giovedì 29 marzo 2012

IL LIBRO
Babe confida i suoi "white girl problems"

Se non avete simpatizzato almeno per cinque secondi con la povera Tamara Ecclestone, cacciata da Sanremo ancora prima di approdarci perchè non le andava di trattenersi in riviera altri dieci giorni per sudare il suo cachet. Se Paris Hilton non vi suscita almeno un filo di comprensione quando tenta di piazzare da qualche parte il suo secondo singolo, "Drunk text", che già nel titolo fa "outing" sul suo smarrimento esistenziale. Se, infine, non partecipate emotivamente alla saga di Kim Kardashian, o delle tante signorine Ivanka, Peaches, Nicole, i cui cognomi raccontano tutto lo stress di essere all'altezza di imperi, catene e papà di successo, allora "White girl problems" non fa per voi.

Perchè, ci hanno raccontato nei dettagli le sei stagioni di "Sex & The City" e le altrettante di "The Hills", e prima di loro un'interminabile telenovela messicana degli anni Settanta, anche i ricchi e famosi, quando non piangono, hanno i loro grandi dispiaceri. Per esempio finire in rehab, non per abuso di droga o alcol, come una qualsiasi casalinga annoiata, ma per aver speso in un solo pomeriggio da Barneys, in un momento di poca lucidità mentale, quasi duecentocinquantamila dollari.


 
Paris Hilton con il suo Prince
 



È capitato a Babe Walker, che firma questo esilarante diario, surreale, impietoso, perfido, politicamente scorrettissimo sulla fatica quotidiana di essere ricche, apatiche, viziate e agiatamente perfette, senza un pizzico di rimorso. Ma Babe Walker non esiste davvero, o meglio, commenta Susan Sarandon sulla copertina, ne esistono tante, «sono tutte intorno a noi».

Il libro (Hyperion, pagg. 272, dollari 13,99) è nato da un account twitter creato nel marzo 2010 da tre amici, Lara Schoenhals, 27 anni, ex assistente di produzione di Oklahoma City, Tanner Cohen, 25 anni di Brooklyn, e suo fratello David Oliver Cohen, 31 anni, entrambi attori. Tanner ha "twittato" una frase provocatoria e capricciosa con l'hashtag #whitegirlproblems, ispirandosi al diffusissimo in rete "first world problems", che dileggia i fatui, inconsistenti, pretestuosi dilemmi e drammi dei giovani bianchi che non hanno mai affrontato una carestia o un default, almeno fino adesso.



 
Tamara Ecclestone
L' idea ha avuto successo. Molti, nello sterminato e inquieto popolo della rete ci hanno riso sopra o probabilmente ci si sono riconosciuti, e così Tanner ha deciso di aprire un account Twitter insieme agli amici. Chi poteva essere Babe? Una donna matura, una studentessa, una ragazzina? Dopo una serie di test di gradimento, le hanno dato l'identità di una post-universitaria (ne ha passate cinque, prima di decidere che tarpavano la sua creatività), figlia di un facoltoso legale del mondo dello spettacolo, custode ortodossa degli insegnamenti della nonna: il primo lifting a quarantadue anni, dopo è troppo tardi. Mai andare a letto con il trucco, a meno che tu non pensi di morire nel sonno. E soprattutto: dottori, avvocati e principi vanno e vengono, i soldi del petrolio durano per sempre.


Uno dei deliranti tweet di Babe è stato rilanciato dall'attrice Emma Roberts, nipote di Julia, prototipo della "white girl" che ha cominciato a sgambettare sui set a nove anni, e l'account oggi conta oltre 600 mila follower. "Sgradevole, condiscendente e frivola, @whitegirlproblem è l'epitome dell'urban socialite che ami odiare", ha scritto Megan Gibson su Time, piazzando Babe tra i 140 Best Twitter Feeds. Dalla rete al libro, finito tra i best seller della New York Times Book Review, e poi al blog www.babewalker.com, dove si può interrogare la povera ragazza ricca su deliziose inutilità come, avendo la disgrazia di una bocca alla Kirsten Dunst, si possa ottenere un'iniezione decente per trasformarla in un mix di Sienna Miller, Ashley Olsen e Barbara Pavlin (modella ungherese, per le non "white girls") senza sembrare elephant man.

Emma Roberts, nipote di Julia (Instagram)
 

Consolatorio? Se non aspira a tanto, il diario di Babe, per quanto sadica fiction, ha lo stesso potere delle saghe dorate dei belli e famosi che spopolano sui canali a pagamento, di reality come "The world according to Paris", ovvero il mondo secondo la signorina Hilton, dei serial girati negli ambulatori dei chirurghi estetici hollywoodiani, dove diciottenni isteriche confessano l'impellenza di una plastica vaginale: finalmente una bianca ragazza ricca che non sente il bisogno di correre a salvare il pianeta o di comprarsi metà Africa per adottare un bambino. Ma fa, semplicemente, quello che ci si aspetta da lei: capricci e sperpero. Divertendosi e divertendoci, il che, in tempi così bui, non guasta

 Alla faccia - citando il blog (finto anch'esso, ma molto realistico) della perfetta "white girl" del futuro, Suri Cruise - di tutto il pacifismo di facciata e l'understatement delle miliardarie penitenti come Angioline Jolie.

Meglio l'odiosa Babe che, nonostante le ultime volontà di nonna («non lavorare mai per vivere. Sei troppo intelligente per farlo...») un impiego alla fine lo prova, da vice segretaria nello studio del comprensivo e democratico papà. Come poteva finire? Come per Tamara Ecclestone: troppo faticoso dover spostare l'appuntamento a pranzo con la propria personal shopper.
@boria_a

La copertina del libro Hyperion

martedì 20 marzo 2012

MODA & MODI

Che cosa c'è sotto la cappa

Dai red carpet alla strada, il suo ritorno è nell'aria da tempo. Perfetta per transitare dal freddo dell'inverno alla primavera ancora indecisa, la mantella è il capo ritrovato della mezza stagione che non esiste più. Niente a che fare con frange, tessuti plaid e la dimessa aria Inti Illimani dei ponchi che hanno circolato fino a qualche mese fa, in pieno saccheggio anni Sessanta, la cappa di tendenza ha colori più adatti ai primi tepori , differenti fogge per giocarla tra le occasioni e una piacevole versatilità.

Tra Cappuccetto rosso e la regina di Biancaneve, c'è tutta una gamma di tagli e lunghezze che ne fanno la più originale sostituta dello scontatissimo trench o del giubbotto di pelle, abbinata a gonne, pantaloni, legging, anche ai leziosi abiti fiorati che cominciano coraggiosamente a spuntare.


Sul tappeto degli Oscar, Gwyneth Paltrow ne ha indossata una versione di Tom Ford, bianco abbacinante, da sera, un tutt'uno col vestito in tinta che sottolinea la statuarietà dell'outfit a e rende superfluo qualsiasi accessorio. Madonna ama avvolgersi in un mantello nero e perfido, lungo fino ai piedi, molto simile a quello rosso fiamma che appartenne a Maria Callas, esposto nella mostra di Palazzo Fortuny dedicata a Diana Vreeland.


Chi ama il vintage può trovare deliziosi abiti anni Sessanta con "ali" incorporare (avvistati da Boogaloo a Trieste), perfetti per interrompere il nudo delle braccia quel tanto che basta per sembrare comunque discrete.
La mantella ama soprattutto il giorno. Se corta e colorata, è necessariamente solo decorativa: magari non ripara, ma non insalsiccia e permette di nasconderci sotto anche il pullover o la giacca. Ines de la Fressange ne offre un'interpretazione magistrale: minuscola e nera, da abbinare al tailleur pantalone quando si hanno gambe da fenicottero.


È trendy ma non per tutte. L'effetto bambina saltellante nel bosco è dietro l'angolo, soprattutto se si hanno polpacci potenti e la temerarietà di indossarla sui tronchetti che tagliano vieppiù la gamba. Meglio la versione al ginocchio, che regala rotondità di linee al posto delle spigolosità di un banale impermeabilino strizzato in vita dalla cintura. O lunghissima: fa un po' "compagni di Baal" (per chi se li ricorda, tv vintage), ma anche tanta scena.
@boria_a

Gwyneth Paltrow in Tom Ford

giovedì 8 marzo 2012

LA MOSTRA
Diana Vreeland, che sublime eleganza quel cattivo gusto

Diana Vreeland
Diceva, «la moda è una cosa che passa», eppure ha cambiato il modo di guardarla e rappresentarla. Diceva anche: «credo profondamente nella volgarità. Tutte abbiamo bisogno di un tocco di cattivo gusto», ed è considerata una delle icone dello stile del ventesimo secolo. Inventò l'«allure», come si intitola il suo libro uscito nel 1980, una presenza, un modo di camminare e di proporsi agli altri, che non aveva niente a che fare col buon gusto. Di lei, invece, diceva Pierre Bergé, il compagno di Yves Saint Laurent: «Era di quella rara razza di donne che prendono il destino per la gola e lo obbligano ad arrendersi».
Provocatoria, eccessiva, magrissima, sontuosamente brutta, Diana Vreeland, col suo naso da tucano e i capelli ebano, è stata una delle grandi, controverse, protagoniste della moda del '900. Per cinquant'anni, prima dalle rubriche di Harper's Bazaar poi dal suo studio laccato di rosso alla direzione di Vogue America, poi ancora dal Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, ha insegnato al mondo cos'è l'eleganza, ovvero «niente a che vedere con l'essere ben vestiti». Oggi le rende omaggio la Fondazione Musei Civici di Venezia, con una mostra, "Diana Vreeland after Diana Vreeland" a Palazzo Fortuny, dal 10 marzo al 25 giugno, curata da Judith Clark e Maria Luisa Frisa e commissionata da Lisa Immordino Vreeland, nipote acquisita e autrice del docu-film "Diana Vreeland: the eye has to travel», presentato alla scorsa Mostra del cinema e diventato anche un libro.
Era nata Diana Daziel a Parigi nel 1903, figlia di una ricca newyorkese e di un inglese spiantato. Liceo interrotto per scarso rendimento, aveva studiato balletto con il grande coreografo Michel Fokine e a ventun anni era convolata a nozze con il fulgido e inconsistente banchiere americano Reed Vreeland, da cui ebbe due figli e che amò fino alla fine, nonostante le corna incassate senza batter ciglio. Quando il marito morì, nel '66, andò in una casa di alta moda a Parigi e ordinò un vestito rosso, il suo colore preferito, che non mancava mai di indossare.
La coppia passò gli anni della giovinezza a Londra, dilapidando l'eredità di lei nel bel mondo intorno al duca di Windsor. Quando i soldi finirono, Diana aprì un negozio di lingerie, dove, così vuole la leggenda, Wallis Simpson scelse la camicia da notte con cui sedusse Edoardo VIII. Allo scoppio della guerra, Reed s'imbarcò per l'America e Diana lo seguì pochi giorni dopo. Nel '39 approdò ad Harper's Bazaar, con il celebre art director Alexey Brodovitch, e vi rimase per oltre vent'anni. La sua rubrica "Why don't you?", che tenne fino agli anni '60, era un concentrato di iperboli e pazzie, casualità e divertimento. Diana le chiamava le sue "absurdities", perchè sembravano consigli all'insegna del nonsense, come trasformare un vecchio cappotto in un accappatoio, legarsi del tulle ai polsi al posto dei braccialetti e dipingere un mappamando sulle pareti della stanza di un bambino, per preservarlo dalla mentalità "provinciale". L'idea, in realtà, era geniale, ironica e sottile: in piena depressione, dare alle donne americane medie un rassicurante senso di continuità. Più tardi, insegnare loro a non aver paura della trasgressione, della fantasia. La moda come strumento di emancipazione.
Quando entrò ad Harper's Bazaar, per sua stessa ammissione, Diana non aveva mai lavorato, non aveva mai visto un ufficio e non si era mai alzata prima di mezzogiorno. Due decenni dopo, nel '63, andava a dirigere la concorrente "Vogue", dove rimase fino al '71, quando fu licenziata in tronco perchè la rivista più patinata del mondo non aveva più bisogno di visionarietà e sperimentazioni, ma di una guida che lusingasse inserzionisti e industria.
Negli anni di "Vogue", Diana Vreeland costruì la leggenda della propria stravaganza, dietro cui c'erano tenacia, talento, fiuto per il nuovo. Diceva alle sue girls, come chiamava le redattrici, e alla first lady Jackie Kennedy, che consigliava nelle scelte: «Devi avere stile. Lo stile ti aiuta a scendere le scale. A svegliarti la mattina. È un modo di vivere. Senza stile non sei nessuno. E non ha niente a che fare con l'avere tanti vestiti».
Diana Vreeland con Yves Saint Laurent
Scoprì e lanciò modelle dai corpi scheletrici e lo sguardo magnetico come Twiggy, Jane Shrimpton, Veruschka, Marisa Berenson che divennero il volto e il corpo degli anni Sessanta, aprendo la rivista alle novità dello street-style. Mandò in soffitta, in un numero del '67, l'eleganza di Gloria Guinness, l'ereditiera della birra, giudicata in quella stagione la donna meglio vestita del mondo, e incoronò Barbra Streisand, l'ultima delle dieci più malvestite, che con le sue sciarpone e i suoi berretti era l'idea della libertà. Le signore mollavano visoni e perle e riempivano gli armadi di pellicce sintetiche e stivali di vernice lucida. Lei stessa coniò il termine per definire questa stagione, "youthquake", il terremoto della rivoluzione giovanile, incarnato da un'altra sua scoperta, l'efebica e infelice modella Edie Sedgwick, la musa di Andy Warhol, anche lui reclutato tra i collaboratori della rivista.
Grazia a Diana Vreeland, la moda usciva dagli studi fotografici e si stagliava su fondali esotici e drammatici, da Israele alla Libia, dall'Anatolia all'Arizona, nei servizi emozionanti di una nuova generazione di fotografi, Richard Avedon, David Bailey, Patrick Lichtfield, che spesso la detestavano ma erano soggiogati dalla sua personalità. Non solo immagini, i loro scatti diventavano manifesti di una nuova estetica e lei la prima fashion editor a trasformare la rivista in una palestra di avanguardie.

Diana Vreeland con una modella per un servizio su "Bazaar", 1941
A 66 anni, licenziata su due piedi da "Vogue", venne chiamata dal Metropolitan Museum come consulente all'Istituto del Costume. Sensazionali le sue mostre, dodici in tutto, tra cui l'omaggio a Balenciaga, a Yves Saint Laurent, a Hollywood, alla "Gloria dei costumi russi". Come racconta nell'autobiografia "D.V.", scritta nell'84, cinque anni prima di morire, da adolescente, nel salotto parigino dei genitori, aveva conosciuto Diaghilev e Nijinsky. «Quando ho scoperto la danza - diceva - ho imparato a sognare».
Nel 1993 il Metropolitan le rese omaggio con una mostra magnifica, firmata da Richard Martin e Harold Koda, il cui catalogo è un pezzo da museo: s'intitolava "Immoderate style".
@boria_a

domenica 26 febbraio 2012

MODA & MODI

Kinabuti: in Nigeria, nel ghetto, è nata una maison


Un modello Kinabuti

Verdi, rossi, gialli tropicali. L'ocra, il senape, gli arancioni della terra, l'azzurro pavone del cielo. Abiti, giacchine, pantaloni, soprabiti dal taglio occidentale su stoffe africane, con colori e motivi che paiono esplodere sul corpo. La "maison" si chiama Kinabuti e non è una semplice, piccola casa che produce moda etnica. Perchè lo fa in Nigeria, uno dei giganti del continente nero, gonfio di petrolio e di corruzione. E soprattutto perchè a fondarla sono state due giovani donne spilimberghesi, amiche fin dall'infanzia, Caterina Bortolussi, 33 anni, stilista, e Francesca Rosset, 31 anni, esperta di marketing, che a Lagos, dove vivono da alcuni anni, hanno dato vita a un'esperienza imprenditoriale e sociale: disegnano e producono vestiti per "celeb", e li fanno indossare in passerella da ragazze dei quartieri degradati di Port Harcourt, la capitale del Delta del Niger, alle quali hanno insegnato il mestiere di modelle. Il progetto l'hanno intitolato "In our ghetto", una sorta di scouting nelle comunità di Bundu, Marine Base, Okrika e Agri Estate, dove la miseria è estrema, il caldo asfissiante e gli occidentali sono considerati prede da sequestro. Da qui, grazie a Kinabuti, sono uscite le ventun ragazze che oggi, a un anno e mezzo dall'inizio dell'esperienza, sono le top model della Nigeria, sfilano per importanti designer, partecipano a pubblicità e servizi fotografici a livello internazionale, e lavorano come hostess e promoter di vari marchi.
"Kinabuti girls" con la designer Caterina Bortolussi
Sembra una favola moderna. A cominciare dalla scelta di questo strano "Kinabuti", che è come Caterina Bortolussi pronunciava il suo nome quando era bambina. Laureata in Economia all'Università di Udine, prima di diventare stilista lavorava a Londra per la banca di investimento Barclays Capital, ma la sua vita le stava stretta. Amava le tinte accese, la creatività, lo stile funky che non passava inosservato nei ventiquattro piani della società.
Quando, sei anni fa, è arrivata per caso in Nigeria come consulente di un'agenzia di comunicazione, ha deciso di rimanerci e proprio lì, dove iniziare non è facile per nessuno, tantomeno se sei giovane, donna e bianca, di realizzare il suo sogno: disegnare abiti. Di più: disegnarli, aiutando gli altri. «Mi resi conto subito - racconta - della vitalità e creatività di questo paese e di quanto poteva offrirmi. I colori, la felicità della gente, la fede in Dio e nell'uomo, il vivere il presente: l'Africa è un continente speciale e la Nigeria è decisamente il paese più interessante e intenso. Ho capito che qui potevo, e dovevo, realizzare il mio sogno».
Nel 2010, insieme a Francesca Rosset - un'esperienza alle spalle come direttore clienti alla McCann Erikson nelle sedi di Barcellona, Milano e Sao Paulo, anche lei approdata in Nigeria come dipendente di un'altra società - apre un piccolo laboratorio, che all'inizio è una stanza della casa in cui abitano. Due sarti e un primo giro di clienti che sono amiche e amiche delle amiche. «Quando abbiamo cominciato - prosegue Caterina - non sapevamo nulla di moda, non avevamo mai visto un atelier e mai preso in mano una macchina da cucire. Qui non è facile trovare i fondi per finanziarsi e far crescere l'impresa, i costi di start-up sono altissimi. Ma il nostro sogno era più grande di qualsiasi dubbio, abbiamo entrambe lasciato tutto per seguirlo. E, pur tra tante difficoltà, siamo riuscite, con i nostri vestiti e i nostri progetti sociali, a conquistare il cuore della gente in Nigeria e nel mondo. La svolta la stiamo costruendo giorno per giorno, con molta pazienza e amore».
"Kinabuti" firma abiti dallo stile italiano tagliati su stoffe africane come l'ankara, tipico tessuto nigeriano. Collezioni donna e uomo, per una clientela che non ha problemi di soldi. «Abbiamo un discreto giro di clienti e amici - spiegano Caterina e Francesca - nigeriani, libanesi, indiani, italiani, spagnoli. Kinabuti, ci dicono, non è solo una marca ma un modo di vivere». Che piace ad autentiche star, tra cui Genevieve Nnaji, la più grande attrice africana, la collega nigeriana Rita Dominic, i cantanti Darey Art Alade e Nneka, voce di Lenny Kravitz e Damien Marley, il rapper Pras dei Fugees. Tra poco, sperano, un outfit "Kinabuti" vestirà la celebre anchorwoman Oprah Winfrey, una delle opinion leader più influenti d'America.
Con il business, cresce l'impegno. La filosofia del marchio è quella di entrare in contatto con le comunità locali e offrire opportunità e formazione a chi ne ha più bisogno. Le "Kinabuti girls" hanno imparato a truccarsi, a pettinarsi, a sfilare e posare, hanno ottenuto un lavoro che, per un singolo evento, può fruttare tra gli 80 e i 200 euro a testa, in un paese dove il settantacinque per cento della popolazione vive con un euro e mezzo al giorno. Bertha, vent'anni, oggi è una modella a tempo pieno, lavora a Lagos e con i soldi guadagnati mantiene il figlio di 5 anni e la famiglia. Con Benita ed Ebi, ha posato per Vogue Italia e per diverse copertine di magazine nigeriani, oltre a partecipare al primo spot che Martini ha girato in Africa. Tombo e Queen lavorano per Kinabuti come "designer assistants" e hanno ottenuto una borsa di studio per l'Università di Lagos. Le loro storie sono diventate un docu-film presentato all'ultima mostra di Venezia, "In our ghetto", firmato dal regista svedese Marcus Werner Hed, che ha seguito le ragazze per tre settimane mentre si preparano a una sfilata.
Ieri, alla Lagos Fashionweek, Caterina e Francesca hanno mandato in passerella la loro terza collezione. Si chiama "Kinabuti Vlisco Jez collection" ed è ispirata alla campagna, ai paesaggi rustici, agli arcobaleni, alla natura. «Siamo cresciute in un paese circondato da campi. I miei nonni - ricorda Caterina - lavoravano la terra, mio padre commerciava bestiame. Con questi abiti intendiamo celebrare dove il sogno è cominciato, le nostre famiglie e i valori che ci hanno trasmesso». Tra questi, il rispetto per se stessi e per il proprio ambiente. Ecco perchè "Kinabuti" ha avviato un'attività ecologica di pulizia dei ghetti, insieme alle autorità del territorio. Si è aperto così un dialogo con il governo locale e ora anche nelle comunità emarginate e pericolose del Waterfront, dove la tensione sociale è altissima, passa il camion della raccolta rifiuti.
Progetti? In dicembre l'apertura del negozio di Abuja e un percorso di formazione al cucito per donne e uomini del Niger Delta, che così saranno inseriti nelle linee produttive del brand. «Vogliamo rimanere qui - dicono Caterina e Francesca - perchè pensiamo di essere al posto giusto nel momento giusto. L'Africa è il futuro e il World Economic Forum ha identificato la moda come uno dei settori che può guidare lo sviluppo del continente. Non appena riusciremo ad aumentare la produzione, puntiamo a esportare in Europa, America e Sudafrica. Siamo italiane ma viviamo in Nigeria e quello che ne esce è davvero unico. E poi ci piacerebbe vestire Gwen Stefani, Jennifer Lopez e Madonna».

twitter@boria_a


Caterina Bortolussi con una delle sue modelle

IL LIBRO
Riikka Pulkkinen, fruga nell'armadio dei vestiti dimenticati

La scrittrice Riikka Pulkkinen
C'è un abito che appartiene a Elsa, che è stato regalato a Eeva, che Eleonoora ha visto a casa sua ma su una donna che non era la madre, che Anna ha scoperto e indossato a distanza di decine di anni. E quando Elsa, la nonna che sta morendo, lo ritrova sulla nipote Anna, capisce che è giunto il momento di consegnarle una storia lontana, di fare i conti con un passato che il tempo rimasto non le consente di rinviare
Un tradimento attraversa la vita di tutte queste donne ne "L'armadio dei vestiti dimenticati" della trentaduenne finlandese Riikka Pulkkinen, uscito in Italia da Garzanti (pagg. 308, euro 16,40). Ciascuna di loro ce lo racconta, in prima persona, componendo, pagina dopo pagina, una trama sottile eppure potente di rapporti tra generazioni diverse. Relazioni al femminile, di sangue, come quelle tra madre e figlia o tra nonna e nipote, ma anche relazioni di accudimento e di elezione, le più sottili e insondabili, tra una bambina e l'estranea di cui ha scelto di fidarsi. Due vicende si dipanano parallele, a volte s'incrociano e si rincorrono tra passato e presente, Eeva e Anna, Anna ed Eeva, l'amore per un uomo che spinge entrambe ai confini della malattia, lo strappo, se possibile ancora più lacerante, con le piccole donne affidate alle loro cure, con cui avevano costruito un linguaggio di parole e di intuizioni, di cui vedevano nascere, e crescere, la capacità di abbandonarsi nelle mani di un'altra, senza la paura dell'inganno. Amore maturo e affettività infantile: due piani che l'autrice esplora con delicatezza, nelle pieghe degli egoismi, delle timidezze, dell'istinto di autoconservazione di sè e del proprio mondo che accomuna piccoli e grandi.
Uscito in sordina in Finlandia nel settembre 2010, il secondo libro di Pulkkinen, subito in testa nelle classifiche del suo paese, appena tre mesi dopo è stato venduto in tutto il mondo. L'autrice nei giorni scorsi era a Milano per la presentazione dell'edizione italiana.
Com'è nata la storia?
«Volevo costruire un romanzo con due trame, una interna e una di cornice, perchè per me è sempre molto importante la struttura della narrazione. All'inizio avevo pensato a una storia ambientata nella seconda guerra mondiale come trama interna, ma dopo aver scritto ottanta pagine mi sono accorta che non funzionava. È allora che mi è venuta l'idea della giovane Eeva e del suo amore che sboccia. Ci ho messo un anno a capire che era la strada giusta. Così nel cassetto mi è rimasta la storia di guerra che non so se mai pubblicherò».
Pagina dopo pagina si ha l'impressione che più che di amore tra uomo e donna, il libro punti ai legami femminili, tra madri e figlie o comunque tra donne che si aiutano a vicenda. Corrisponde alle sue intenzioni?
«È proprio così. In effetti mi sono sentita anche commossa nel momento in cui mi sono resa conto che il personaggio di Anna si stava prendendo cura della propria madre, Eleonoora, raccontandole la sua infanzia. C'è una storia di hybris, di colpa, che parte da lontano. All'interno di essa Anna si immagina di diventare una sorta di mamma della sua stessa mamma, e, come se le cantasse una ninnananna, le parla di Eeva, questa giovane donna che ha fatto parte della sua infanzia. Il cambiamento continuo di ruoli, di identità, di narratore rappresenta un elemento chiave del romanzo. D'altro canto nella vita non abbiamo mai un unico ruolo da svolgere, ci viene richiesto di assumerne diversi a seconda delle circostanze».
Gli uomini li lascia sullo sfondo?
«Direi che hanno un profilo più silenzioso ma non per questo meno centrale. Martti, per esempio, è un artista e come tale è a lui che spetta porsi tutte le domande importanti sulla vita, perchè ne ha una visione completa. Le stesse domande che io, come scrittrice, sento il dovere di farmi, sull'amore, sul passare del tempo, sulla felicità, sul fatto che bisogni o si debba restare per sempre con un'unica persona. Nella vita di tutti i giorni siamo troppo occupati a viverla la vita, è attraverso i libri e l'arte che ci interroghiamo sul suo senso».
Si riconosce in qualcuno dei suoi personaggi?
«Credo che si debba almeno provare le emozioni di cui si scrive. Con Eeva è stata dura: ci ho messo due anni prima di riuscire a raccontarla. In questo senso non c'è molta autobiografia nel libro, possiamo parlare piuttosto di storia transizionale: Eeva rappresenta la storia transizionale di Anna, sono molto simili, quasi identiche, ma la prima non ha una fine felice, la seconda presumibilmente sì. Mentre scrivo sento di provare un processo di purificazione, sono legata a loro ma non sono io».
Come si spiega lo straordinario successo del libro?
«Forse è piaciuto perchè c'è qualcosa di universale, le dinamiche familiari in cui i lettori si identificano. E altrettanto universale è quello di cui si occupa Elsa nel suo lavoro di psicologa, il modo in cui bambini sviluppano l'affetto».
Lei ha venduto i diritti cinematografici della storia. Immagina già qualche attrice nei ruoli principali?
«Ci sono molti attori finlandesi che si sono proposti, ma non sono famosi nel mondo. Se dovessi pensare a un'attrice nella parte di Eeva, direi Natalie Portman. Avevamo pensato anche a Scarlett Johannson ma ha una presenza troppo forte, potente, mentre la Portman sa essere più discreta, potrebbe andar bene».
Legge gli autori italiani?
«In questo momento mi viene in mente Paolo Giordano, l'autore de "La solitudine dei numeri primi", perchè nel mio primo romanzo, Raja, che non è pubblicato in Italia, mi avevano paragonata a lui. Ho il suo libro, ma confesso che non l'ho ancora letto».
Tutto nasce da un vestito. Lei lo descrive: ha la vita alta, la gonna gonfia, il collo a barchetta. Ma non parla del colore. Che colore ha?
«È giallo. Non è stata la mia prima idea, poi ho deciso che fosse giallo».
Sta lavorando a un nuovo libro?
«Ho consegnato all'editore la prima bozza del mio terzo romanzo, presumo che uscirà l'autunno prossimo. Sarà una storia d'amore, ma più religiosa e politica rispetto a quello che ho scritto in passato».
@boria _a
 La copertina de "L'armadio dei vestiti dimenticati" (Garzanti)

martedì 21 febbraio 2012

MODA & MODI: men in bag

Fino a qualche anno fa il "man in bag" sarebbe stato cassato senza appello. Dall'album dei '70 ritornano quei tristi borselli, penzolanti dalle spalle, che ondeggiavano all'altezza della cintura con la loro bretella sottile e la dimensione incerta del portadocumenti - abbastanza per ficcarci dentro sigarette e cellulare, non abbastanza per veder compromessa la propria mascolinità - o quelli da portare a mano, simil-trousse, che poi finivano per essere conficcati a metà tra l'ascella e il gomito, anch'essi sempre attenti a non strafare in ammenicoli e grandezza, perchè giammai si potesse definirli borsette da uomo. Ma adesso, che gli accessori garantiscono alla moda entrate sicure, "lui", e i suoi contenitori, diventano il territorio dell'esplorazione e della sperimentazione. E così capita sempre più spesso di vedere impensabili maschi "borsettati", che con la scusa della tecnologia da portarsi appresso non hanno più remore ad allargare, allungare, cambiare posizione a sacche, tracolle, tascapane, shopper.
Lo zainetto? Da militante vintage quello sulla spalla, che fa tanto "ero pacifista e rivoluzionario" e oggi sono genericamente "friendly", ho mezzi (di spostamento) e opinioni ecosostenibili e porto con compiacimento il mio reducismo, che colpisce sempre, almeno le coetanee. Zainetto posteriore? Solo se in procinto di scalare una vetta, non ideale: quelli montani riconvertiti da città, con corde, cordini, tasche e reticelle, assicurati in equilibrio sulla schiena dai due pollicioni nei manici, trasmettono lo stesso appeal e messaggio del gilet da pescatore: con me una gita sarebbe stimolante quanto una mattinata insieme dietro la scrivania. La tracolla? Piace agli adolescenti ed è pratica per i motociclisti. Squadrata o arrotondata, capita che la azzardino signori negli "anta", perchè è l'accessorio più banale da piazzare sopra una grisaglia e simulare la sintonia coi tempi. Tascapane simil cuoio? Ruvidamente ideologico. La cartella? Per quanto techno, resta il regalo di laurea, un po' avvocatino. Shopping con manici? Modaiola, serve gran personalità per non sembrare il lapo de noantri. Bauletto? L'alternativa allo zaino dei ciclisti urbani, è l'altra faccia della medaglia: nostalgico ma conservatore, alla fantasiosa rinfusa della sacca, preferisco l'ordine quadrato delle mie cose. E il borsello? Torna anche lui, pelle morbida e quasi femminile, intatto nella sua aria un po' cafonal. Incomprensibile come il marsupio: tanto vale fare uno sforzo e dissimulare tutto nelle tasche.
@boria_a

martedì 7 febbraio 2012

MODA & MODI: la rivincita del piumino sul cappotto snob
 
In questi giorni polari si crea un senso di immediata complicità tra i sarcofaghi imbottiti di piume che caracollano sui marciapiedi gelati. Si è ugualmente informi, insalsicciati, asessuati , quindi ci si riconosce fratelli nel gelo e nell'ineleganza. Prima dell'ondata artica lo snobbissimo cappotto di questa stagione guardava dall'alto in basso l'ordinario piumino, capo basic dell'inverno anche quando il meteo non lo impone, banale e poco selettivo, capace di trasformare la silhouette più levigata in un ammasso indecifrabile, dove le proporzioni si fondono nell'unico blocco di una sgraziata e respingente confortevolezza. Vuoi mettere il signor capospalla, su cui Coco Chanel sospirava: "Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri...». Avvolgente, costruito, colorato (e non inevitabilmente nero pneumatico, che nel caso del piumino non è solo un effetto cromatico), il cappotto permette tacco, calza velata, pantalone largo, accessorio ricercato, cappello, borsa a piacere.
Che cosa si può mai abbinare a un piumino che non ci faccia sentire così irrimediabilmente infagottate? Al massimo un copricapo con coda di tasso alla David Crockett o un berettone di lana con pon-pon, quando l'età lo consente ancora, a meno che non si tratti di piumino già accessoriato, per esempio con cappuccio di pelo alla Sarah Palin, sigillata in una variante lunga fino ai piedi, colpo d'occhio grande insaccato, che forse in Alaska è quello che s'intende per icona di stile. Il defunto, almeno per le passerelle, piumino, nell'attuale ibernazione si prende una rivincita globale e rialza la testa anche nelle soirée, soprattutto di provincia, dove per chi non è munito di visone oversize non c'è altra possibilità che "impiuminarsi" o battere i denti con grazia adeguata all'occasione. L'anno dell'orgoglio del nostro paltò sartoriale, dal dettaglio prezioso, il colore vitaminico, la linea frugale solo in apparenza, perchè ogni taglio, ogni piegolina, ogni accenno di cintura, ogni asola sono studiati per concentrare il massimo delle chic urbano, è inghiottito da legioni gommate, rimbalzanti. Di una bruttezza, che ci rende indistinguibili, per fortuna.

@boria_a
Piumini a Trieste in un giorno di bora (foto Paolo Giovannini)