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martedì 26 giugno 2018

L'INTERVISTA

Il tradimento, la quarta sfumatura di Irene Cao



Dov’erano rimasti Elena e Leonardo, lei restauratrice lui chef stellato, inventati nel 2013 da Irene Cao, scrittrice di Caneva (Pordenone), che con la sua trilogia ero-soft - “Io ti guardo”, “Io ti sento”, “Io ti voglio” - senza fruste e ammanicoli, ma con tanto sesso ortodosso, ha venduto oltre 400mila copie? Dopo un percorso accidentato di strappi, riappacificazioni e amplessi, li avevamo lasciati intenti a metter su famiglia, mentre la loro storia, risposta italiana alle “Sfumature” di E.L. James, usciva dai confini nazionali per essere tradotta in dodici lingue, l’ultima il coreano, e ristampata da Rizzoli anche in tre diverse edizioni Bur.


Irene Cao fotografata da Giorgio Mondolfo


Le lettrici, però, si arrovellavano. Resiste la passione al tran tran coniugale? Così, via social e mail, hanno suggerito a Irene Cao, ex insegnante precaria di lettere classiche diventata cinque anni fa un caso editoriale, di inventarsi un seguito. Perchè se dopo la trilogia autoctona Cao ha firmato anche altro - il dittico “Per tutti gli sbagli e “Per tutto l’amore”, poi un romanzo compiuto, “Ogni tuo respiro” - i suoi primi personaggi restano i più amati. Così, in quattro mesi, scrivendo forsennatamente, l’autrice esce oggi in libreria con “Io ti amo”, quarto capitolo della saga (ancora Rizzoli, pagg.278, euro 16,00).


«Nell’ottobre di un anno fa - racconta - mi è venuta l’idea di buttar giù una traccia di continuazione e l’ho condivisa con l’editore, che mi ha spronato ad andare avanti. Dopo un tentativo che non mi convinceva, il 29 gennaio di quest’anno, tornando da Venezia, ho scritto le prime righe del nuovo libro sull’iPhone. Da lì non mi sono più fermata, l’ho consegnato all’inizio di maggio. Ho lavorato giorno e notte. Non è stata un’operazione semplice, è stato un percorso faticoso anche dal punto di vista fisico».




Il sequel di un successo commerciale è una tentazione sempre in agguato. E.L. James ha sfornato due Sfumature dalla parte di lui. Cao, invece, ha deciso di scuotere la sua coppia dalla deriva domestica ed esporla di nuovo alle debolezze della carne. Che qualcosa si sia incrinato nel rapporto è chiaro fin dalle prime pagine, quando Elena, affidato il piccolo Michele, ormai alle elementari, alla madre, esce a incontrare l’«altro» uomo: Dario, di professione scultore. E Leonardo dov’è finito? Parte il lungo flashback, che ci racconta uno chef inquieto a caccia di una terza stella Michelin per il suo “Cenacolo” a Roma e con tante distrazioni, non solo del palato. La verità si intuisce subito, perchè il Nostro è molto più credibile nelle prodezze erotiche che nella parte del premuroso papà. Infatti, cade subito nel più trito degli errori: concedersi un’avventura extraconiugale, mentre la compagna è alle prese con l’apprendistato della maternità.


 La trama si srotola sottile tra tradimenti, veri o sospettati, e la descrizione degli amplessi, adeguata al nuovo status dei protagonisti: le due pagine di ginnastica tra lavello e fornelli che chiudevano il terzo libro, si sono ristrette a una manciata di righe nella reciproca conoscenza coniugale.

Irene Cao, difficile ritornare indietro? «Ho passato le scorse vacanze di Natale a rileggere la Trilogia, cosa che non avevo più fatto dalla pubblicazione. Quei libri sono scritti in prima persona, si trattava di recuperare un modo di pensare e di raccontare. Volevo riprendere la voce di Elena, quindi è stata una rilettura profonda, mi sono calata nella sua mente, cercando di assumere il suo punto di vista, il suo sentire. Certo, non siamo più nel contesto delle Sfumature, quello che conta non è più solo il gusto erotico, com’era in quel momento ben preciso, tra l’estate 2012 e il 2013. Allora ho cercato di capire che cosa potrebbe essere successo nelle vite di due persone che si erano scelte, e scelte così tanto da fare un figlio insieme, che cosa potesse unirle ancora. E se avessero ancora qualcosa da scoprire l’uno dell’altra...».


Ce l’hanno? «Le mie lettrici un po’ se l’immaginavano che non sarebbe stato facile imbrigliare uno spirito libero come Leonardo. Anch’io l’ho odiato in certi momenti, sono entrata in contrasto col personaggio, ne scrivevo e allo stesso tempo lo detestavo, soprattutto nel primo libro, con quel suo fascino demoniaco e il modo di fare da stronzo. Poi, man mano che la storia procede, anche lui subisce un cambiamento. Nel terzo libro sono alla pari, due anime che si incrociano e hanno voglia di andare avanti insieme, di fidarsi reciprocamente. Poi qualcosa succede, come a molte coppie: non si parla più, non ci si ascolta, non ci si fida e si diventa due entità che procedono autonomamente su vite parallele, senza interfacciarsi. Tanti tradimenti nascono da lì, dall’incapacità di comunicare. È una storia abbastanza comune, lo vedo intorno a me».


A Elena che cosa è successo? «Vive un momento difficile, ma trova la forza di scegliere. È molto più protagonista. Prima Leonardo era il maestro, mentre in questa storia il punto di vista è centrato su di lei. Elena è autonoma, è madre, si è presa delle responsabilità che l’hanno resa più forte. Non c’è più l’iniziazione ai sensi e al piacere, è tutto già successo, ma una coppia che si conosce e non si sa se durerà o no».


Lei, Irene, è cambiata? «Sì, anch’io. Sono stati cinque anni intensi e potenti. Elena non mi rispecchia completamente, ma qualcosa di me stessa, almeno a livello caratteriale, lo metto sempre nel suo personaggio. Rispecchia la mia visione del mondo, il mio modo di intendere i sentimenti e la vita. E in lei c’è il mio amore per l’arte, una delle mie scialuppe di salvataggio nei momenti critici».


Ha fatto solo la scrittrice? «Nell’ultimo anno ho provato a cimentarmi con la regia. Sto ultimando il montaggio di un prodotto un po’ innovativo, da far girare sul web, in cui mi muovo tra i mondi della regia, della fotografia, della luce. Per il momento è ancora in stand by perchè ho dato priorità al libro e io nei progetti mi ci tuffo con l’anima e riesco a fare solo una cosa per volta. Questo esperimento si avvicina molto all’idea di un film: sette episodi di cui sono regista e in parte anche attrice, che raccontano il mio viaggio di scrittrice e fanno entrare nell’atmosfera dei miei libri. È un progetto in cui ho investito molto tempo e finanze. Non mi sono sposata, quindi mi sono concessa questo matrimonio con il mondo delle immagini».


Dov’è girato? «A Venezia, a Roma, Milano, in una villa veneta e anche a Trieste, sul Molo Audace, in una scena che mi è rimasta nel cuore. Finiamo sulle mie colline, vicino al mio eremo creativo di Caneva».


E l’amore?«L’ho trovato e l’ho perso. Forse non era ancora arrivato il mio momento. In questi anni, e parlo degli ultimi dieci, sono successe tante cose, mi sono messa al servizio della scrittura. Io, come persona, mi sono fatta da parte, mi sono dimenticata di me per cullare i miei personaggi e i miei progetti. Adesso ho deciso di prendermi una lunga pausa, in cui cercherò di capire dove voglio andare e rivivere alcuni momenti che mi sono persa nel corso del tempo. Sono stati anni di grande sacrificio, che mi hanno dato molto ma anche tolto molto. Alla fine devo ricreare un equilibrio dentro di me».


Dunque lei è tra i fortunati che vivono di scrittura... «Negli ultimi cinque anni sì. E ringrazio i miei lettori, perchè chi ti rende scrittore è chi ti legge. Storie ne ho ancora tante in testa, ma adesso devo alleggerirmi, perchè quando trattieni tanto materiale per tanto tempo l’anima diventa pesante. Vivo la scrittura in modo viscerale».


Cosa le è mancato di più? «Forse non aver avuto abbastanza tempo per le amicizie, che come gli amori vanno coltivate e innaffiate. Non sempre si viene capiti, ascoltati, spesso gli altri non gioiscono delle tue gioie. L’invidia non mi appartiene, ma siamo umani, lo comprendo. È l’altro lato della medaglia».


Il successo l’ha cambiata? «Per niente. La gente pensa che abbia una vita stratosferica, mentro sono qui, nella mia casa, che mi sono tirata su da sola, grattando dalla mattina alla sera, con l’aiuto di mio padre, che faceva questo mestiere. Mi piace lavorare con le mani, anche a Tarvisio ho passato giorni a restaurare la casa dei miei nonni taglialegna, in mezzo ai boschi. Mi sento arricchita dentro, ma al di là del riconoscimento economico, non sono cambiata. Sono gli altri che mi vedono diversa».


L’ha condizionata l’etichetta di scrittrice erotica?
«Tantissimo. Gli uomini ne sono spaventati. Magari non hanno letto neanche una riga dei miei libri, ma si costruiscono un immaginario e quando mi conoscono e capiscono che sono una persona tranquilla, e con certi valori, restano delusi».

@boria_a

lunedì 2 ottobre 2017

 IL LIBRO

L'inferno di Victoire dietro le passerelle


«Ma tu sei la nuova Claudia Schiffer!». Tutto accade come in una fiction televisiva a Victoire Dauxerre, una diciottenne francese appena diplomata che studia per l’ammissione alla prestigiosa Sciences Po. Un metro e settantotto, cinquantasei chili, l’incontro fortuito con un agente di modelle che la intercetta per strada, a Parigi, mentre passeggia con la madre e le promette il lancio sulle passerelle delle fashion week internazionali(«sua figlia è di una bellezza strepitosa! E che naso, dà equilibrio al volto, e cattura perfettamente la luce...»). Non è una frase buttata là: Victoire, in ventidue mesi, entra nella lista delle venti top model più richieste al mondo, volto e corpo della scuderia Élite, proprio la stessa di Claudia Schiffer.




E di “scuderia” non si parla a sproposito: costretta a rispettare misure ferree - 46 chili per entrare nella taglia 36, il limite più ambito, che raggiungono in poche - Victoire diventa un animale da competizione, ma senza le coccole e i riguardi usati agli esemplari di razza. Turni di prove massacranti, attese interminabili per pose di pochi minuti, ambienti squallidi e cibo spazzatura, una competizione sanguinaria senza esclusione di colpi bassi, soprattutto con le diaboliche russe, per “sfilarsi” un marchio. E la totale spersonalizzazione, la mortificazione di essere nient’altro che una “buona gruccia” per dirla con Kaiser Lagerfeld («magre, efficaci, passo deciso e sguardo assassino»), un corpo inesistente in natura, costretto a oltrepassare ogni limite fisico, su cui appoggiare creazioni da sogno.

Ora questa esperienza è diventata un libro, (“Sempre più magre”, Chiarelettere, pagg. 242, euro 14,00) anzi, un diario, che è insieme ingenuo e inquietante, sul lato oscuro del mondo della moda, delle sfilate, dei casting. Sulla disumanità della macchina dietro quei pochi minuti di riflettori, che arruola, consuma, stritola ed elimina un esercito usa e getta di giovani donne, spesso poco più che adolescenti. Una muore di fame nel backstage di una sfilata: diciassette anni, crisi cardiaca, uno scheletro che crolla nel silenzio di tutti.





La denuncia di Victoire, che in Francia ha venduto cinquantamila copie e ispirato la legge contro l’anoressia, per una strana casualità, convive in questi giorni sugli scaffali delle librerie proprio con il patinato memoir della Schiffer (Rizzoli) sulla sua trentennale carriera da top. Ma mentre le passerelle della fashion week in corso a Parigi ci rimandano le immagini delle modelle che sfilano per gli stessi marchi per cui Victoire ha lavorato, nel suo diario leggiamo l’altra faccia del fashion system. Che, poi, a conti fatti, tra percentuali agli intermediari e trattenute su viaggi e trasferte, a una “mandria” di ragazze anonime lascia in tasca ben poco.
Era questa la lusinga dei suoi genitori («ti rendi conto Victoire? Potrai viaggiare in tutto il mondo, e potrai guadagnare un sacco di soldi facendo poco o nulla...»), vicini e affettuosi ma anche accecati dal miraggio di una figlia osannata, ricca e famosa. Invece, in quei pochi mesi di celebrità, mentre la sua fan page rastrellava estimatori e le agenzie gongolavano, Victoire si consumava tra tranquillanti per reggere lo stress, lassativi e clisteri per “bruciare” quell’unica mela concessa al giorno.


Molti bei nomi ne escono male: Lagerfeld che pretende le ultrapiatte, Vuitton i casting solo in perizoma e tacchi, Miuccia Prada, i cui assistenti usano prodotti così aggressivi che scorticano il cuoio capelluto, al punto che è necessario un bagno di due ore per staccare la colla dalla testa e salvare qualche ciocca. E quando ti presenti davanti alla signora della moda italiana, capita che l’insieme non le piaccia e tu, senza nemmeno incrociare il suo sguardo, finisca di nuovo sotto le mani di una pletora di truccatori asserviti per rifare tutto da capo, strigliare i capelli, sfregare la pelle, costruire la bellezza che la griffe ha in testa.


Victoire ha scelto di uscirne, dopo un ricovero in clinica e un difficoltoso recupero dall’anoressia. Oggi studia recitazione a Londra, ma il rapporto con il cibo continua a essere altalenante e problematico. Il suo sfogo non scoraggerà certo il bacino inesauribile delle aspiranti modelle, ma ha il coraggio di sollevare tanti interrogativi, per le ragazze e per le famiglie che hanno alle spalle e spesso sono le prime a spingerle nell’inferno. Anche Flavia Piccinni, nel suo recente “Bellissime” (Fandango), dedicato al mondo oscuro e ambiguo dei baby modelli, ha proposto la stessa domanda: quanto siamo disposti a pagare per il miraggio di una breve, splendida, anormalità?

giovedì 13 aprile 2017

IL LIBRO

La moda è un mestiere da duri



Questo non è un libro di moda. È la stessa autrice, la giornalista Fabiana Giacomotti, a metterci in guardia. In ventiquattro articoli, che ha firmato su “Il Foglio” dal marzo 2008 al dicembre 2016, mostra tutto quello che in passerella non si vede: stress, isteria, primedonne, colpi bassi, genialità. Lentezza e frenesia, economia e cultura, fuoriclasse sconosciuti e aspiranti influencer. Ma anche un rigore praticato all’estremo e uno spirito di sacrificio difficilmente immaginabili in un mondo ancora liquidato come fatuo, frivolo, effimero. Dove, appunto, miracolosamente convivono gli opposti: anticipazione frenetica del desiderio e sapienze antiche, senso degli affari e intuizione, invenzione e citazione. Business e show.


Fabiana Giacomotti


Otto anni di articoli. Fabiana Giacomotti osserva e registra quella che per i tempi di vestiti e passerelle è un’era geologica e che oggi Rizzoli ha raccolto nel libro “La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte” (pagg. 187, euro 18,00). Dal fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008, all’inizio dell’era Trump, con la vittoria alle urne dell’8 novembre 2016. Otto anni in cui la moda ha attraversato il grande freddo della crisi, le concentrazioni dei marchi nei colossi del lusso, la guerra tra blogger e “bellezzare”, ovvero le giornaliste della carta stampata, il successo della moda “modesta”, e non solo per il mercato arabo, il see now-buy now, compra subito (e non sei mesi dopo) quello che ha sfilato in passerella. E singoli eventi simbolici, come l’arrivo di Maria Grazia Chiuri alla direzione di Dior: una donna, italiana, nella snobissima Parigi alla guida della maison simbolo della couture francese. O la scomparsa dell’ultima intellettuale della moda, Manuela Pavesi, l’alter ego di Miuccia Prada, che sgusciava inosservata fra la massa delle “baraccone” (le pervestite, direbbe la Cederna) e si sedeva composta in prima fila.






Giacomotti “racconta” la moda e non sono in molti a farlo. Intrecciandola con economia, società, arte, cinema, costume, letteratura. Così nessun pezzo è solo un evento, ma l’interpretazione personalissima di una società in trasformazione, con contraddizioni che la moda, sempre amante delle iperboli, enfatizza.

E con tante e gustose curiosità. Il primo blogger della storia? Matthäus Schwarz, contabile tedesco del ’500 presso i facoltosi mercanti Fugger, che si fece ritrarre ogni volta in cui sfoggiava un nuovo abito: centotrentasette vignette a pennino e acquerello, eseguite in un arco di oltre quarant’anni, a partire dal 1520. Un costosissimo Instagram rinascimentale, uscito nel 2015 in una curata edizione per Bloomsbury Publishing. «In questo 20 febbraio del 1520 io, Matthäus Schwarz di Augusta, ho appena compiuto ventitrè anni e questo è il mio volto. Mi è sempre piaciuto parlare con persone più anziane di me, anche su argomenti come l’abbigliamento, che cambia continuamente. Talvolta mi hanno mostrato disegni di abiti che hanno indossato quaranta o cinquanta anni fa e che mi hanno molto stupito... farò lo stesso, per capire che cosa sarà dello stile del vestirsi fra cinque, dieci o più anni». Così scriveva il contabile accanto al primo acquerello, che lo ritrae in una ricca camicia bianca e un farsetto di broccato rosso, cinquecento anni prima del blogger filippino BryanBoy e con uno stile che chi è ostaggio degli hashtag non potrà mai imitare.



Il primo blogger della storia, Matthäus Schwarz, contabile: un acquerello lo ritrae nel giugno 1518 vestito da scherma


L’ultimo articolo, del dicembre 2016, sulla “Moda alla prova dei Trump” sembra scritto in queste ore. All’indomani della vittoria di The Donald, la presidente della Federazione degli stilisti americani, Diane von Fürstenberg, generosa sovvenzionatrice di Hillary Clinton, mandò ai colleghi - scioccati dal risultato - una lettera in cui li invitava a essere “comprensivi, generosi, aperti di mente e ad abbracciare la diversità”, dove per “diversità” era da intendersi Trump e la slovena Melania, top model diventata inquilina della Casa Bianca. 



Melania Trump in Ralph Lauren al primo discorso del marito da presidente



Alcuni stilisti sono rimasti fermi nella decisione di snobbare la first lady, altri, tra cui la stessa Fürstenberg, si sono già ammorbiditi, seguendo l’esempio della direttrice di Vogue America, Anna Wintour, grande fan di Hillary, che si è affrettata subito a puntualizzare che la copertina della sua bibbia non sarà - e non potrebbe mai essere - off limits per Miss Trump. «Ma sapete quale credo sia l’unico, vero dramma per la moda americana? Che Melania - ci ricorda Giacomotti - accidenti a lei, è molto più facile da vestire di Hillary e tirarsi indietro vorrà dire darsi la zappa, o per meglio dire l’ago, sui piedi».
Sono passati tre mesi dall’insediamento del marito (dove, eccezionalmente, si presentò in una tuta bianco abbacinante dell’americano Ralph Lauren, peraltro fatta in Italia) e Melania sta lasciando molti designer e connazionali acquisiti a meditare nel loro brodo. E per il ritratto da tramandare alla posterità, alla faccia del protezionismo del consorte, ha preferito Dolce&Gabbana.

@boria_a

mercoledì 1 giugno 2016

 IL LIBRO

Irene Cao, l'ero chick-lit che misura i nostri desideri (inespressi)



 
Irene Cao



Trilogia, duologia e ora, alla terza prova letteraria, una storia compiuta in un unico libro. E non è l'unica novità per Irene Cao, la scrittrice di Caneva, che, tra il 2013 e il 2014, ha mandato in fibrillazione l'ambiente letterario con le sue storie ero-soft, risposta italiana, meno hard e più harmony, alla torrida saga di catene e sottomissione dell'inglese E.L. James. Ora Irene punta a rimescolare un po’ le carte e ad affrancarsi dalla prevedibilità del genere, cambiando i dosaggi di una ricetta comunque vincente e con uno zoccolo duro di affezionate (e non solo, perché gli uomini negano ma leggiucchiano).
 
Dal 3 giugno 2016 sarà in libreria "Ogni tuo respiro" (Rizzoli, pagg 309 euro 16, che sarà presentato dall’autrice alla Lovat di Trieste il 23 giugno alle 18), vicenda d'amore e di ricerca - di se stessi, delle radici, del proprio posto nel mondo, e, quasi da ultimo, del partner - dove la pagina erotica, inevitabile per fidelizzare - è meno frequente ma almeno più verosimile.



"Ogni tuo respiro", terza prova letteraria di Irene Cao

Dopo la rapida confezione del secondo, doppio lavoro (Per tutti gli sbagli e Per tutto l'amore) sulla scia del successo della trilogia (Io ti guardo, Io ti sento, Io ti voglio, sempre Rizzoli, più di 400mila copie e traduzioni in molti paesi europei ed extra) e con l’urgenza di cavalcare, letteralmente, il tema, Irene Cao ha capito che gli amplessi distribuiti con regolarità ogni tot di pagine, come la prescrizione di un farmaco, rischiavano di trascinare i personaggi nel cliché, quasi prossimi al ridicolo: lei, sempre bella e con una carica erotica inesplosa di cui è inconsapevole, lui Mr Perfection, acrobatico animale da letto che la inizia ai piaceri della carne, peraltro molto ortodossi. (leggi anche "Trilogia",  " leggi anche " Duologia").

Tranquillizziamo le fan: l’eros c'è anche in "Ogni tuo respiro", ma la storia ne prescinde. Fa parte della fisiognomica dei personaggi: così, quando il primo regolarissimo rapporto coniugale tra la protagonista Bianca e Sebastiano, facoltoso grappaiolo nei dintorni di Bassano, è frettoloso e grezzo, contro il muro del bagno domestico, e lui ci si presenta subito "duro e urgente, come quando con la pala spinge la vinaccia dentro gli alambicchi", non tardiamo a capire che questo dorato matrimonio non andrà lontano. E che lui, lombrosianamente, è un fedifrago: già un po’ pingue, con i capelli diradati, concentrato solo sul suo pene e i suoi distillati.




Bianca ha le caratteristiche cui l’autrice ci ha abituato: artista - come la restauratrice Elena e l’interior designer Linda che l’hanno preceduta negli altri libri - questa volta la protagonista è un’insegnante di danza classica dolce ma coriacea, con un’ambizione da etoile seppellita per amore quando, appena diciannovenne e ammessa alla scuola di perfezionamento del Royal Ballet di Londra, rinuncia a tutto per il facoltoso Sebastiano. Ha fatto il contrario di quello che mamma Sara, un’ex hippy morta giovanissima e, per l’epoca, assai più trasgressiva della figlia, le aveva sussurrato prima di andarsene, “segui sempre i tuoi sogni”, confinandosi nella ricca e gretta provincia degli apericena, a disposizione dell’amato consorte.


Serve solo sbattere il naso contro l’evidenza, perchè le frustrazioni accumulate giorno dopo giorno, senza quasi registrarle, deflagrino dentro Bianca. E allora saranno il ricordo della madre, le sue lettere che custodiscono l’intimità di un’antica amicizia con Amalia in un’unica estate a Ibiza, il suo ciondolo-talismano, a portare la giovane donna lontano dal Veneto, sull’isola dove tutto è cominciato e dove, abbandonato il tutù per il corsetto educatamente fetish, libererà corpo e anima, trovando l’amore ma anche qualche peccatuccio di gioventù di cui non sapeva nulla e che sarà costretta a mettere nella giusta prospettiva dei suoi affetti.


Tra la “scopata senza cerniera”, che Erica Jong teorizzava 43 anni fa con il suo rivoluzionario “Paura di volare”, un anno dopo “Ultimo tango a Parigi”, e le autostrade delle possibilità accoppiative che Youporn spalanca ogni giorno ai naviganti, è passata un’era geologica di tabù abbattuti. Difficile che, quando la cronaca quotidiana è così generosa di ginnastiche sessuali di politici e religiosi, e la rete soddisfa a profusione ogni curiosità residua dei perver-nauti, sulla carta si possano suscitare con credibilità il brivido, lo stupore, figurarsi la curiosità della trasgressione. Che richiede una mente sofisticata, in chi scrive e in chi legge.


Sono tempi da eros politically correct, rassicurante e incline all’happy ending, annacquato tra i buoni sentimenti, un po’ scorri e getta, genere di conforto accessibile a tutti e a cui attingere senza rimorsi nè tantomeno pudori.
Come il lipstick index, che indica la profondità della crisi economica sulla base dell’aumento della vendita del rossetto, cosmetico consolatorio, economico, trasgenerazionale, anche questa morbida ero-lit, in cui Irene Cao si muove ormai con disinvoltura e semina emulatrici (leggi qui Sara Bilotti), misura il tasso di tutti i nostri altri desideri, destinati a rimanere inconfessati e soprattutto insoddisfatti.

@boria_a

mercoledì 2 luglio 2014

IL LIBRO
Irene Cao, sfumature e sbagli

Irene Cao, scrittrice di Caneva (Pordenone)

Questa volta non sarà il fantasma di E.L. James e delle sue sfumature hard-soft con cui doversi misurare. Irene Cao sfida solo se stessa e le trecentocinquantamila copie vendute dall'anno scorso in avanti con la trilogia nazionale (Io ti guardo, Io ti sento, Io ti voglio). Siamo, dunque, alla prova di conferma, sempre edita da Rizzoli, che ha cavalcato al volo il caso letterario dell'insegnante di Caneva, precaria di lettere classiche con tanto di dottorato in storia antica, catapultata l'anno scorso nell'improvvisamente affollato olimpo delle ero-scrittrici. I suoi primi personaggi, Elena, restauratrice di dipinti e Leonardo, chef-star a misura di talent show, hanno funzionato alla grande anche sulla carta stampata, portando il loro amore tormentato e gli amplessi da manuale (senza pinze e manette, però) in buona parte d'Europa e pure oltreoceano.
Dopo una furiosa scrittura, Irene Cao è pronta a fare il bis. L'estate 2014 è quella di Linda, Tommaso e Alessandro, protagonisti della nuova storia, "duologia" questa volta, il cui primo libro, "Per tutti gli sbagli" esce da Rizzoli  pagg. 310, prezzo di lancio 6,90 euro), seguito da "Per tutto l'amore".
Triangolo invece di trilogia? Piuttosto un duello a distanza tra due campioni di maschio, diversi ma uguali nell'essere fatalmente desiderabili, eccitanti, appaganti. In grado di toccare tutti i punti g, fisici e mentali, della "pornolettrice" nascosta in ognuna di noi.

"Le brave ragazze non leggono romanzi", ci ha ammonito nel suo omonimo saggio Francesca Serra, e tantomeno romanzi chick-ero-lit, perchè per perdere la verginità letteraria basta davvero poco, prendere in mano il primo libro e precipitare nella spirale in cui convivono amore a prima vista ed happy end ma soprattutto molto, molto desiderio.
Chi sono dunque i nuovi personaggi che sotto l'ombrellone promettono di regalare un brivido di piacere, con i loro incroci così prevedibili e ineludibili, e forse per questo altrettanto rassicuranti? Lei è Linda, giovane architetto decisamente sopra le righe, vorace di vita, cibo e sesso, storie da una, massimo due notti, alternativa e sicura di sè, al punto - in un momento di precariato e di lavori da tenersi stretti con i denti - da accumulare impunita ritardi, intemperanze e cantargliele pure in faccia al titolare dello studio, che l'ha scelta tra le sue studentesse ancora prima che arrivasse alla laurea. Lui è Tommaso, il suo perfetto opposto, Lord Perfection, un diplomatico di carriera raffinato quanto scultoreo, ricco ça va sans dire, occhi blu tendenti al grigio, che sa di botanica e distingue le rose Fairy Queen e Polianta come il Mr. Grey delle Sfumature suonava il piano e maneggiava la frusta. Di mezzo c'è una villa palladiana zona Montello, che Tommaso ha acquistato per arredarla e viverci con la fidanzata di lungo corso, l'ambrata libanese Nadine, donna-it tutta Armani-Chanel-Ferragamo ed emozioni controllate, sotto cui cova un vulcano di insoddisfazione, pronto a risvegliarsi ma non tra le braccia del legittimo compagno.
L'incontro-scontro tra Linda e Tommaso avviene già a pagina 27, quando il Nostro capisce che quella giovane "luxury interior designer" un po' sbracata nei modi, ma tanto esuberante e vitale da non poter che esserne conquistati, darà il tocco giusto alla asettica perfezione della sua dimora, facendo saltare le linee neoclassiche con pezzi design insieme al suo schema esistenziale di codici e regole. A pagina 195, oltre la metà della storia, siamo alle mutandine di seta umide e alla scoperta di un qualcosa di "duro e fremente" nel giardino d'inverno della dimora, che non è il gambo delle rose Black Baccara.
E il terzo lato, che poi tanto incomodo non è, anzi? Alessandro, fotoreporter idealista a caccia di storie scomode di bambini sfruttati all'altro capo del modo. Amico d'infanzia bello e maudit, spiegazzato ma confortevole, che Linda l'ha iniziata al sesso negli anni del liceo e con tanta, precoce, consapevolezza delle titubanze femminili da portare nella grotta-alcova le candele e "Don't cry" dei Guns 'N Roses. «Quella gran culo della Linda», commenterebbe Kit De Luca, l'amica escort di Pretty Woman, quando anche l'usa e getta, quello, per capirci, "da una notte massimo due", il personal trainer Davide, che è "un metro e novanta di divinità greca", sa muovere la lingua "a ritmo quasi tribale" (e qui, davvero, l'immaginazione fa acrobazie...).




Kit De Luca, l'amica di "Pretty Woman"

Ma non aspettatevi le allegre e disordinate ginnastiche da materasso delle ragazzone di Sex&TheCity, loro sì autentiche e precoci trasgressive, che hanno bucato il piccolo schermo per sei stagioni parlando e immaginando di sesso con più spregiudicatezza e intelligenza dei loro occasionali, o meno, accompagnatori. E che sono finite mestamente in soffitta, quasi travolte dal ridicolo, quando il partner è diventato unico e l'orologio biologico ha cominciato a segnare il tempo del matrimonio e dei bambini.


 
Miranda, Charlotte, Carrie e Samantha in Sex&TheCity


L'ero-soft alla Cao è monogamo, al classico piede in due staffe, e anche più, preferisce l'esclusiva e totalizzante relazione a due, l'incontro sublime tra anime e corpi. E che corpi. Perchè la fortuna dell'affascinante Irene sono state proprio quelle poche paginette di sesso del suo primo romanzo giovanilista, mai dato alle stampe, sufficienti però a convincere la Rizzoli che quanto a copule ardite nell'aspirante scrittrice c'era della stoffa. Gli orgasmi sono così distribuiti con equilibrio ogni tot di pagine, ma quando si tratta di scegliere, il diplomatico Tommaso dà un elegante benservito alla vecchia fiamma e Linda saluta l'avventuroso fotoreporter pronto a cacciarsi in un nuovo guaio. Partiranno insieme per il Portogallo, nuova destinazione diplomatica di lui, ma già s'intuisce che qualcosa non filerà del tutto liscio (può l'intrepida Linda, caratterino a cui la Cao sembra tenere molto, separarsi così su due piedi dal lavoro, dalla casa dei sogni, dall'amato zio gay molto politically correct, per seguire Tommaso, come una qualsiasi "moglie di"? Troppo facile...) e che nel prossimo romanzo bisognerà sudare un po', non solo a letto, per rimettere tutte le tessere a posto.
Anche se l'anno scorso ha già sperimentato l'alto tasso di rischio che si corre quando la penna si infila tra le lenzuola, in questo "Per tutti gli sbagli", Cao va dritta per la sua strada, sfoderando l'armamentario rodato che piacerà allo zoccolo duro di estimatrici e farà annichilire i critici.
Il punto è questo. Secondo i dati di vendita, c'è una maggioranza femminile che sogna con il bronzo di Riace, il metro e ottanta di perfezione, il campione olimpico che sprigiona forza e bellezza, che stupisce quando Linda, la spregiudicata, fa la "scoperta vera": i boxer che lui indossa sono di Derek Rose ("talmente stirati che potrebbe anche uscire la sera con solo quelli addosso senza dare scandalo"). E che non ride leggendo che di un pene si può dire "fatto a regola d'arte", come in un capitolato d'appalto.
Non è più il 1998, non siamo più le ragazzone pre-crisi, inquiete, modaiole, leggiadramente libertine, single o col rimpianto di non esserlo più. Siamo più timide, ripiegate, preoccupate, cerchiamo con foga un braccio al quale appenderci per la vita, per quanto palestrato. Vogliamo che, almeno nei libri, il principe azzurro arrivi subito e sia forte, bello, sempre pronto. Non beviamo più "Cosmo" e il nostro Mr. Big non è crudele e imprendibile, ma si fa dare del tu, così, come uno qualunque, al primo incontro. 

twitter@boria_a


Irene Cao, risposta italiana alle "Sfumature"

martedì 22 aprile 2014

L'INTERVISTA

Irene Cao, la Trilogia mi ha aiutato a trovare l'amore

 
Irene Cao fotografata da Al Bruni

 

Ore 18.42, domenica. Ancora una volta, come un anno fa, Irene Cao, la scrittrice erotica diventata un caso letterario con la trilogia "Io ti guardo-Io ti sento-Io ti voglio", ha annotato l'ora della parola "fine" sul nuovo libro, in uscita a giugno 2014 per Rizzoli. Adesso la aspettano cinquanta giorni di quarantena, nei quali deve concludere il secondo volume, atteso in libreria a luglio e prosecuzione della stessa storia. Non ce ne sarà un terzo, questa volta è solo "duologia", fatalmente hard.




Ma dai suoi primi personaggi, Leonardo ed Elena, chef e restauratrice dagli amplessi bollenti tra Venezia e Stromboli Irene non può congedarsi. Dopo le trecentomila copie cartacee e le quarantamila digitali, a giorni la Trilogia uscirà in edizione Bur, in contemporanea alla traduzione in russo e alla vigilia di quella in tedesco. Ha già conquistato i mercati di Spagna, America Latina, Olanda, Turchia, Francia, dove al Salon du livre, il 21 marzo 2014, la giovane scrittrice di Caneva ha avuto il trattamento grandi firme. «In Francia - racconta - il primo dei tre libri è uscito il 2 gennaio. 

Hanno fatto una grande campagna nei metrò, con manifesti giganteschi. Incredibile: alcuni lettori che erano lì per Capodanno mi hanno "scoperta" a Parigi e mi hanno mandato le foto dei poster». Il successo se lo gode, Irene Cao, ma sui romanzi in cantiere non si sbilancia, blindatissima dalla Rizzoli che punta al bis. Niente titoli: solo, per restare in tema, qualche rapido "preliminare".

Sarà la storia di... «Linda, un'interior designer che si occupa di dimore di lusso. Il primo libro è ambientato in Veneto, sullo sfondo delle ville palladiane. Lo spunto della storia sono i sette peccati capitali, un espediente per definire il carattere della protagonista. Accanto a lei si muovono due uomini, Tommaso, e il fotoreporter Alessandro. Due "lui" e l'interrogativo su chi vincerà... Ma ci saranno bei colpi di scena».


Ancora un triangolo? «No, tutt'altra storia, più matura. Linda è sempre una trentenne, ma mentre Elena della Trilogia era una ragazza acerba, qui ci troviamo davanti una donna tosta, di maggior spessore. Diciamo che volevo mettermi alla prova con un personaggio diverso. E ho scelto di raccontare in terza persona, per scavare nelle varie psicologie. Elena parlava in prima persona, ero io a inseguire il suo mondo. In questo libro la vicenda si complica e confesso di aver fatto molta fatica a cambiare stile: in fondo mi sono messa a scriverla appena tre mesi dopo la Trilogia».

Arte ed erotismo bollente? «Dall'arte non riesco a prescindere, è la mia passione, un terreno che conosco. La cifra erotica rimane, ma cambia la dimensione. Non sto dicendo che sono passata dal realismo al sadomaso e agli effetti speciali, ma che racconto il sesso di personaggi più forti e più maturi. La storia resta completamente mia, la sento di pancia».

Il suo chef ha anticipato il Cracco sulla copertina di Vanity Fair. E i nuovi personaggi? «Per niente televisivi, ma sono convinta di aver fatto la scelta giusta. E comunque mi sono ispirata a La Mantia, non a Cracco».


Lo chef Filippo La Mantia


Dopo la Trilogia, un'altra storia distribuita su due libri. Esigenze editoriali o sue? «È chiaro che agli editori i due libri non dispiacciono. Ma anche le mie lettrici si sono affezionate al format. Credo che si crei una specie di aspettativa, che è parte del piacere della lettura. Per me si tratta di una sfida, prima tripla, quest'anno doppia, con due libri in uscita molto ravvicinati tra loro. E oggi la difficoltà di concentrazione è maggiore. Un anno fa nessuno mi conosceva, adesso non posso far finta che non sia successo niente. Ci sono delle aspettive su di me da parte del pubblico, c'è più pressione, senza contare che sto andando all'estero a presentare la Trilogia, mi intervistano sulla prima storia, mentre sono immersa nella seconda. È come se vivessi i due libri assieme».

Com'è andato questo anno da "L.E. James" italiana, da autrice delle Sfumature nostrane? «Sono contenta che molti lettori abbiano scoperto proprio questo: che non ero la risposta italiana alla James. Avevo paura che l'etichetta giocasse a mio sfavore. In effetti qualcuno mi ha detto che non voleva leggermi perchè aveva paura di trovarsi davanti alla stessa cosa e poi, per fortuna, di non riuscire a staccarsi dal libro.... Non intendo criticare la James, affatto. Con i suoi limiti narrativi, ha avuto il merito di far nascere un filone. Ma io volevo scrivere un racconto mio e sono molto soddisfatta che l'italianità della storia sia stata apprezzata. All'estero mi dicono che hanno voglia di venire a farsi un tour sulle tracce di Elena... Per il resto, faccio le stesse cose di prima, con meno tempo, perchè cerco di rispondere a tutti, di tenere un dialogo con i lettori. Scriverò finchè avrò qualcosa da dire, ma dopo questi libri mi prenderò un anno sabbatico. Per metabolizzare le storie ci vuole tempo».

Qual è l'apprezzamento che le ha fatto più piacere? «Quello di chi ha colto altri messaggi oltre a quello erotico, per esempio la volontà di intrecciare la "chick lit", la nuova letteratura d'amore femminile, con un po' di cultura, di arte italiana».

E che l'ha irritata? «Lo snobismo di alcuni colleghi scrittori, che magari non mi hanno neanche letto. L'invidia mi è incomprensibile, anche se ce la metto nel secondo nuovo libro, come peccato capitale. È impossibile arrivare a tutti i lettori, quindi bisogna saper con intelligenza svincolarsi dai piccoli mondi letterari e cercare di dialogare. Personalmente non mi preoccupo delle classifiche di vendita. Gli editor mi chiamavano la domenica ed erano sconvolti che non sapessi in che posizione ero... Non ho l'ansia di altri. So che qualcuno ha scritto cose più profonde e più alte delle mie e non ci è entrato, forse perchè non ha saputo intercettare il "sentire" del momento... Comunque non vivo le critiche con troppo dispiacere. Chi le fa di professione, poi, liberissimo di distruggere, ma se non va sul personale è meglio».

I suoi genitori, alla fine, l'hanno letta la Trilogia? «Ancora non lo so. Le amiche fermano mia mamma al supermercato, si complimentano con lei, e dai suoi commenti capisco che qualcosa ha letto, forse di nascosto. Mio papà non si sbilancia. Va in giro a elogiarmi, ma a me non dice molto. Meno male che mi fa ridere. Sdrammatizza tutto. I miei sono felici del successo e insieme preoccupati perchè mi vedono stressata. È successo tutto in fretta e non è facile da gestire, meno male che siamo una famiglia unita e io in questo credo molto».

Scrive ancora nella casa di suo fratello? «No, la casa della Trilogia l'ha venduta... Adesso vivo in un eremo, al pianoterra di una vecchia casa che sto cercando di restaurare. Il Friuli mi offre un rifugio meraviglioso, le fondamenta per non perdermi. Quando smetto di lavorare, me ne vado in collina, ricarico le batterie. Questa terra è la mia energia, gliene sono grata e la porterò nel cuore, dovunque mi capiterà di andare».

Si sente una scrittrice o una prof mancata? «Nessuna delle due. Sono esperienze che ho fatto e che si vanno ad assommare alle altre. Non mi piace identificarmi in un ruolo, ne diventi schiavo e vivi ancorato a questa schiavitù. Domani, chissà, sarò qualcos'altro».

Progetti? «Mi piacerebbe lavorare per il cinema, seguire le tappe di un film come aiuto regista, magari in un film coprodotto con la Francia. Non ho ricevuto ancora proposte per portare la Trilogia sullo schermo, nonostante tutti siano molto entusiasti all'idea. Non è un'operazione facile, personalmente punterei sui sentimenti, altrimenti diventa un film porno. E sulla bellezza dei luoghi italiani. Sorrentino mi ha dato uno spunto per quello che sto scrivendo ora, in termini di ambientazione, di inquadratura delle scene».

E lei, Irene, ha trovato l'amore? «Sì, sono innamorata. Non so se sarà per la vita, però è vero che, rispetto a un anno fa, il cuore è in un'altra dimensione. Senza la Trilogia, non avrei potuto fare certi incontri».
@boria_a

domenica 2 giugno 2013

L'INTERVISTA

Irene Cao, con la mia trilogia ho preceduto le Sfumature


 
Irene Cao

 

Prima di tutto, non ditele che saranno le "Cinquanta sfumature" in salsa italiana. Irene Cao, giovane autrice pordenonese esordiente, non teme il confronto e assicura che nella sua, di trilogia, parlerà soprattutto il cuore, prima dei sensi. Ci sarà sesso, ma non sarà l'unica "sfumatura". Intanto, ancora in attesa di arrivare sul mercato, è già un caso editoriale. Il primo libro "Io ti guardo" (Rizzoli, pag. 350, al prezzo speciale di lancio di 5 euro), uscirà martedì. Il secondo, "Io ti sento" arriverà il 19 giugno 2013 e il terzo, "Io ti voglio", il 10 luglio (questi ultimi costeranno 14,90). Altissimo il numero di copie già stampato, enorme per una debuttante, segno che la casa editrice punta sul prodotto. «L'altro giorno un editor è venuto a trovarmi per vedere se ero ancora viva», confessa candidamente lei. Che, da un anno a questa parte, vive da reclusa con i suoi protagonisti: Leonardo, chef affascinante, ed Elena, restauratrice. Un triangolo nella vita, prima ancora che nella storia.

Dalle lettere classiche, all'erotismo. Un bel salto, per un'insegnante precaria, con un dottorato in Storia antica, che ha fatto anche la barista, la hostess, la commessa. Proprio mentre era al lavoro in profumeria, gli emissari della Rizzoli sono venuti a stanarla. Per dirle di riprendere in mano la bozza originaria e di trasformarla in qualcos'altro. «Effettivamente è stato un passaggio traumatico - racconta Irene Cao - ma non così immediato come sembra. Tre anni fa avevo scritto un romanzo d'esordio, molto giovanile, rivolto a un pubblico femminile. L'ho mandato in giro, tra lo scetticismo di tutti. Contro ogni pronostico mi ha risposto Rizzoli e mi ha chiesto di lavorarci su. Due capitoli erano piaciuti molto, raccontavano scene di sesso, secondo loro viscerali, profonde. Era il settembre 2012. Di quel libro abbiamo salvato cinquanta pagine, forse meno. Da lì è nata la trilogia».

Quindi è vero che ha preceduto le "Cinquanta sfumature"? «Quando ho iniziato quel mio primo libro, non sapevo nemmeno che esistessero. Poi mi sono sentita in dovere di leggerle, per capire... Lo so che sembra un prodotto creato a tavolino, ma non voglio portarmi dietro a vita il marchio di aver fatto il "doppione". Nei miei libri c'è erotismo, ma anche molto altro, per esempio le componenti del romanzo tipico italiano».

Che cosa c'è di diverso? «Intanto le ambientazioni. Nel primo libro Venezia, nel secondo Roma, dove la protagonista Elena, ritroverà Leonardo, che il destino rimette sulla sua strada. Infine Roma e Stromboli, quando lei, dopo un incidente, lo vede ricomparire in ospedale. Poi c'è la cura che ho cercato di mettere nella psicologia dei personaggi. Tra il primo libro e il secondo, Elena cambia radicalmente, si trova a compiere una scelta, è una donna in bilico tra il fidanzato, Filippo, che rappresenta la certezza, e la passione per Leonardo, dove parlano il corpo e il cuore».

E il sesso?«Anche qui c'è una bella differenza. La componente emozionale prevale. C'è scuotimento dei sensi, non azione meccanica. E poi la protagonista è più adulta, ha trent'anni e le paranoie tipiche di tante donne di questa età, non è una ragazzina ventenne. Io non racconto un triangolo, ci sono tanti altri personaggi che pian piano emergono, con una loro importanza. Per questo spero che i lettori non si fermino al primo libro, altrimenti rischierebbero di non capire».

Non la imbarazza il paragone con E.L. James, l'autrice delle "Sfumature"? «Il paragone verrà fatto, ormai è certo. Cerco di gestirlo e mi fa anche piacere. E.L. James ha il merito di aver "sdoganato" un genere che già esisteva, ma al quale ha avvicinato grandi fette di lettrici, probabilmente non abituate a una lettura di evasione. Non è mica facile "evadere". Anche per me è stata una sfida trovare un registro piacevole, tendevo a virare verso temi cupi. Semplificarsi non è un'operazione semplice».

A lei piacciono le "Sfumature"? «In effetti non sono scritte bene, ma va considerato che noi leggiamo la traduzione. E poi anche la James ha dovuto seguire un filone: è una sceneggiatrice, sceglie il cliquè televisivo. Diciamo che nella trama non si è tanto spesa, dopo un po' si rischia di cadere nella noia».

Nel suo libro ci sono il cibo e il cuoco, che adesso spopolano. Ci ha pensato? «È stata una scelta combattuta. Con gli editor, avevamo pensato a un ballerino, a uno scrittore. Poi ci siamo trovati d'accordo sul cuoco».

Una specie di Cracco? «Per la verità mi sono ispirata a Filippo La Mantia, per tutta la parte siciliana della trilogia. Ho studiato la sua cucina, mi sono documentata a fondo sulle ricette. Ho fatto molte ricerche. Nei libri si parla di arte e di cucina, sono campi in cui non si può improvvisare. Adesso mi auguro che mi invitino a qualche talent di cucina...».

Sulla copertina un'immagine bondage. Ma non c'è sesso "sottomesso"... «Quando l'ho vista, in effetti, ho detto "Mamma mia!". Non mi piace che ci sia violenza nel sesso. È una scelta personale, non condivido certe pratiche. Infatti molte lettrici non hanno amato questa componente, sia nelle "Sfumature" sia nei libri di Indigo Bloome, dove si parla delle donne in toni denigratori. Al contrario, la mia prima preoccupazione era proprio preservare il valore della donna. Non credo che sia necessario passare per questi cliquè per far capire la passione. Sulla copertina del secondo libro c'è una mano, e già dà un altro effetto».

E il titolo? «"Io ti guardo" l'ho scelto io, mi piace. Gli altri due, "Io ti sento" e "Io ti voglio", mi piacciono meno, ma bisognava dare il senso della continuità. "Io ti guardo" significa che il senso della vista è fondamentale per Elena. Lei è ubriacata dai suoi occhi, vede tutto solo attraverso di essi, mentre sarà Leonardo a insegnarle che esistono anche gli altri sensi».

C'è un filo di speranza per questo amore tormentato? «Un filo c'è, anche più di uno. Me le vedo le mie lettrici, d'estate, che hanno voglia di sognare e di essere felici. Poco fa rileggevo le bozze del secondo libro e mi scappava quasi la lacrimuccia. Ma l'amore trionfa, alla fine. Dovrebbe essere così anche nella vita, no?».

Ha già qualcos'altro in testa? «Ho finito di scrivere domenica scorsa, alle 19.24, me lo sono annotato. Mi sto ancora liberando da questa storia, che ho tenuto dentro per un anno. Però non voglio rimanere legata a un filone, essere identificata con un prodotto».

La sua famiglia ha letto i suoi libri? «Nessuno. Però sono stati preparati lentamente e saggiamente da me. Ho sempre detto loro: "Sono preoccupata per voi, non per me". I miei genitori sono gente umilissima, mio papà è pensionato e qualche volta va a curare i giardini, mia mamma è casalinga. Ho dedicato il libro a mio fratello, che fa l'informatico ed è spesso fuori casa. Abbiamo fatto un accordo: quando non c'era, andavo a scrivere da lui».

E il suo fidanzato? «Sono single. Purtroppo non c'è il Leonardo della situazione. Per questi libri sono stata otto mesi chiusa in casa, senza vedere nessuno, è stata quasi una gravidanza. A volte perfino mi incavolavo con la mia protagonista, Elena, e mi dicevo: "impossibile che lei ci riesca". Ma questi periodi servono. Ho 33 anni, in passato avrei voluto che alcune cose andassero diversamente e non è stato così. Speriamo che adesso qualcuno arrivi anche per me. E che la trilogia porti fortuna».
@boria_a