giovedì 21 novembre 2019

IL LIBRO

Lyduska, la contessa dei due mondi, Gorizia e il Kenya 


Lyduska nella villa dello zio Pula a Rosà (foto da "Lyduska" di Anna Cecchini, Mgs Press)
 


Una vita lunghissima trascorsa tra due mondi, la natia Gorizia e il paradiso del Kenya, terra d’elezione. Una donna affascinante, combattiva, trasgressiva, che per amore romperà le convenzioni sociali, scegliendo l’avventura, la libertà, la felicità. Amicizie importanti, come quella con Sarah Churchill, che l’aiuterà, facendo intercedere il padre, a mantenere in Italia la villa di Salcano, sulle sponde dell’Isonzo, minacciata dalle decisioni sulla linea di confine dopo la seconda guerra mondiale. O forse fu decisivo l’intervento di Dwight Einsehower, comandante supremo delle forze americane e futuro presidente, che pare sia stato suo ospite proprio in quella dimora, all’epoca di una sua breve puntata a Gorizia per ispezionare la “linea Morgan”?

Chissà chi deviò un confine diritto e un pezzo di storia, se sir Winston o “Ike”. Certo è che la storia della contessa Lydia Gaetana Maria Giovanna Hornik De Nordis, nata a Salcano nel 1921 e morta a Nairobi nel 2006, sembra materia da film. Un’esistenza che ci restituisce oggi la biografia “Lyduska”, come fu sempre e solo chiamata, firmata da Anna Cecchini per Mgs Press (euro 15).


Stesso nome della nonna Lidia Lenassi, di famiglia di imprenditori della tessitura di origine comasca approdati a Gorizia, andata sposa tredicenne al notaio Antonio de Nordis, e stesso nome della mamma, Lydia Emma, che sposò per amore e contro il volere della famiglia, l’ufficiale dell’esercito imperiale Ferdinando Hornik, nato in Boemia, Lyduska cresce in una famiglia con rigide abitudini aristocratiche, che nulla possono sulla sua natura volitiva, irruente, testarda. Vestita dalla madre come una principessa, viziata dalla nonna che riversa su di lei tutto l’affetto trattenuto in un matrimonio precocissimo e senza amore, Lyduska impara dal padre a cavalcare prima di camminare e a quattro anni cade rovinosamente col triciclo dallo scalone della villa, procurandosi la frattura di una gamba, i cui postumi la tormenteranno per sempre. Il padre scompare presto dalla sua esistenza, Lyduska non lo menziona mai.


Lyduska a Gorizia


È invece lo zio Pula l’uomo che influisce decisamente sulla sua crescita. Paolo Dolfin Boldù, nobile veneziano di famiglia dogale, colto e ricchissimo, una volta rimasto vedovo di Dolores Branca (famiglia del Fernet) con il figlioletto Francesco, sposa la zia di Lyduska, Norina, a sua volta vedova del conte Balbi Valier e mamma di Balbino. Si dicono sì a Venezia il 5 novembre 1928 in una cerimonia discreta e intraprendono subito una vita di viaggi straordinari, sulla scia della passione venatoria e della sterminata curiosità di Pula. L’Indocina, il Giappone, le Hawaii, gli Stati Uniti, il Kenya che è colonia britannica.

Lyduska ha tredici anni quando nel 1934 si imbarca per la prima volta verso Mombasa a bordo del piroscafo “Crispi”, in compagnia di entrambi gli zii. Sarà l’inizio di un amore senza fine, la scelta di una seconda casa. Il viaggio verso la tenuta di Slains, nella cosiddetta Happy Valley, paradiso terrestre sull’altopiano di Wanjohi, a 2400 metri, dove facoltosi europei hanno acquistato tenute e costruito cottage lussuosissimi, conducendo una vita edonistica e libera lontana da occhi indiscreti, diventa per Lyduska una sorta di iniziazione. La natura lussureggiante, gli animali, le cascate e i laghi, i paesaggi sconfinati, le entrano nel cuore. A Slains, tenuta acquisita dagli zii dalla famiglia di lady Idina Sackville, la ragazzina cavalca, esplora la natura, impara un po’ di swahili.


Lyduska con l'amica Sarah Churchill


Gorizia e il Kenya. Tutta la vita della contessa sarà un partire e tornare in questi luoghi dell’anima. Solo negli anni terribili della seconda guerra mondiale i suoi viaggi in Africa si interrompono, ma è probabile che Lyduska riesca nell’impresa diplomatica di mantenere in Italia l’antica proprietà dei de Nordis in via dello Scoglio proprio grazie a una conoscenza fatta nella Happy Valley, quella con la terzogenita di Churchill, Sarah, attrice.




Nel 1942 muore suo padre Ferdinando, nel ’47 l’amatissimo zio Pula, nel ’49 la madre Lydia. Gorizia è tagliata in due. Rimasta sola, Lyduska va a cercare un amico d’infanzia, Nanni, il figlio dell’autista di zio Pula nella sfarzosa villa di Rosà, vicino a Bassano, a cui è legatissima fin da bambina. È più giovane di lei di quattro anni, non appartiene alla sua classe sociale, ma con Nanni, senza alcun vincolo matrimoniale, la giovane donna vive in Kenya anni felici e tumultuosi, tormentati solo dai tanti aborti e dalla vana ricerca della maternità. Nanni si inserisce subito nell’ambiente, cavalca, ha l’eleganza di un lord. Insieme frequentano l’ambiente dei ricchi europei e si occupano, con alterne fortune, di far sopravvivere la loro fattoria, difendendola dagli attacchi dei Mau Mau, il braccio armato del movimento indipendentista e anticoloniale. Si sposeranno solo nell’aprile 1963, pochi mesi prima della proclamazione dell’indipendenza del Kenya.



Lyduska con il marito Nanni


Mentre Gorizia, dopo la guerra, stenta a trovare una sua identità e a far ripartire l’economia, molti lutti segnano l’esistenza di Lyduska, sempre più eccentrica e amareggiata. Il marito Nanni muore tragicamente in un incidente vicino a Latisana e lei stessa viene gravemente ferita, nel corpo e nell’anima. Trentasei anni trascorrono da quel giorno, a Nairobi assistita dal fidato domestico Nyongo, che la segue nelle rimpatriate, a Gorizia dal custode Romano Facca.


Fino alla fine continuerà a ricevere gli amici aristocratici, a cenare con argenti e porcellane, a circondarsi di animali, a cavalcare nonostante i dolori alla gamba, a dividersi tra Gorizia e Nairobi, dove muore, il 5 agosto 2006, per i postumi di un ennesimo incidente automobilistico. Le sue ceneri verranno riportate a Gorizia e riposano nel cimitero di Montesanto, accanto a quelle del nonno che non ha mai conosciuto, Antonio de Nordis. La sua tomba guarda il mare, alle spalle le Alpi. Per sempre affacciata su due mondi, lei stessa straordinaria sintesi di mondi che non esistono più.
@boria_a

lunedì 4 novembre 2019

MODA & MODI

La concorrenza dell'influencer che non esiste


Lil Miquela


 Lil Miquela, spruzzata di lentiggini e labbra carnose, una diciannovenne americana tuttasalute con frangia e piccoli chignon laterali, che posta i suoi look e condivide nobili cause, come quella per i diritti degli afroamericani: su Instagram ha un milione e settecentomila follower e vanta importanti collaborazioni con i brand della moda.

Aprite la sua pagina e fissatela a lungo negli occhi. C’è qualcosa che disturba, forse le sue pose così plastiche, forse quegli occhi sgranati dov’è impossibile andare a fondo, forse la mancanza assoluta di empatia quando si fotografa accanto ad altri esseri umani, che tocca e abbraccia, ma da cui sembra sideralmente distante. Cosa c’è che non va? Niente. Lil Miquela non esiste, se non in Rete, è un avatar generato dal computer.

Aprite un’altra pagina Instagram. Ecco Shudu, 191mila follower, nera statuaria che si dichiara la prima supermodel digitale del mondo, immortalata sui red carpet, anche lei testimonial di marchi del lusso. Per niente umanizzata ma ancora più popolare è la parigina Noonoouri, un fumetto mignon il cui passaporto Instagram è tutto un manifesto: attivista, vegana, contraria alle pellicce. Ha 331 mila follower, non ancora una minaccia, ma alla sfilata di Dior siede accanto a Maria Grazia Chiuri e promuove la moda dalla Cina all’Arabia Saudita.



Shudu


Influencer in carne e ossa, tremate. Avanza una piccola e agguerritissima pattuglia di concorrenti partorite da algoritmi, con l’identica propensione a condividere tutto di sè coi follower, ma con minori pretese economiche, nessun capriccio e garanzia totale di controllo per il brand che le recluta.

Indossano, dicono, incarnano esattamente quello che il committente vuole, senza l’io debordante delle ferragni che alla fine rischia di oscurare il prodotto o veicolare un messaggio non consono al contratto.


Noonoouri


Il fenomeno per ora è limitato, ma i marchi ci hanno già messo gli occhi sopra. Sono un veicolo pubblicitario potenzialmente dirompente per le generazioni post-Millennial, abituate a sovrapporre reale e virtuale e a passare dall'una all'altra dimensione senza turbamenti. Da una parte le celebrities che si “avatarizzano” a colpi di filtri fotografici e bisturi, col risultato di essere tutte uguali, dall’altra gli avatar che si “umanizzano” ricevendo dai loro creatori qualche difettuccio per sembrare più autentici. Nella galleria orizzontale di Instagram non c'è differenza.


Il confine tra influencer veri e prodotti informatici è sempre più liquido. Una caratteristica in comune? Non hanno anima. Profondità, appunto.
@boria_a

venerdì 1 novembre 2019

IL LIBRO

Fuani Marino: Un sacco cade dal quarto piano
ero io, ma non sono morta 





Come può una giovane mamma spiegare alla figlia bambina che ha tentato di ammazzarsi, quando lei era appena nata? Che da mesi valutava le altezze da cui buttarsi, in cerca di un punto la cui distanza dal suolo le assicurasse la morte? Che non aveva paura, lassù, seduta su quella terrazza, perchè nulla avrebbe potuto essere più brutto di quanto aveva già passato e il volo era solo un mezzo per raggiungere l’obiettivo: la fine. La sua fine.

Fuani Marino ha scelto la sincerità. Il racconto scomodo, doloroso, urticante della malattia mentale e dei pregiudizi che ancora la circondano, la paura dello stigma che, in un malinteso amore e desiderio di protezione, ha spinto la sua stessa famiglia a negarle quello che veramente desiderava: essere ricoverata. Liberarsi dalla pressione, dalle aspettative degli altri, dallo smarrimento, da quel buco nero che scava l’anima e succhia le energie, ritrovare i puntelli dopo lo sconquasso della maternità, per poter ritornare là fuori, in equilibrio, a camminare.


Questo racconto senza sconti e senza pietismi, lucido, secco, perfino ironico, è diventato un libro, tra biografia e memoir, “Svegliami a mezzanotte” (Einaudi, pagg. 149, euro 17). Per Greta, che aveva quattro mesi quel giorno d’estate, al ritorno dalla spiaggia: “Ti diranno - le scrive nella lettera finale - che tua madre è pazza, un’egoista, tu stessa avrai una moltitudine di cose di cui accusarmi, e a ragione. Ma ecco quello che non dovrai mai pensare; che io non ti abbia amata, o di avere una qualche responsabilità, o ancora che possa capitarti qualcosa di simile. Perchè ogni persona ha la sua storia».



Fuani Marino nella foto di Danilo Donzelli


Una laurea in psicologia, collaboratrice delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, Fuani, napoletana, ha un segno del destino scritto nel nome, l’unione di quello dei genitori, Furio e Anita, stranezza che la condanna, fin da piccola, a continue spiegazioni e al senso della diversità. Alla confusione dell’adolescenza, segue lo spaesamento, l’infelicità degli anni universitari a Roma. Poi il master e il matrimonio con Riccardo, forse la ricerca di un rifugio, che la introduce in una famiglia facoltosa, ma dal rigido galateo, per cui non è la nuora sognata. La responsabilità di una casa enorme, contratti da precaria in redazione, con interminabili e ripetitivi turni di desk, una stanchezza insostenibile, il sonno che si spezza e le ondate d’ansia che paralizzano e bloccano il respiro. «Più mi rendevo conto che mi stava accadendo qualcosa, che non ero completamente padrona delle mie reazioni, e più cresceva il panico».


Arrivano gli psicofarmaci, l’incontro col primo di tanti psichiatri, la difficoltà dell’ultimo periodo della gravidanza, il parto precoce, le piccole cure della bimba che si trasformano in sfibranti prove di resistenza, la depressione. E la diagnosi: disturbo bipolare. Medici e familiari temporeggiano sull’ospedale per non consegnarla all’etichetta di malata di mente. «Cosa che io ero già, anche senza ricovero, e stava per costarmi la vita».


Il 26 luglio 2012, a Pescara, la signora Nuccia del secondo piano vede precipitare al suolo un sacco nero. “E poi sono caduta, ma non sono morta”, scrive Fuani Marino in una pagina bianca del libro. C’è stato un “prima” e da lì comincia il “dopo” di quello che i familiari chiamano pudicamente “l’incidente”. Mesi tra la vita e la morte, gli interventi, la gabbia dei ferri, un braccio leso, una mano, la sinistra - e Fuani è mancina - che non sarà più la stessa, come la sua grafia. “Lei è una ferita vivente” le dice un neurochirurgo. 


E con il corpo, c’è da ricostruire una normalità, che passa attraverso il riconoscimento della malattia, con le sue fasi di iperattività e i periodi di depressione, l’aggressività e gli orari sballati (“l’ora che preferisco è la mezzanotte”) i giorni cortissimi e quelli in cui «il letto mi risucchia, come sabbie mobili», il rapporto con la bambina, l’accettazione che non ci sarà più un lavoro, un altro figlio. La terribile fatica di “ridefinire” se stessa: «Il mio lutto ero io».


In questo faccia a faccia, onesto fino a essere disturbante, Fuani Marino coinvolge romanzi, saggi, film, scrittori, che l’hanno affiancata nel tentativo di far luce sul disagio mentale e sui pregiudizi che ancora, a quarant’anni dalla morte di Basaglia, lo circondano. Sulla solitudine del suicida, sull’impronunciabilità del suo gesto. Consapevole che, se non rivive più di notte quell’infinita caduta, la lotta per convivere con se stessa non finirà mai.

@boria_a

giovedì 24 ottobre 2019

L'INTERVISTA

Umberto Castiello: "Le piante? Sono
tutt'altro che vegetali"


 


Non sono assetate di sangue umano come “Audrey II”, il vegeegetale mostruoso del musical “La piccola bottega degli orrori”, ma possono farsi la guerra o interagire pacificamente tra di loro. Sentono, annusano, vedono, possiedono gusto e tatto. E sono capaci di ricordare. Insomma, le piante sono tutt’altro che “vegetali”, come a volte ci capita di dire spregiativamente degli umani. Non hanno un sistema nervoso centrale, come gli animali, eppure ricevono stimoli dall’ambiente, li elaborano e mettono a punto strategie. E allora, dov’è il loro cervello?

Umberto Castiello, ordinario di Psicobiologia e Psicologia fisiologica all’Università di Padova ci introduce alla vita segreta dell’universo green. Nel suo saggio “La mente delle piante” (Il Mulino, pagg. 183, euro 14) scopriamo un mondo complesso e affascinante, con virtù e difetti non troppo diversi da quelli degli umani.



Umberto Castiello, ordinario di Psicobiologia e Psicologia fisiologica




Professore, diciamo spesso che parlare alle piante fa bene. Ha un’evidenza scientifica? «Vi sono alcune evidenze molto preliminari e non del tutto attendibili che parlare alle piante aiuta la loro crescita. Si dice inoltre che la voce femminile sia più efficace di quella maschile, ma sono effetti che richiedono di essere verificati con esperimenti rigorosi».


Pare che le mucche siano più produttive se ascoltano certi tipi di musica. Succede qualcosa di simile alle piante? «Sentiamo spesso parlare di piante che fioriscono e crescono più rigogliose in stanze dove risuona la musica classica piuttosto che in stanze dove risuona l’hard rock. Anzi le piante esposte al rock pare subiscano un arresto nella crescita. La scienza, però, ha dimostrato che i suoni della musica non sono molto rilevanti per una pianta. Ne esistono però altri che potrebbero essere vantaggiosi. Vari studi descrivono trattamenti che utilizzano le onde sonore per stimolare la capacità della pianta di assorbire fertilizzanti ed erbicidi, diminuendo significativamente la quantità di prodotto necessaria per ottenere l’effetto desiderato, con un impatto positivo anche sull’inquinamento ambientale».


Lei parla dei cinque sensi delle piante. Partiamo con vista e olfatto... «Le piante monitorano continuamente il loro ambiente  visibile. È stata anche avanzata l’ipotesi che posseggano una forma di visione resa possibile da cellule localizzate nell’epidermide delle foglie, chiamate ocelli. Al contrario di quello visivo, assai ampio, l’input olfattivo è limitato, ma anche altamente sensibile. Le piante emettono odori che attirano gli animali e gli esseri umani, ma percepiscono anche i loro stessi odori e quelli delle piante vicine. Annusando sanno quando il loro frutto è maturo, quando la loro vicina è danneggiata oppure attaccata da un insetto». 




Audrey II, il vegetale assetato di sangue della Piccola bottega degli orrori


Gusto e udito?
«Le piante carnivore hanno preferenze verso gli insetti che cacciano: ragni, afidi e farfalle con maggiori quantità zuccherine nel corpo. E se la preda è poco “gustosa” la rilasciano. Le piante sono anche equipaggiate per percepire il suono, anche se tale capacità non è confinata a un unico organo, l’orecchio, ma avverrebbe attraverso cellule che fungono da “micro orecchie”, sopra e sottoterra».


Difficile pensare al tatto vegetale...
«Al contrario. Le piante sono esposte a molteplici sollecitazioni tattili prodotte sia da eventi atmosferici che dall’interazione con elementi del regno animale, come per esempio gli insetti. Per questo motivo nel corso della loro evoluzione hanno investito molto nella percezione e interpretazione di stimoli tattili. La loro capacità di discriminazione tattile sarebbe talmente sviluppata da poter riconoscere se uno stimolo meccanico, quale il tocco di un insetto ad esempio, ha un effetto positivo o negativo sulla loro esistenza». 


Che cosa ricordano le piante? «Nessuna pianta selvatica potrebbe sopravvivere senza il ricordo delle esperienze passate che, integrate con le condizioni attuali, permettono di effettuare previsioni circa le condizioni future. Sono diverse le piante che quando attaccate dagli erbivori, memori degli attacchi precedenti, mettono in atto una risposta difensiva che si traduce nella biosintesi e accumulo nelle foglie di molecole quali gli alcaloidi e il tannino, che sono tossiche per i predatori e rendono le foglie meno appetibili».


Le piante comunicano tra loro? «In questo campo si sono registrate scoperte sorprendenti, che hanno rivoluzionato la comprensione del mondo vegetale. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che gli alberi si avvertono l’un l’altro circa l’imminente attacco di insetti divoratori di foglie. Per comunicare le piante utilizzano migliaia di molecole chimiche volatili, una forma di linguaggio estremamente sofisticato, dove una singola “parola” può avere significati diversi a seconda di chi la ascolta. Un dato interessante è che questa forma di comunicazione chimica sembra essere più efficace tra piante geneticamente simili. Tuttavia, in certi casi anche piante di specie diversa possono intercettare i messaggi: ad esempio, gli avvertimenti spediti dalla salvia possono innescare meccanismi di difesa sia nelle piante di pomodoro che di tabacco».


Com’è che si fanno la guerra le piante?
«Vi sono molteplici forme di comportamento competitivo. Ma è quando si parla dell’”allelopatia” che il gioco si fa duro. L’allelopatia si riferisce alla capacità di un organismo di produrre sostanze in grado di limitare o favorire lo sviluppo di altri organismi. Il noce cresce solitamente in singoli esemplari isolati, proprio perché le sue radici producono sostanze che inibiscono la germinazione di semi della medesima specie nel terreno limitrofo. La sostanza chimica responsabile per la sua allelopatia è lo juglone. Gli effetti di questa sostanza sulle altre piante sono generalmente tossici e causano l’inibizione della crescita, impediscono la fotosintesi e la respirazione così come l’assorbimento dell’acqua. Vari ortaggi, quali il pomodoro, la patata, il pisello, il cetriolo e il fagiolo, così come specie ornamentali quali il rododendro e l’azalea sono particolarmente sensibili all’influenza dannosa dello juglone. Quindi è meglio fare l’orto lontano da un noce».


Con gli umani c’è qualche forma di comunicazione? «Gli appassionati di botanica e di giardinaggio sostengono spesso di parlare alle loro piante per farle prosperare, ma di questo non c’è evidenza scientifica rigorosa. Tuttavia sarebbe importante trovare una stele di Rosetta della comunicazione vegetale. Prima di tutto per comprendere se un trasferimento di informazioni così spazialmente diffuso, lentissimo e impreciso dal punto di vista organico permetta di comprendere meglio l’evoluzione dei mezzi di comunicazione tra organismi viventi. Poi ci aiuterebbe a capire come le piante reagiscono ai cambiamenti climatici. Il rischio è che quelli attuali possano deteriorare questo mezzo di comunicazione e così destabilizzare l’intero ecosistema. Alcuni segnali potrebbero essere amplificati mentre altri smorzati o addirittura resi impercepibili. In assenza di questa comunicazione le piante potrebbero non essere in grado di rilevare e inviare segnali di allarme e quindi diventare più vulnerabili agli squilibri dell’ecosistema».

lunedì 21 ottobre 2019

MODA & MODI

Brown is the new?



Riccardo Falcinelli nel suo bestseller “Colorama” (Einaudi) sostiene che si tratta di una tinta che non catturiamo con la retina, ma che percepiamo col cervello. Il marrone, insomma, più che arrivare dritto al cuore, e scaldarlo, agirebbe sulla nostra razionalità. Un colore da scegliere perchè neutro, pratico, accostabile, discreto, mai sopra le righe, un buon investimento in un guardaroba che vogliamo sempre più duraturo e libero dai trend. Non importa se non ci entusiasma come un arancione, se non è un manifesto d’intenti come il nero, se non possiede la sciccheria del blu e non ha mai calcato un red carpet.



Total brown di Max Mara: ma il segreto è la sfumatura




Avete memoria di una diva in odor di Oscar che si presenti davanti ai fotografi in marrone? Non suscita mai quella passione istantanea che ci trascina dentro un negozio senza un secondo pensiero, ma ci fa riflettere sui pro e contro di un acquisto. Un calcolo più che una gratificazione. Eppure, le vetrine di questo autunno ancora così indeciso, straripano di marrone, in tinta unita o negli stampati. La palette va da un estremo all’altro: dal mou al cioccolato, dalle nuance più chiare, che sconfinano nel cammello, al testa di moro. Non è mai total brown, ma un gioco di sfumature: a differenza del blu, che in tonalità simili si ribella all’accostamento, marroni diversi coesistono, anzi, si ammorbidiscono a vicenda e rendono l’insieme piacevole.

Brown is the new black? Tutt’altro: è un colore ostico, ingannevole. Va dosato con attenzione, a differenza del nero che, anche in quantità massicce, trova sempre la scusa del minimalismo intellettuale. Il marrone può esaltare e può sbattere una carnagione. Può scomparire nel beige di un impermeabile o farsi notare su un trench di pelle o di camoscio. Buca con l’arancione e il giallo, abbinato al nero si fa più salottiero e serale. Nessuno dice che gli piace, non è mai una prima scelta cromatica.


Piuttosto un passepartout, che ci sfida a valorizzarlo. Nel vuoto di idee nuove e portabili, ci consoliamo improvvisando col colore.

sabato 12 ottobre 2019

IL LIBRO


 Peter Cunningham: "Le conseguenze del cuore" un triangolo che fa scandalo







Un triangolo amoroso nella rurale, bigotta, chiusa Irlanda di inizio Novecento. Una storia pubblica e spudorata, che attraversa un secolo, una guerra, lo sbarco in Normandia, senza che nulla, nè morti, disastri finanziari, separazioni, malelingue, ricatti, nemmeno l’odio del proprio stesso sangue possa intaccarla.
Passione e perversione, passione e azzardo. Lei, Rosa Bensey, è figlia di un allibratore, lattea e magnifica fin da adolescente. Loro, che la ameranno senza mai odiarsi, sono Jack Santry, biondo e altissimo rampollo di una famiglia di militari, tutti eroismo e grandi bevute, e Chud Conduit, la voce narrante, moro e mediterraneo, nelle cui vene scorre il sangue di un marinaio napoletano, rimasto sulla terraferma solo il tempo di concepirlo in un ardente matrimonio di pochi giorni.


Questa storia lunghissima, sessant’anni di sentimenti e “regole profanate”, di sesso avido, poi delicato e cauto nella terza età, si svolge tutta a Monument, città immaginaria dietro cui si nasconde Waterford, il porto del sud est dell’Irlanda dove è nato il pluripremiato scrittore Peter Cunningham. Il suo romanzo “Le conseguenze del cuore”, uscito nel 1999 e uno dei quattro ambientati a Monument, è il primo tradotto in Italia (Sem, pagg. 425, euro 20), presentato in anteprima a Pordenonelegge dove l’autore ha fatto tappa per accompagnarlo.



Peter Cunningham


Il triangolo è il cuore della vicenda, ma altrettanto lo sono il gioco, il rischio, la posta. La nonna di Chud, Mabel, se la gioca tutta abbandonando il conte di cui è l’amante per il medico della città, al quale darà quattordici figli, per poi diventare una ricca e rispettata imprenditrice (“prostituta furiosa”, per il generale Santry, padre di Jack). Hilda, la sua secondogenita, nata sorda, infrange il muro della disabilità e va incontro al mondo sconosciuto dell’esotico marinaio italiano, con cui, senza parole, esplorerà tutta la grammatica della passione in un’unica settimana, generando Chud.


Annabelle, l’ultima discendente dei Santry, sfida il padre Kevin, l’uomo più ricco e potente di Monument, per rompere le convenzioni e invitare al suo matrimonio i nonni Rosa e Jack e il loro amico più caro, Chud, legittimando davanti alla comunità il rapporto scandaloso, che nemmeno la vecchiaia e gli acciacchi appannano (le pagine sul loro erotismo di anziani sono tra le più raffinate del romanzo).

La posta. Jack e Chud si giocano in guerra il matrimonio con Rosa, ma il loro legame si cementa molto prima, negli anni dell’adolescenza e delle nuotate insieme nel lago, quando nasce il loro codice, il “Delaware”, a intendere il posto, l’appuntamento, un’intesa impenetrabile agli altri (“nel bene e nel male, avrebbe continuato a modellare le nostre vite, a qualunque rischio, a qualunque prezzo”).
È lì che due occhi estranei, quelli del circense Bruno Belli, si appoggiano una volta di troppo sulle forme dorate della ragazza, stesa sull’asciugamano tra i suoi due accompagnatori, e poco dopo qualcuno glieli chiude per sempre. Quella morte oscura impone la prima separazione del terzetto: Jack in Inghilterra, Chud, accusato dell’omicidio ed evitato il carcere grazie all’influenza di nonna Mabel, in un collegio di preti, Rosa dalle suore.


Al termine della guerra, Jack sposa Rosa e Chud, ritornato a Monument dopo una lunga convalescenza, ne diventa l’amante, sotto gli occhi del marito e colto in flagrante dal piccolo Kevin, il figlio della coppia, che da quel momento proverà nei suoi confronti un odio inestinguibile.
Ma il gioco a tre e l’equilibrio resistono finchè Rosa e i suoi due uomini sono tutti insieme e il loro sentimento si alimenta nelle convenzioni che infrangono. Appena l’uno si allontana da Monument, il legame che unisce gli altri due si intiepidisce, avvizzisce. Insieme, invece, le loro “reazioni chimiche” sono “specchio l’una dell’altra”, cementando un rapporto dove la tiepidezza e l’impenetrabilità di Jack si compensa nella voracità di Chud, e Rosa, moglie insoddisfatta, sogna di tornare a essere tre, di avere l’uno e l’altro, come nel “Delaware” da ragazzi, finchè la fantasia delle sue notti non diventa realtà.


Al sole, fino alla fine dei loro giorni. Fino a quando, ancora insieme, i due uomini seguono la bara di lei. «Credo che siamo stati viziati», dice Chud. Resterà solo lui a conservare in otto raccoglitori e due metri di scaffali quello che è stato, semplicemente, “il racconto di un grande amore”.

lunedì 7 ottobre 2019

MODA & MODI

Denari ben spesi 



I collant coprenti di Armani 2019


La rivincita delle signore cento denari. L’unità di misura delle gambe schermate, protette, avvolte in una calza impenetrabile, al freddo e agli sguardi. Chi le ha sempre amate, per comodità e confortevolezza, quest’inverno sale in passerella. E dall’alto guarda le fanatiche del nude look, indietreggiare zampettando su gambe violacee e pelle di gallina, in nome di un assurdo diktat dello chic: mai le calze, bisogna soffrire dalla caviglia all’inguine, soprattutto con gli abiti da sera e i tacchi.

I vituperati collant sono tornati e mettono in riga anche le autoreggenti, ammennicolo per eccellenza dell’eros cinematografico, perché mai ci immagineremmo una Loren o una Kim Basinger risolvere tutto in un’unica mossa, senza il rito del duplice sfilare e scoprire. Quest’anno la calza intera è protagonista, all’insegna della praticità e della libertà di movimento, senza rinunciare alla personalità. Nerissime, quasi pantacollant, o nei colori più accesi, verde, giallo, zucca, turchese, animalier, a rombi, stampate, pied de poule.


Non vanno scelte a caso, da complemento diventano completamento dell’abito, appendice su cui l’occhio non corre in fretta per passare oltre. Per chi non rinuncia al velato e alle trasparenze, ci sono collant di pizzo, ricamati, glitterati e anche i loghi delle griffe si stendono sulle gambe come un territorio nuovo da segnare.

Effetto dell’onda #metoo, che rivaluta accessori dove l’accento è sullo stare bene con se stesse piuttosto che sul sedurre l’occhio dell’altro (come i body nella lingerie). Sensibilità green, che punta a durata, resistenza, meno sprechi? Senza scomodare troppi simbolismi, i collant sono semplicemente una scelta di buon senso. Tanti denari, ma ben spesi. —