante la guerra, la moda ha cambiato corso, le sperimentazioni e le trasgressioni lasciano il posto alla "restaurazione" di Christian Dior, alle sue donne dalla vita di vespa e le giacche con le stecche, affondate sotto metri e metri di stoffa.


Moda e arte. Ancora una volta, questa storia di incontri, corrispondenze, citazioni, incrocia gli stessi personaggi. Doveva diventare diplomatico il giovane Dior, ma era attratto irresistibilmente dall'ambiente artistico, dove fu accolto con simpatia, omosessuale facoltoso e garbato. Con il socio Jean Bonjean e i soldi di papà, industriale chimico - che non gli permetteva di usare il suo nome per non infangarlo - Dior aveva aperto una galleria e ne aveva fatto un luogo d'incontro mondano dove si potevano ammirare le opere di Paul Klee, Otto Dix, Max Ernst. Sarà proprio la Galerie Bonjean, dal 24 aprile al 7 dicembre 1932, a ospitare la prima personale parigina di Leonor Fini.

martedì 22 settembre 2009

MODA & MODI: nella mia borsa entra anche la termodinamica 

Vi è mai capitato di specchiarvi in un camerino e scoprire che avete avuto un rovinoso cedimento fisico nottetempo? Faccia sbattuta, pelle color cemento, glutei in caduta libera? E di arrovellarvi sul perchè sembriate inspiegabilmente più basse, più schiacciate, meno toniche e con centimetri di cellulite inesplorati? A me spesso e proprio in uno dei miei negozi preferiti, il cui effetto ansiogeno, ho appurato, non è dovuto solo ai prezzi, ma è una conseguenza della luce visibile, la più conosciuta delle onde elettromagnetiche. L'illuminazione del famigerato camerino è determinata da lampade a fluorescenza, che, grazie a un meccanismo di atomi di mercurio e polveri dette "fosfòri", creano un agghiacciante effetto "mezzogiorno in spiaggia", rivelando senza pietà ogni poro dell'epidermide, ogni pelo superfluo, ogni incipiente smagliatura. Per di più sono posizionate in alto, come nella maggior parte dei casi, il che dà l'orrenda sensazione che le gambe si siano accorciate.
Ma c'è di peggio. Può accadere che in qualche grande magazzino la luce scelta sia "modello Stasi", ovvero un fascio gelido e bianco prodotto da tubi al neon, simile a quello utilizzato dalla polizia della Ddr durante gli interrogatori (provare per credere: nello store newyorkese più battuto dai turisti, vicino a Ground Zero, non vedete l'ora di uscire dalle fitting rooms per darvi una rinfrescata...). Strategia, pare, studiata a tavolino, in modo da costringere le signore che si scoprono su due piedi anemiche e grinzose a correre nel reparto cosmetici convinte dell'impellenza di una crema antirughe. La luce migliore, suadente e non troppo realistica, è quella regalata da un faretto alogeno: un filamento di tungsteno racchiuso in un bulbo di quarzo emette una bella luce brillante, che accarezza le forme e fa apparire liscia la pelle. Se non c'è "sindrome da camerino" l'acquisto è più felice e psicologicamente più facile. Prendete gli specchi: una leggerissima curvatura lungo l'asse verticale o un'inclinatura all'indietro ci fa sembrare più alte e slanciate e quindi più convinte dell'abito che abbiamo in mano.
Chi ha detto che scienza e moda sono così distanti? O che non è possibile una scienza "modaiola"? Se ne sapete poco (o nulla, nel mio caso) della prima e molto della seconda, è consigliato il gustosissimo "La fisica del tacco 12" di Monica Marelli(Rcs Libri), fisica lei stessa e fermamente convinta che dal dna alla tinta del parrucchiere, tutto si possa capire con le sue leggi. Così, insieme all'ingegnere biomeccanico inglese John Tyrer, scopriamo che per il reggiseno perfetto bisognerebbe pesare le mammelle (non provateci, toglie tutta la poesia: vanno immerse una alla volta in una vasca piena d'acqua, poi si pesa il liquido che è traboccato e si moltiplica per un fattore di correzione...), e che camminiamo male sui tacchi a spillo perchè la pressione esercitata dal terreno sulla pianta dei piedi è troppo elevata e concentrata nel punto sbagliato. Che soddisfazione, poi,  apprendere perchè non riesco mai a trovare chiavi, cellulare, rossetti nella mia borsa. Quel perenne disordine è dovuto all'"entropia", cioè alle tante possibili configurazioni casuali degli oggetti all'interno, molto più
probabili di quell'unica ordinata che ho stabilito io. Non ne ho colpa, dunque, è la seconda, autorevolissima, legge della termodinamica.
@boria _a

martedì 8 settembre 2009

MODA & MODI

Anche la Kinsella ha un'eroina della crisi


Spalle quadrate? Neo-leopardato? Chiodo e tacchi assassini? Se l'economia dice austerity, la moda s'impunta e rilancia: supremacy. Mentre conti e certezze vacillano, dai bauli degli anni '80 escono molti fantasmi: giacche di pelle, proporzioni esagerate, plateau e stiletto, animalier aggressivo e colori esplosivi, "sbarluccichii" di lamè e paillettes. Il power-dress rispolvera le sue armi più collaudate, tailleur, tacchi alti, rigidità e geometrie, neri e ori, un armamentario indirizzato paradossalmente a signore negli "anta", quelle che gli analisti dicono le più colpite dalla crisi strutturale (ovvero: se sei fuori e intorno alla mezza età, hai poche speranze di tornare al lavoro).
Contraddizioni? Sbandamenti? Incertezze? Mai come in questa stagione la moda balla con l'orchestrina del Titanic, poco in sintonia con aspirazioni e aspettative di potenziali destinatarie. I saldi non hanno esaltato i commercianti e già i negozi si riempiono di collezioni che tra tre mesi saranno in offerta speciale. Sfogliare le riviste femminili è fare un viaggio in un mondo immaginario che lascia spiazzati, sprofondandoci in un turbillon di scarpe e vestiti con le borchie, fuseaux lucidi, giubbini da motociclista, guaine panterate, borse come coccodrilli da passeggio, scarpe su cui issarsi a fatica, figuriamoci affrontare giornate che consigliano di impiegare altrove le energie.
Più la crisi è fitta, più la moda se ne estranea. E a sfidare i fantasmi onnipresenti della recessione, sceglie di mandare estemporanee amazzoni, donne sigillate in abiti rigidi, guerreschi, o sfavillanti di colori che ricordano il "mood" di anni più sbadati e leggeri, anni da bere di cui a malapena risentiamo in bocca il sapore. Il sogno deve alimentare se stesso, dicono gli esperti del settore. E allora in passerella scorrono borse gigantesche, accessori esagerati, tronchetti da combattimento, piattaforme e aghi, pitonesse e ballerine, figure teatrali che pare difficile trasferire nella realtà, sia pure solo a livello di ispirazione. Intanto, mentre gli stilisti litigano per il calendario delle sfilate dell'imminente settimana della moda millanese, gli esperti di economia annunciano una prossima "corsa ai marchi", scatenata dalle condizioni in cui versano molte società quotate in Borsa. E Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda, da Cernobbio chiede un "piano Marshall" per salvare il settore del tessile, ormai alle corde.
Senso di responsabilità: ne parlano tutti. Ma a guardare le collezioni sembra che i primi ad essersene dimenticati siano proprio gli stilisti. Ricordate Becky, la fashionista con le mani bucate della fortunata serie letteraria di "I love shopping"? Quella delle spese folli, delle carte di credito prosciugate, della miniera di griffe nell'armadio? Ebbene, anche Sophie Kinsella ha dovuto adeguare la sua eroina letteraria ai tempi della crisi e l'ha trasformata nella virtuosa Lara, protagonista de "La ragazza fantasma", lavoro incerto, look minimale e, come trasgressione estrema, una giacca a edizione limitata della catena Topshop.

Più noiosa, forse, ma più simile alle sue lettrici.
twitter@boria_a

venerdì 28 agosto 2009

LA MOSTRA

Leonor Fini, l'italienne de Paris


Nudo di Leonor Fini di George Platt Lynes

È una gatta a far litigare, a Parigi nella primavera del 1948, Leonor Fini e Margot Fonteyn. La mascherina disegnata dalla pittrice per "Les demoiselles de la nuit" di Roland Petit, fa "orripilare" l'etoile, che la ritiene grottesca e invasiva, un attentato all'ideale di bellezza romantica che ha costruito su di sè. Ma Leonor, che ama i felini al punto da fondere la sua fisionomia nella loro, non vuol sentir ragioni, minaccia di dar fuoco al teatro se le critiche di Margot troveranno udienza. Capricci di primedonne che la diplomazia di Roland Petit riesce alla fine a smussare: la ballerina accetta le stravaganze della costumista, purchè la maschera venga aggraziata, le fattezze assottigliate. E la querelle finisce in una vacanza comune ad agosto, Margot ospite nella casa di Leonor a Le Bruse, nel sud della Francia, dove, tra bagni, picnic e gite nei dintorni, riprende le forze prima di affrontare la stagione al Covent Garden di Londra, davanti al suo pubblico.
Quindici anni dopo il balletto è alla Scala di Milano, al posto di Margot Fonteyn c'è Carla Fracci, gattina "gentile ed elegante", meno "felina" della collega inglese. Leonor Fini disegna nuove scene e bozzetti sul modello di quelli precedenti, ma questa volta ai tratti impazienti delle micie francesi, si sostituiscono pennellate sorvegliate, per gatte più mature e seducenti, consapevoli del loro fascino. Al ricordo dei suoi amati compagni di vita a quattro zampe, Leonor ha unito un estremo atto d'amore.



"Au Bout du Monde" di Leonor Fini, 1949
Gli episodi legati alle "gatte ballerine" sono raccontati da Vittoria Crespi Morbio nel saggio "Il teatro sovvertito di Leonor Fini", uno dei tanti contenuti nel catalogo appena pubblicato dal Museo Revoltella di Trieste a corredo della mostra "L'italienne de Paris" (aperta fino al 27 settembre), curata dalla direttrice del museo, Maria Masau Dan.
Più che una "guida" all'esposizione, una corposa monografia sulla pittrice triestina, che, in oltre trecento pagine, alterna gli approfondimenti critici sulle varie stagioni artistiche, Trieste, Milano, Parigi, agli omaggi più intimi, come quello, "Cara gattona", di Sibylle de Mandiargues, figlia di André, primo compagno di Leonor a Parigi, per chiudersi con le interviste agli amici artisti di lunga consuetudine, Enrico Colombotto Rosso, Leonardo Cremonini, Michel Henricot e il più giovane, Eros Renzetti, che la frequentò insieme a Fabrizio Clerici negli anni '80 e poi fino alla morte di lei, nel 1996. Diciassette contributi, tra analisi e colloqui con i compagni di strada, dissezionano vita e opere della pittrice da molteplici prospettive, con la sfida dell'esaustività e il rischio di far vacillare il lettore nelle stesse iperboli che piacevano tanto alla protagonista.
L'ultimo omaggio è una lunga intervista di Vanja Strukelj a Gillo Dorfles sugli anni triestini di "Lolò", quelli in cui entrambi, col gruppo "estremamente intellettualizzato, però anche leggermente sportivo" di cui facevano parte Bobi Bazlen, Italo Svevo, Elsa Dobra, andavano a passeggiare in Carso o a giocare a bocce al "Cacciatore". E il liceale Gillo, pizzicato in città con l'eccentrica Leonor, doveva mandare la madre dal severissimo professor Sabbadini, che la metteva in guardia su quella ragazza «non per bene» con cui il figlio andava in giro.
Leonor e il controverso rapporto con i surrealisti, che non fu mai appartenenza a una "scuola" nè asservimento ai suoi dogmi (lo ricorda l'amico Jean-Claude Dedieu: la pittrice a Parigi indossa calze viola acquistate a Roma, loro la prendono per una provocazione sacrilega ma a lei è semplicemente innamorata del colore...). Leonor e i mascheramenti, le cui origini l'analisi di Ernestina Pellegrini fa risalire a un'infanzia vissuta interamente in un gineceo, priva di qualsiasi aggancio a un ordine di valori maschili, un matriarcato alla luce del quale va letta anche la produzione artistica.
La piccola "Lolò", scappata a Trieste dall'Argentina, viene vestita da maschietto per eludere i sicari inviati dal padre. Una foto di famiglia fissa curiosamente questa rete femminile che la circonda: nell'immagine le zie sono vestite da marinaio e la nonna da comandante, su una finta nave di un finto mare Adriatico. «È il trionfo dell'onnipotenza femminile en travesti - dice Pellegrini - l'ostentazione fiera di un governo matriarcale totalizzante, che si incarna una volta per tutte in ciò che si può chiamare "l'enigma della sfinge", una sfinge da lei ritratta ossessivamente nella sua insolente bellezza...». "Sfinge Filagria", "Sfinge regina", "La piccola sfinge eremita" s'intitolano i quadri degli anni '40, quella stessa sfinge di granito, a Miramare, su cui Leonor bambina si fa fotografare, di spalle, quasi a cavalcare, a dominare l'enigma della femminilità. Una seduzione per lei inesauribile - e la spiega densamente Luisa Crusvar nel suo saggio sulla "mitologia dell'ambiguità" - legata al senso di "forza e regalità, fatalità ed enigma" che alla sfinge attribuiva la Grecia antica e che la pittrice
associa anche agli adorati gatti. A quest'enigma, che su se stessa Leonor rappresenta con imponenti e sinistri travestimenti, fa da contraltare un lato segreto, ancora poco indagato: il ricchissimo carteggio con la madre, lettere giornaliere in cui si leggono fragilià e smarrimenti di un'artista imprigionata nella perenne parata di se stessa («Dell'operazione avevo terrore - scrive a Malvina, dopo l'asportazione dell'utero - perchè sapevo che finchè non si apre un corpo non si può dire nulla... Piansi tutta l'estate con un'angoscia orribile...
pensando sia di morire sia di essere mutilata... non volevo dirti niente visto che là non potevi essere e visto che era inutile agitarti...»).
Trieste, Milano, Parigi, le fasi e gli incontri, gli anni e gli uomini, sono ripercorsi da Maria Masau Dan, Nicoletta Colombo, Isabella Reale. Con un atteggiamento della critica che, anche quando Leonor fu più vicina al surrealismo e ai suoi protagonisti, verso di lei fu scostante, sia per la distanza che la pittrice stessa rivendica tra sè e il "movimento", sia per il sopravvento del personaggio, delle sue passioni e intemperanze, sull'artista.
Filo conduttore del percorso, più illuminante di qualsiasi dissertazione, sono le foto, tante e bellissime, firmate da Dora Maar, André Ostier, Henri Cartier-Bresson, Eddy Brofferio, Arturo Ghergo, Veno Pilon, Richard Overstreet. Leonor nel mare di Trieste abbracciata a uno scheletrico André de Mandiargues, nuda e scultorea per l'obbiettivo di George Platt Lynes, Leonor con i gatti, con le bambole, in Egitto nel '51, davanti alla sfinge e insondabile come lei, Leonor nella sua casa di Nonza, in Corsica, inquieta creatura acquatica, arborea, fusa con la natura eppure estranea. Julien Levy, il gallerista di New York che nel 1936 organizzò una mostra della Fini e di Max Ernst, così ricorda il primo incontro con lei: «Non una bella donna; le sue parti non stavano bene insieme; la testa di una leonessa, la mente di un uomo, il tronco di una donna, il busto di una bambina, la grazia di un angelo e l'eloquio del diavolo. Mentre la caratteristica che colpiva erano gli occhi, grandi e di un nero profondo, il suo fascino era la capacità di dominare le sue parti mal assortite in modo da far sì che
assumessero qualunque forma la sua fantasia desiderasse presentare da un momento all'altro... Era vestita di stracci, o piuttosto di un abito sontuoso strappato ad arte...».

twitter@boria_a


"Au Bout du Monde" di Leonor Fini, 1949

martedì 25 agosto 2009

MODA & MODI: il little black dress che dura un anno intero

Coco Chanel, probabilmente, arriccerebbe il suo naso pronunciato. Ma le fan della moda "sostenibile", sempre più numerose e fantasiose, sono entusiaste dell'idea. Il famoso "little black dress" di mademoiselle, icona vestimentaria dello stile intramontabile, diventa un abito da trecentosessantacinque giorni l'anno, basta reinventarlo ogni mattina con accessori diversi, riciclati, recuperati su e-bay o nei mercatini delle pulci e rigorosamente no-logo. Collegatevi a theuniformproject.com e guardate un po' cosa è venuto in mente alla pubblicitaria newyorchese Sheena Matheiken. Un antidoto divertente alla crisi e una crociata contro l'industria della moda, che alimenta lo spreco e la corsa al superfluo, spingendo le shop-aholic di tutto il mondo a liberarsi ogni anno di milioni di tonnellate di abiti smessi pur di non perdere presunti trend. Ecco, allora, la sfida. Un vestito solo lungo dodici mesi. Da maggio, Sheena indossa ogni giorno l'abitino nero - in realtà sono sette, uno per ciascun giorno della settimana, disegnati per lei dall'amica stilista Eliza Starbuck - e tiene un diario fotografico quotidiano sul blog dove illustra come "galvanizzare" la mise perchè sembri sempre nuova.
Con il vestituccio nero si può andare anche a un matrimonio (verificate sul 14 giugno), basta aggiungervi un grande collo, una sottoveste di pizzo e un paio di orecchini vintage. Negli altri giorni, non c'è che da sbizzarrirsi con leggings psichedelici, gilet, cappelli, cinture, calzettoni, occhiali e con tutta una serie di collane pazzoidi regalate dai fan dell'iniziativa.
Che, sempre in linea con la sostenibilità, ha uno scopo benefico, per finanziare le uniformi dei ragazzini indiani in età scolare (Sheena stessa accantona un dollaro al giorno, uno ogni "cambio" d'abito). Lei, infatti, è lì che ha fatto pratica: «Sono cresciuta nel sistema indiano in cui le uniformi nella scuola pubblica erano obbligatorie. Volevano imporre uniformità ai ragazzini, ma ognuno di noi si divertiva a esprimere la propria personalità e la propria creatività interpretandole a modo proprio».
Del "little black dress", a essere sinceri, resta poco. Le sovrapposizioni sono talmente tante che si fa fatica a riconoscerlo. Ma, a parte qualche maltrettamento eccessivo (il cowboy del 4 luglio, lo stile "edoardiano" del 5 maggio...), Sheena mette in rete una miniera di idee a poco prezzo e qualcuna decisamente chic, che a Coco sarebbe piaciuta (verificate l"executive" del 12 maggio o la deliziosa "fleurette" del 28 luglio, con una collana vintage di margherite all'uncinetto...).
In fondo, anche nel caso di mademoiselle Coco, tutto nasce dall'uniforme: odiava quella del suo collegio di orfana e si vendicò imponendo a tutte le donne di indossarne una uguale, bianca e nera, bellissima ma pur sempre uniforme. Sheena si è esercitata fin da piccola a "mimetizzare" quella della scuola e ora è lei a tiranneggiare con ironia chi, per forza, vuol mettersi una divisa...
@boria _a
Sheena Matheiken

martedì 11 agosto 2009

MODA & MODI: tra crocs e frocs


Per una crocs che se ne va, un tronchetto che ritorna. Non c'è pace per le nostre estremità. Liberatesi a fatica dagli zoccoletti di cellulosa, almeno da quelli doc, stanno per re-infilarsi negli altrettanto orridi stivali mozzati, lanciati tra gli accessori di tendenza per il prossimo inverno. Se non c'è affatto di che rallegrarsi quando un'azienda va in crisi, la notizia dei milioni di "coccodrillini" ergonomici rimasti invenduti, ha scatenato in molti un'euforia da liberazione. Nonostante il colorato ciabattare in video degli allegri chirurghi di "Grey's Anatomy", nonostante eccellenti testimonial involontari, da Al Pacino ad Halle Berry, le crocs autentiche sono affondate: profitti in picchiata, migliaia di posti di lavoro in fumo, a meno che ai tre amici di Boulder, in Colorado, inventori delle calzature più concupite dai tedeschi dopo le birkenstock, non venga un'altra pensata geniale per castigare i nostri piedi. «Ci sfugge il motivo per cui qualcuno dovrebbe voler copiare le crocs, ma l'hanno fatto», scriveva tempo fa il Pop Culture Post, spiegando con la spietata concorrenza dei falsi il tramonto delle ciabatte di schiuma anti-scivolo, anti-odore, anti-fatica. A parità di produzione cinese perchè mai spendere quarantacinque euro per un paio di zatteroni originali, quando le "frocs", fake crocs, autenticamente false, costano circa due?
Sarà comunque un autunno "caldo" dal punto di vista podologico. Scivoleremo dalle ciabatte, che almeno ci tenevano con i piedi per terra, per arrampicarci sui redivivi tronchetti, le calzature incompiute, che adesso gli anticipatori dei trend, consci dello scarso appeal del nome, propongono come "stivaletti fetish", sempre più dark, sempre più pieni di lacci, fibbie, stringhe da dominatrice. Ma c'è di peggio, perchè, lungi dall'accontentarsi di un bel tacco squadrato o affilato di qualche stagione fa, il neo-tronchetto 2009 è issato su una consistente zeppa, una pronunciata piattaforma ortopedica. Stivaletti castiganti e costrittivi che non accettano di essere nascosti sotto i pantaloni, ma pretendono vestitini fruscianti o i nuovi tailleur di stagione, abbastanza spallati, così da completare l'effetto maestrina inaccessibile che suscita fantasie, tipo Gelmini. Chissà se qualcuno avrà sufficiente temerarietà, senso critico e umorismo da avventurarsi su questi plateau, sfidando la perversa calzatura che, come dice il suo nome, non fa che troncare la gamba, schiacciando irrimediabilmente le proporzioni.
Chi poi vuol "volare" sopra i grigiori autunnali non ha che da sbizzarrirsi. Una griffe prestigiosa propone scarpe "piè veloce Achille", con una raggiera decorativa di borchie all'altezza del tallone che pare copiata dai calzari degli eroi mitologici nelle riduzioni letterarie per bambini. L'effetto è a dir poco agghiacciante. C'è da scommettere che, a qualche mese di distanza, le scarpe omeriche approderanno nei negozi di seconda mano, abbandonate da signore ansiose di recuperare l'ingente esborso spacciandole per vintage. Notizia dell'ultima ora: pare che le crocs vogliano reclutare come testimonial George Clooney nella speranza di evitare l'estinzione del coccodrillo. Ma George, ne siamo sicuri, dopo l'affaire estivo con la Canalis, non vorrà infliggerci anche questo.
@boria _a