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martedì 1 ottobre 2024

IL LIBRO

 

Ilaria Tuti, nel nuovo romanzo storico

la Risiera, il lager di Trieste

 


 

 

Il Castello di Kransberg, il nido dell’Aquila, dove Hitler vive asserragliato in un bunker, terrorizzato e paranoico, dopo il fallito attentato del 20 luglio 1944. La Risiera di San Sabba, luogo di transito per gli ebrei diretti ai lager e inceneritore di oppositori politici, in un’atroce contabilità di morte governata da Josef Oberhauser, SS-Obersturmführer. Due scenari gravidi di ombre, uno nell’Assia più nera, l’altro nella Trieste occupata dai nazisti, e due personaggi, un padre e una figlia, accomunati dalla scelta della professione medica, che si trovano a indagare su morti avvolte nel mistero.


Lui è il professor Johann Maria Adami, luminare della medicina forense e dei meandri della psiche, prelevato a Dachau da un suo antico allievo, che ha disertato la scienza e abbracciato il Reich, e portato lassù, nel castello-prigione del Führer, per scoprire cos’è successo a un giovane militare precipitato da una torre: suicidio o omicidio? Gesto estremo o mano assassina, potenzialmente letale per lo stesso Hitler?


Lei è Ada, dottoressa dei più poveri, moglie di un partigiano sparito nel nulla dopo l’Armistizio, che intorno alla Risiera scopre una scia di sangue, forse sgorgata dentro le mura dell’antica pileria: chi ha ammazzato due prostitute e brutalmente seviziato Margherita, figlia di una famiglia amica, facoltosa e borghese? Chi non violenta, ma azzanna come una fiera? “La Risiera ha denti. Morde”, le ha detto un vecchio pescatore.

 

La Risiera di San Sabba a Trieste, il lager col forno crematorio, l'unico dell'Europa meridionale (foto Lasorte)

 


Ilaria Tuti, scrittrice best seller di Gemona del Friuli, diventata famosa per la serie con protagonista la commissaria Teresa Battaglia, approdata anche su Rai Uno con grandi ascolti, torna alla sua passione per la storia, mescolandola al noir, altrettanto nelle sue corde. Da oggi, 1 ottobre 2024, è in libreria “Risplendo non brucio” (Longanesi, pagg. 320, euro 22), il romanzo che verrà presentato dall’autrice giovedì 3 ottobre, alle 18, nel Salone del Parlamento del Castello di Udine, in dialogo con la giornalista Martina Delpiccolo, e lunedì 7 ottobre, alle 18.30, al Miela, con il presidente Enzo D’Antona.

 

La scrittrice Ilaria Tuti (foto Paolo Gurisatti)

 


Trieste negli anni dell’occupazione tedesca è al centro di un intreccio complesso, su piani diversi, geografici ed emotivi, dove un Male ancora più profondo di quello scatenato dalla guerra risucchia i protagonisti: il blasonato docente, ischeletrito ma indomito nel difendere un ideale etico, niente svastiche nei luoghi di studio, che l’ha portato dritto a Dachau e al sacrificio degli affetti familiari, e la giovane dottoressa, cresciuta negli stessi valori, ma sopraffatta dalla solitudine e ferita da un padre che ha messo la sua coscienza davanti a tutto, anche al suo sangue.


Separati dai chilometri, li unisce a distanza un'identica sfida, quella che Ada trova negli appunti del padre scampati ai roghi nazisti e che fa sua: calarsi negli abissi dell’assassino. Scandagliare la sua mente, leggere ogni gesto, collegarlo in una strategia, muovendosi in quella zona torbida alimentata al conflitto, dove gli istinti più bestiali si affilano e si scatenano, bene e male si toccano, e la ferocia può colpire con una mano amica o un aiuto arrivare da chi crediamo aguzzino.


Nel nido dell’Aquila Professor Adami trova la soluzione della morte del giovane Haas e confeziona quella che il Führer vuole sentire, prima di mettersi in viaggio verso Berlino e la capitolazione. Nella sua bara di acciaio e cemento al castello di Kransberg non si è accorto dei piccioni viaggiatori che volano sulla sua testa con i messaggi degli Alleati, ormai sempre più vicini, e dei cospiratori che gli alitano sul collo. Non ha visto quell’arazzo dove qualcuno ha sapientemente ricamato nell’alfabeto Morse “Fuck Hitler” proprio sotto il suo naso.


Anche Ada scopre l’identità dell’assassino delle giovani donne, ma prima di vederlo inchiodato da una prova inconfutabile, incisa sulla pelle delle vittime, dovrà affrontare una discesa ancora più spaventosa di quella nelle perversioni del killer: la foiba. “Eravamo sopravvissuti. Lei aveva attraversato l’inferno. Lui lo aveva abitato, ne era risalito ed era tornato per raggiungerla”.
Aprono e chiudono il romanzo il lager di Dachau e il Tribunale di Norimberga, dove padre e figlia, questa volta insieme, guardano negli occhi il Male. In mezzo Trieste, sfregiata dai bombardamenti, e la sua Risiera. I nazisti in fuga hanno fatto saltare in aria il forno crematorio, il Gma ha imbiancato le pareti, inghiottendo nella calce nomi, colpe, testimonianze. Ada si impegna a far conoscere al mondo i crimini commessi dentro quelle mura, ma la gente intorno a lei vuole solo dimenticare e cercare di andare avanti.


Josef Oberhauser, condannato all’ergastolo in contumacia, non viene mai estradato dalla Germania, finendo i suoi giorni a gestire una birreria di Monaco. Nel ricordo di Ada è scolpito così, mentre in Risiera cattura con la lingua i coriandoli di cenere che scendono dall’alto, con un gesto quasi giocoso e infantile, come fossero fiocchi di neve.

sabato 10 giugno 2023

IL LIBRO

Ilaria Tuti e la sua "Madre d'ossa":

Teresa Battaglia indaga nella sua mente

 


 

Sarà l’indagine più delicata e dolorosa per Teresa Battaglia, l’indagine più sfidante. Scavare nella sua mente, recuperare ricordi cancellati, volti che si appannano, oggetti quotidiani di cui è diventata ignota la funzione. L’Alzheimer avanza nel suo cervello, ma dilaga anche nel corpo, rende ogni passo faticoso, impastato, ogni osso del suo scheletro dolorosamente percettibile.
E le ossa sono la traccia che attraversa l’ultima investigazione del commissario Battaglia, la fortunata profiler creata dalla scrittrice gemonese Ilaria Tuti, che è diventata anche un personaggio televisivo per Rai 1 nell’interpretazione di Elena Sofia Ricci. Il quinto capitolo della serie gialla, appena uscito in libreria, porta il lettore dentro culti antichissimi praticati in Friuli, quando il re Alboino arrivò dalla Pannonia nella Forum Iulii romana e la ribattezzò Civitas fori iulii, facendone il primo ducato longobardo d’Italia. Riti pagani, in onore della dea Iside, si intracciano a riti cristiani, ognuno con i suoi proseliti e liturgie spesso oscure e crudeli.


Ai longobardi risale la famiglia del giovane Ratchis Evaldi, suicidatosi al lago del Cornino con uno scramasax, il pugnale che quel “popolo equestre, abile nell’arte della guerra”, consegnava alla nascita anche a donne e bambini e con cui tutti sarebbero stati seppelliti, guerrieri fin nell’ultimo viaggio. Ma che cosa fa Teresa al centro del teatro d’indagine, cullando quel ragazzo dalle lunghe ciglia, il pube segnato da tagli e un lungo tatuaggio eseguito attraverso la scarificazione? Chi ha richiamato sul posto con una telefonata anonima l’ispettore Massimo Marini, fido collega e amico? E chi è il responsabile di quell’irruzione di contemporaneità in una vicenda arcaica, l’autore di un video su Tik Tok in cui si dice che Ratchis è stato ucciso, la sua mano armata da altri? 


“Madre d’ossa” (Longanesi, pagg. 360, euro 22) affonda le sue radici nella storia del territorio, facendo muovere i personaggi che i fan di Ilaria Tuti conoscono bene - Teresa, Marini, il medico legale Parri, il questore Albert Lona, la squadra con Parisi, De Carli, Alice e il cane Smoky, che scova resti umani - tra Cividale, Venzone, Castelmonte e Gemona, a camminare su “strati di morti”, di ieri e di oggi, in ipogei utilizzati dai celti come camere funerarie, in fosse comuni riempite per secoli, in necropoli di uomini deformi.

 

 

Ilaria Tuti

 

I fili lasciati penzolare nei libri precedenti, “Ninfa dormiente” e “Figlia della cenere”, vengono richiamati per chiudere una sorta di trilogia con al centro Teresa Battaglia, ma Ilaria Tuti ha detto di non essere ancora pronta a congedarsi definitivamente dall’acciaccata poliziotta che l’ha resa famosa e che custodisce lampi di intuizione in una mente annebbiata e bisognosa di appunti. Sono le sue stampelle per farsi largo in una quotidianità sempre più estranea.


“Madre d’ossa. Stai attenta” diceva una di queste note, l’indizio per arrivare a districare un’inchiesta che rimbalza dal passato più lontano all’oggi, dove il culto più potente è quello del denaro e del potere. La “madre d’ossa” custode di antichi rituali di purificazione, tramite del passaggio tra il mondo terreno e l’aldilà, sciamana, protettrice e guida degli adepti, si è trasformata in una setta vendicativa, che ricatta e punisce chi se ne allontana. È stato questo il destino di Ratchis? E chi è la “Madre d’ossa” in grado di manovrare uomini incardinati ai vertici della struttura sociale?


Teresa arriverà alla fine di questo viaggio oscuro, accettandone tutti i rischi. Il suo “lascito solenne di dolore”, che viene da lontano e abbiamo scoperto in “Fiori sopra l’inferno, il primo libro di Ilaria Tuti, si è trasformato in forza per combattere le fragilità del presente, anche l’inganno di chi, fingendosi amico, si è insinuato nella sua coscienza per manipolarla.
In quello strano primo dicembre, scelto per il pranzo di Natale con la sua squadra, assecondando un tempo tutto “suo” che ormai non può che essere il presente, la commissaria Teresa Battaglia, finalmente, dice di sentirsi “in pace”. 

 

Elena Sofia Ricci in "Fiori sopra l'inferno", girato tra Tarvisio e Malborghetto

 

lunedì 31 maggio 2021

IL LIBRO

Ilaria Tuti e il serial killer

che ad Aquileia fa i mosaici con le ossa

 

 

 


 

Un serial killer ritorna dal passato di Teresa, un assassino di anziani sul cui corpo si sfoga con morsi, tagli, amputazioni. Ventisette anni dopo la sua cattura, è fuggito dal carcere, ma non dal richiamo del sangue: ha ucciso ancora, ha occultato il corpo dell’ennesimo vecchio, e si è riconsegnato alla giustizia.
È di nuovo dietro le sbarre che l’omicida e Teresa Battaglia si incontrano. Inizia così “Figlia della cenere” (Longanesi, pagg. 368, euro 18,60), quarta indagine (includendo “Luce della notte”, libro scritto in pochi mesi sull’onda di un lutto personale e uscito lo scorso gennaio, a scopo benefico) con protagonista la detective sessantenne, diabetica e con un principio di Alzheimer, nata dalla penna della scrittrice di Gemona, Ilaria Tuti, in libreria da giovedì 3 giugno 2021.


La scrittrice Ilaria Tuti (foto Beatrice Mancini)


 

Un caso complicato e tortuoso, che ricaccia Teresa in quel passato mai passato, di cui porta ancora marchi indelebili nel corpo e nell’anima. Ventisette anni prima era una giovane poliziotta avida di letture sui comportamenti criminali, che cercava di farsi strada in un ambiente maschile, nascondendo la violenza, fisica e psicologica, con cui conviveva. Suo marito Sebastiano, insospettabile e brillante psichiatra, tra le mura domestiche si trasformava in una bestia.
Il serial killer, Giacomo Mainardi, è uno dei primi casi da profiler di Teresa. Un bambino abbandonato dal padre, rifiutato dal secondo marito della madre, con una grave malformazione al torace che potrà curare solo da adolescente, quando la menomazione fisica ha ormai scavato nella sua mente fino a trasformarsi in ossessione. Su ognuno di quei vecchi ammazzati Giacomo esercita la sua furia, uccidendo un’altra volta i padri che l’hanno scartato: apre loro il petto, prende un pezzo d’osso, mutila i cadaveri delle dita delle mani e dei piedi. Dove seleziona le vittime? In che modo le convince a fidarsi di lui, a seguirlo verso la morte?


Come per l’assassino di “Fiori sopra l’inferno”, il primo libro della serie, Teresa riesce a vedere nel killer quello che gli altri non notano: il bambino deprivato, la vergogna per un corpo difettoso, la difficoltà nel farsi accettare, i tentativi respinti di un’affettività normale, la sete di sangue per placare i suoi fantasmi. Quella stanza segreta dove, con sassi, biglie, piccoli oggetti, inventa un mondo alternativo di fantasia e serenità, lo stesso mondo che ricrea in carcere realizzando splendidi mosaici. L’arte sublime, la manualità delle tessere, che incanalano l’istinto a uccidere. L’avevano catturato, Giacomo, ventisette anni prima, proprio quando la poliziotta Teresa finiva in ospedale picchiata a sangue dal marito.


Ventisette anni dopo. Ilaria Tuti mette alla prova il lettore con un serrato e continuo salto temporale, che impedisce cali di attenzione. Il passato di Giacomo e il suo presente si intrecciano, seguendo i meandri di una mente malata. Ma perché ha voluto tornare in carcere? Ha paura? Da qui parte l’indagine di Teresa, due volte figlia della cenere: rinacque in quel corpo massacrato di botte, da cui era stata strappata una vita, e rinasce oggi, lottando contro lo smarrirsi della memoria, sostenuta dalla sua squadra, tutti i figli che non ha più potuto avere.


Aquileia e la basilica di Santa Maria Assunta, che custodisce il mosaico paleocristiano più antico ed esteso del mondo occidentale. Giacomo vuole che Teresa vada là e scopra l’orrore che ha celato nella figura di un leprotto racchiuso in un ottagono perfetto, dove le tessere sono state sostituite con macabri pezzi umani. L’animale è il simbolo di Unnefer, il Vittorioso sulla morte, un’attribuzione di Osiride che riporta agli gnostici, i cristiani dissidenti del III secolo giunti da Alessandria per sfuggire alla censura dei padri della chiesa, nel cui culto si mescolano esoterismo e filosofia. Chi ha spiegato questa simbologia a Giacomo non solo gli ha armato la mano, ma ha saputo offrirgli la vittima perfettamente corrispondente alla sua liturgia di morte. Gli ha raccontato di Osiride che ritorna vittorioso dalla morte, una storia di redenzione. Come quella di Teresa, l’investigatrice che ha saputo guardare senza paura negli abissi della mente e del cuore dell’assassino e che con lui ha mantenuto un rapporto lungo ventisette anni. Per Teresa, Giacomo accetta un patto di morte: farà giustizia, a suo modo, ma diventerà lui stesso una preda.


Non si può dire di più per non rovinare al lettore le tante sorprese di un’indagine a incastri perfetti, spiazzante e tesa a ogni pagina, che spesso obbliga a tornare indietro alla ricerca dell’indizio sfuggito. Thriller e una pagina poco conosciuta della storia del territorio si impastano perfettamente in una trama in crescendo, che coinvolge e convince ancora di più rispetto al noir precedente, “Ninfa dormiente”. Dopo il Tarvisiano e la Val Resia, chissà in quale angolo della regione Ilaria Tuti porterà la sua acciaccata poliziotta. Perché ci sarà un altro capitolo della storia di Teresa Battaglia, è sicuro. Il finale del giallo è aperto, mandante e assassino sono stati inghiottiti dal buio. E lei, l’investigatrice che empatizza col male, per quanto fragile e smemorata, per cercare una risposta è abituata a rialzarsi, a risorgere dalle sue stesse ceneri.

lunedì 11 gennaio 2021

IL LIBRO

Ilaria Tuti e l'indagine sulla rotta balcanica

che nasce da un lutto familiare

 


 

 

 

Una bambina che ha confidenza col buio, luci danzanti nella notte come presenze aliene, un sogno che nasconde una terribile verità. Teresa Battaglia, l’investigatrice creata dalla scrittrice di Gemona Ilaria Tuti, ritorna sul campo per districare una vicenda dove ancora una volta, come nel primo thriller della serie, “Fiori sopra l’inferno”, protagonisti sono i più piccoli. Bambini vittime di violenza e avidità, bambini emarginati dall’ignoranza degli adulti. Con una licenza autoriale, la nuova indagine si connette dunque cronologicamente alla prima, come se i fattacci, l’omicidio e le mutilazioni, che sconvolsero l’immaginario paese nelle Dolomiti friulane, Travenì, fossero appena accaduti, rivelando al lettore la capacità di Teresa di entrare in sintonia con gli interlocutori più fragili, piccole vittime di anafettività e indifferenza, e un colpevole adulto, a sua volta un bambino abusato e tradito.


Esce giovedì 14 gennaio “Luce della notte”, quarto romanzo di Ilaria Tuti per Longanesi (pagg. 280, euro 18), che riprende il filo giallo dopo il successo dell’anno scorso, “Fiore di roccia”, storia romanzata delle portatrici carniche. Il nuovo libro, che ha visto la luce in pochi mesi, ha una genesi dolorosa e particolare, nasce dall’urgenza di tornare alla scrittura come lenimento dopo un terribile lutto nella famiglia di Tuti, la perdita della nipotina Sarah, neanche nove anni, portata via dal sarcoma di Ewing. Per questo la scrittrice ha deciso di devolvere tutti i proventi del libro al Centro di riferimento oncologico di Aviano, per la ricerca su questo morbo terribile che colpisce in particolare bambini e adolescenti.

 

 

Ilaria Tuti, scrittrice di Gemona del Friuli

 


Anche Chiara, tutta gomiti e ginocchia, capelli lunghi e biondi e una passione per il rock di Stevie Nicks, è una bambina speciale, costretta da una malattia rara a proteggersi dalla luce del sole. La protagonista della nuova storia vive senza amici, isolata e guardata come un piccolo mostro dai coetanei, che la stupidità dei grandi trasforma in involontari aguzzini. Chiara ha sognato luci muoversi nella notte, ha visto un albero sulla cui corteccia una stella e una mezzaluna piangono una scia di lacrime rosse, ai suoi piedi ha immaginato di affondare le mani nel cuore di un bambino sepolto. Solo le fantasie di una piccola reclusa, condannata al buio? Sua mamma non la pensa così e contatta l’ispettrice Battaglia, diventata celebre per la sua empatia con i bambini dopo il caso Travenì, per scoprire se ci sia qualcosa di vero in quei sogni.


Strimpellando la chitarra su una versione stonatissima di “The Chain” di Stevie Nicks, Teresa comincia a costruire un timido rapporto con Chiara. Lo stesso, con trepidazione e cautela, fa con Andreas, l’assassino di Travenì, che visita nella struttura psichiatrica per leggergli “La strada” di Cormac McCarthy, storia di un padre e di un figlio che camminano insieme, come lui non ha potuto fare.
Quelle di Chiara non sono fantasie. Forse ha visto qualcosa o ha ascoltato parole di adulti. Una debole traccia, il disegno su un’acacia ispirato a una simbologia religiosa antichissima, mette Teresa e il suo vice Marini sulle tracce di un traffico legato all’attualità di questi giorni. Era il 31 ottobre 1995 quando una decina di profughi attraversava il Carso, in fuga dall’inferno dell’ex Jugoslavia. Da oltre vent’anni la rotta balcanica porta un mare di disperazione ai nostri confini, dove spesso si infrange contro un muro insormontabile. Perchè dell’undicesimo profugo fermato quella notte manca la fotografia? E di chi è il sangue con profilo genetico misto trovato sotto l’albero indicato da Chiara?
Teresa Battaglia comincia a indagare. E la comunità a poco a poco schiude i suoi segreti: la disavventura professionale del padre che ha portato la famiglia della bambina all’isolamento, un vecchio bracconiere che conosce i boschi e le piste, un poliziotto strangolato dai vizi, un romantico boss della mafia jugoslava animato dal senso di giustizia. 


Più che un’indagine, quella di “Luce della notte” sembra una favola di Natale. Che fa ritrovare chi era stato separato dalla brutalità degli uomini, che restituisce a una bambina “diversa” il diritto di vivere come gli altri. Le complicazioni dell’intreccio, cui Ilaria Tuti ci ha abituato, lasciano più spazio ai caratteri dei personaggi e alle loro interazioni: Teresa e Marini cominciano a conoscersi e a scoprire le proprio fragilità (poi, sappiamo, il rapporto maturerà nell’altro thriller già uscito, “Ninfa dormiente”), Teresa e Andreas, la poliziotta dalla lunga cicatrice, e l’assassino guerriero, si riconoscono “nel ventre caldo e buio dell’amore per un figlio”, che a entrambi è stato strappato.


Erano solo un sogno le luci danzanti? L’indagine si ferma sull’orlo del mistero più grande, quello che lega gli individui e li porta a riconoscersi nel dolore, nello spazio dove i cuori continuano a battere insieme, anche quelli di chi non c’è più.

domenica 7 giugno 2020

IL LIBRO

Ilaria Tuti e la guerra dimenticata
delle portatrici carniche



Un'immagine storica delle portatrici carniche


Fiori di roccia. Sono le stelle alpine, delicate e tenaci, capaci di sbocciare in mezzo a ogni asprezza, di illuminare ogni desolazione. Fiori di roccia furono le portatrici carniche, un piccolo esercito di donne d’acciaio, aggrappate come le stelle alpine alla montagna e al bisogno di tenere in vita i soldati: figli, fratelli, uomini. Durante la prima guerra mondiale, salirono ogni giorno alle prime linee del fronte dai paesi della valle del Bût, della Val Degano, della Val Canale, dal paese di Dogna, portando sulla schiena gerle piene di armi, munizioni, esplosivi, medicinali, lettere da casa. A consegna avvenuta, prendevano la strada del ritorno, altre ore di marcia con ogni tempo, questa volta cariche di divise macchiate di sangue da lavare, spesso trasportando a valle le barelle dei cadaveri da seppellire. Appena in tempo per accudire figli, anziani, animali.

Aggredivano la montagna quando ancora era buio pesto, ai piedi gli scarpets di velluto che si modellano sulla pietra e rendono i passi silenziosi e sicuri, quegli stessi scarpets che permisero agli alpini del Battaglione Tolmezzo, nel giugno 1915, di conquistare la vetta del monte Freikofel presidiata dagli austriaci, senza che i nemici si accorgessero di nulla. Un lembo di stoffa rosso al polso, con un numero stampigliato, indicava il reparto cui le portatrici erano assegnate: ogni viaggio una lira e cinquanta, in un libriccino le consegne effettuate.


Donne semplici, di ogni età, fino ad allora abituate a essere definite solo attraverso i bisogni degli altri, che di quei bisogni, nella carneficina della Grande guerra, fecero occasione di riscatto, di presenza, di valore, rendendo visibile un ruolo che da tempo svolgevano nelle famiglie, nei campi, nella gestione della casa. Salirono alle trincee dalla cima del monte Coglians al passo di monte Croce carnico, continuando dal Pal Piccolo al Pal Grande, dal Freikofel al Gamspitz, sulle spalle gerle pesanti fino a quaranta chili: sedici chilometri di vette unite da una processione ininterrotta, come i grani di un rosario. Si deve anche a loro se il fronte italiano della zona Carnia non cedette mai e, solo dopo la disfatta di Caporetto, fu costretto a ripiegare sulla linea del Piave.


Tardivo e parziale il riconoscimento dell’Italia: nessun emolumento, il cavalierato alle superstiti appena negli anni Settanta, a Timau l’unica caserma in Italia intitolata a una donna, Maria Plozner Mentil, giovane mamma uccisa da un cecchino, medaglia d’oro al valor militare.


Accantonata per un poco l’ispettrice Teresa Battaglia (che però tornerà presto con la sua terza indagine) la scrittrice di Gemona Ilaria Tuti ha fatto una scelta coraggiosa dopo due noir bestseller: lasciare il filone di successo e raccontare una vicenda che - dice - da tempo aveva nel cuore, una pagina di storia ancora poco conosciuta, e non solo oltre i confini regionali.


Esce  “Fiore di roccia” (Longanesi, pagg. 320, euro 18,80), il romanzo su una portatrice di Timau, la giovane Agata Trampus, che con un gruppo di amiche - Caterina la vedova, Lucia la mamma, la devota Maria, l’esuberante Viola innamorata dell’amore - decide di rispondere all’appello del parroco, don Nereo, e di caricarsi sulle spalle la gerla per salire in prima linea, dove la resistenza dei soldati è allo stremo per mancanza di armi e approvvigionamenti.

 Una figura di fantasia, Agata, che però si sostanzia delle ricerche bibliografiche e documentarie compiute dall’autrice e delle testimonianze orali raccolte. Proprio come quella del capitano Andrea Colman, l’ufficiale con cui Agata costruisce un rapporto paritario di rispetto e fiducia, un personaggio che sintetizza le caratteristiche e il destino di due graduati decorati al valore militare.



Agata, orfana di una maestra, nella piccola casa piena di libri accudisce il padre, da tempo infermo, e custodisce il suo unico tesoro, la lastra d’argento con impressa l’immagine della mamma (gliela scattò una certa Tina - omaggio alla Modotti - prima di partire per l’America, e diventare attrice e grande fotografa...).
Sa parlare Agata, è fiera, indipendente, diventa la portavoce del gruppo di compagne destinate al sottosettore dell’Alto Bût.


Siamo nel giugno 1915. Il primo viaggio in vetta è un reciproco misurarsi con gli ufficiali al comando, che sottopongono le portatrici stremate dalla fatica e dalla fame al controllo del carico. 


Agata sa tenere testa agli uomini, da tempo si sottrae all’interesse morboso del ricco e imboscato Francesco, figlio dello speziale, e presto il capitano Colman e l’ufficiale medico Janes riconoscono in lei un’interlocutrice alla pari, che può guidarli nei canali impervi a loro sconosciuti, che non ha paura di affondare le mani nel sangue dei feriti, che può affrontare l’incontro con una delegazione nemica guardando gli austriaci negli occhi, senza subalternità, come un soldato, vestendo l’abito di nozze della madre.


Ilaria Tuti, scrittrice di Gemona del Friuli


A Ilaria Tuti piacciono i racconti che procedono paralleli, per poi incrociarsi a uno snodo della trama e svoltare per sempre il destino dei personaggi. Quando Agata spara a una lepre, sognando una tregua alla morsa della fame, e colpisce un giovane cecchino austriaco, si troverà davanti a una scelta che pretende da lei ancora più coraggio che la prima linea. Scegliere tra lasciare o custodire la vita, tra giustiziare o, vicendevolmente, curarsi e riconoscersi in un dolore che ci accomuna come esseri umani, al di là di ogni divisa.
Il “diavolo bianco” è Ismar e da giorni, acquattato tra le rocce, ha imparato a sentire sottovento l’odore di fiori e di bucato delle donne che si arrampicano fino alle trincee, in tasca la cartolina con un transatlantico e il sogno di uscire vivo da quella prigione di pietra. Agata lo porta a casa, lo medica, poi lo abbandona al suo destino. Ma la loro sorte è ormai segnata. “Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi. Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io. Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto. Quando tutto intorno a me era morte, io ho scelto la speranza”.


Così scrive Agata, oltre sessant’anni dopo, richiamata tra le montagne della Carnia da un altro mostro, che la natura questa volta, non l’uomo, ha risvegliato. La sua decisione l’ha portata lontano, ha cancellato amicizie nate nella fatica delle salite, altre le ha preservate e cementate. Oltre il tempo e le distanze, come fiori di roccia.

twitter@boria_a

venerdì 24 maggio 2019

IL LIBRO

Ninfa dormiente di Ilaria Tuti
in anteprima il secondo thriller ambientato in Val Resia





L’editore Longanesi ha puntato forte su di lei. Cinquantamila copie per il secondo thriller di Ilaria Tuti, “Ninfa dormiente”, che da lunedì 27 maggio sarà in libreria (pagg. 380, euro 18,60). L’autrice lo presenterà domenica 26 maggio in anteprima nel suo paese, a Palazzo Elti alle 18, in dialogo col direttore editoriale Giuseppe Strazzeri.

Dopo l’exploit dell’anno scorso con “Fiori sopra l’inferno”, giallo ambientato nell’immaginario paese di Travenì nelle Dolomiti friulane, l’attesa per il secondo mistero con protagonista l’ispettrice sessantenne Teresa Battaglia, è altissima e il numero di copie stampato dall’editore lo conferma. Mentre nel 2018 il primo romanzo occupava per nove settimane la top ten delle vendite in Italia e poi viaggiava nel mondo, venduto alla Fiera di Francoforte in ventidue paesi prima ancora di vedere le stampe, Ilaria Tuti, tra un tour di presentazione e l’altro, si è rimessa subito al lavoro e, a poco più di un anno di distanza, ha impegnato la sua acciaccata profiler in un’indagine che ancora una volta parte da lontano.



Ilaria Tuti fotografata da Beatrice Mancini


Un “cold case” negli ultimi giorni della guerra partigiana in Val di Resia, per risolvere il quale l’investigatrice, diabetica e con una memoria fragile quanto le sue antenne sono sensibili e sempre all’erta, dovrà scavare tra silenzi, segreti, paure, tradizioni e rituali, difesi gelosamente da ogni intromissione da un popolo antico. Il thriller non fa prendere fiato al lettore, spostando e depistando continuamente la sua attenzione tra una miriade di personaggi e di circostanze, disseminando prove e indizi, incrociando passato e presente, storia e memoria, con una nota di costante tensione e inquietudine che l’autrice è abilissima ad alimentare in ogni pagina. Complice un mondo chiuso e delicato, un paesaggio incombente e un testimone reale, che ha condiviso con Tuti un ricordo di bambino diventato filo robusto della trama.

Chi è la Ninfa dormiente? Un quadro, il ritratto di un’esotica e bellissima ragazza, dipinto con una sostanza raccapricciante: sangue di donna. L’autore dell’opera è un partigiano della Garibaldi, Alessio Andrian, che depose per sempre i pennelli il 20 aprile 1945, a 23 anni, il giorno in cui creò la sua Ninfa, e dieci giorni dopo fu ritrovato a Bovec, in Jugoslavia, proprio dietro il Canal del Ferro, coperto di sangue non suo, agitato come un demonio e con il ritratto arrotolato in mano. Da allora, l’uomo è diventato una “tomba vivente”: non ha mai più parlato e trascorre le sue giornate infossato in una poltrona, con i cristallini occhi azzurri piantati nel bosco davanti a sè. I suoi quadri, dieci in tutto oltre alla Ninfa, realizzati in montagna nei giorni della Resistenza, furono notati da un soldato americano intenditore d’arte e nel tempo hanno raggiunto quotazioni altissime. Ma quando il bisnipote di Andrian, Raffaello, porta il ritratto in una galleria, il sangue viene scoperto e l’oscura identità della Ninfa richiama nella valle l’ispettrice Battaglia e il suo braccio destro, Massimo Marini.


Tra i quadri di Andrian ce n’è un altro con una scena singolare e inquietante: due bambini, una femmina dagli occhi eccitati, e un maschio con in mano un fucile fumante. Accanto a loro un giovane partigiano e nella strada sottostante un militare tedesco su un carro trainato da un cavallo, che scarta per il colpo sparato. Chi sono i personaggi dipinti? E l’episodio è reale o immaginato dal pittore?

Le due storie si intrecciano quando Teresa scopre che il dna della “Ninfa”, unico al mondo e solo dei resiani, è quello della giovane Aniza, scomparsa misteriosamente proprio il 20 aprile 1945 mentre si inoltrava nel bosco per incontrare qualcuno, forse un innamorato. Tutto il paese la cercò, invano, mentre nell’aria si alzavano le note di violino dell’arduo “Trillo del diavolo” di Tartini. La bambina dell’altro quadro è invece la nipote di Aniza, la piccola Ewa, e il maschietto vicino a lei è suo fratello Francesco, tutt’ora vivente. Ewa è morta di malattia da anni, sua figlia Hanna è perita oscuramente in un incendio, l’ultima discendente in linea femminile della famiglia è la giovane Krisnja, identica ad Aniza, quasi una Ninfa rediviva.


Un’altra opera d’arte si innesta nella trama, un’icona che rappresenta la “Virgen Negra”, Madonna blasfema tardobizantina che altro non è che Iside, dea oggetto di un culto oscuro, per adepti. Fu rubata dal santuario di Castelmonte e i bambini la sottrassero a loro volta al tedesco, credendolo morto: che fine ha fatto?


In un mondo sospeso e impenetrabile, ferino e fortemente matriarcale, Teresa Battaglia, con il corpo franante e un dolore lontano e mai sopito, deve opporsi a donne sciamane, guerriere, fascinose, che sbucano del passato e incombono sul presente. Una sorellanza che aiuta a dare la vita, nel cerchio del parto, ma che, quella vita stessa, può sottometterla, plagiarla, eliminarla. Anche l’ispettore Marini combatte contro un dna che crede destino inespugnabile, ma Teresa lo aiuterà a liberarsi dai fantasmi, riversando su di lui l’accudimento per il figlio mai nato, che ancora sente agitarsi dentro di lei. In vista di una probabile serialità, l’autrice inserisce un nuovo personaggio, la giovane ipovedente Blanca e il suo Smokey, cane da ossa e pezzi di cadavere.

Nessun set di fantasia, nel secondo romanzo di Ilaria Tuti. I luoghi sono reali, e la tutela delle minoranze etno-linguistiche un problema sempre aperto, terreno minato a queste latitudini. La Val Resia è abitata da un popolo antichissimo, giunto dal Mar Caspio, nel VI secolo d.C., al seguito di Unni e Avari. La lingua parlata è uno slavo arcaico e nobile, mescolanza di suoni e radici dai confini dell’Europa, la cui custodia e trasmissione sono affidate alle donne, come i nomi, la conoscenza delle erbe, la memoria dei canti e delle tradizioni. L’assimilazione legislativa allo sloveno è una ferita per quest’etnia, superba della sua unicità.


Mescolando realtà e fantasia nella trama del thriller, Ilaria Tuti affronta temi delicati, facendosi portavoce della comunità, senza paura di esporsi. Come la sua protagonista Teresa, che alla fine di un’intricata e ambiziosa tessitura, riuscirà a ridare pace ad Aniza e al partigiano pittore. L’investigatrice riavrà anche il diario che le era stato rubato, con cui riempie i buchi della memoria, insieme a un laconico avvertimento. Il primo indizio di un’altra indagine. 

@boria_a

martedì 15 gennaio 2019

LA SCRITTRICE

 Torna Ilaria Tuti con la sua "Ninfa dormiente"


Ilaria Tuti fotografata da Beatrice Mancini



 S’intitola “Ninfa dormiente”, titolo scelto dall’autrice, e uscirà la prima settimana di maggio. Ilaria Tuti, la giovane scrittrice di Gemona, caso letterario 2018 con il suo primo libro, il thriller bestseller “Fiori sopra l’inferno” edito da Longanesi, anticipa con trepidazione qualcosa del nuovo giallo. È già terminato e in fase di editing, e avrà ancora una volta come protagonista l’ispettrice Teresa Battaglia, cinquantenne provata dalla vita, dalla determinazione incrollabile ma al tempo stesso fragile ed empatica, questa volta alla prese con un’indagine in una valle delle prealpi friulane, «che ha alle spalle una storia importante». Il romanzo prenderà le mosse come un giallo classico, con un caso di morte che ci riporta alla prima guerra mondiale e un quadro misterioso, ma il dipanarsi dell’intreccio lascerà molto spazio all’approfondimento sulle storie personali dei personaggi: Teresa, che incontrerà sul suo cammino un nemico che viene dal passato, l’ispettore Marini, il collaboratore fresco di scuola di polizia, con una ferita che l’ha allontanato dalla città e indotto a trasferirsi nella ferigna montagna friulana, e un nuovo arrivo, una giovane fortemente voluta da Teresa, in cui l’ispettrice riconosce se stessa, la sua tempra ma anche le difficoltà degli inizi.

«Non nascondo che il secondo romanzo è pesante dal punto di vista psicologico», dice Ilaria Tuti. «Nel primo ti butti, ora invece le aspettative sono alte, è come se tu avessi fatto una promessa ai lettori. Questa nuova storia è difficile da etichettare, è un thriller non canonico che avevo dentro da tanto tempo, ancora prima di “Fiori sopra l’inferno”. C’è una storia vera e ci sono i ricordi di una persona vera, la memoria storica del paese, che mi ha accolto nella sua casa e mi ha aperto il cuore. E poi tanti risvolti sociali, antropologici, politici. È un romanzo d’ambiente, che dà spazio alle vite dei singoli caratteri. Il mio editor, Fabrizio Cocco, dice che la mia narrazione crea assuefazione e ci vuole un po’ di tempo per prendere le distanze dalla storia».


Ilaria Tuti è appena rientrata da Madrid, dove ha festeggiato l’uscita in castigliano e catalano (il traduttore è Xavier Gonzàlez Rovira) del primo libro con l’editrice Alfaguara del gruppo Penguin Random House, che verrà diffuso anche nei paesi latino-americani, seconda traduzione straniera dopo quella francese, uscita a settembre. In febbraio il thriller sarà disponibile in inglese per Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda, in aprile negli Stati Uniti, quindi in Grecia, Olanda, Serbia, Polonia, Norvegia, Repubblica Ceca per un totale di ventidue paesi, dove anche il secondo romanzo è già stato venduto.












«In Spagna - racconta Tuti - sono stata accolta molto bene, mi ha intervistata la radio nazionale, è arrivato “El Mundo”. Il traduttore si è affezionato ai personaggi e ha trovato una grande sintonia sull’ambientazione. Teresa Battaglia ha qualcosa di Petra Delicado, amatissima investigatrice creata da Alicia Giménez-Bartlett, ma anche qualcosa di Amaia, l’ispettrice dei gialli di Dolores Redondo, un’autrice attenta come me alle tradizioni, alle radici, alle credenze popolari, a un mondo antico assediato dal progresso, ma anche al rapporto della donna con la maternità. In Spagna credono molto nel libro».

Intanto, tra una fiera letteraria e l’altra, Ilaria Tuti continua ancora a occuparsi di pratiche d’appalto, seppure a tempo molto ridotto rispetto al passato. Per la sua investigatrice Teresa, invece, potrebbe prospettarsi un futuro anche televisivo. La società di produzione Publispei ha acquisito i diritti dei libri e si è presa un paio d’anni di tempo per valutare se ricavarne un film o una serie. —

mercoledì 3 gennaio 2018

IL LIBRO

 Un killer custodisce i fiori sopra l'inferno


Ilaria Tuti






Travenì è un paese immaginario incastonato nelle Dolomiti. Tutt’intorno panorami annichilenti, vette silenziose, distese di vegetazione scura e spessa che lasciano improvvisamente spazio alla durezza della pietra. Ma nelle case di quel piccolo centro niente è incontaminato. Un’atavica povertà, appena riscattata dal turismo nascente, ha lasciato tracce nel sangue e sul viso della gente. Nelle case si muovono ombre e si custodiscono segreti e la comunità si chiude a riccio contro ogni tentativo di scoprire i suoi fantasmi, che si muovono ai margini, sanno vedere al buio, e dominano l’ambiente con l’istinto delle bestie.


Travenì non esiste, ma Ilaria Tuti, che vive a Gemona del Friuli, sa restituire con grande forza nella scrittura un mondo che conosce bene, che ha respirato fin da piccola, reso fragile prima dalla violenza scatenante della natura, poi dal cambiamento sociale, che è un’intrusione controllata ma altrettanto invasiva. È qui, in questa geografia territoriale e umana piena di ferite e fratture, che si muove il commissario Teresa Battaglia, protagonista del thriller d’esordio di Tuti, “Fiori sopra l’inferno” (pagg. 350, euro 16,90), da oggi in libreria. Un doppio debutto al femminile, che ha convinto la casa editrice Longanesi, la stessa di un giallista come Donato Carrisi, autore di bestseller tradotti in tutto il mondo. Alla Fiera di Francoforte il giallo è stato un caso editoriale e i diritti sono stati venduti in più di venti paesi nel mondo.





“Ingabbanata” è il neologismo che l’autrice usa per presentarci la sua ispida detective, a cui sa regalare tratti in grado di distinguerla nell’affollato parterre degli investigatori italiani. Così, intabarrata e informe in mezzo alla neve, la vede il giovane ispettore Marini, appena arrivato dalla città a collaborare alle indagini su un omicidio ferino: l’ammazzato è un ingegnere di Travenì, sposato e padre di un bambino, a cui il killer ha strappato gli occhi con le unghie prima di abbandonarlo circondato da trappole rudimentali, perché gli animali non ne facciano scempio. Poco distante una sorta di spaventapasseri, vestito con gli abiti insanguinati del morto, un feticcio quasi infantile. Da questo strano “staging”, messa in scena inquietante, parte l’indagine.

Teresa ha sessant’anni, un corpo franante, e le maniere spicce di chi ha dovuto conquistarsi autorevolezza in un ambiente maschilista. È diabetica, talvolta la sua memoria e la sua lucidità si appannano e, come molti suoi colleghi letterari, custodisce un segreto del passato che però riesce a trasformare in empatia piuttosto che in cinismo, soprattutto se i suoi interlocutori sono bambini. E che prima degli altri le fa intuire non il raptus ma il percorso, gli abissi di solitudine, di abusi, di rifiuto che, da molto lontano, sfociano nel sangue. Gli orridi dell’individuo, uguali a quelli della natura in cui si rifugia.

Gli occhi. Non bastano al killer, che torna a colpire. Si accanisce su orecchie e naso di una seconda vittima, vuole impossessarsi dei sensi degli altri, anche se alla fine risparmia la vita. Ruba gli organi per ridarli a qualcuno che gli è caro e gli è stato portato via? Quale schema seguono le sue azioni?
Teresa e la sua squadra sbattono contro muri di riservatezza. Il paese si scopre violato e non solo dall’efferatezza del crimine. La natura, col suo scrigno di bellezze, arretra davanti all’avanzare degli impianti, delle piste da sci che sottraggono la terra alla sua secolare povertà, ma in qualche modo ne appannano l’identità, frugano nei suoi recessi, la lasciano disboscata e inerme, come i suoi abitanti. L’equilibrio si è rotto, fa fuggire a valle gli animali, stana gli uomini. 

Al centro del thriller ci sono i bambini di Travenì, gli unici che riescono a fare squadra e a difendersi l’un l’altro dall’anaffettività, le trascuratezze, le vere e proprie violenze degli adulti che li circondano. Solo con loro ha stabilito un contatto quell’uomo senza volto, che pare colpire al di fuori da ogni logica, che ha ucciso solo una volta ma si è accanito come un lupo sui volti delle altre vittime. E come se i bambini fossero suoi pari, ne conoscesse bisogni e fragilità, fosse abituato ad ascoltare i loro respiri e i loro pianti, e in lui suscitassero la necessità dell’accudimento.
È questa la parola chiave, il codice primario di comunicazione. Perché - senza togliere la suspense - sulla storia principale Ilaria Tuti ne innesta un’altra con al centro una misteriosa Scuola appena fuori il confine austriaco, dove a fine anni Settanta, sulla scorta di teorie psicanalitiche varate negli anni bui della seconda guerra mondiale, su piccole cavie si sperimentano metodi di crescita sinistri.

L’autrice è abile a cambiare repentinamente il punto di vista della narrazione, in modo da trascinare il lettore dagli scenari di indagine ai corridoi della Scuola, dove per tutti vige la regola del ”vedere, osservare, dimenticare”, fino ai nascondigli del torturatore, facendone annusare la paura e i bisogni, che sono quelli di una animale dominatore, sfuggito al suo aguzzino. E lei, il commissario Teresa Battaglia, alla fine riesce quasi a farci simpatizzare con il mostro, fiero e incontaminato, in qualche modo innocente, come si è tutti allo stadio in cui si è arrestato il suo sviluppo. Un bambino deprivato nel corpo di un guerriero, che - citando l’haiku del poeta giapponese Kobayashi Issa preso a prestito per il titolo - sente d’istinto di dover proteggere i fiori, per guardare oltre l’inferno a cui è sopravvissuto.

Un thriller teso fin quasi alla fine, quando la necessità di sciogliere e richiamare i tanti fili dell’intreccio si gioverebbe forse di un editing più serrato. Teresa Battaglia è un’antieroina così poco “maledetta”, che cattura il lettore e lo fidelizza per future altre indagini. E se oggi le ambientazioni di gialli e noir italiani tra neve e montagne non sono un’originalità, Ilaria Tuti sa far vibrare una natura che qui sentiamo particolarmente vicina, rendendola, a ogni riga, incombente protagonista.
@boria_a