mercoledì 12 giugno 2013

IL LIBRO
Daria Cozzi: quattro giorni tre notti per dire addio

Bastano quattro giorni e tre notti per staccarsi dal proprio uomo? Per dire addio alla vita presente e ripercorrere quella trascorsa, giorno dopo giorno fino a lui, all'incontro che quella vita ha cambiato, e per sempre? Adesso, Vittorio, sta morendo in un letto del General Hospital di Singapore, fulminato da un'emorragia cerebrale durante una vacanza. E lei, Daria, devastata, chiusa nella bolla del suo strazio, vede sgranarsi davanti ai monitor ogni minuto che rimane al suo compagno, accompagnandone il respiro con un lungo racconto. È uno scorrere lento di parole, un canto muto, un mantra, un modo per separarsi senza strappi, senza il clic dell'interruttore che oscura la macchina, per preparare con delicatezza il passaggio e, alla fine, per fare del dolore di chi resta una terra fertile, su cui sarà possibile crescere ancora, anche se non più insieme.
"Quattro giorni tre notti" è il titolo del primo libro della triestina Daria Cozzi (Pendragon, pagg. 189, euro 14,00) . Il sottotitolo lo dice, ma non è necessario: una storia vera. La sua, la loro. Un uomo e una donna che si incrociano in un momento delle loro rispettive vite, già piene di altri incontri, di esperienze e dolori. Vittorio ha un figlio piccolo e il ricordo della moglie, portata via, per uno di quegli sberleffi del destino, dalla stessa emorragia che, dieci anni dopo, farà lo stesso con lui. Daria ha una figlia già cresciuta, alle spalle un matrimonio iniziato e finito presto, tanti lavori diversi ma soprattutto un lavoro ininterrotto dentro e con se stessa, per sintonizzare corpo e mente, per cercare di raggiungere quelle parti insondabili dove ognuno di noi custodisce vitalità, forze, risorse.
Il libro racconta come arrivarci a quelle risorse, come imparare e a conoscerle e farle crescere. Attraverso le persone che amiamo e che condividono con noi un pezzo di strada, attraverso le letture, i viaggi, la disponibilità a mettersi in gioco, ma anche la casualità della vita. Quella che magari ti fa entrare, col tuo catalogo di rappresentante di fotocopiatrici in mano, nell'ufficio di un'agenzia di onoranze funebri e scoprire che sei davvero capace di venderlo a qualcuno uno di quegli aggeggi. Che nel posto più improbabile, nella situazione più crudelmente assurda in cui il fato ti mette, se vuoi puoi tirare fuori una parte sconosciuta di te e da lì cominciare, ricominciare, a costruire.
Medici e infermiere, delicati e incomprensibili, si danno da fare intorno a Vittorio. In quella stanza di ospedale il tempo e il rumore sono sospesi, mentre fuori corre la vita caotica di Singapore, corrono la vacanza e i sogni di un bambino che non riavrà più suo padre.
E corrono i ricordi, i flashback di Daria, come pagine di diario sfogliate sempre più convulsamente, man mano che la vita si allontana. Dalla prima volta in cui vide Vittorio, l'uomo che rientrava a casa dal funerale della moglie eppure era capace di prendere in braccio il suo bambino, di farlo ridere e giocare: Mattia, che Daria aveva "conosciuto" nella pancia della mamma, preparandola al parto, e che, anni dopo, avrebbe adottato legalmente. Dall'inizio di un amore fino ai quattro giorni e tre notti, fino al conto alla rovescia degli ultimi battiti del cuore, quando la morte li trova sullo stesso letto, Daria e Vittorio, e fa spazio alla certezza che ogni cosa, anche il dolore, ha finalmente il suo posto.


twitter@boria_a
Daria Cozzi con il suo primo libro

domenica 2 giugno 2013

L'INTERVISTA

Irene Cao, con la mia trilogia ho preceduto le Sfumature


 
Irene Cao

 

Prima di tutto, non ditele che saranno le "Cinquanta sfumature" in salsa italiana. Irene Cao, giovane autrice pordenonese esordiente, non teme il confronto e assicura che nella sua, di trilogia, parlerà soprattutto il cuore, prima dei sensi. Ci sarà sesso, ma non sarà l'unica "sfumatura". Intanto, ancora in attesa di arrivare sul mercato, è già un caso editoriale. Il primo libro "Io ti guardo" (Rizzoli, pag. 350, al prezzo speciale di lancio di 5 euro), uscirà martedì. Il secondo, "Io ti sento" arriverà il 19 giugno 2013 e il terzo, "Io ti voglio", il 10 luglio (questi ultimi costeranno 14,90). Altissimo il numero di copie già stampato, enorme per una debuttante, segno che la casa editrice punta sul prodotto. «L'altro giorno un editor è venuto a trovarmi per vedere se ero ancora viva», confessa candidamente lei. Che, da un anno a questa parte, vive da reclusa con i suoi protagonisti: Leonardo, chef affascinante, ed Elena, restauratrice. Un triangolo nella vita, prima ancora che nella storia.

Dalle lettere classiche, all'erotismo. Un bel salto, per un'insegnante precaria, con un dottorato in Storia antica, che ha fatto anche la barista, la hostess, la commessa. Proprio mentre era al lavoro in profumeria, gli emissari della Rizzoli sono venuti a stanarla. Per dirle di riprendere in mano la bozza originaria e di trasformarla in qualcos'altro. «Effettivamente è stato un passaggio traumatico - racconta Irene Cao - ma non così immediato come sembra. Tre anni fa avevo scritto un romanzo d'esordio, molto giovanile, rivolto a un pubblico femminile. L'ho mandato in giro, tra lo scetticismo di tutti. Contro ogni pronostico mi ha risposto Rizzoli e mi ha chiesto di lavorarci su. Due capitoli erano piaciuti molto, raccontavano scene di sesso, secondo loro viscerali, profonde. Era il settembre 2012. Di quel libro abbiamo salvato cinquanta pagine, forse meno. Da lì è nata la trilogia».

Quindi è vero che ha preceduto le "Cinquanta sfumature"? «Quando ho iniziato quel mio primo libro, non sapevo nemmeno che esistessero. Poi mi sono sentita in dovere di leggerle, per capire... Lo so che sembra un prodotto creato a tavolino, ma non voglio portarmi dietro a vita il marchio di aver fatto il "doppione". Nei miei libri c'è erotismo, ma anche molto altro, per esempio le componenti del romanzo tipico italiano».

Che cosa c'è di diverso? «Intanto le ambientazioni. Nel primo libro Venezia, nel secondo Roma, dove la protagonista Elena, ritroverà Leonardo, che il destino rimette sulla sua strada. Infine Roma e Stromboli, quando lei, dopo un incidente, lo vede ricomparire in ospedale. Poi c'è la cura che ho cercato di mettere nella psicologia dei personaggi. Tra il primo libro e il secondo, Elena cambia radicalmente, si trova a compiere una scelta, è una donna in bilico tra il fidanzato, Filippo, che rappresenta la certezza, e la passione per Leonardo, dove parlano il corpo e il cuore».

E il sesso?«Anche qui c'è una bella differenza. La componente emozionale prevale. C'è scuotimento dei sensi, non azione meccanica. E poi la protagonista è più adulta, ha trent'anni e le paranoie tipiche di tante donne di questa età, non è una ragazzina ventenne. Io non racconto un triangolo, ci sono tanti altri personaggi che pian piano emergono, con una loro importanza. Per questo spero che i lettori non si fermino al primo libro, altrimenti rischierebbero di non capire».

Non la imbarazza il paragone con E.L. James, l'autrice delle "Sfumature"? «Il paragone verrà fatto, ormai è certo. Cerco di gestirlo e mi fa anche piacere. E.L. James ha il merito di aver "sdoganato" un genere che già esisteva, ma al quale ha avvicinato grandi fette di lettrici, probabilmente non abituate a una lettura di evasione. Non è mica facile "evadere". Anche per me è stata una sfida trovare un registro piacevole, tendevo a virare verso temi cupi. Semplificarsi non è un'operazione semplice».

A lei piacciono le "Sfumature"? «In effetti non sono scritte bene, ma va considerato che noi leggiamo la traduzione. E poi anche la James ha dovuto seguire un filone: è una sceneggiatrice, sceglie il cliquè televisivo. Diciamo che nella trama non si è tanto spesa, dopo un po' si rischia di cadere nella noia».

Nel suo libro ci sono il cibo e il cuoco, che adesso spopolano. Ci ha pensato? «È stata una scelta combattuta. Con gli editor, avevamo pensato a un ballerino, a uno scrittore. Poi ci siamo trovati d'accordo sul cuoco».

Una specie di Cracco? «Per la verità mi sono ispirata a Filippo La Mantia, per tutta la parte siciliana della trilogia. Ho studiato la sua cucina, mi sono documentata a fondo sulle ricette. Ho fatto molte ricerche. Nei libri si parla di arte e di cucina, sono campi in cui non si può improvvisare. Adesso mi auguro che mi invitino a qualche talent di cucina...».

Sulla copertina un'immagine bondage. Ma non c'è sesso "sottomesso"... «Quando l'ho vista, in effetti, ho detto "Mamma mia!". Non mi piace che ci sia violenza nel sesso. È una scelta personale, non condivido certe pratiche. Infatti molte lettrici non hanno amato questa componente, sia nelle "Sfumature" sia nei libri di Indigo Bloome, dove si parla delle donne in toni denigratori. Al contrario, la mia prima preoccupazione era proprio preservare il valore della donna. Non credo che sia necessario passare per questi cliquè per far capire la passione. Sulla copertina del secondo libro c'è una mano, e già dà un altro effetto».

E il titolo? «"Io ti guardo" l'ho scelto io, mi piace. Gli altri due, "Io ti sento" e "Io ti voglio", mi piacciono meno, ma bisognava dare il senso della continuità. "Io ti guardo" significa che il senso della vista è fondamentale per Elena. Lei è ubriacata dai suoi occhi, vede tutto solo attraverso di essi, mentre sarà Leonardo a insegnarle che esistono anche gli altri sensi».

C'è un filo di speranza per questo amore tormentato? «Un filo c'è, anche più di uno. Me le vedo le mie lettrici, d'estate, che hanno voglia di sognare e di essere felici. Poco fa rileggevo le bozze del secondo libro e mi scappava quasi la lacrimuccia. Ma l'amore trionfa, alla fine. Dovrebbe essere così anche nella vita, no?».

Ha già qualcos'altro in testa? «Ho finito di scrivere domenica scorsa, alle 19.24, me lo sono annotato. Mi sto ancora liberando da questa storia, che ho tenuto dentro per un anno. Però non voglio rimanere legata a un filone, essere identificata con un prodotto».

La sua famiglia ha letto i suoi libri? «Nessuno. Però sono stati preparati lentamente e saggiamente da me. Ho sempre detto loro: "Sono preoccupata per voi, non per me". I miei genitori sono gente umilissima, mio papà è pensionato e qualche volta va a curare i giardini, mia mamma è casalinga. Ho dedicato il libro a mio fratello, che fa l'informatico ed è spesso fuori casa. Abbiamo fatto un accordo: quando non c'era, andavo a scrivere da lui».

E il suo fidanzato? «Sono single. Purtroppo non c'è il Leonardo della situazione. Per questi libri sono stata otto mesi chiusa in casa, senza vedere nessuno, è stata quasi una gravidanza. A volte perfino mi incavolavo con la mia protagonista, Elena, e mi dicevo: "impossibile che lei ci riesca". Ma questi periodi servono. Ho 33 anni, in passato avrei voluto che alcune cose andassero diversamente e non è stato così. Speriamo che adesso qualcuno arrivi anche per me. E che la trilogia porti fortuna».
@boria_a

martedì 14 maggio 2013

MODA & MODI

Kim e Anna, guerra di fiori

Kim Kardashian e Anna Wintour, guerra di giori

Giardini a confronto al gala del Met di New York per l'apertura della grande mostra sul punk. E che confronto: Kim Kardashian, burrosa regina del reality di famiglia, ha avvolto la sua già esplosiva gravidanza in un abito fiorato firmato per Givenchy da Riccardo Tisci, collo alto, spacco generoso sulla coscia e guanti attaccati, effetto gigantesca tenda per fiera di primavera. Ma a scegliere il bucolico è stata anche la padrona di casa, Anna Wintour che, alla faccia di spilli da balia, chiodi, borchie e catene a tema punk, ha accolto gli ospiti in un castigato Chanel floreale, coperto di paillettes, con simil-margherite bianche su un fondo rosa e rosso. La superpresenzialista Kim, già depennata dalla lista degli ospiti l'anno scorso, ci si è infilata quest'anno grazie al padre del bebè in arrivo, il rapper Kanye West, invitato a esibirsi al gala (e amico di Tisci, di qui la scelta dello stilista, che chissà perchè non le ha messo addosso una delle monacali vestaglie che crea per Marina Abramovic, piuttosto che quella fodera di divano). Anna Wintour non ha gradito, nè la mancata esclusiva sul fiorame nè la straripante versione della futura mammina, così, nella galleria fotografica dei più eleganti mandata in rete da Vogue, c'è Kanyee solo un pezzo di braccio, inguantato nel ritaglio di fiori, della giunonica Kim (come a dire che tutto il resto della signora viene relegata nella classifica delle peggio vestite).
Morale? Il flower power che va di moda quest'estate può diventare un gigantesco flower disaster. In Kim è evidente: Robin William l'ha crocifissa su Twitter postando la sua foto nei panni di Mrs. Doubtfire, più o meno con la stessa fantasia, e il commento "io lo indossavo meglio". Ma Anna? L'iconica, osannata, perfetta ovunque e comunque, incriticabile regina di Vogue America? Sarà anche Chanel, con versione personalizzata da Lagerfeld, ma il colpo d'occhio è quello da vestaglietta per il disbrigo domestico, con le mezze manicucce per nascondere l'attaccatura delle braccia, non liftabile. Due tappezzerie ugualmente invasive, sia nella versione silfide che nell'oversize.
Attenzione ai fiori, allora, che spunteranno copiosi in quest'estate ancora poco promettente. Hanno un loro linguaggio segreto soprattutto nel guardaroba. E suggeriscono misura, equilibrio, discrezione. Meglio toglierne qualcuno dal mazzo. Tanto più se sei una diavolessa travestita da contadinella.
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martedì 30 aprile 2013

MODA & MODI

Pedalare senza fretta è chic


Pedalando senza fretta si può essere molto chic. E senza forzature, per un'inconscia sintonia con le due ruote. Che poi sono le "proprie" due ruote: grandi, piccole, colorate o monocromatiche, ultima generazione o vintage, personalizzate o no-logo, e via aggettivando con gli stessi termini che si utilizzano di solito per un abito o un accessorio. Le immagini dei "naturalmente eleganti" scoperti sulle strade metropolitane, che hanno fatto la fortuna dei primi blogger, oggi saturano la rete, proprio come quelle dei fashion-setter che si appostano - apposta per i fotografi - fuori dalle sfilate.
I ciclisti urbani sono il nuovo, quasi inesplorato serbatoio dello street-style. Ma, al contrario dei vari "sartorialist", mantengono (per ora) un'aria frizzante, spontanea, simpatica, a volte perfino un po' naif, senza quel compiacimento da "ho fatto l'abbinamento giusto e voi ve ne siete accorti" che hanno gli altri "comuni" mortali trasformati in animali da lookbook, da catalogo.
C'è un sito www.copenhagencyclechic, che è anche diventato un libro (per l'Italia, De Agostini) dove il blogger Mikael Colville Anderson cattura gli stili dei ciclisti in molte metropoli del mondo e visualizza l'affinità elettiva tra la bici e il suo conducente. Che è qualcosa di visibile ma non codificabile, un tutt'uno che si annusa, che si percepisce al colpo d'occhio. Due ruote rosse e una biker leopardata, manubrio maneggevole con signora in chiodo e frange metalliche, duetto eco-friendly con tanto verde e gran cestino di vimini. A Londra (londoncyclechic.blogspot.co.uk) la bicimania impazza al punto che si sintonizza il caschetto al proprio stile: metallico con unghie d'argento e scarpe da ginnastica borchiate, animalier per pantere urbane, variamente colorato per chi lo cambia ogni giorno e si confessa candidamente helmet-aholic. Nel nostrano italiancyclechic.comspopolano i binomi d'antan: due ruote d'epoca e pedalatori in tweed, lui in calzoni alla zuava, lei in cappotto e cappellino.
Il manifesto è lo stesso ovunque: la pedalata è un gesto estetico, l'eleganza è più forte della velocità, con la bici si esprime se stessi e si contribuisce a migliorare l'aspetto delle città congestionate. Lo dice Paolo Conte in "Velocità silenziosa": una bici si declama come una poesia per volare via.... Purchè la ciclomoda non diventi di moda, cercando di stupire più che di coglierci di sorpresa.

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martedì 16 aprile 2013

MODA & MODI

Studiocinque di Trieste firma gli abiti di carta

Abito di carta Studiocinque per il Salone del Mobile

Abiti e accessori della recessione o quintessenza dello spreco? La materia è la stessa, la loro natura duplice: non prosciugano il budget, però sono sfrontatamente esigenti quanto a ore di lavoro e impegno, come si addice ai prodotti di pura sartoria.
Una collezione di carta. E non nel senso che occupa intere riviste con la pubblicità, sembrandoci già vecchia non appena indossata in carne e ossa, ma proprio "fatta" tutta di carta. Che costa poco, è facilmente reperibile e offre una gamma di consistenze in grado di "piegarsi" o attorcigliarsi per diventare gonne, vestiti, borsette, spille e collane, perfino un abito da sposa, con fiori e una montagna di increspature, come vuole il più tradizionale contorno della cerimonia.


Sartine di carta, per autodefinizione, sono le triestine Ines Paola Fontana e RobertaDebernardi di Studiocinque e altro (www.studiocinqueealtro.com), che al Salone del mobile di Milano hanno portato la loro vena creativa, inesauribilmente esercitata intorno alla filosofia del riciclo ironico.


Carta da pacchi e carta da parati, velina e cartoncino sono la materia prima povera della collezione. E non c'è un solo foglio arrangiato intorno a un manichino per suggerire a spanne l'idea del vestito, ma tutti i pezzi sono costruiti sartorialmente in modo da essere esposti su una stampella, quindi con le misure, gli equilibri e il taglio richiesti dalla stoffa. Carta e tessuto "cadono" allo stesso modo, a uno sguardo veloce perfino ingannano.


Quattro-cinque ore di lavoro e ci sigilliamo in un bustino nero e una cascata di simil-trucioli, in un vestito con un ventaglio di plissè, in una gonna a corolla anni '50. Gli accessori, che Ines Paola e Roberta pensano di inserire nella collezione "Studiocinque", sono collane e bracciali ispirati alla tecnica dell'origami o grandi fiori dai petali sovrapposti, flower power antidepressivo. Le pochette hanno un gusto orientale, com'è nel dna delle due designer, e le quasi-birkin strizzano l'occhio all'originale pitonata. Vestiti e borse che durano una sola sera, così delicati da temere una goccia di pioggia: non c'è griffe esclusiva che si spinga a tanto. Moda alla carta.

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Design di carta: studiocinque e altro

domenica 14 aprile 2013

IL PERSONAGGIO

Almira Sadar, da Lubiana abiti all'uncinetto con grande ironia


Tradizione e modernità. Vecchio e nuovo. Lavorazioni recuperate dal sapere di mamme e nonne e attenzione al design più avanzato. Ingredienti che per la stilista slovena Almira Sadar si sintetizzano in due parole: "slow fashion". Come per la buona tavola, un modo di vestire senza frenesia. Una moda non di moda, non usa e getta, non legata alla stagione e quindi nata già datata, piuttosto una moda che si riallaccia a usi e costumi del territorio per vestire la donna di oggi.
Per la primavera-estate i suoi abiti sono cosparsi di fiori. Grandi, colorati, pieni di energia. Flower-power come terapia anti-recessione, almeno dal punto di vista psicologico. Appena tornata dal Giappone, dove ha preso parte a un programma europeo per stilisti e ha presentato la sua prossima collezione invernale, Almira Sadar si è trovata in perfetta sintonia con i colleghi nipponici. Due latitudini che si toccano nel gusto per il taglio architettonico - che a lei deriva dagli studi universitari - per il rigore e una vena un po' ludica. Come in quelle sue "volpine" di stoffa, di tartan, a pois, una sciarpa divertente e ironica che propone da sempre e quest'anno è più che mai a prova di crisi.
In Giappone ha visto qualcosa che l'ha ispirata e che pensa di sviluppare in futuro?
«Il Giappone è uno dei paesi più stimolanti del mondo, puoi davvero toccare con mano ovunque l'intreccio della tradizione profonda, della modernità e alta tecnologia. Ma c'è una caratteristica comune negli stilisti: l'attenzione al dettaglio e il senso dell'ordine».
Nel suo negozio di Lubiana c'è la nuova collezione primavera-estate 2013. Molti fiori e pois. Un segno di ottimismo, vista la situazione economica?
«Non credo che la situazione attuale debba spingerci a vestire abiti neri e pessimistici. Da quanto mi ricordo, di crisi qui ne abbiamo già passate altre e di diversi generi. La vita va avanti e tutti dobbiamo adattarci ai cambiamenti che presenta».
Lei ha chiuso un negozio qualche mese fa e da poco ne ha aperto uno nuovo. Questo sì che è un segno di ottimismo...
«Non tutti i cambiamenti sono necessariamente negativi. Il negozio di prima era diventato troppo grande e troppo costoso e volevo che la relazione con le mie clienti fosse più personale. Le mie collezioni nel nuovo negozio sono più piccole e nuovi pezzi arrivano in continuazione. Mi rinnovo più in fretta».
Lei propone maglie molto colorate, fatte all'uncinetto. È un'appassionata di lavorazioni tradizionali?
«Negli ultimi anni la moda è cambiata moltissimo. La globalizzazione, la "fast fashion", l'informatizzazione, hanno completamente rivoluzionato il ciclo precedente. Io credo nel concetto della "slow fashion", che sta proprio all'estremo opposto: il rispetto per le identità del territorio e quindi la ripresa delle lavorazioni artigianali e della cultura del DIY, "do it yourself", ovvero del fai da te».
Che però combina con tagli al laser...
«Molte delle moderne tecnologie si fondano in quelle tradizionali. Questo è evidente proprio nel lavoro di un giapponese: Issey Miyake è lo stilista più avanzato tecnologicamente, ma il suo lavoro per la maggior parte deriva dalla ricca tradizione dell'artigianato».
Nella sua boutique si tengono corsi di uncinetto. È la crisi che ci riporta a questi "lavori domestici"?
«La cultura del Diy non è soltanto un revival delle lavorazioni manuali, ma ha a che fare con lo sviluppo della propria creatività e con la socializzazione tra le persone. Signore di varie età e professioni si incontrano una volta la settimana nel mio laboratorio, e insieme lavoriamo all'uncinetto, a ferri, cuciamo... e anche ci raccontiamo storie della vita di ogni giorno di ognuna di noi».
Quando ha scoperto che voleva diventare una stilista?
«Sono sempre stata interessata a molte cose contemporaneamente. Se non fossi diventata una stilista, avrei studiato matematica».
Com'era la sua prima collezione?
«Una serie di camicie bianche di cotone, che si basavano su quelle maschili».
E adesso, che cosa la ispira quando si tratta di crearne una nuova?
«La vita di ogni giorno, la famiglia, i viaggi, i libri, i film, gli amici...».
Suo marito è uno dei più famosi architetti di Lubiana, il suo studio ha progettato il primo design hotel in Slovenia. La influenza?
«Veramente guardo, commento e anche critico il lavoro di mio marito. Non è particolarmente interessato alla moda, quando ci confrontiamo parliamo piuttosto di design, architettura e arte».
Lei è stilista e insegnante. Quali sono i sogni dei suoi studenti?
«Insegno Fashion design all'Università di Lubiana. I miei ragazzi sono molto creativi e lavorano sodo. Il futuro li preoccupa, nel senso che vogliono diventare stilisti capaci e con una base solida».
Che consigli dà loro, per aiutarli a muoversi in questo mondo piuttosto complicato?
«Li aiuto a sviluppare la creatività che hanno e a misurarsi con tecniche diverse. Questa è la base di partenza. Ma dico loro che devono essere consapevoli che senza un lavoro duro non otterranno alcun risultato».
Che suggerimento darebbe al nuovo premier sloveno, Alenka Bratušek?
«È molto ben vestita. Dalle mie collezioni, sceglierei per lei una sciarpa di seta».
E alla nuova star dello sport, Tina Maze?
«È così potente che davvero non ha bisogno di molto. Se le dovessi regalare un vestito, punterei su qualcosa di estivo e molto colorato, per le sue vacanze ben meritate».


Qual è lo stilista italiano che le piace di più?
«Giambattista Valli. Mi piace la poesia che c'è nel suo lavoro, la relazione che crea con i materiali e con le nuove fibre, la ricerca di silhouttes sempre interessanti. Assistere a una sua sfilata è come entrare in una favola.».
Come vede Trieste da Lubiana?
«Quando vengo a Trieste mi sento sempre una turista, adoro bere il caffè e guardare il passeggio. La strada che immette alla città è speciale, con la vista del mare a perdita d'occhio. Mi piace Trieste specialmente il sabato pomeriggio, quando c'è tanta gente in giro, mentre Lubiana si svuota».
Una donna italiana con cui vorrebbe confrontarsi?
«Mi interesserebbe fare una chiacchierata con Miuccia Prada e con Elsa Schiaparelli, come quella "virtuale" che l'anno scorso ha organizzato il Metropolitan Museum di New York».
@boria_A

martedì 2 aprile 2013

MODA & MODI


Anche le scarpe del "sì" cedono al tran-tran

Era un diktat del buon gusto, nella moda di un'epoca ormai pre-istorica, pre-rete e pre-blogger: mai indossare le scarpe bianche del matrimonio. Come "mai il blu col marrone", ormai anch'essa obsoleta, la regola dell'unica volta perl e décolleté della cerimonia veniva trasmessa per via orale da mamma a figlia. Ri-mettersi le scarpe bianche era più o meno come girare con un lampeggiante ai piedi: sposa novella, segnalava, e pure un po' micragnosa o in condizione di effettiva necessità, al punto da strappare le preziose calzature al loro sarcofago nell'ultimo ripiano dell'armadio, per sottoporle allo stress di ogni giorno. Come girare col velo sopra il cappotto: impensabile.

Sarà perchè il matrimonio standard è in crisi, nonostante il martellamento dei mercatini tv con mamme e suocere ancora future e già urlanti che si improvvisano stylist per un giorno, ma le scarpe bianche tentano di affrancarsi dal corredo e di uscire allo scoperto. Se prima, con l'idea di un possibile riciclo, ci si rifugiava per vestito e calzature in colori panna o pastello, oggi si torna alla tradizione: tacco a stiletto, punta affilata e un bianco accecante. Le più anticonvenzionali propongono un bordino acido o un cinturino colorato alla caviglia, ma la loro anima è candida che più di così non si può.


Candida, appunto. E per quanto? Il bianco è già un incubo per le borse, che alla prima uscita pubblica, a meno di non guardarle a vista, catturano su bordi e cuciture il più inavvertibile granello di sporco. E lì rimane per sempre, a prova di detergenti. Figuratevi una bella pump biancolatte, che appena lasciato il perimetro dello zerbino, sarà messa a dura prova da pietre, pozzanghere, pestoni e deiezioni di animali vari. Un percorso di guerra, a meno di non camminare con gli occhi piantati sul marciapiede.


Secondo interrogativo: con che cosa abbinarle? Coi jeans sembrano posticce, come le loro antenate. Con i vestitini floreali della primavera non c'entrano, rompono l'equilibrio. L'ideale sarebbe un total white, con filo di abbronzatura e un trucco perfetto. Non a caso le prime sponsor del look meringa sono blogger e it-girl, leragazze-icona, belle, ricche e serenamente sfaccendate, il cui compito è mettersi addosso, spesso neppure con grazia, qualsiasi assurdità ricevano in dono dagli stilisti. Ma loro arrivano direttamente in taxi davanti all'obbiettivo del fotografo e quelle scarpe bianche, sempre in taxi, se le cambiano subito dopo il primo scatto. Per non rimetterle mai più. Come quelle da sposa.
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