giovedì 12 aprile 2012

MODA & MODI: in pigiama da passeggio

Dal pigiama palazzo, al pigiama party. Dalla principessa Irene Galitzine alla cantante Rihanna, che di principesco non ha nemmeno la voce. In questa stagione tecnicamente depressa, la moda fa di tutto per tirarci su il morale e semplificarci la vita, proponendoci una serie di "mise" veloci, pratiche, discrete, così da non distogliere la nostra concentrazione dagli assilli del presente, o forse proprio per farlo. Che c'è di più facile e svelto che uscire di casa al mattino quasi come abbiamo dormito, con un paio di pantaloni morbidi e una casacca monopetto, cinturata in vita? Il fresco insieme, floreale o rigato, è presentato trionfalmente come una ri-edizione di quello che, inventato da Galitzine negli anni Sessanta, Diana Vreeland definì "pigiama palazzo", avendo davanti a sè una serie di principesse autentiche, abbandonate su aristocratici divani in pantaloni ampi di seta e giacca dalle maniche svasate, in attesa che si porgesse loro un qualche alcolico pregiato. Oggi il pigiama "da passeggio", edizione 2012, ha inanellato una serie di testimonial eccellenti, le "principesse" ai tempi dei social network e della fast-fashion, attrici e cantanti soprattutto, che zampettano in occasioni pubbliche o su fantomatici red carpet in teneri completini ramage di cui, a essere generosi, si può dire soltanto che hanno confuso il giorno con la notte.
Stella McCartney ha sfoggiato il pigiamone, a disegni cachemire, addirittura alla presentazione delle divise della nazionale inglese per le Olimpiadi, di suo design, issando pantaloni svolazzanti e casacca comoda su un paio di piattaforme ragguardevoli. Sui blog si è scatenato il dibattito: più brutta la bandiera britannica piantata, "in posizione ginecologica" sulle mutandine delle velociste o l'effetto "appena scesa dal letto" ma coi tacchi della stilista?
Secondo l'autorevole "Guardian" accessori e complementi sono indispensabili per indossare il pigiama da giorno con naturalezza, in particolare tacchi e orecchini che gli tolgono l'aria "sbattuta" e sonnolenta. Le sue fan ribattono: indumento democratico, non solo perchè i grandi magazzini l'hanno subito adottato, ma perchè non si cura di età e giro vita. Due buonissime ragioni, anzi tre, per ignorarlo.
@boria_a
Stella McCartney alla presentazione delle divise per gli olimpionici inglesi

martedì 3 aprile 2012

MODA & MODI

Scendere dai tacchi

«Mi sembra che un tacco 12 di Jimmy Choo sia molto meno sexy degli stiletto di Marilyn Monroe negli anni '50. I sandali vertiginosi di oggi sono troppo alti, con troppe fibbie, lacci, stringhe: con scarpe così si può camminare solo sul set di un film porno". Lo dice Tim Edwards, sociologo dell'Università di Leicester, che nel suo recentissimo "La moda - Concetti, pratiche, politica" (Einaudi) si sbalordisce della corsa al rialzo del tacco paragonandola a quella del grattacielo più alto di Dubai.

Giorgia Caovilla, invece, figlia di tanto padre, con un cognome che solo a pronunciarlo evoca immagini di stiletto di cui non si vede la fine, ha tagliato letteralmente i ponti, e i tacchi, con la tradizione di famiglia. E, zac, dai dodici e oltre, è passata alla metà, tra i cinque e i sette, creando una sua linea, "O Jour" dove la mezza misura non ha niente di negativo o di incompiuto, anzi, è un'esplosione di colori, una ricerca di dettagli preziosi, un mix di eleganza, versatilità e, finalmente, praticità, benessere, camminabilità.


Era ora di farla finita con le scarpe "scopami" (cito ancora Edwards) e di scendere alla misura "kitten" (stiletto gattesco, baby, in miniatura, inventato appunto negli anni '50) sinonimo fino a qualche stagione fa di zitellaggio, di passetti dimessi e indecisi, molto poco arrapanti, almeno nella visione maschiocentrica che è quella secondo cui quanti più centimetri ci sono sotto i piedi, tanto maggiore è la seduttività della signora. Adesso che si rintracciano parole perdute come grazia, discrezione, misura, sobrietà, e la moda, complice l'infatuazione guidata dalla tv e dalle sue "mad women", disegna donne con tinte meno brutali, le "stilettate" si ritrovano improvvisamente addosso un'aria un po' stantia da pantere di cinepanettone, tutt'uno con l'armamentario animalier, le griffe espanse ed esibite quanto le scollature.


E poi diciamolo: è un luogo comune che il tacco cinque si porta solo con calze color brodo e kilt d'annata. Al contrario, zeppe e tacchi a due cifre spesso accentuano il disequilibrio delle alte e la zampettosità delle bassine, in genere l'andatura zoccolante. Non sarà un caso che una giovane imprenditrice, una donna si suppone normalmente indaffarata, abbia tagliato in due i tacchi di famiglia, mettendo d'accordo tre "p", proporzioni, preziosità e personalità. Manolo e Louboutin si adeguano al ribasso, un po' in affanno. Come chi rincorre sui tacchi.
@boria_a

O Jour di Giorgia Caovilla

lunedì 2 aprile 2012

IL PERSONAGGIO

 I consigli di Pedro Rodriguez editi da Add
«Essere elegante non è facile. L'eleganza richiede uno spirito attento, una conoscenza raffinata delle sfumature e persino un certo intuito divinatorio per anticipare il destino di ogni novità che si fa largo, una personalità ferma e attiva che nell'adottare la moda non diventi mai volgare e gregaria». Chi l'ha detto, Giorgio Armani? No. «I cosiddetti accessori possono, da soli, rovinare, ma non costruire l'insieme. Condiscono il piatto, ma non lo sostituiscono». Una frase di Frida Giannini? Neanche. «Diffidiamo dei bottoni che non abbottonano alcunchè, dei nastri che non legano. Eleganza, tra le altre cose, significa giocare pulito». Massima di Jil Sander? Macchè.
Eppure, se non fosse per la forma un filino pomposa che aiuta a circostanziare un'epoca, le tre citazioni potrebbero essere di uno stilista o designer contemporaneo e la più smaliziata delle fashioniste non esiterebbe a sottoscriverle. L'autore di queste riflessioni, invece, è uno stilista misconosciuto ai più, Pedro Rodríguez, uno dei padri della couture spagnola, nato povero a Valencia nel 1895 e morto nel 1990, nel pieno della stagione della moda esagerata, accessoriata e sgargiante.
Cominciò a cucire a dieci anni, rispondendo all'annuncio pubblicato su un giornale dalla sartoria Trullás di Barcellona, che cercava un apprendista. Quarant'anni dopo dal suo atelier uscivano creazioni destinate ad Ava Gardner, Audrey Hepburn e Kim Novak. In mezzo, una vita consacrata al sogno di rendere le donne belle, e un grande amore per il suo paese, che non volle abbandonare definitivamente nemmeno nei momenti più bui, rinunciando alle offerte e alla ribalta di Parigi, Londra a New York. Balenciaga gli era amico, in parte rivale, e lo ammirava, ma non capì questa scelta, che privò la sua moda di una platea internazionale.
Oltre a splendide creazioni ricamate, a tailleur scolpiti e ad abiti drappeggiati, Pedro Rodriguez ha lasciato di più. Pensieri, annotazioni, considerazioni sul vestire e il suo galateo di straordinaria modernità. Li aveva raccolti in un volumetto intitolato "Para comprender la Moda", pubblicato nel 1945, in piena dittatura franchista, e mai arrivato in Italia, di cui anche in Spagna sono conservate poche copie in biblioteche e archivi di storia del costume. Oggi questi suggerimenti di eleganza sono stati riscoperti, anzi "scoperti", da Add editore che li ripropone con lo stesso titolo (pagg. 91, 12 euro) in un libriccino-chicca, non solo da appassionati. Riflessioni e appunti che si leggono con autentico stupore, per la forma, la discrezione, la pennellata psicologica, l'intuito, il tratto, così diversi dagli urlati manuali di buon gusto, dagli istant book su come imparare a vestirsi che fanno il paio con i programmi dove i tele-esperti demoliscono e ricostruiscono un guardaroba nel giro di pochi minuti. Perchè il couturier spagnolo non dà lezioni, ma osserva e analizza, talvolta con un'ironia sottile come uno dei suoi ricami.
 Un modello firmato Rodriguez (@Museo del Traje Madrid)
La moda - scrive - è la più piacevole e insieme la meno evitabile delle tirannie. Per Pedro, bambino, era stata autentica folgorazione: una sposa che entrava in chiesa al braccio del padre gli aveva svelato il destino. Acquisita manualità e tecnica in vari laboratori, riuscì a entrare a La Rabasseda, una delle più importanti sartorie di Barcellona, dove cominciò a capire le proporzioni del corpo femminile ma soprattutto la psicologia che guida le donne nella scelta di un vestito. Nel 1919, quando sposò Ana Marià, sarta affermata, aprì il primo atelier col suo nome, dieci anni dopo l'Esposizione universale di Barcellona consacrava il successo dei suoi modelli art decò.
Non è difficile immaginare questo gentiluomo d'altri tempi mentre nell'atelier di passeig de Gracìa, una delle vie delle shopping elegante della città, mette nero su bianco un pensiero sul senso della moda, che pur mutevole e capricciosa, «realizza il miracolo di far sembrare un'unica persona diversa ogni stagione, conferendole un fascino che varia in modo incessante, ma che proprio per tale ragione risulta duraturo, interminabile». Perchè mai, altrimenti, le donne la seguirebbero «con tanta costanza e ardimento»? Perchè, registra con lungimiranza, senza lo strazio della chirurgia o la tirannia delle diete, «la moda insegna l'arte di giocare a nascondino con il proprio corpo, evitando che la persona, a furia di essere immutabile, finisca per risultare insipida o priva di interesse».
Nella crisi economica del dopoguerra e negli anni del franchismo, non fu facile per Rodríguez tenere in vita lavoro e passione. Lui non aveva dubbi: «La moda è una regina che non abdica» e i suoi "sudditi" non la abbandonano.
La sartoria di Barcellona gli era stata confiscata dai repubblicani per trasformarla in un laboratorio di biancheria intima maschile, ma lo stilista, dopo un breve esilio in Italia e in Francia, ne aveva avviata un'altra a San Sebastián, dove era rientrato con moglie e quattro figli. Quando poi Franco penetrò in Catalogna, ritornò in possesso del suo atelier e negli stessi anni aprì a Madrid, radicando la griffe nei tre centri più importanti per la couture spagnola.
Il periodo d'oro fu negli anni '50 quando le creazioni firmate Rodríguez varcarono i confini della Spagna per sfilare sulle passerelle di tutto il mondo, incantando le attrici di Hollywood. Alle dive suggeriva che l'eleganza è difficile e preziosa insieme. Difficile, «perchè bisogna guardarsi e subito giudicarsi». Preziosa, perchè richiede personalità. E quella vera «non è solo questione di guardaroba: ha a che fare con l'anima».
Sfogliando le sue pagine, s'intuisce chi è la signora che ama vestire: negli "anta" («... l'eleganza non è attributo della giovinezza, bensì conquista della maturità»), sicura delle sue scelte (non come le "inglesi frivole", che vanno in sartoria a gruppi, trasformando in una piacevole gita quello che dovrebbe essere uno "studio serio"...), che si conosce a fondo e sa valorizzarsi, nei suoi pregi e difetti, che "procede per eliminazioni".
Nel libro la chiama Claude. Determinata come uno stratega, non farà mai come la spagnola cicciona e corta di gambe che, impugnando un abito a tubo, costringe la vendeuse alla squisita circonlocuzione: «Non compri quel vestito signora, le invecchia la schiena!». Claude «...è la cliente, tra mille, che non si illude di poter acquistare la taglia dell'indossatrice. E del resto non saprebbe che farsene: quelle ragazze troppo alte, con gambe lunghe come trampolieri, coi loro gesti meccanici stanno alla sua grazia come l'insegna di un negozio sta al prodotto in vendita, come un fiore di stoppa sta al fiore vero...». D'antan e consolatorio.
@boria_a

Pedro Rodriguez nel suo atelier (foto Murua)

giovedì 29 marzo 2012

IL LIBRO
Babe confida i suoi "white girl problems"

Se non avete simpatizzato almeno per cinque secondi con la povera Tamara Ecclestone, cacciata da Sanremo ancora prima di approdarci perchè non le andava di trattenersi in riviera altri dieci giorni per sudare il suo cachet. Se Paris Hilton non vi suscita almeno un filo di comprensione quando tenta di piazzare da qualche parte il suo secondo singolo, "Drunk text", che già nel titolo fa "outing" sul suo smarrimento esistenziale. Se, infine, non partecipate emotivamente alla saga di Kim Kardashian, o delle tante signorine Ivanka, Peaches, Nicole, i cui cognomi raccontano tutto lo stress di essere all'altezza di imperi, catene e papà di successo, allora "White girl problems" non fa per voi.

Perchè, ci hanno raccontato nei dettagli le sei stagioni di "Sex & The City" e le altrettante di "The Hills", e prima di loro un'interminabile telenovela messicana degli anni Settanta, anche i ricchi e famosi, quando non piangono, hanno i loro grandi dispiaceri. Per esempio finire in rehab, non per abuso di droga o alcol, come una qualsiasi casalinga annoiata, ma per aver speso in un solo pomeriggio da Barneys, in un momento di poca lucidità mentale, quasi duecentocinquantamila dollari.


 
Paris Hilton con il suo Prince
 



È capitato a Babe Walker, che firma questo esilarante diario, surreale, impietoso, perfido, politicamente scorrettissimo sulla fatica quotidiana di essere ricche, apatiche, viziate e agiatamente perfette, senza un pizzico di rimorso. Ma Babe Walker non esiste davvero, o meglio, commenta Susan Sarandon sulla copertina, ne esistono tante, «sono tutte intorno a noi».

Il libro (Hyperion, pagg. 272, dollari 13,99) è nato da un account twitter creato nel marzo 2010 da tre amici, Lara Schoenhals, 27 anni, ex assistente di produzione di Oklahoma City, Tanner Cohen, 25 anni di Brooklyn, e suo fratello David Oliver Cohen, 31 anni, entrambi attori. Tanner ha "twittato" una frase provocatoria e capricciosa con l'hashtag #whitegirlproblems, ispirandosi al diffusissimo in rete "first world problems", che dileggia i fatui, inconsistenti, pretestuosi dilemmi e drammi dei giovani bianchi che non hanno mai affrontato una carestia o un default, almeno fino adesso.



 
Tamara Ecclestone
L' idea ha avuto successo. Molti, nello sterminato e inquieto popolo della rete ci hanno riso sopra o probabilmente ci si sono riconosciuti, e così Tanner ha deciso di aprire un account Twitter insieme agli amici. Chi poteva essere Babe? Una donna matura, una studentessa, una ragazzina? Dopo una serie di test di gradimento, le hanno dato l'identità di una post-universitaria (ne ha passate cinque, prima di decidere che tarpavano la sua creatività), figlia di un facoltoso legale del mondo dello spettacolo, custode ortodossa degli insegnamenti della nonna: il primo lifting a quarantadue anni, dopo è troppo tardi. Mai andare a letto con il trucco, a meno che tu non pensi di morire nel sonno. E soprattutto: dottori, avvocati e principi vanno e vengono, i soldi del petrolio durano per sempre.


Uno dei deliranti tweet di Babe è stato rilanciato dall'attrice Emma Roberts, nipote di Julia, prototipo della "white girl" che ha cominciato a sgambettare sui set a nove anni, e l'account oggi conta oltre 600 mila follower. "Sgradevole, condiscendente e frivola, @whitegirlproblem è l'epitome dell'urban socialite che ami odiare", ha scritto Megan Gibson su Time, piazzando Babe tra i 140 Best Twitter Feeds. Dalla rete al libro, finito tra i best seller della New York Times Book Review, e poi al blog www.babewalker.com, dove si può interrogare la povera ragazza ricca su deliziose inutilità come, avendo la disgrazia di una bocca alla Kirsten Dunst, si possa ottenere un'iniezione decente per trasformarla in un mix di Sienna Miller, Ashley Olsen e Barbara Pavlin (modella ungherese, per le non "white girls") senza sembrare elephant man.

Emma Roberts, nipote di Julia (Instagram)
 

Consolatorio? Se non aspira a tanto, il diario di Babe, per quanto sadica fiction, ha lo stesso potere delle saghe dorate dei belli e famosi che spopolano sui canali a pagamento, di reality come "The world according to Paris", ovvero il mondo secondo la signorina Hilton, dei serial girati negli ambulatori dei chirurghi estetici hollywoodiani, dove diciottenni isteriche confessano l'impellenza di una plastica vaginale: finalmente una bianca ragazza ricca che non sente il bisogno di correre a salvare il pianeta o di comprarsi metà Africa per adottare un bambino. Ma fa, semplicemente, quello che ci si aspetta da lei: capricci e sperpero. Divertendosi e divertendoci, il che, in tempi così bui, non guasta

 Alla faccia - citando il blog (finto anch'esso, ma molto realistico) della perfetta "white girl" del futuro, Suri Cruise - di tutto il pacifismo di facciata e l'understatement delle miliardarie penitenti come Angioline Jolie.

Meglio l'odiosa Babe che, nonostante le ultime volontà di nonna («non lavorare mai per vivere. Sei troppo intelligente per farlo...») un impiego alla fine lo prova, da vice segretaria nello studio del comprensivo e democratico papà. Come poteva finire? Come per Tamara Ecclestone: troppo faticoso dover spostare l'appuntamento a pranzo con la propria personal shopper.
@boria_a

La copertina del libro Hyperion

martedì 20 marzo 2012

MODA & MODI

Che cosa c'è sotto la cappa

Dai red carpet alla strada, il suo ritorno è nell'aria da tempo. Perfetta per transitare dal freddo dell'inverno alla primavera ancora indecisa, la mantella è il capo ritrovato della mezza stagione che non esiste più. Niente a che fare con frange, tessuti plaid e la dimessa aria Inti Illimani dei ponchi che hanno circolato fino a qualche mese fa, in pieno saccheggio anni Sessanta, la cappa di tendenza ha colori più adatti ai primi tepori , differenti fogge per giocarla tra le occasioni e una piacevole versatilità.

Tra Cappuccetto rosso e la regina di Biancaneve, c'è tutta una gamma di tagli e lunghezze che ne fanno la più originale sostituta dello scontatissimo trench o del giubbotto di pelle, abbinata a gonne, pantaloni, legging, anche ai leziosi abiti fiorati che cominciano coraggiosamente a spuntare.


Sul tappeto degli Oscar, Gwyneth Paltrow ne ha indossata una versione di Tom Ford, bianco abbacinante, da sera, un tutt'uno col vestito in tinta che sottolinea la statuarietà dell'outfit a e rende superfluo qualsiasi accessorio. Madonna ama avvolgersi in un mantello nero e perfido, lungo fino ai piedi, molto simile a quello rosso fiamma che appartenne a Maria Callas, esposto nella mostra di Palazzo Fortuny dedicata a Diana Vreeland.


Chi ama il vintage può trovare deliziosi abiti anni Sessanta con "ali" incorporare (avvistati da Boogaloo a Trieste), perfetti per interrompere il nudo delle braccia quel tanto che basta per sembrare comunque discrete.
La mantella ama soprattutto il giorno. Se corta e colorata, è necessariamente solo decorativa: magari non ripara, ma non insalsiccia e permette di nasconderci sotto anche il pullover o la giacca. Ines de la Fressange ne offre un'interpretazione magistrale: minuscola e nera, da abbinare al tailleur pantalone quando si hanno gambe da fenicottero.


È trendy ma non per tutte. L'effetto bambina saltellante nel bosco è dietro l'angolo, soprattutto se si hanno polpacci potenti e la temerarietà di indossarla sui tronchetti che tagliano vieppiù la gamba. Meglio la versione al ginocchio, che regala rotondità di linee al posto delle spigolosità di un banale impermeabilino strizzato in vita dalla cintura. O lunghissima: fa un po' "compagni di Baal" (per chi se li ricorda, tv vintage), ma anche tanta scena.
@boria_a

Gwyneth Paltrow in Tom Ford

giovedì 8 marzo 2012

LA MOSTRA
Diana Vreeland, che sublime eleganza quel cattivo gusto

Diana Vreeland
Diceva, «la moda è una cosa che passa», eppure ha cambiato il modo di guardarla e rappresentarla. Diceva anche: «credo profondamente nella volgarità. Tutte abbiamo bisogno di un tocco di cattivo gusto», ed è considerata una delle icone dello stile del ventesimo secolo. Inventò l'«allure», come si intitola il suo libro uscito nel 1980, una presenza, un modo di camminare e di proporsi agli altri, che non aveva niente a che fare col buon gusto. Di lei, invece, diceva Pierre Bergé, il compagno di Yves Saint Laurent: «Era di quella rara razza di donne che prendono il destino per la gola e lo obbligano ad arrendersi».
Provocatoria, eccessiva, magrissima, sontuosamente brutta, Diana Vreeland, col suo naso da tucano e i capelli ebano, è stata una delle grandi, controverse, protagoniste della moda del '900. Per cinquant'anni, prima dalle rubriche di Harper's Bazaar poi dal suo studio laccato di rosso alla direzione di Vogue America, poi ancora dal Costume Institute del Metropolitan Museum di New York, ha insegnato al mondo cos'è l'eleganza, ovvero «niente a che vedere con l'essere ben vestiti». Oggi le rende omaggio la Fondazione Musei Civici di Venezia, con una mostra, "Diana Vreeland after Diana Vreeland" a Palazzo Fortuny, dal 10 marzo al 25 giugno, curata da Judith Clark e Maria Luisa Frisa e commissionata da Lisa Immordino Vreeland, nipote acquisita e autrice del docu-film "Diana Vreeland: the eye has to travel», presentato alla scorsa Mostra del cinema e diventato anche un libro.
Era nata Diana Daziel a Parigi nel 1903, figlia di una ricca newyorkese e di un inglese spiantato. Liceo interrotto per scarso rendimento, aveva studiato balletto con il grande coreografo Michel Fokine e a ventun anni era convolata a nozze con il fulgido e inconsistente banchiere americano Reed Vreeland, da cui ebbe due figli e che amò fino alla fine, nonostante le corna incassate senza batter ciglio. Quando il marito morì, nel '66, andò in una casa di alta moda a Parigi e ordinò un vestito rosso, il suo colore preferito, che non mancava mai di indossare.
La coppia passò gli anni della giovinezza a Londra, dilapidando l'eredità di lei nel bel mondo intorno al duca di Windsor. Quando i soldi finirono, Diana aprì un negozio di lingerie, dove, così vuole la leggenda, Wallis Simpson scelse la camicia da notte con cui sedusse Edoardo VIII. Allo scoppio della guerra, Reed s'imbarcò per l'America e Diana lo seguì pochi giorni dopo. Nel '39 approdò ad Harper's Bazaar, con il celebre art director Alexey Brodovitch, e vi rimase per oltre vent'anni. La sua rubrica "Why don't you?", che tenne fino agli anni '60, era un concentrato di iperboli e pazzie, casualità e divertimento. Diana le chiamava le sue "absurdities", perchè sembravano consigli all'insegna del nonsense, come trasformare un vecchio cappotto in un accappatoio, legarsi del tulle ai polsi al posto dei braccialetti e dipingere un mappamando sulle pareti della stanza di un bambino, per preservarlo dalla mentalità "provinciale". L'idea, in realtà, era geniale, ironica e sottile: in piena depressione, dare alle donne americane medie un rassicurante senso di continuità. Più tardi, insegnare loro a non aver paura della trasgressione, della fantasia. La moda come strumento di emancipazione.
Quando entrò ad Harper's Bazaar, per sua stessa ammissione, Diana non aveva mai lavorato, non aveva mai visto un ufficio e non si era mai alzata prima di mezzogiorno. Due decenni dopo, nel '63, andava a dirigere la concorrente "Vogue", dove rimase fino al '71, quando fu licenziata in tronco perchè la rivista più patinata del mondo non aveva più bisogno di visionarietà e sperimentazioni, ma di una guida che lusingasse inserzionisti e industria.
Negli anni di "Vogue", Diana Vreeland costruì la leggenda della propria stravaganza, dietro cui c'erano tenacia, talento, fiuto per il nuovo. Diceva alle sue girls, come chiamava le redattrici, e alla first lady Jackie Kennedy, che consigliava nelle scelte: «Devi avere stile. Lo stile ti aiuta a scendere le scale. A svegliarti la mattina. È un modo di vivere. Senza stile non sei nessuno. E non ha niente a che fare con l'avere tanti vestiti».
Diana Vreeland con Yves Saint Laurent
Scoprì e lanciò modelle dai corpi scheletrici e lo sguardo magnetico come Twiggy, Jane Shrimpton, Veruschka, Marisa Berenson che divennero il volto e il corpo degli anni Sessanta, aprendo la rivista alle novità dello street-style. Mandò in soffitta, in un numero del '67, l'eleganza di Gloria Guinness, l'ereditiera della birra, giudicata in quella stagione la donna meglio vestita del mondo, e incoronò Barbra Streisand, l'ultima delle dieci più malvestite, che con le sue sciarpone e i suoi berretti era l'idea della libertà. Le signore mollavano visoni e perle e riempivano gli armadi di pellicce sintetiche e stivali di vernice lucida. Lei stessa coniò il termine per definire questa stagione, "youthquake", il terremoto della rivoluzione giovanile, incarnato da un'altra sua scoperta, l'efebica e infelice modella Edie Sedgwick, la musa di Andy Warhol, anche lui reclutato tra i collaboratori della rivista.
Grazia a Diana Vreeland, la moda usciva dagli studi fotografici e si stagliava su fondali esotici e drammatici, da Israele alla Libia, dall'Anatolia all'Arizona, nei servizi emozionanti di una nuova generazione di fotografi, Richard Avedon, David Bailey, Patrick Lichtfield, che spesso la detestavano ma erano soggiogati dalla sua personalità. Non solo immagini, i loro scatti diventavano manifesti di una nuova estetica e lei la prima fashion editor a trasformare la rivista in una palestra di avanguardie.

Diana Vreeland con una modella per un servizio su "Bazaar", 1941
A 66 anni, licenziata su due piedi da "Vogue", venne chiamata dal Metropolitan Museum come consulente all'Istituto del Costume. Sensazionali le sue mostre, dodici in tutto, tra cui l'omaggio a Balenciaga, a Yves Saint Laurent, a Hollywood, alla "Gloria dei costumi russi". Come racconta nell'autobiografia "D.V.", scritta nell'84, cinque anni prima di morire, da adolescente, nel salotto parigino dei genitori, aveva conosciuto Diaghilev e Nijinsky. «Quando ho scoperto la danza - diceva - ho imparato a sognare».
Nel 1993 il Metropolitan le rese omaggio con una mostra magnifica, firmata da Richard Martin e Harold Koda, il cui catalogo è un pezzo da museo: s'intitolava "Immoderate style".
@boria_a

domenica 26 febbraio 2012

MODA & MODI

Kinabuti: in Nigeria, nel ghetto, è nata una maison


Un modello Kinabuti

Verdi, rossi, gialli tropicali. L'ocra, il senape, gli arancioni della terra, l'azzurro pavone del cielo. Abiti, giacchine, pantaloni, soprabiti dal taglio occidentale su stoffe africane, con colori e motivi che paiono esplodere sul corpo. La "maison" si chiama Kinabuti e non è una semplice, piccola casa che produce moda etnica. Perchè lo fa in Nigeria, uno dei giganti del continente nero, gonfio di petrolio e di corruzione. E soprattutto perchè a fondarla sono state due giovani donne spilimberghesi, amiche fin dall'infanzia, Caterina Bortolussi, 33 anni, stilista, e Francesca Rosset, 31 anni, esperta di marketing, che a Lagos, dove vivono da alcuni anni, hanno dato vita a un'esperienza imprenditoriale e sociale: disegnano e producono vestiti per "celeb", e li fanno indossare in passerella da ragazze dei quartieri degradati di Port Harcourt, la capitale del Delta del Niger, alle quali hanno insegnato il mestiere di modelle. Il progetto l'hanno intitolato "In our ghetto", una sorta di scouting nelle comunità di Bundu, Marine Base, Okrika e Agri Estate, dove la miseria è estrema, il caldo asfissiante e gli occidentali sono considerati prede da sequestro. Da qui, grazie a Kinabuti, sono uscite le ventun ragazze che oggi, a un anno e mezzo dall'inizio dell'esperienza, sono le top model della Nigeria, sfilano per importanti designer, partecipano a pubblicità e servizi fotografici a livello internazionale, e lavorano come hostess e promoter di vari marchi.
"Kinabuti girls" con la designer Caterina Bortolussi
Sembra una favola moderna. A cominciare dalla scelta di questo strano "Kinabuti", che è come Caterina Bortolussi pronunciava il suo nome quando era bambina. Laureata in Economia all'Università di Udine, prima di diventare stilista lavorava a Londra per la banca di investimento Barclays Capital, ma la sua vita le stava stretta. Amava le tinte accese, la creatività, lo stile funky che non passava inosservato nei ventiquattro piani della società.
Quando, sei anni fa, è arrivata per caso in Nigeria come consulente di un'agenzia di comunicazione, ha deciso di rimanerci e proprio lì, dove iniziare non è facile per nessuno, tantomeno se sei giovane, donna e bianca, di realizzare il suo sogno: disegnare abiti. Di più: disegnarli, aiutando gli altri. «Mi resi conto subito - racconta - della vitalità e creatività di questo paese e di quanto poteva offrirmi. I colori, la felicità della gente, la fede in Dio e nell'uomo, il vivere il presente: l'Africa è un continente speciale e la Nigeria è decisamente il paese più interessante e intenso. Ho capito che qui potevo, e dovevo, realizzare il mio sogno».
Nel 2010, insieme a Francesca Rosset - un'esperienza alle spalle come direttore clienti alla McCann Erikson nelle sedi di Barcellona, Milano e Sao Paulo, anche lei approdata in Nigeria come dipendente di un'altra società - apre un piccolo laboratorio, che all'inizio è una stanza della casa in cui abitano. Due sarti e un primo giro di clienti che sono amiche e amiche delle amiche. «Quando abbiamo cominciato - prosegue Caterina - non sapevamo nulla di moda, non avevamo mai visto un atelier e mai preso in mano una macchina da cucire. Qui non è facile trovare i fondi per finanziarsi e far crescere l'impresa, i costi di start-up sono altissimi. Ma il nostro sogno era più grande di qualsiasi dubbio, abbiamo entrambe lasciato tutto per seguirlo. E, pur tra tante difficoltà, siamo riuscite, con i nostri vestiti e i nostri progetti sociali, a conquistare il cuore della gente in Nigeria e nel mondo. La svolta la stiamo costruendo giorno per giorno, con molta pazienza e amore».
"Kinabuti" firma abiti dallo stile italiano tagliati su stoffe africane come l'ankara, tipico tessuto nigeriano. Collezioni donna e uomo, per una clientela che non ha problemi di soldi. «Abbiamo un discreto giro di clienti e amici - spiegano Caterina e Francesca - nigeriani, libanesi, indiani, italiani, spagnoli. Kinabuti, ci dicono, non è solo una marca ma un modo di vivere». Che piace ad autentiche star, tra cui Genevieve Nnaji, la più grande attrice africana, la collega nigeriana Rita Dominic, i cantanti Darey Art Alade e Nneka, voce di Lenny Kravitz e Damien Marley, il rapper Pras dei Fugees. Tra poco, sperano, un outfit "Kinabuti" vestirà la celebre anchorwoman Oprah Winfrey, una delle opinion leader più influenti d'America.
Con il business, cresce l'impegno. La filosofia del marchio è quella di entrare in contatto con le comunità locali e offrire opportunità e formazione a chi ne ha più bisogno. Le "Kinabuti girls" hanno imparato a truccarsi, a pettinarsi, a sfilare e posare, hanno ottenuto un lavoro che, per un singolo evento, può fruttare tra gli 80 e i 200 euro a testa, in un paese dove il settantacinque per cento della popolazione vive con un euro e mezzo al giorno. Bertha, vent'anni, oggi è una modella a tempo pieno, lavora a Lagos e con i soldi guadagnati mantiene il figlio di 5 anni e la famiglia. Con Benita ed Ebi, ha posato per Vogue Italia e per diverse copertine di magazine nigeriani, oltre a partecipare al primo spot che Martini ha girato in Africa. Tombo e Queen lavorano per Kinabuti come "designer assistants" e hanno ottenuto una borsa di studio per l'Università di Lagos. Le loro storie sono diventate un docu-film presentato all'ultima mostra di Venezia, "In our ghetto", firmato dal regista svedese Marcus Werner Hed, che ha seguito le ragazze per tre settimane mentre si preparano a una sfilata.
Ieri, alla Lagos Fashionweek, Caterina e Francesca hanno mandato in passerella la loro terza collezione. Si chiama "Kinabuti Vlisco Jez collection" ed è ispirata alla campagna, ai paesaggi rustici, agli arcobaleni, alla natura. «Siamo cresciute in un paese circondato da campi. I miei nonni - ricorda Caterina - lavoravano la terra, mio padre commerciava bestiame. Con questi abiti intendiamo celebrare dove il sogno è cominciato, le nostre famiglie e i valori che ci hanno trasmesso». Tra questi, il rispetto per se stessi e per il proprio ambiente. Ecco perchè "Kinabuti" ha avviato un'attività ecologica di pulizia dei ghetti, insieme alle autorità del territorio. Si è aperto così un dialogo con il governo locale e ora anche nelle comunità emarginate e pericolose del Waterfront, dove la tensione sociale è altissima, passa il camion della raccolta rifiuti.
Progetti? In dicembre l'apertura del negozio di Abuja e un percorso di formazione al cucito per donne e uomini del Niger Delta, che così saranno inseriti nelle linee produttive del brand. «Vogliamo rimanere qui - dicono Caterina e Francesca - perchè pensiamo di essere al posto giusto nel momento giusto. L'Africa è il futuro e il World Economic Forum ha identificato la moda come uno dei settori che può guidare lo sviluppo del continente. Non appena riusciremo ad aumentare la produzione, puntiamo a esportare in Europa, America e Sudafrica. Siamo italiane ma viviamo in Nigeria e quello che ne esce è davvero unico. E poi ci piacerebbe vestire Gwen Stefani, Jennifer Lopez e Madonna».

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Caterina Bortolussi con una delle sue modelle