martedì 18 settembre 2012

MODA & MODI

Pancia scoperta nel tailleur del potere

Che cosa mai si poteva inventare per scardinare il "power dress", l'abito del potere femminile? Per mettere mano al tailleur, simbolo intramontabile dell'uniforme da ufficio, dell'autorevolezza e dell'efficienza, territorio interdetto alla fantasia, agli sghiribizzi dei creativi? Marc Jacobs, sulla passerella newyorkese di qualche giorno fa, dov'è sfilata la collezione per la prossima primavera, ha preso in mano le forbici e ce l'ha dimostrato: zac!, via un pezzo di gonna e imprevedibilmente la vita scende, lasciando esposte, in tutta la loro puntuta evidenza, le ossa dei fianchi. La silhouette si allunga un po' alla Olivia di Braccio di ferro, come davanti agli specchi "simpatici" dei parchi divertimento, dov'è difficile capire dov'è finito il proprio ombelico.
L'effetto sorpresa è assicurato. Immaginate di sfilarvi lo spolverino - perché se ditailleur parliamo, siamo nell'aria fresca e umidiccia di marzo o aprile - e accomodarvi al vostro tavolo con una generosa porzione di ventre in bella vista, quella regione a rischio, oggetto di bombardamenti specifici nelle palestre, che si vorrebbe tesa, levigata, uniforme, priva di crateri e avvallamenti.
«Per la prima volta da Marc Jacobs uno stilista ha premuto sul pulsante del sesso in modo convincente», ha sentenziato l'autorevole Cathy Horyn del New York Times, evidentemente convinta che far ammirare le pelvi da sotto peraltro deliziosi completini color caffelatte o bianchi e blu, sia il modo migliore per dare uno scossone al più convenzionale dei capi, sempre bistrattato (pensiamo a quelli di Melanie Griffith in "Una donna in carriera") come involucro dell'arrivismo al femminile.
Per indossarlo, però, questo nuovo tailleur "perverso", è impossibile permettersi anche un solo filo di rilassatezza, non con i sottoposti, ma coi propri addominali. Si richiede la "V line", quelle due rette perfette, quel compasso rovesciato dall'ombelico al pube che sono prerogativa naturale di bellissime come Gisele Bündchen e Cameron Diaz, e che oggi fanno tendenza nelle palestre. E anche il lato B, vuole la sua parte, non tanto con natiche rotonde, quanto con una zona lombare tonica e pronta a respingere pugnalate alle spalle, non dei colleghi ma degli spifferi.
Sotto, dunque, con palle, tappeti, spalliere, in ogni minuto libero della giornata. L'ha detto lo stesso Jacobs, sintetizzando il suo show: molto brutale, molto diretto, niente romanticismo o emozioni, solo potere, forza e semplicità. Bontà sua, le spalle imbottite ce le ha risparmiate.
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Uno dei tailleur di Marc Jacobs per la primavera-estate 2013

lunedì 10 settembre 2012

IL LIBRO

E il Vate, precoce stilista, ordina a Lalla: "Devi vestirti sempre di nero"


 Giselda Zucconi, diciassettenne, nel 1881

Disinibite, raffinate, inguantate in calze di seta finissima e con la collana ombelicale, eteree apparizioni in una nuvola di Chanel n.5. Le sue "belle di notte", le ospiti del Vittoriale, Gabriele d'Annunzio le voleva così, nella divisa d'ordinanza del piacere. Non si limitava a guardarle e a goderne, come più modesti epigoni dei giorni nostri, permettendo che venissero ammesse nelle sue stanze in straccetti qualsiasi, purchè sbarluccicanti. Per loro, il Vate diventava stilista, griffando con "Gabriel Nuntius Vestiarius fecit" audaci e modernissime "vesti magiche", abiti da sera e deshabillés, trasparenti, percorse da rushes e fili metallici, nere o nei colori pastello.


Sulle donne, e come gli piacevano abbigliate, d'Annunzio aveva le idee chiare fin da giovanissimo. Una fantasia ancora lontana dalle future iperboli, ma già sicura nella grammatica dei colori e nello stile. Lo sperimentò, per prima, la fidanzatina del Vate adolescente, Lalla, al secolo Giselda Zucconi, "strana bimba dagli occhioni erranti come il mare". Sarebbe diventata la nonna del vecchio leone della Lista per Trieste Gianfranco Gambassini, che la ricorda, insieme alla sua precoce e impegnativa love story, in "D'Annunzio avrebbe potuto essere mio nonno" (Archeografo triestino, 1998).
Lalla, ispiratrice del "Canto Novo", è la grande passione del poeta diciottenne. Il padre di lei, Tito, insegnante al liceo Cicognini di Prato, invita a casa il suo allievo più brillante. È il 15 aprile 1881: una passeggiata pomeridiana lungo il Mugnone fa da cornice al colpo di fulmine.


Pelle di crema, capelli folti, diciassettenne già profondamente "dannunziana". «Mia bella bambina pallida e sofferente» le scrive Gabriele in una delle quattrocento lettere che i due ragazzi si scambiano, fino al 31 gennaio 1882, quando il carteggio si chiude e lui sarà risucchiato da braccia ben più esperte. Lalla gli piace evanescente, ma sull'abbigliamento non ammette colpi di testa e di colore: deve portare il nero. E in un'altra lettera le suggerisce, con tono imperioso: «Tu vuoi sapere come m'è parso il ritratto... Mi sarebbe piaciuto che tu non ti fossi messo quel ricciolo bianco intorno al collo. Io, vedrai, quando sarai mia, ti farà ammattire; penso già come dovrai andar vestita, ti piaccia o non ti piaccia. Detesto, detesto, detesto, il chiaro in una donna, e in una donna poi come te. Se tu sapessi com'è divino il tuo pallore su'l fondo cupo! Vedrai insomma: ti farò io il figurino, un figurino co' fiocchi, e ti garantisco che dopo un mese molte signore ti imiteranno».


Lalla cede, davanti a quel giovanottino, all'epoca neanche tanto curato - quando peregrinava per le redazioni indossava sempre una giacchetta scura, a volte senza nemmeno la cravatta, ricorda il giornalista Edoardo Scarfoglio - ma con un modello femminile ben disegnato in testa. Pochi giorni dopo sarà lui stesso a intervenire nel guardaroba dell'amata e la ringrazierà, in una lettera del 23 maggio, "per il pensiero gentile che hai avuto nel dirmi che scelga io la stoffa del tuo vestito". Un mese più tardi le scrive ancora, facendole notare gli svarioni cromatici delle altre, annotati durante una passeggiata a Prato, che le fanno assomigliare a uccelli mimetici: «Le donne pratesi nel loro vestire preferiscono generalmente le tinte gialle cromes e le verdi sgargianti. Sono antipaticissime. Figurati una Signora coperta di giallo e di verde come un rigogolo! Oibò!!!«


Del Vate arbiter elegantiarum, cronista mondano e couturier racconta Paola Sorge nella monografia "Gabriele d'Annunzio padre dello stile italiano" (Silvana Editoriale, pagg. 117, euro 22,00), primo volumetto di una serie dedicata al poeta e al Vittoriale, che raccoglie gli atti del convegno svoltosi l'8 luglio 2011 in occasione della mostra, con lo stesso titolo, allestita all'Aurum di Pescara. 



Gabriele d'Annunzio sulla copertina del primo volume de "L'Officina del Vittoriale"
 

Quarant'anni dopo le prime missive, una lettera all'amante Ines Pradella, modella del pittore Cadorin, scritta nel febbraio 1930, sembra il "remake" di quelle indirizzate a Lalla, e ci restituisce la stessa indomita volontà di plagiare esteticamente le sue favorite: «Ti prego di mettere il vestito grigio e non quello dell'altra sera che è orribile e che non voglio più vedere. Non comprare vestiti: ti darò io quelli che ti si addicono, quelli che mettono in rilievo la tua bella persona».

E sui regali d'Annunzio non lesina (e spesso non paga, "ardens avaritia"). Vestiti, pellicce, i gioielli di Buccellati (che ribattezza "Mastro Paragon Coppella"), scialli, calze, borse e le scarpe pregiatissime di Adolfo Quinté di Milano, cui affida i "piedini meritevoli di essere ben calzati" di Ester Pizzutti, una delle belle provincialotte che voleva trasformare in donne sofisticate.


In quegli stessi anni, Biki - al secolo Elvira Leonardi Bouyeure - inizia la sua carriera di stilista con una ditta di biancheria intima di lusso, in via del Senato 8 a Milano, una vera novità per l'Italia. Il Vate - che lei ha conosciuto da bambina nella villa di Viareggio del nonno, Giacomo Puccini - la chiama "domina", signora, ma anche "dominatrice" dei gusti delle signore, e le chiede elaborate camicie da notte nei colori delle pietre dure che provvede a inviarle. Grazie al poeta, o meglio, al brillante giornalista mondano che esalta le toilette femminili, all'uomo di mondo conteso dai salotti, Biki entra nel mondo dell'alta moda e veste aristocratiche come Edda Ciano e le dive dell'epoca Alida Valli, Isa Miranda e Doris Durante.


Ma lui non si limita a descrivere ed esaltare. Disegna i modelli, modifica, dipinge "con mano volante" la seta per gli abiti, che poi ordina alla maison Paul Andrée Léonard, fornitrice di stoffe francesi in tutta Italia, indicando maniacalmente le tonalità che desidera, oggi diremmo le "sfumature". In mostra a Pescara erano esposti nove modelli di alta sartoria confezionati per Luisa Baccara, di cui uno estivo nei colori fiumani rosso e azzurro e a "disegni fiammeggianti", gli stessi utilizzati per i "quadrati magici", foulard con impressi i suoi motti di guerra.


Siamo nel 1930 e il Vittoriale è un autentico laboratorio "di sarte e modiste". Molti anche gli atelier di prestigio che riforniscono la villa, Maria Testa di Milano, sua sorella Emilia, Marta Palmer, di cui d'Annunzio è affezionato cliente fin dal 1919 e a cui si devono preziose e costose "mise" dai nomi evocativi: Cleopatra, Mio Capriccio, Orient Express, Villa Fiorita. Non altrettanto affezionato, il poeta, nel pagamento dei conti, almeno fino al 1925, quando una lettera dell'avvocato della Palmer gli intima di saldare subito 42.505,60 lire. Un mantello verde ricamato con collo di pelliccia costava 2.600 lire. È il "mantello d'autunno" che d'Annunzio manda alla Baccara nel 1924, mentre la pianista soggiorna all'hotel Cristallo di Cortina. I debiti possono aspettare, piuttosto è urgente soccorrere il gusto dell'amante: «Venturi scrisse ad Aélis di averti veduta in piazza e d'averti trovata "non elegante". Ti mando altre 5000 lire per provvedere all'eleganza».
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 Luisa Baccara nel giardino del Vittoriale

martedì 4 settembre 2012

MODA & MODI


Il rosso di Ann è anti-Michelle

Ha scelto il rosso Ann Romney per la convention repubblicana di Tampa, la sua prima grande apparizione mediatica al fianco del marito, sfidante di Obama per la Casa Bianca. Rosso pompiere, rosso sfrontato, rosso asseverativo. C'è da sostenere la fiducia che i maschi conservatori ripongono nel suo Mitt, ma soprattutto c'è da scaldare l'ancora poco tonico elettorato femminile, che giocherà un ruolo forte nel rush finale. Forte come quell'abito di taffetà di seta, cintura in vita e scollo a V, con cui sottolinea, evidenzia, assevera appunto, il suo messaggio: sono sua moglie da quaranta e passa anni, abbiamo cinque figli maschi tutti qui in prima fila con le loro belle mogli, sto combattendo due malattie tremende, mortali. In una parola: non sono una multimiliardaria annoiata che aspira a un fotoshooting nella stanza ovale, ma una moglie e mamma con gli stessi vostri problemi (sottaciuto: e molte più possibilità di risolverli) e porterò a Washington la solidità, unità e positività da cui è cementata la mia vita personale.

Tutto? Macchè. Quell'abito rosso vuol dire molto di più. È un Oscar della Renta, stilista abituato a frequentare da tempo i guardaroba delle first lady americane, amato da Laura Bush, Nancy Reagan e da Hillary Clinton, che lo scelse anche per il matrimonio della figlia Chelsea. Michelle, invece, non lo ha mai indossato, con suo grande scorno, bypassandolo per il figlio Moses. Fu Oscar de la Renta a criticarla pesantemente, salvo poi correggere ed edulcorare, quando gli preferì la zampata del drago, il rosso (e nero) di Alexander McQueen per la cena di Stato con il presidente cinese Hu Jintao. Oscar, piccato, sentenziò che sarebbe stato compito della first lady promuovere nello sterminato paese dei nuovi ricchi, gli stilisti americani. E non si risparmiò, nemmeno quando Michelle entrò in cardigan dalla regina Elisabetta: inappropriato.


Ora, sul palcoscenico della Florida, è il momento della riscossa. Seppure non entusiasmante, quel vestito della precollezione autunno-inverno - che, secondo stime comparate, oscilla tra i 2,5 e i 5 mila euro - è l'affermazione di un'identità e di una differenza. Anche Michelle fece una scelta cromatica dirompente, il viola di Maria Pinto, il giorno in cui il marito accettò l'investitura dei democratici. Ann rilancia: a entrambe piacciono i colori accesi, ma li riempiamo di contenuti diversi. I blogger si scatenano: i Romney mettono il sovrappiù della loro fortuna nei paradisi fiscali caraibici, Oscar de la Renta viene da Santo Domingo. Sono coerenti, tutto offshore.


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Ann Romney nel suo Oscar de la Renta rosso fuoco

IL LIBRO

Widad Tamimi e il caffè delle donne


Widad Tamimi
Al rito del caffè è legato un giorno importante nella vita della piccola Qamar: imparare a prepararlo con l'ibriq, il pentolino dal becco lungo dove viene fatto bollire e schiumare, profumandolo col cardamomo, significa diventare donna, abbandonare l'adolescenza ed essere ammessa nel consesso femminile di nonna, zie, cugine, vicine di casa, dove tra confidenze e iniziazioni, ogni giorno, a una prescelta, viene letto il futuro nei fondi che si depositano nella tazzina. È l'estate dei suoi quattordici anni, in Giordania, in casa della famiglia del padre, l'ultima che Qamar ricorderà con la spensieratezza dell'infanzia e la prima da giovane donna innamorata, quando scoprirà con tormento quanto diverse siano le culture di cui è figlia. Per riconciliarle, la protagonista compie un lungo viaggio di ritorno, al termine del quale anche il futuro letto nella tazzina, da cui è fuggita molti anni prima, trova una sua composizione.

 Esce "Il caffè delle donne" (Mondadori, pagg. 300, euro 17,50), il libro di esordio di Widad Tamimi, scrittrice trentaduenne figlia di un profugo palestinese e di un'ebrea di origini triestine, la cui famiglia scappò a New York durante la seconda guerra mondiale.Widad e Qamar sono la stessa persona? O quanto dell'una c'è nell'altra?
«Non c'è personaggio di un libro che non sia in parte specchio del proprio autore, credo. Widad è in ognuno dei personaggi, ma poi forse in nessuno, perché a un certo punto bisogna lasciarli andare, far sì che camminino da soli. Forse potrebbe essere appropriato dire che l'autore è genitore, più che sosia dei propri personaggi. D'altra parte tutti si chiedono cosa sia vero e cosa no nella scrittura di chi ci narra una storia. Addirittura mio padre mi ha chiamata al telefono per chiedermi tutto allarmato se abbia veramente rubato la macchina di mio cugino a dodici anni. Ho riso, e gli ho risposto che non lo saprà mai».

Lei si è mai fatta leggere il futuro nei fondi della tazzina del caffè? «Naturalmente! Sono una curiosa nata».

E si è spaventata come la protagonista del libro? «No, spaventata no, ma sono sempre stata molto scettica. Poi ho capito: non si tratta di stregoneria o lettura del futuro con la sfera magica. La lettura è soprattutto un dialogo, uno scambio e una condivisione, tra donne più giovani e donne più anziane, con più esperienza, più sagge. E quando ho finalmente messo a fuoco la natura di questo rito, ho capito quanto mi manchi questo aspetto della vita nella società in cui sono cresciuta. Quando mai ci sediamo con le nostre zie, cugine e nonne a chiacchierare della vita, dei dispiaceri, dei sogni, delle aspettative e delle delusioni?».

Nel suo libro, il rito del caffè scandisce la vita delle donne: l'ingresso nell'età adulta, la preparazione al matrimonio, la condivisione dei segreti. Lei l'ha vissuto e lo vive ancora così? «I caffè scandiscono la giornata di molti di noi. A me piace sedermi, avere una tazza di caffè gigante, riposare i pensieri o lasciarli andare. In questo senso il caffè segna dei passaggi, perché non c'è giorno in cui non ce ne sia uno, di passaggio».

Il caffè regala anche l'unica vera scena d'amore, quella in cui Qamar lo prepara col cugino Yusef. I due sono all'aria aperta, ma è tutto molto intimo e segreto... «Nonostante le proibizioni culturali, non c'è parte di mondo in cui due giovani innamorati non riescano a rubare l'intimità per incontrarsi, e sognare. E quando l'amore è così difficile da raggiungere, quando ogni attimo insieme alla persona amata è così difficile da conquistare, diventa persino più emozionante, più intenso». 

Anche lei, come la protagonista, racchiude in sè diverse culture e identità: la palestinese, l'ebrea, l'italiana, la slovena per matrimonio...Come le ha composte? «Per la verità faccio fatica a scomporle. Non so cosa ci sia di italiano, cosa di arabo e cosa di ebreo in me. So per certo che c'è posto per tutte queste identità, e molte altre, in ognuno di noi. Così come c'è posto in ognuno di noi per amare all'infinto. È più facile e bello vivere con tante identità, che coltivarne e coccolarne una sola. Ora che abito in Slovenia e che ascolto le prime parole dei miei figli in una lingua che capisco poco, mi si riempie il cuore di gioia, perché sento che la tradizione continua, le identità si moltiplicano e ai miei bambini sto offrendo un mondo ancora più ampio del mio». 

E c'è mai un momento in cui una di queste identità si impone, magari conflittualmente, sulle altre?«In famiglia hanno sempre detto che ho la testa dura. Da bambina mio padre diceva che è tipica hebbronese, mio nonno che è ebrea. A mio figlio, che ha ereditato la determinazione che ora mi si ritorce contro in ogni capriccio ostinato con cui mi sfida, diranno che ha la testa di un vero sloveno. Insomma, chi sa dirlo quale si impone?».

A un certo punto del libro, quando l'adulta Qamar presenta il marito Giacomo alla nonna, l'anziana gli offre il caffè nel bicchiere e loro due ricordano il "capo in B" bevuto a Trieste...
«Mio nonno materno è nato in una benestante famiglia ebrea triestina, nipote, fra l'altro, di Italo Svevo. Purtroppo, però, nel 1938 la famiglia fu costretta a lasciare l'Italia a causa delle leggi razziali e nel 1940 si stabilì negli Stati Uniti. Mio nonno era legatissimo alla sua città natale e io oggi sono felice di essermici avvicinata. Il nonno amava raccontare barzellette in triestino ed era divertente sentirlo prununciare "coccola", in quel modo tipico...».

Lei lo dice nella postfazione: il libro è nato da un dolore privato, da una perdita. In quel momento, andare alla ricerca delle sue origini è stata una consolazione?«Inizialmente ho pensato che la scrittura mi avrebbe aiutata a rielaborare una vicenda personale, poi ho scoperto che mi portava più lontano, che mi offriva molto di più. Forse per Qamar la ricerca delle origini era importante, ma Widad le origini non le ha mai del tutto cercate. Le lascio vivere, coesistere. La vera emozione è stato lasciar fluire i ricordi dell'infanzia, gli odori, i colori, e accorgermi di come sia possibile non crescere mai, non invecchiare, perché ci sono sensazioni che rimangono appiccicate per sempre, e per sempre suscitano emozioni enormi, fortissime. Certo, il Medio Oriente mi manca in questo periodo, ma la scrittura mi ha permesso di viverlo, sentirlo più vicino».

Multiculturale è una parola di cui spesso si abusa. Che cosa significa? «Essere liberi, soprattutto. Significa accogliere, invece che temere. Significa essere curiosi. Significa essere più ricchi».

C'è un'altra storia che sta maturando? «Eccome, è da tanto tempo che penso a un altro progetto. Ed è proprio da Trieste che comincerà la prossima storia. La mia è una famiglia di esuli: sia da parte materna che da parte paterna ha vissuto la difficile esperienza dell'esilio e, nonostante si tratti di momenti storici e luoghi completamente diversi, queste esperienze si intrecciano profondamente. Vorrei raccontare di questo: della sofferenza di un bambino che è costretto a lasciare i luoghi della sua infanzia, a scappare, sognando la terra natale senza capire perchè abbia dovuto abbandonarla. Mio nonno ha conservato nel cuore il sogno di Trieste per tutta la vita ed è lì che ha chiesto di riposare, perchè non c'è luogo al mondo che abbia amato di più…».
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martedì 21 agosto 2012

MODA & MODI

Fare tappezzeria diventa chic

Fare tappezzeria? Quest'inverno sarà di moda. E se l'espressione, datata come la tendenza in questione, vi fa venire in mente sfiga e grigiore, cancellate subito l'immagine. Sarà la gioia dei negozi vintage che scovano sempre vecchie borsette di pelle o portaspiccioli decorati a mezzo punto. E, se ancora li avete, per carità non cedete alla tentazione di liberarvi di quei piccoli set irrinunciabili per le nonne, pettine e specchietto da passeggio nelle loro custodie impreziosite da ricami floreali e ramage di punto croce. L'inverno 2012 li nobilita e li promuove ad avanguardia del dilagante tapestry trend che, nella traduzione autoctona, suona proprio com'è: tendenza carta da parati. Insomma, mettersi addosso un pezzo di divano, sventrare un cuscino per farne una gonna, riconvertire in tailleur o soprabito una poltrona dai leziosi cottage inglesi, dove tutto, dalla teiera al copriwater, è un tripudio di rose e lillà, pare essere la quintessenza dello chic.
Indossati dalle modelle e immortalati nei set fotografici delle riviste diventano esercizi di stile (e di stylist), divertenti anche se ridondanti e soffocanti, dove alla fine, di tutto l'ensemble, la donna comune compra la sottovestina da grande magazzino di cui appena si intravede un lembo (quel tanto che basta per citare la marca nella didascalia). Nelle vetrine dei negozi, che si sforzano di sedurci mentre Lucifero e la spending review impazzano, questi abiti sembrano invece proprio quello che sono: un vecchio e familiare pezzo di sofà rivoltato, come i paltò di un tempo che attraversavano generazioni di fratelli.
Alcune griffe, di alta fascia, ci hanno investito buona parte della collezione, abbracciando tutte le variabili di questa tendenza: dalle fantasie optical degli anni '70 per tailleur pantaloni, abiti e soprabiti, al barocco siciliano, con cascate di fiori e animali su giacchini, scarpe e borsette, ai disegni orientali per mini-trench e pigiama palazzo, alle fantasie geometriche delle steppe siberiane tradotte in lunghi cappotti che sembrano ricavati da coperte di pastori nomadi. Piacerà? Meglio prenderlo come un invito subliminale a non buttar via niente e a dare un'altra occasione a copridivani e a fodere di cuscini. A piccole dosi, e magari, con la saggezza della nonna, limitandosi alla trousse da borsetta, che c'è ed è utile, ma in pubblico compare poco.
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Tapestry trend secondo Jeffrey Campbell

IL LIBRO

Virginia Agnelli, la farfalla nel cassetto

Virginia Bourbon del Monte di San Faustino il giorno delle nozze con Edoardo Agnelli, l'8 giugno 1919

Le labbra sottili, l'ampia scollatura, la mano lunghissima che regge un fiore, i riccioli rossi pettinati all'insù, una corona regale intorno al viso. La massa dei capelli sostituisce il cappello, che invece dovrebbe portare, come impongono i canoni di eleganza alle aristocratiche, anche se giovani e testarde. Una donna reale e insieme una fata o forse un po' una strega. È Virginia Agnelli, nata principessa Bourbon del Monte di San Faustino, nel ritratto che Gianni, uno dei suoi sette figli, il più celebre, il principe della Camelot italiana, tiene accanto al letto nella casa di corso Matteotti, a Torino. Una giovane donna affascinante e misteriosa, di cui Leonor Fini, l'autrice del dipinto, coglie la natura più riposta: un giunco d'acciaio, anticonformista e volitiva, passionale e indomabile. Una farfalla dalla grazia innata, che, se mprigionata, sa sbattere le ali senza tregua, fino a riottenere la libertà. Sua mamma Jane, americana senza dote, cui il vecchio continente ha riservato Carlo, marito dal purissimo sangue blu, dice di lei, ventenne poco incline alle regole: «Il suo volto non era di quelli che lasciano intravedere un destino tranquillo e comune. Virginia non si sarebbe accontentata di ciò che fa felici le altre donne».
Come mai si sa così poco di Virginia Agnelli, la moglie di Edoardo, figlio di Giovanni, il fondatore dell'impero Fiat? La vedova che il potentissimo suocero fece pedinare, sorvegliare, "intercettare" si direbbe oggi,dall'Ovra, la polizia fascista, in un'estenuante battaglia giudiziaria, pur
di strapparle i sette figli? La donna bellissima, amata dal narciso Curzio Malaparte, che in lei vedeva anche lo strumento per riconquistare la direzione de "La Stampa", da cui era stato cacciato? La mamma attenta e tenera, soprattutto con Giorgio, uno dei sette, tormentato e malato come altri degli Agnelli a venire, cancellato da una morte misteriosa e dall'oblio della famiglia? La diplomatica che, il 10 maggio 1944, alle otto del mattino, promosse l'udienza segretissima tra Pio XII e Karl Wolff, capo delle SS in Italia, per scongiurare la distruzione di Roma da parte dei
tedeschi in ritirata? L'antica nemica che, nella stessa giornata, oliando le ruote cardinalizie di Roma, Milano e Torino, negoziò la futura salvezza del suocero, accusato, dopo il 25 aprile 1945, di essere stato collaborazionista
e fornitore di guerra?
"Virginia Agnelli. Madre e farfalla" s'intitola la biografia firmata da Marina Ripa di Meana e dalla giornalista Gabriella Mecucci (Minerva Edizioni, pagg. 286, euro 19,00), che restituisce, col respiro del romanzo, la breve vita di uno dei personaggi più eterei e inafferrabili di casa Agnelli. Cancellate le tracce, sparite le lettere, rastrellate le
fotografie, acquistata da Gianni, e sepolta in un cassetto, la sceneggiatura del libro "Vestivamo alla marinara", grande successo della sorella Susanna, dove molto si parla dell'intenso rapporto tra Virginia e i suoi figli, le due autrici hanno dovuto compiere un'opera da rabdomanti, cercando, sul filo dell'intuito, e portando alla luce con infinita pazienza, ogni più piccolo indizio, ogni traccia, ogni rimando contenuto nell'opera di storici, giornalisti, nelle memorie di amici.
Ma chi ha fatto scendere il silenzio sulla vita di Virginia? Perché Gianni, che pure provava tenerezza per quella madre bellissima e travolgente, non ne parlava mai e si è adoperato perché nessuno lo facesse? Per paura dello scandalo? Perché la costruzione del suo mito non lasciava spazio ad altri?
Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci sposano questa tesi e raccontano, molto attraverso le loro debolezze, la storia dei Kennedy italiani, l'unica monarchia accettata dai tempi dell'esilio dei Savoia.
Scandalo c'è e fin da subito nella vita della principessa Virginia Bourbon del Monte, andata sposa ventenne, l'8 giugno 1919, a Edoardo, rampollo di casa Agnelli, di sette anni più vecchio. Matrimonio opportuno, anche se d'amore: lei ha un cognome di altissimo blasone, aristocrazia al soglio
pontificio, per lui il coriaceo padre, senatore Giovanni, aspira alla promozione sociale delle nozze con una fanciulla nobile. Rimane solo una comparsa alla Fiat, Edoardo, cui il padre preferisce Vittorio Valletta, così come alla "Stampa", dove pure presiede il consiglio di amministrazione: la coppia, giovane e dalla vita principesca, si limita a tenere le pubbliche relazioni con la nobiltà romana e con l'aristocrazia piemontese o a trastullarsi con avventure imprenditoriali minori come il lancio della stazione sciistica del Sestriere, Edoardo anche con la Juventus e i primi ingaggi "milionari" degli argentini Orsi e Monti.
Sette figli in quattordici anni, da Clara nel 1920, a Umberto nel 1934, e in mezzo ci sono Gianni, Susanna, Maria Sole, Cristiana e Giorgio, una vita spensierata e mondana, punteggiata da reciproci tradimenti e dagli scandali piccanti che coinvolgono Edoardo. Torino, austera e perbenista, sta stretta a Virginia, prima accolta con curiosità, poi censurata per i suoi modi, il suo accento romano e la sboccataggine, il vezzo di girare nuda per casa e di regalare biancheria intima alle cameriere. Anche il suocero nutre verso di lei un sentimento duplice, di fascinazione per la vitalità e la grazia della farfalla, di fastidio per l'esuberanza impossibile da contenere.
Il 14 luglio 1935, Edoardo, l'erede dell'impero Fiat, muore in un incidente sull'idrovolante, mentre da Forte dei Marmi sta entrando nel porto di Genova. È la svolta drammatica nella vita di Virginia. Di lì a un anno il suocero intraprende contro di lei una battaglia legale durissima e senza esclusione di colpi per l'affidamento di quei sette nipoti di cui fino ad
allora si è poco interessato, arrivando al punto di farli strappare alla madre dalla polizia, nel dicembre 1936, sul treno in sosta alla stazione di Genova. Virginia gli ha messo in mano un'arma formidabile, la relazione con
Curzio Malaparte, allacciata a Forte dei Marmi pochi mesi dopo la morte del marito. Un rapporto di cui si hanno notizie minuziose attraverso le informative dei migliori agenti dell'Ovra, Attilio Dubois ed Ezio Attieri, personaggi abili e di alta estrazione sociale, che non hanno problemi a infilarsi negli stessi ambienti dei due amanti e a riferirne ogni mossa al capo della polizia Arturo Bocchini, interessato direttamente dal senatore Agnelli. Virginia, che a Torino è perseguitata dalle maldicenze e considerata una sorta di Messalina, a Forte dei Marmi può vivere liberamente la sua passione. Malaparte, innamorato di se stesso, dei soldi e della carriera,
più che delle donne, che anche sessualmente avvicina in modo scostante e poco focoso, tuttavia si fa prendere dalla fulva vedova Agnelli, la nuora di quell'uomo che l'ha cacciato su due piedi dalla "Stampa" per conflitti con l'amministratore delegato: «Malaparte, qui dentro ci sono i soldi della
liquidazione; li prenda e, per favore, mi restituisca la busta», gli aveva detto il senatore Giovanni, mettendogli in mano una buonuscita d'oro, un milione di lire, c'è chi dice tre. Chissà che ora, attraverso Virginia, non possa riavere il posto e il ruolo.
Si arriva a un passo dalle nozze nel duomo di Pisa, a un anno esatto dalla fine del lutto. Ma al senatore la liaison non piace. Sono mesi di battaglie legali, di figli trascinati da Roma a Torino, di scontri sulla competenza dei giudici, di episodi surreali come il "rapimento" di Gianni da parte del
precettore, di colpi bassi. Virginia, che a differenza di altre
aristocratiche non ha mai indossato una divisa ma che è la madre di sette ragazzi e per questo premiata dal regime, chiede udienza al Duce. E il Duce si schiera con lei, soprattutto contro la protervia di un industriale che a
Torino manovra i giudici e usa con spregiudicatezza persino i vertici dell'Ovra.
Il grande conflitto si chiude con un accordo tra suocero e nuora, favorito in particolare da Gianni, che mai smette di perorare la causa della madre. A lei rimangono i figli, ma deve rinunciare a Malaparte. Ha trentotto anni, è bella, sensuale, gli uomini le cadono ai piedi. In Costa Azzurra, dove tutti vanno in vacanza dopo la tregua col nonno, gira in bikini e prende il sole nuda. Raccontano che una sera del 1942, a tavola con un gruppo di amici, qualcuno le mostra una foto di Malaparte che esce dalla sauna coperto solo
da un ramo di betulla. «Si è invecchiato anche lui» commenta Virginia, alludendo con tenerezza all'antica intimità e prendendone insieme le distanze.
Come per Edoardo, Forte dei Marmi è la stazione di partenza e di arrivo dell'ultimo viaggio. VIrginia muore il 21 novembre 1945, a 46 anni, in un incidente di macchina tra Livorno e Pisa, nella pineta di San Rossore Migliarino, quando la Fiat 1500 su cui viaggia verso l'amata casa al mare si scontra con un camion miliare americano. Suo figlio Gianni è entrato nel
consiglio di amministrazione della Fiat, la sua nipotina Ira, l'unica che conoscerà, figlia della primogenita Clara e del principe Tassilo von Furstenberg, ha ormai cinque anni. L'anno prima, insieme al colonnello Eugen Dollman, il diplomatico che fa da intermediario tra le SS e Mussolini, ha
concertato "l'operazione Farnese", l'incontro tra papa Pio XII e il capo della polizia tedesca in Italia, Karl Wolff, per salvare la capitale.

Come nella battaglia contro il suocero, la farfalla ha rivelato forza, abilità e intelligenza. E come con grazia ha attraversato la vita, così è entrata nella storia.
twitter@boria_a

Virginia Agnelli 

venerdì 17 agosto 2012

IL LIBRO

Gianna Manzini: "Signore, non scegliete le cravatte"


                           La copertina del volume con gli scritti di Gianna Manzini, curato da Sarah Sivieri


È risaputo che le donne sbagliano sempre a scegliere le cravatte. Il perchè lo spiegava Guglielmo Battistoni, grande maestro dell'eleganza maschile, a Gianna Manzini, scrittrice e giornalista, che ne avrebbe fatto una delle sue sapide cronache di moda per la "Fiera letteraria", dove firmava come Vanessa.


Non si tratta di errori di gusto, perché le donne di gusto ne hanno da vendere, diceva Battistoni. «È che con questo amabile "laccio al collo" esse pretendono inconsciamente di modificare qualcosa nel carattere o nelle maniere del loro uomo; forse d'attenuare l'eterno conflitto del quale, del resto, hanno bisogno».


Corre il 1959 e Gianna Manzini, intellettuale raffinata e acuta osservatrice di costume, registra le tappe del lento cambiamento femminile, in una società che è anch'essa alla vigilia della svolta. Un uomo, attraverso la cravatta - annota nella sua rubrica - dà le proprie generalità ed è naturale che si ribelli a qualsiasi tentativo di contraffazione. «Ed è altrettanto naturale che la donna insista: "Giungesse a somigliarmi un pochino, appena appena...", si augura, zitta zitta, quando, acquistando cravatte, s'illude d'impossessarsi d'un talismano, d'una chiave di volta, forse d'un reagente».


Gianna Manzini è una delle preziose scrittrici del secolo scorso oggi scomparse da qualsiasi antologia e del tutto dimenticate, nonostante una produzione ricca e varia, cominciata nel 1928, quando pubblicò "Tempo innamorato", e culminata nel Premio Campiello del 1971, che si aggiudicò con "Ritratto in piedi". In cinquant'anni di attività letteraria, ha scritto libri e vinto premi (nel '56, anche il Viareggio per "La sparviera", ex aequo con Carlo Levi), ha firmato racconti su importanti riviste, ha ottenuto recensioni e apprezzamenti da Montale, Gadda, Contini e Carlo Bo, facendosi stimare da intellettuali e amanti delle belle lettere, mentre le loro mogli e amiche ne seguivano i consigli su abiti, accessori e sarti di grido sulle colonne del Mattino, di Oggi, della Fiera Letteraria, o alla radio, dove conduceva "La fiera delle vanità".


Perchè, dunque, dimenticata? Troppo colta e lontana dal grande pubblico, forse, concentrata molto su questioni letterarie. Troppo densa e difficile nella lettura, inevitabilmente "datata". 
Eppure anche lei, oggi, come altre giornaliste, croniste di costume, letterate accantonate (una per tutte: Irene Brin), è al centro di un'operazione di recupero, voluta dalla casa editrice Hacca e a cura di Sarah Sivieri (pagg. 225, euro 14). Il volumetto, che raccoglie pezzi di costume e moda inediti o sparsi su periodici, si intitola "Scacciata dal paradiso" e arriva in libreria dopo isolate ristampe delle opere più famose della Manzini negli anni Novanta, seguite, nel 2005, dalla raccolta di cronache "La moda di Vanessa", come si firmava, edita da Sellerio.

Diario, zibaldone, giornale, termometro interiore sempre tarato sul flusso esterno. Scacciata dal paradiso e cercando di recuperare una dimensione di bellezza, Gianna descrive, partecipa, sta dalla parte dell'emancipazione delle donne, ne vede le difficoltà e i chiaroscuri. E anticipa: il telefono, antenato dei social-network, che si appresta a cancellare il piacere, il mistero delle lettere e l'abitudine all'attesa, al punto che la stessa autrice, ricevendo un plico voluminoso, lo guarda con sospetto, come se volesse ricacciarla indietro negli anni (1972).


Dalla comunicazione, l'attenzione si sposta sul corpo e sulla bellezza. Un piccolo capolavoro il pezzo dedicato al ventaglio (1952), di cui la scrittrice, molti anni dopo averne ricevuto uno in dono per la primo comunione, rimasto intatto, scopre il potere seduttivo, accessorio con capacità di bisbigliare, chiedere e porgere al posto della donna, e si interroga sulla civetteria che diventa gioco d'azzardo (chissà cosa direbbe adesso, ai tempi delle olgettine...).
Elogia blandamente il rosso, il rosso-invettiva, il rosso gridante, che le signore adorano e gli uomini percepiscono come una specie di "minaccia", e si consola che il blu e il violetto siano stati banditi dalle unghie a favore di un rosa-saponetta o di un cenere di rosa, auspicando l'avvento - un'audacia nel 1940 - dello smalto incolore.
Acuta e profonda l'analisi delle dinamiche della coppia. Basta un "quanto zucchero?", la domanda da lui rivolta a lei sopra il caffè, nonostante gli anni di abitudine, perchè nella donna si scateni un uragano di recriminazioni e nell'uomo l'insopportazione della "memoria" che la moglie testardamente coltiva, di quando tutto, tra loro, era promessa e miraggio.


Scacciata dal paradiso, persa la posizione di Madame Bovary, Manon, Eugénie Grandet, non più al centro dell'attenzione del partner, la donna reagisce e, con un colpo di mano, diventa autrice. Ma non si tratta di opere nelle quali «sia diluito il residuo d'una lunga giornata», perchè sarebbe l'ennesimo tentativo di un dialogo smarrito nell'usura della vita a due. «No», scrive Gianna Manzini


«Le donne, nell'adoperare la penna, son diventate guerriere: hanno da combattere battaglie sociali; da vendicarsi; da denunciare (ecco la grande parola); da mettere avanti qualche alibi; e, soprattutto, da legittimare, nero su bianco, l'aspirazione alla loro libertà».
Correva il 1963. La civetteria non esiste più e il corpo femminile è spesso nemmeno gioco, ma tavolo del gioco d'azzardo. «I riflettori sono ormai per le stelle e per le dive, queste apparizioni, spesso magnificamente composite, a meraviglia fabbricate; queste viventi, talvolta miracolose opere d'arte», preconizzava Manzini. E rilanciava: «A noi resta, e non è poco, il vantaggio di una valorosa e riconosciuta serietà. L'attenzione che ci è stata sottratta la irradiamo generosamente; e, qualche volta, con profitto».
twitter@boria_a

Gianna Manzini (foto Archivio storico Arnoldo Mondadori editore)