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lunedì 11 gennaio 2021

IL LIBRO

Ilaria Tuti e l'indagine sulla rotta balcanica

che nasce da un lutto familiare

 


 

 

 

Una bambina che ha confidenza col buio, luci danzanti nella notte come presenze aliene, un sogno che nasconde una terribile verità. Teresa Battaglia, l’investigatrice creata dalla scrittrice di Gemona Ilaria Tuti, ritorna sul campo per districare una vicenda dove ancora una volta, come nel primo thriller della serie, “Fiori sopra l’inferno”, protagonisti sono i più piccoli. Bambini vittime di violenza e avidità, bambini emarginati dall’ignoranza degli adulti. Con una licenza autoriale, la nuova indagine si connette dunque cronologicamente alla prima, come se i fattacci, l’omicidio e le mutilazioni, che sconvolsero l’immaginario paese nelle Dolomiti friulane, Travenì, fossero appena accaduti, rivelando al lettore la capacità di Teresa di entrare in sintonia con gli interlocutori più fragili, piccole vittime di anafettività e indifferenza, e un colpevole adulto, a sua volta un bambino abusato e tradito.


Esce giovedì 14 gennaio “Luce della notte”, quarto romanzo di Ilaria Tuti per Longanesi (pagg. 280, euro 18), che riprende il filo giallo dopo il successo dell’anno scorso, “Fiore di roccia”, storia romanzata delle portatrici carniche. Il nuovo libro, che ha visto la luce in pochi mesi, ha una genesi dolorosa e particolare, nasce dall’urgenza di tornare alla scrittura come lenimento dopo un terribile lutto nella famiglia di Tuti, la perdita della nipotina Sarah, neanche nove anni, portata via dal sarcoma di Ewing. Per questo la scrittrice ha deciso di devolvere tutti i proventi del libro al Centro di riferimento oncologico di Aviano, per la ricerca su questo morbo terribile che colpisce in particolare bambini e adolescenti.

 

 

Ilaria Tuti, scrittrice di Gemona del Friuli

 


Anche Chiara, tutta gomiti e ginocchia, capelli lunghi e biondi e una passione per il rock di Stevie Nicks, è una bambina speciale, costretta da una malattia rara a proteggersi dalla luce del sole. La protagonista della nuova storia vive senza amici, isolata e guardata come un piccolo mostro dai coetanei, che la stupidità dei grandi trasforma in involontari aguzzini. Chiara ha sognato luci muoversi nella notte, ha visto un albero sulla cui corteccia una stella e una mezzaluna piangono una scia di lacrime rosse, ai suoi piedi ha immaginato di affondare le mani nel cuore di un bambino sepolto. Solo le fantasie di una piccola reclusa, condannata al buio? Sua mamma non la pensa così e contatta l’ispettrice Battaglia, diventata celebre per la sua empatia con i bambini dopo il caso Travenì, per scoprire se ci sia qualcosa di vero in quei sogni.


Strimpellando la chitarra su una versione stonatissima di “The Chain” di Stevie Nicks, Teresa comincia a costruire un timido rapporto con Chiara. Lo stesso, con trepidazione e cautela, fa con Andreas, l’assassino di Travenì, che visita nella struttura psichiatrica per leggergli “La strada” di Cormac McCarthy, storia di un padre e di un figlio che camminano insieme, come lui non ha potuto fare.
Quelle di Chiara non sono fantasie. Forse ha visto qualcosa o ha ascoltato parole di adulti. Una debole traccia, il disegno su un’acacia ispirato a una simbologia religiosa antichissima, mette Teresa e il suo vice Marini sulle tracce di un traffico legato all’attualità di questi giorni. Era il 31 ottobre 1995 quando una decina di profughi attraversava il Carso, in fuga dall’inferno dell’ex Jugoslavia. Da oltre vent’anni la rotta balcanica porta un mare di disperazione ai nostri confini, dove spesso si infrange contro un muro insormontabile. Perchè dell’undicesimo profugo fermato quella notte manca la fotografia? E di chi è il sangue con profilo genetico misto trovato sotto l’albero indicato da Chiara?
Teresa Battaglia comincia a indagare. E la comunità a poco a poco schiude i suoi segreti: la disavventura professionale del padre che ha portato la famiglia della bambina all’isolamento, un vecchio bracconiere che conosce i boschi e le piste, un poliziotto strangolato dai vizi, un romantico boss della mafia jugoslava animato dal senso di giustizia. 


Più che un’indagine, quella di “Luce della notte” sembra una favola di Natale. Che fa ritrovare chi era stato separato dalla brutalità degli uomini, che restituisce a una bambina “diversa” il diritto di vivere come gli altri. Le complicazioni dell’intreccio, cui Ilaria Tuti ci ha abituato, lasciano più spazio ai caratteri dei personaggi e alle loro interazioni: Teresa e Marini cominciano a conoscersi e a scoprire le proprio fragilità (poi, sappiamo, il rapporto maturerà nell’altro thriller già uscito, “Ninfa dormiente”), Teresa e Andreas, la poliziotta dalla lunga cicatrice, e l’assassino guerriero, si riconoscono “nel ventre caldo e buio dell’amore per un figlio”, che a entrambi è stato strappato.


Erano solo un sogno le luci danzanti? L’indagine si ferma sull’orlo del mistero più grande, quello che lega gli individui e li porta a riconoscersi nel dolore, nello spazio dove i cuori continuano a battere insieme, anche quelli di chi non c’è più.

domenica 7 giugno 2020

IL LIBRO

Ilaria Tuti e la guerra dimenticata
delle portatrici carniche



Un'immagine storica delle portatrici carniche


Fiori di roccia. Sono le stelle alpine, delicate e tenaci, capaci di sbocciare in mezzo a ogni asprezza, di illuminare ogni desolazione. Fiori di roccia furono le portatrici carniche, un piccolo esercito di donne d’acciaio, aggrappate come le stelle alpine alla montagna e al bisogno di tenere in vita i soldati: figli, fratelli, uomini. Durante la prima guerra mondiale, salirono ogni giorno alle prime linee del fronte dai paesi della valle del Bût, della Val Degano, della Val Canale, dal paese di Dogna, portando sulla schiena gerle piene di armi, munizioni, esplosivi, medicinali, lettere da casa. A consegna avvenuta, prendevano la strada del ritorno, altre ore di marcia con ogni tempo, questa volta cariche di divise macchiate di sangue da lavare, spesso trasportando a valle le barelle dei cadaveri da seppellire. Appena in tempo per accudire figli, anziani, animali.

Aggredivano la montagna quando ancora era buio pesto, ai piedi gli scarpets di velluto che si modellano sulla pietra e rendono i passi silenziosi e sicuri, quegli stessi scarpets che permisero agli alpini del Battaglione Tolmezzo, nel giugno 1915, di conquistare la vetta del monte Freikofel presidiata dagli austriaci, senza che i nemici si accorgessero di nulla. Un lembo di stoffa rosso al polso, con un numero stampigliato, indicava il reparto cui le portatrici erano assegnate: ogni viaggio una lira e cinquanta, in un libriccino le consegne effettuate.


Donne semplici, di ogni età, fino ad allora abituate a essere definite solo attraverso i bisogni degli altri, che di quei bisogni, nella carneficina della Grande guerra, fecero occasione di riscatto, di presenza, di valore, rendendo visibile un ruolo che da tempo svolgevano nelle famiglie, nei campi, nella gestione della casa. Salirono alle trincee dalla cima del monte Coglians al passo di monte Croce carnico, continuando dal Pal Piccolo al Pal Grande, dal Freikofel al Gamspitz, sulle spalle gerle pesanti fino a quaranta chili: sedici chilometri di vette unite da una processione ininterrotta, come i grani di un rosario. Si deve anche a loro se il fronte italiano della zona Carnia non cedette mai e, solo dopo la disfatta di Caporetto, fu costretto a ripiegare sulla linea del Piave.


Tardivo e parziale il riconoscimento dell’Italia: nessun emolumento, il cavalierato alle superstiti appena negli anni Settanta, a Timau l’unica caserma in Italia intitolata a una donna, Maria Plozner Mentil, giovane mamma uccisa da un cecchino, medaglia d’oro al valor militare.


Accantonata per un poco l’ispettrice Teresa Battaglia (che però tornerà presto con la sua terza indagine) la scrittrice di Gemona Ilaria Tuti ha fatto una scelta coraggiosa dopo due noir bestseller: lasciare il filone di successo e raccontare una vicenda che - dice - da tempo aveva nel cuore, una pagina di storia ancora poco conosciuta, e non solo oltre i confini regionali.


Esce  “Fiore di roccia” (Longanesi, pagg. 320, euro 18,80), il romanzo su una portatrice di Timau, la giovane Agata Trampus, che con un gruppo di amiche - Caterina la vedova, Lucia la mamma, la devota Maria, l’esuberante Viola innamorata dell’amore - decide di rispondere all’appello del parroco, don Nereo, e di caricarsi sulle spalle la gerla per salire in prima linea, dove la resistenza dei soldati è allo stremo per mancanza di armi e approvvigionamenti.

 Una figura di fantasia, Agata, che però si sostanzia delle ricerche bibliografiche e documentarie compiute dall’autrice e delle testimonianze orali raccolte. Proprio come quella del capitano Andrea Colman, l’ufficiale con cui Agata costruisce un rapporto paritario di rispetto e fiducia, un personaggio che sintetizza le caratteristiche e il destino di due graduati decorati al valore militare.



Agata, orfana di una maestra, nella piccola casa piena di libri accudisce il padre, da tempo infermo, e custodisce il suo unico tesoro, la lastra d’argento con impressa l’immagine della mamma (gliela scattò una certa Tina - omaggio alla Modotti - prima di partire per l’America, e diventare attrice e grande fotografa...).
Sa parlare Agata, è fiera, indipendente, diventa la portavoce del gruppo di compagne destinate al sottosettore dell’Alto Bût.


Siamo nel giugno 1915. Il primo viaggio in vetta è un reciproco misurarsi con gli ufficiali al comando, che sottopongono le portatrici stremate dalla fatica e dalla fame al controllo del carico. 


Agata sa tenere testa agli uomini, da tempo si sottrae all’interesse morboso del ricco e imboscato Francesco, figlio dello speziale, e presto il capitano Colman e l’ufficiale medico Janes riconoscono in lei un’interlocutrice alla pari, che può guidarli nei canali impervi a loro sconosciuti, che non ha paura di affondare le mani nel sangue dei feriti, che può affrontare l’incontro con una delegazione nemica guardando gli austriaci negli occhi, senza subalternità, come un soldato, vestendo l’abito di nozze della madre.


Ilaria Tuti, scrittrice di Gemona del Friuli


A Ilaria Tuti piacciono i racconti che procedono paralleli, per poi incrociarsi a uno snodo della trama e svoltare per sempre il destino dei personaggi. Quando Agata spara a una lepre, sognando una tregua alla morsa della fame, e colpisce un giovane cecchino austriaco, si troverà davanti a una scelta che pretende da lei ancora più coraggio che la prima linea. Scegliere tra lasciare o custodire la vita, tra giustiziare o, vicendevolmente, curarsi e riconoscersi in un dolore che ci accomuna come esseri umani, al di là di ogni divisa.
Il “diavolo bianco” è Ismar e da giorni, acquattato tra le rocce, ha imparato a sentire sottovento l’odore di fiori e di bucato delle donne che si arrampicano fino alle trincee, in tasca la cartolina con un transatlantico e il sogno di uscire vivo da quella prigione di pietra. Agata lo porta a casa, lo medica, poi lo abbandona al suo destino. Ma la loro sorte è ormai segnata. “Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi. Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io. Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto. Quando tutto intorno a me era morte, io ho scelto la speranza”.


Così scrive Agata, oltre sessant’anni dopo, richiamata tra le montagne della Carnia da un altro mostro, che la natura questa volta, non l’uomo, ha risvegliato. La sua decisione l’ha portata lontano, ha cancellato amicizie nate nella fatica delle salite, altre le ha preservate e cementate. Oltre il tempo e le distanze, come fiori di roccia.

twitter@boria_a