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martedì 31 ottobre 2017

L'INTERVISTA

Irene Brin, la prima blogger raccontata dal nipote




 
Irene Brin a Bordighera



Fu Leo Longanesi a trovarle il soprannome: Irene Brin. Al secolo era Maria Vittoria Rossi, classe 1911, l’antesignana di tutto le giornaliste di costume. All’epoca si chiamavano “cani schiacciati”, quegli articoletti di cronaca mondana snobbati dalle penne maschili: lei li trasformò in fulminanti e raffinatissimi ritratti umani e sociali. “Brinate”, appunto, come si dirà poi nelle redazioni: pezzi brevi, colti, graffianti.

Irene Brin è stata una delle protagoniste del giornalismo del secolo scorso. Si occupò non solo di costume, ma di arte e moda per “Omnibus”, “Il Borghese”, “La Settimana Incom”, “Il Corriere della Sera”. Corrispondente italiana di Harper’s Bazaar, dettò legge in fatto di stile e firmò come “Contessa Clara” il più celebre galateo italiano.


Ma Irene Brin è stata molto più di una cronista di sfilate e salotti, di un’insegnante di buone maniere. Traduttrice di decine di autori, scrittrice, con il marito Gaspero del Corso fondò a Roma L’Obelisco, la galleria che per prima aprì le porte agli esponenti delle avanguardie e fu punto di riferimento per il dibattito artistico e culturale degli anni ’50. Fu anche corrispondente di guerra: il suo “Olga a Belgrado”, del ’43, documenta l’occupazione italiana nei Balcani, dove aveva seguito, per tre anni, il marito ufficiale: racconti dalla parte delle popolazioni locali, che il fascismo non apprezzò.


Intellettuale a tutto tondo, spirito libero e inquieto, è un personaggio controverso e sfuggente, tutto da riscoprire. Oggi un’occasione per farlo è il prezioso volume, “Il mondo - Scritti 1920-1965” curato da Flavia Piccinni per Edizioni Atlantide (pagg. 314, euro 30), che raccoglie una selezione di pensieri, articoli, racconti di Irene Brin, pubblicati a partire dal ’44.
Ma chi era davvero Maria Vittoria Rossi? Pochi sanno che Mariù - come la chiamavano in casa, il suo primo nom de plume - era figlia di Maria Pia Luzzatto, colta e poliglotta ebrea goriziana, nata a Vienna, e di Vincenzo Rossi, generale del regio esercito, di famiglia ligure. Sua nonna era la triestina Adele Ara, che visse nell’omonima villa di via Monte Cengio, e si sposò a Trieste con l’ingegner Emilio Luzzatto, anche lui triestino: delle loro nozze restano i documenti secondo il rito ebraico.






«Chi era mia zia? La prima blogger italiana» sintetizza il nipote, Vincent Torre, figlio della sorella Franca, fisico e docente alla Sissa. Che così racconta la sua straordinaria zia.


 
Vincent Torre, fisico alla Sissa di Trieste


 

In che ambiente è cresciuta Irene Brin? «Irene passò la giovinezza in mezzo ai problemi e alla vicissitudini della famiglia paterna. Suo padre, Vincenzo Rossi, era generale di Corpo d’armata, suo zio, Francesco, fu uno dei fondatori del Partito socialista nel 1892. Entrambi vissero in prima persona le vicende drammatiche di quel periodo e trasmisero a Irene le loro passioni, le angosce, le traversie passate. Mio nonno Vincenzo era a capo della brigata Roma a Caporetto, che dopo la disfatta fu accusata da Cadorna di tradimento. Questa tragedia lo devastò e per i successivi vent’anni cercò di riabilitare il suo nome e quello dei suoi uomini. Ci riuscì e gli fu addirittura proposto di diventare senatore, purchè si iscrivesse al partito fascista. Lui rifiutò».

E Francesco? «Era molto battagliero, fu arrestato e mandato al confino. Divenne sindaco di Bordighera e fu eletto in Parlamento, ma durante il ventennio fascista gli bruciarono la casa e fu costretto a fuggire sui tetti. Così lasciò la politica. Irene ha respirato in casa questi ideali democratici e socialisti e con dolore ha assistito alla loro sconfitta. L’atmosfera della sua giovinezza non è stata frivola e svagata, tutt’altro. E credo che il suo atteggiamento apolitico e la scelta di occuparsi di arte e letteratura siano proprio legati alla volontà di non rivivere i contrasti ideologici che avevano condizionato la sua gioventù. Dopo l’8 settembre Irene dice: “riiniziamo la mia vita”».


Questo atteggiamento ha influito su di lei? «Zia Irene e zio Gaspero mi hanno insegnato ad avere autonomia intellettuale, a essere un libero pensatore. Le donne spiccavano nella nostra famiglia. E c’era una forte componente ebraica, ma aperta, laica e democratica. Annina Torre, la mia zia paterna, aveva fondato Amnesty International negli anni ’50. Lei mi diceva che, essendo noi ebrei, dovevamo difendere i prigionieri palestinesi politici nelle prigioni di Israele. Mia mamma Franca mi ripeteva: “hai lo spirito di contraddizione giudaico che hai preso da tuo padre”. Era questa l’eredità familiare, vicina all’ebreo errante, all’ebreo bastian contrario». 


Cosa ricorda dell’atmosfera dell’Obelisco? «Irene e Gaspero ospitarono le mostre più importanti di quegli anni. Lì cominciarono a esporre Burri, Afro, Mirko. Per la prima volta si videro a Roma, Toulouse-Lautrec, Magritte, Matta, Dalì, Rauschenberg. La galleria era punto di incontro di Bacon, Kandinsky, di Calder, che fece un ritratto a mio zio Gaspero e lui ricambiò. Dai dieci anni in poi, in quella galleria ho formato il mio gusto. E nel loro appartamento, a Palazzo Torlonia, con i Modigliani e i Klee alle pareti. Ma anche nei viaggi che con Irene e Gaspero ho fatto a Parigi, Londra, Lisbona. Mi hanno insegnato a essere una buona guida in qualsiasi museo del mondo. Tra il ’58 e il ’62 molti pittori lasciarono l’Obelisco e, secondo le indicazioni di partito, si spostarono nelle gallerie di sinistra. Irene era invisa perchè troppo intelligente e snob, troppo fuori dal coro».


Lei accompagnava sua zia durante le sfilate parigine.. «Sì, ma mi lasciava in un museo: ritornava dopo un paio d’ore e mi interrogava sui quadri, che dovevo riconoscere da lontano. Irene e Gaspero avevano “gusto” e una grande intuizione per il nuovo. Dicevano che un’opera o un libro erano “belli”, ma non mi spiegavano il perchè. All’epoca non apprezzavo questo atteggiamento. La mia è la generazione del ’68, li rimproveravo di non essere impegnati. Invece era la loro forza e particolarità: non essere schierati, politically correct, non uniformarsi a pensieri o dettami di altri. Volevano vivere in modo intelligente e colto, ma non ideologico. Ho capito dopo che sono stati lungimiranti».


A Irene piaceva la moda? «La svagava, ne era affascinata. Mia zia era una donna profondamente infelice. Aveva un’emotività, una sensibilità e una sessualità molto complicate. Anche quando eravamo in vacanza insieme, a Sasso di Bordighera, stava tranquilla per quattro o cinque giorni, poi arrivava la tempesta. Solo in quei momenti d’ira era spontanea, per il resto non perdeva mai il controllo. L’aveva imparato fin da piccola, i rapporti con padre e madre erano condizionati dai ruoli, sempre disciplinati. Quando Irene è morta, a Sasso, nel ’69, ad appena 58 anni, abbiamo pensato che la malattia fosse quasi un suicidio, che fosse logorata dalla sua complessità».



Una foto inedita di Irene Brin


Con lei che rapporto aveva? «Era sempre molto affettuosa. Quando stava per morire mi ha dato una specie di addio, mi ha fatto una dichiarazione d’amore: il commiato da un giovane è un segno di grandezza. Ero il figlio che non aveva avuto e mi considero il suo erede emotivo e spirituale».


Avete mai litigato? «Avevo sedici anni, ero a Genova, e con un amico andai a trovare Ezra Pound che aveva casa a Rapallo. Eravamo infatuati di Brecht e volevamo fare un mix di letture di questi due autori così diversi. Naturalmente lui disse di no. Quando mia zia lo seppe scoppiò il finimondo, mi accusò di fornicare con il nemico».


Lei ha ritrovato un inedito di Irene Brin... «In un cassettone della casa di Sasso c’era un piccolo faldone con alcuni dattiloscritti tra cui questo “Le perle di Jutta” (che uscirà nel 2018 per Atlantide). Su una fascetta, con un disegno, aveva scritto “Premio Viareggio”, forse si aspettava un riconoscimento importante. Nel racconto dice: «Nessuno ascolta mai il cuore degli altri”. Era un donna forte ma fragile. Prima di sposare Gaspero, nel ’36-’37, ebbe un grande amore per Carlo Roddolo, amico di Montanelli, che morì in Etiopia. In casa abbiamo ritrovato tutte le lettere di lui, molto appassionate. C’era anche una lettera di lei mai spedita, sofisticata nel linguaggio e nei contenuti. Il suo coinvolgimento con gli uomini era intenso, ma la sua sessualità resta un grande mistero».


Come ricorda sua zia? «Non l’ho mai vista sciatta, sempre impeccabile e in controllo di sè. Era la sua forza e la sua debolezza. E snob. Aveva una trousse disegnata da Dalì, le sembrava una cosa meravigliosa. Ma il suo snobismo era autentico, non una posa. Perchè era infelice? Come Gaspero, non aveva capito che cosa desiderava e non era riuscita a ottenerlo».


Perchè riscoprire Irene Brin? «Perchè era una mente libera. Per la sua modernità. Per l’eleganza della sua scrittura, riflesso della sua personalità».

@boria_a

lunedì 28 maggio 2012

IL LIBRO

E Pirandello scriveva a Irene Brin: "Mariù, farai carriera"

Irene Brin, nata nel 1911 e morta nel 1969: la apprezzavano Pirandello e Longanesi, ha nobilitato le cronache di costume

Quando scrive i suoi primi articoli, a vent'anni, riceve un biglietto: «Brava Mariù, farai carriera», firmato Luigi Pirandello. Mariù è, al secolo, Maria Vittoria Rossi, classe 1911, figlia di Vincenzo, alto ufficiale dell'esercito, e di Maria Pia Luzzatto, ebrea nata a Vienna, coltissima ed elegante.

Mariù è un diminutivo di famiglia, ma anche uno dei tanti nom de plume con cui firmerà migliaia di articoli. Marlene, Oriane, Maria del Corso, Madame d'O., Cecil Wyndham Alighieri, Geraldine Tron, Contessa Clara e il più famoso, Irene Brin, lo pseudonimo inventato per lei da Leo Longanesi: «Articolo bellissimo, trovato nome. Longanesi».


Il pezzo, che esce su Omnibus, il 19 febbraio 1938, s'intitola "Sera al Florida". È un "cane schiacciato", come all'epoca si chiamano i pezzi di "colore", le cronache di costume che vengono affibbiate agli ultimi arrivati, meglio se donne.
Irene Brin, con quel cognome inventato che la racchiude tutta, che è uno sghiribizzo, un tocco di levità e di grazia in una sillaba, nei "cani schiacciati" diventerà la prima, la più grande, la maestra di tante giornaliste venute dopo. Paolo Poli l'ha inserita nei suoi "Sei brillanti", lo spettacolo del 2006 dedicato a quella sparuta galleria di penne speciali che con pochi tratti, con un aggettivo in apparenza svagato a illuminare l'intera frase, sanno comunicare un'epoca. 


Dalla sua, di penna, sono usciti ritratti, consigli di bon ton, suggerimenti di lettura. E il resoconto quotidiano dell'italietta orba che non si accorgerva del fascismo montante.
Misconosciuta, Irene Brin. Forse per invidia, per supponenza, per lo snobismo (e anche lei era snob, eccome) che è dei salotti letterari e dei giornalisti, ma non solo. Adesso la personalità complessa e inquieta, la donna il cui "camaleontismo sembra non trovar confini in nessuna legge della natura", come disse l'amico Indro Montanelli, viene raccontata dalla giornalista Claudia Fusani in "Mille Mariù" (Castelvecchi, pagg. 278, euro 22), che esce in contemporanea alla riedizione di "Olga a Belgrado", lo stupendo libro da inviata di guerra, nel 1941, al seguito del marito Gaspero del Corso, ufficiale della Compagnia Lanciafiamme (Elliot editore, pagg. 186, euro 16.50).



 
Irene Brin ritratta per Vogue




 

Diceva dei suoi esordi: «Cominciai prestissimo, a Genova, dove mio padre faceva parte di una società marittima. Scrissi un pezzettino, lo spedii al capo-ufficio pubblicità che in quel giorno festeggiava la nascita del dodicesimo maschio. Sarà di buon umore, pensavo, e lui magari si strappava i capelli. Però l'articolo non lo strappò ed apparve. Ben presto tutte le collegiali liguri (o lombarde) si dedicarono ai cani schiacciati...».

Della capacità di questa giovane autodidatta, che la madre aveva ritirato da scuola ancora al ginnasio prevenendo le leggi razziali, che leggeva un libro al giorno, anche nella vasca da bagno, e parlava cinque lingue, si accorge Giovanni Ansaldo, all'epoca caporedattore, poi direttore de "Il Lavoro". Le affida la chiusura dei bagni lungo corso Italia, e il mesto rito dei bagnini che danno l'arrivederci alle signore. Lei firma Marlene ed è una rivoluzione: in quella cronaca acerba, Ansaldo intuisce la capacità di introspezione psicologica, l'attitudine a guardare nelle pieghe della società che cambia. Da allora l'effimero, il superfluo, il costume e i suoi capricci, acquistano diritto di esistenza in un quotidiano politico come "Il Lavoro" e i redattori blasonati si ritrovano a contendere gli spazi ai cani schiacciati.


Nella sua vita breve - muore il 29 maggio 1969, a 58 anni - Irene Brin ha scritto per dodici quotidiani, dal "Lavoro" al "Corriere della Sera" passando per "Il Messaggero", "Il Giornale d'Italia", "Il Mattino" e "La Stampa", ha tenuto rubriche in trenta settimanali, tra cui, oltre a Omnibus, "L'Europeo" e il concupito "Harper's Bazaar". Ha scritto manuali di galateo e pagine di guerra, ha curato centocinquanta traduzioni. Si è inventata nomi e stili, testimoniando, in un minuzioso e accurato diario minimo, trent'anni di vita italiana attraverso salotti, vestiti, vacanze, debolezze e vizi, musica e romanzi. Negli anni del regime fascista non si è occupata di retorica e di leggi razziali, pur con la mamma ebrea, ma ha seguito le donne e la loro modernizzazione, la moda e il tempo libero, attenta a quello che accade dall'estero, siano libri o gelatine, artisti o chirurgia estetica. Sempre curiosa, trasgressiva, cosmopolita e provinciale, una raffinata esteta che non ha avuto paura di essere e passare per semplice.


Con il marito, omosessuale, ha un rapporto sodale e solidale, cementato dalla cultura e dagli interessi artistici. Si conoscono nel febbraio 1935 nel salone dell'hotel Excelsior, in via Veneto a Roma: lei è vestita di lamè bianco, lui le parla di Proust. Si sposano nell'aprile dopo. Insieme aprono in via Sistina la galleria "L'Obelisco", che diventa il baricentro delle avanguardie artistiche europee e d'oltreoceano, esponendo per la prima volta sconosciuti Burri, Matta, Vespignani, Music, Afro e artisti ospiti come Bacon, Picasso, Kandinsky, Dalì. Arte e moda si mescolano, l'haute couture trova spazio tra quadri e statue.


Speciale il suo rapporto con Longanesi, di cui si rivendica un'«invenzione». «So adesso - confessa nel 1957 - che il primo segno di stima me lo diede con le prime violente correzioni. Era una biografia della Duse che mi tornò zebrata di cancellature e rimproveri... Eravamo appena all'inizio della mia educazione». L'Arcitaliano le spiega politica e letteratura, arredamento e religione, cultura e società. Le corregge lo stile, la colloca nei diversi ruoli e nomi (anche Adelina, con cui firma certe cronache di massaia): «Longanesi non si limitava a rewrite i miei articoli, ma me. Scoprivo di non aver mai saputo, nè visto, nè inteso niente».
Camilla Cederna, che non l'amava, nel 1992 riconosce che bastò quell'iniziale mezza colonnina sul "Lavoro" per fare di Irene Brin "la prima giornalista italiana", in un'epoca in cui la donna, tuttalpiù, "dalle pagine di violacei rotocalchi, indirizzava le lettrici sul taffetà celeste per una bella coperta da letto". «Fu la prima - scrive Cederna - a intuire e a bollare, con penosa amarezza, e soprattutto a scriverne, le meschinerie delle mezze calze, degli arrampicatori, i piccoli giochi d'equilibrio degli arrivisti, le ipocrisie e le stupide astuzie del generone. Era modesta, aveva una grande dignità, era discretissima, non si rendeva conto di essere stata, nel giornalismo italiano, non solo femminile, una maestra, un esempio, una pioniera. Nessuno l'ha mai sentita parlare di sé, altro che sorvolando o ridendo».
Lo fece anche la notte prima di morire: «Devo fare un viaggio».
twitter@boria_a

"Mille Mariù" di Claudia Fusani