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domenica 14 gennaio 2018

IL LIBRO

Dentro le stanze dell'addio

Non un monumento, ma un attraversamento. Non la celebrazione di una perdita, ma il percorso che ha condotto al distacco, con tutte le speranze, le rabbie, le remissioni, i precipizi, il limbo indefinito e nebuloso, quando sai ma ancora ti aggrappi, quando i medici parlano e tacciono, quando cominci quell’ultimo tratto che precede un addio. Quando tua moglie è un petalo e a farla volar via basta un soffio.
Yari Selvetella, giornalista e scrittore, in un’intervista radiofonica a Radio radicale, ha definito così, come un movimento “dentro”, “verso” qualcosa, l’accompagnamento nella malattia e poi la morte della sua giovane compagna, madre dei suoi tre figli, la saggista, critica, editor di Einaudi e Fazi Giovanna De Angelis, scomparsa a Roma nel 2013.





Oggi, a cinque anni di distanza, quando al lutto è stato dato un posto nella vita che va avanti, Selvetella guida il lettore nel suo congedo da Giovanna, attraverso “Le stanze dell’addio” (Bompiani, euro 15,00, pagg.185): la casa della famiglia, con le sue tracce di intimità domestica, una vacanza che lascia sulla pelle di quella giovane donna i primi segni della fine, poi il reparto con il suo odore di disinfettante, il carrello del vitto e i tanti libri ancora da esplorare, la rianimazione senza finestre, il labirinto bianco dell’ospedale, e, alla fine, il crematorio, l’acqua che trascina via il contenuto di un’urna di ceneri dietro l’altra, mischia le esistenze di sconosciuti, in uno scorrere e disperdersi che, nella sua igienica crudeltà, traccia una riga tra il prima e il dopo. Yari è lì, su quel crinale tra l’ossessione della perdita e l’energia di andare avanti, per i figli, per quello che la coppia ha costruito insieme. Ed è lì che si dipana il libro, dentro e fuori dalle stanze del dolore, tra il rifugio dei ricordi e la vitalità della rinascita.





Quando già stava male, Giovanna De Angelis scrisse “La frattura”, il suo unico romanzo uscito postumo (Elliot), in cui racconta la storia di Francesca, giovane traduttrice sposata a Cosimo e amante di Diego, nella cui vita irrompe la malattia: uno “schianto”, come si intitola una delle due parti in cui è suddiviso il romanzo, che rimette tutti i personaggi al loro posto, che smaschera gli inadeguati ad affrontare la lotta, che fa emergere «un improvviso bisogno di precisione, di parole esatte e pronunciate correttamente». Da qui, dalla necessità di termini diretti, chirurgici, che entrano dentro il dolore come un bisturi, senza slabbrature, per incidere e liberare, continuiamo a inoltrarci nella storia di Giovanna. Perchè anche Yari sceglie le parole con cura, in questo corpo a corpo con la morte. Sono due libri diversi ma non è un azzardo accostarli, leggerli come momenti dello stesso viaggio, una coppia in transito in una vicenda il cui finale e già scritto.


C’è un uomo con i baffi, l’alter ego di Yari, che torna e ritorna in ospedale a cercare la moglie, morta da tre anni. Si aggira in spazi che conosce eppure che gli sono estranei, sente gli odori, i bip delle flebo che finiscono, vede quei bozzoli tra le lenzuola. Dov’è sua moglie? La camera dove era ricoverata è vuota, lei non c’è più da molto tempo ma lui continua a riandare lì, di persona e col pensiero, domanda, aspetta fuori dalle porte, si perde, si nasconde, origlia.


In questo suo vagabondare cosciente e confuso insieme, incontra un altro uomo. È il giovane addetto al bar dell’ospedale, ha perso il padre e anche lui, col suo dolore, è rimasto impigliato in stanze che non gli appartengono più, dove si aggira da spettatore, vivendo una vita che non è sua.


Pagina dopo pagina, entriamo nelle assenze di entrambi, nei loro distacchi ancora impronunciabili, camminiamo sul confine tra il soprassalto del passato e un futuro al quale abbandonarsi. «Ma ora è il momento di provare a ritornare, di essere una persona sola», dice l’uomo coi baffi al ragazzo. E continua: «Così non è possibile. Tradisco non solo la mia vita, ma la sua, che era capace di non sprecarla, a qualsiasi costo, lei che ha insegnato soprattutto questo, a non arretrare, a non accomodare. Io devo andarmene, anzi dobbiamo tutti e due tornare al mondo».


Un libro mai consolatorio, anche quando il protagonista accetta di aprirsi a un nuovo amore. Di lasciare ancora scorrere la vita (e “scorrere” è uno dei verbi della malattia, dell’esame invasivo di una delle pagine più dolenti), perchè è l’unica vittoria sulla morte che abbiamo a disposizione.

@boria_a

sabato 18 marzo 2017

IL LIBRO

Il patto di diventare libellule



Francesca Scotti



A loro spunteranno ali incolori da libellule. Le ossa appuntite bucheranno la pelle, il corpo si sfalderà, evaporerà, e finalmente diventeranno leggere, invisibili, per volare sopra quell’acqua dove hanno aspettato per mesi, larve acquattate per maturare la trasformazione. Erica e Vanessa si sentono così, anche loro in attesa di diventare altro: un insetto senza peso, mirabile nell’equilibrio delle ali trasparenti che combaciano, gli occhi puntati in tutte le direzioni, un predatore vorace contro i nemici.

E i loro nemici sono lì, dentro Villa Flora, la casa di cura dove le due adolescenti vengono accompagnate dalle famiglie per strapparle a quell’ossessione che le fa rifiutare il cibo, cacciarsi le dita in gola per vomitare, bere litri d’acqua, sminuzzare, disperdere, sputare, dissipare qualsiasi alimento che si attacchi al corpo, lo áncori a terra, ispessisca ossa e creste iliache. Giro coscia e caviglia se li controllano a vicenda, Vanessa ed Erica, come a misurare lo stadio dell’evoluzione: il pollice e l’indice dell’una devono toccarsi e chiudersi sulle gamba dell’altra. Il perimetro di una sottrazione giornaliera. Sono amiche ma non si amano, ogni loro contatto fisico - dita che corrono lungo le scapole, bocche che si assaggiano, lingue che si succhiano - deve solo aiutarle a “bruciare”, a “consumarsi”.


È teso, duro, a tratti violento, il nuovo libro di Francesca Scotti, “Ellissi” (Bompiani, pagg. 172, euro 17,00), che racconta l’anoressia attraverso un rapporto malato, analizzato e portato a vivo in ogni sua minima piega, come già aveva fatto nel precedente ugualmente forte, bello e disturbante, “Il cuore inesperto” (Elliot, 2015). Conosciamo le protagoniste nel giorno dell’ingresso a Villa Flora, le loro schiene minute che si allontanano dalla vista dei genitori, strette in un patto claustrofobico e sbilanciato: Erica ha cominciato a rifiutare il cibo e Vanessa l’ha seguita, ora entrambe si compattano contro il mondo che ostacola la loro dissoluzione corporea, la loro mutazione.





È un mondo fatto di regole, Villa Flora, asettico e senza specchi. I colloqui con i medici, la meditazione, la seduta di gruppo e l’appuntamento più terribile, la “terapia”, quando i cestini personalizzati arrivano a tavola, ognuno col suo scialbo contenuto, frutto di estenuanti trattative con il destinatario. Del cibo è vietato parlare, ma Francesca Scotti lo fa dilagare nella pagina, riflesso negli occhi dei malati in tutta la sua oscena consistenza, nella sua nudità di odori, sapori, temperature, colori. Al contrario, lo spazio in cui si muovono Erica e Vanessa è fluttuante, le giornate sono annacquate, i rumori liquidi, le ombre allagano il pavimento, le loro vertebre sono creste d’onda e i sorrisi si sciolgono sulle labbra, sigillate in una bolla attraverso cui vedono gli altri muoversi e parlare, guardardandoli senza vederli, come le immagini degli scheletri che mostrano i medici.


La scelta dei termini è chirurgica, magistrale: da una parte lo spessore, gli effluvi e la corporeità, dall’altra una dimensione acquea, un’insistenza sulle parole che evocano la dispersione, come il Magnum fatto sciogliere in un bicchiere di acqua calda per non inghiottirlo.


L’unico maschio in terapia si chiama Diego e non è difficile intuire che sarà il cuneo nel patto delirante delle ragazze. Un giovane uomo con le gambe fini da bambina, le magliette appese alle spalle e le cuffie sulle orecchie, arruffato e isolato, ma con una sorta di pulsante e disperata carnalità. È lui che vuole uno specchio a costo di infrangere la proibizione, è lui che cerca il sesso non solo per bruciare.


Vanessa lo incrocia per prima, ma è Erica a bucare la bolla e a entrare in un’altra dimensione. La crepa nell’alleanza con l’amica, uguale a quella che libera l’addome dall’esoscheletro della libellula, non farà uscire le ali, ma la volontà di tornare indietro. Uno yogurt ai mirtilli, lo stesso che aveva scelto Diego per la sua colazione. Una mela verde, la polpa che “pesa” sulla lingua. E a Vanessa dice il verbo impronunciabile: “Ho ripreso a mangiare”, mentre lei vorrebbe colpirla, le braccia alzate, feroce come una libellula con la preda che sfugge.


È a questo punto l’ellissi, l’omissione. Non sappiamo che cosa succederà della simbiosi interrotta, nè se le strade che si divaricano - chi se ne va, chi resta, chi è scappato - si intersecheranno ancora. I fluidi ritornano a occupare le pagine nel finale del libro, ma non sono quelli che drenano la vita, bensì il sangue e la possibilità di trasmetterla. “Tra le ali c’è un corpo” dice Erica, lasciando l’amica. E, anche se ha un peso, si può volare.

@boria_a

giovedì 9 aprile 2015

IL LIBRO

Francesca Scotti: il maestro e l'allieva, cuori inesperti



Francesca Scotti, scrittrice e violoncellista

L’andamento de “Il cuore inesperto” di Francesca Scotti (Elliot, pagg.180, euro 17,50) è lento e pastoso, uguale ad alcune delle pagine di musica che Anita studia sulla viola, preparandosi al diploma di Conservatorio. Subito, però, nel fluire delle prime battute di questo romanzo, avvertiamo una nota inquieta, nervosa, come se l’arco dello strumento avesse toccato la corda con l’inclinazione sbagliata, lasciando uscire uno strido.
Perchè lei, Anita, giovane promessa della musica, è poco più che una bambina, e lui, il maestro, Gabriele, l’artista che ormai ha abbandonato le speranze di carriera e i concerti, è un uomo maturo e deluso, con alle spalle una convivenza interrotta in fretta, forse troppo.

 
Non è amore quello che nasce tra Anita e Gabriele, e non solo per la differenza anagrafica, che lo confina alla voce reato. È l’impasto malato di due solitudini, nutrite entrambe dalla musica, che nella musica trovano un linguaggio comune, paritario, quello che il sesso non potrà mai essere.

 
Anita, genitori separati - una mamma traduttrice dal giapponese persa nei suoi suoni misteriosi, un padre svelto a rifarsi una vita - si presenta a casa dell’insegnante di viola. Sceglie di andarci senza malizia, intuendo un’attrazione, felice di affidarsi a un adulto che non la ignora o la delude, con cui condivide una passione. La relazione che nasce da quell’incontro non viene mai raccontata nel suo crescere, anzi, nel suo dipanarsi che sembra restare sempre temporalmente orizzontale. E' solo "cristallizzata" dalla scrittrice in alcuni momenti di intimità, in bilico tra seduzione e sopraffazione, tra tenerezza e dipendenza. Tra gioco e ambiguità.

 
Ma chi è davvero indifeso tra Anita e Gabriele, chi è tra i due il più debole, esposto? La ragazzina che a poco a poco diventa donna, conservando la sua parte di sogno e difendendo il territorio dell’innocenza da ogni intrusione? O l’uomo smarrito nelle sue tentazioni, la cui vita vuota si trascina sotto lo sguardo occhiuto della sorella, che nel cesto della biancheria, tra gli abiti sporchi, intuisce e tace?

 
Basta una gonna indossata alla rovescia e una vicina di casa più attenta e curiosa di una madre, perchè tutto precipiti. E Anita racconti di quell’unico incontro in un albergo, quando la relazione è scivolata nella malattia. Quando Anita capisce che, oltre a un "maestro Neri", c'è anche un "signor Neri", come lo definisce il portiere di quel "due stelle", facendola salire in camera da letto. Ma Francesca Scotti, come in una partitura che sul finale s’impenna, ci concede un ultimo incontro tra i protagonisti, quasi una fuggevole prova di dominio, dove ogni traccia si sentimento è svanita. E lascia a noi decidere chi è la vittima e chi il carnefice, quale cuore è inesperto.

@boria_a

"Il cuore inesperto" (Elliot)


mercoledì 7 gennaio 2015

IL LIBRO

Elsa Maxwell e l'arte del party


Che ci fosse il Martini o no, a lei importava poco. Perchè l’arte di festeggiare ce l’aveva innata e ne seppe fare un formidabile grimaldello sociale, con intelligenza, ironia, applicazione e una sana dose di malizia. Brutta, grassoccia, ma dotata di un’inesauribile voglia di vivere e di una lingua aguzza, Elsa Maxwell, ragazzona allegra e inelegante nata nel 1883 a Keokuk, nel profondo Iowa, diventò la regina del “gossip” d’America, temuta penna al curaro, oltre che un’antesignana di tutte le “influencer” dei tempi nostri.
Senza studi, sapeva però suonare il pianoforte, e cominciò la sua straordinaria carriera di arrampicatrice sociale e tessitrice indefessa di relazioni vip proprio dalla tastiera, in un piccolo cinema, poi fu attrice in una compagnia di giro in mezza America, accompagnatrice di una stella del varietà, socia di locali notturni a Parigi, e pr, giornalista, conferenziera, presenzialista. Scrisse anche canzoni, alcune vere e prorie “hit”, tra cui “The british volunteer”, primo motivo di guerra inglese. Tra i suoi più cari amici c’erano Cole Porter, Somerset Maugham, Noël Coward e Marilyn Monroe, ma si muoveva con disinvoltura anche tra i Rotschild e i Wanderbilt. Combinò qualche celebre matrimonio, come quello tra Maria Callas, per cui aveva un debole non solo di “sorellanza” e Ari Onassis, e fece incontrare Rita Hayworth all’Aga Khan.
Di sè diceva: «Come ha fatto Elsie, figlia di un modesto assicuratore, a diventare una pubblica necessità del Gran Mondo? Mi sono guadagnata il mio titolo per mancanza di concorrenti... Qualunque persona dotata di sufficiente energia e immaginazione avrebbe sviluppato il mio medesimo potere sui ricchi». La sua era una ricetta semplice, che si rivelò infallibile: offrire possibilità insperate di evasione in quei mausolei di marmo, dove i suoi interlocutori vivevano circondati da sospetti e nevrosi (per Elsa la versione “reloaded” dei fossati medievali), qualcosa che non la solita avventura sessuale priva di passione o il gioco d’azzardo esagerato ma senza eccitazione. E ai ricchi e famosi piacque tanto, che spesso corsero in aiuto della loro fantasiosa anfitriona, aprendo il portafoglio per sostenerne il dispendioso livello di vita.


Elsa Maxwell con Marilyn Monroe
Dopo l’autobiografia, “Ho sposato il mondo”, di Elsa Maxwell l’editrice Elliot manda in libreria “Party!” (pagg. 266, euro 17,50), manuale deliziosamente fuori moda sull’arte dell’intrattenimento mondano, su come organizzare una festa evitando che gli ospiti vengano colti da rigor mortis dopo la prima mezz’ora, gli ubriachi comincino a diventare molesti e i figli dei padroni di casa siano trascinati al centro della scena per balbettare una poesia o strimpellare qualche nota (Elsa amava i bambini, ma saggiamente riteneva che ai party dovess’ero rimanere in giro il minimo di tempo necessario a sgranocchiare qualche nocciolina. Lo stesso dicasi per le palle di pelo sbavanti, che gli invitati possono trovare meno deliziose di quanto pensino i padroni...).
Del resto, di feste se ne intendeva. Ne organizzò duemila in quarant’anni di carriera. La prima per ospiti di sangue reale le costò sette dollari per una dozzina di invitati, tra cui la principessa Elena Vittoria, nipotina della regina, che si divertì un mondo a mangiare salsicce e uova sode nell’appartamento londinese di Elsa, due stanze ricavate da una stalla, ridendo alle buffonate di un giovane Noël Coward.
La sua prima regola era proprio questa: niente catena di montaggio, niente manuali di bon ton del ricevimento, fate lavorare l’immaginazione, fidatevi quando Elsa vi dice che si possono fare feste sfrenate, infantili e irresistibili senza il becco di un quattrino (e cita ad esempio quella in cui ministri del governo finirono a ridere come matti cercare di soffiare via le piume da un lenzuolo...).
Formidabili quegli anni ruggenti, di cui le memorie della Maxwell ci restituiscono l’atmosfera stordita e svagata, coperta da un velo di cipria fanè. Consigli surreali sulle frasi che la padrona di casa non deve dire se non vuole che i suoi ospiti girino all’istante sui tacchi, ad esempio, un “Lasciate che vi presenti l’uomo che ha ucciso Rasputin”, pronunciata da lady Emerald Cunard, regina della mondanità londinese intorno agli anni ’50, all’indirizzo del granduca Dmitrij Pavlovic, che aveva avuto il suo bel daffare a zittire la voce di essere l’assassino.
Non manca in coda il ricettario delle “celeb”, tra cui un imperdibile “gumbo di pesce alla creola” di Joan Fontaine, i piccioni ripieni di Clark Gable e il consommé di Diana Vreeland, con il succo di spinaci per dargli la nuance verde. E chissà se George e Amal si sono ispirati a quelle che Elsa definisce le “farse degli americani” a Venezia, turisti che peraltro si vanta di aver portato lei stessa in laguna su richiesta dei notabili locali. La sua fu una festa per la principessa Mafalda, figlia del re d’Italia, su una fila di chiatte sontuosamente addobbate sul Canal Grande...
twitter@boria_a

La  copertina di "Party!" edito da Elliot

giovedì 16 gennaio 2014

IL LIBRO

Edna O'Brien da mandare al rogo


Edna O' Brien


Nella sua casa di Londra, durante gli "swinging Sixties", Shirley MacLaine le leggeva la mano, svelandole con tutta serietà che, nelle sue vite passate, era stata "più volte madre e prostituta". Roger Vadim, carismatico e autoritario, mieteva vittime femminili a dispetto di Jane Fonda, e intanto aiutava ad arginare i disastri che provenivano dalla cucina, come un'anatra finita a terra durante il trasferimento dal forno e ricomposta nel piatto a beneficio degli ospiti. La figlia dei fiori Marianne Faithfull, dai lunghi capelli e le mille collane, girava a piedi nudi cercando la musica adatta per i versi di Yeats, e la principessa Margaret, all'epoca sposata con Lord Snowdon, tracannava whisky, ma solo di una marca, The Famous Grouse. Una sera, sul divano del salotto, ci finì anche una malinconica e confusa Judy Garland, la Dorothy del Mago di Oz, che non vide l'ora di sgattaiolarsene via, senza dire una parola a nessuno.
C'erano feste scatenate e molto alcol in quegli anni nella casa della scrittrice irlandese Edna O'Brien, autrice delle "Ragazze di campagna" scritto furiosamente in sole tre settimane nel 1960 e nel suo paese bruciato sui sagrati per la franchezza con cui le protagoniste rivendicavano il diritto a vivere e parlare della sessualità. I suoi due figli, Sasha e Carlo, che per il fine settimana tornavano dal collegio, giravano tra gli invitati con tuniche rosse ricamate, imparando a confezionare spinelli. Una notte Paul McCartney cantò loro una canzone, mentre erano a letto quasi addormentati, e la mattina dopo i due ragazzini si svegliarono col dubbio che fosse stato solo un sogno. Quando, una volta al mese arrivava a Londra la madre di Edna, Lena, che aveva fatto la cameriera a Brooklyn ma era tornata nella cattolicissima Irlanda per tirar su una famiglia dai solidi principi, se ne stava seduta in poltrona, al riparo della spalliera e con i capelli tirati sul cranio da pettinini di tartaruga, chiusa nella sua riprovazione. «Per un breve periodo - racconta la scrittrice - facevo party ogni sabato sera. Stappavo champagne, cucinavo. Le feste erano bohemien, ci venivano molte persone meravigliose. Ma in fondo sapevo che trascuravo la mia vera vocazione, la scrittura, e che avrei dovuto tornare a quello. E l'ho fatto».
Una vita, e un'epoca, straordinaria. Vorticosa, libera, spregiudicata, affollata di incontri e di personaggi, da Londra a New York. Gli amori, l'Lsd, la battaglia per i figli, i pianti e le ribellioni, ma anche momenti fervidi di solitudine e scrittura. Edna O'Brien oggi è una signora di 83 anni con una carriera costellata da trenta opere tra romanzi, raccolte di racconti, poesie e testi per il teatro, tanti premi e riconoscimenti e l'ammirazione dei colleghi, da Philip Roth all'ultimo premio Nobel, Alice Munro, che la considera una delle autrici che più l'ha influenzata: «Scrive le più belle e doloranti storie di sempre».
La sua ultima fatica è inevitabilmente "Country girl", l'autobiografia che aveva giurato di non scrivere mai, accolta con grande clamore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e uscita in Italia da Elliot Edizioni (pagg. 378, euro 18,50). Un romanzo, più che il resoconto di una vita, la storia di un periodo febbricitante di cambiamenti, i cui protagonisti, letterari e mondani, si muovono vivi tra le pagine, senza la melassa degli anni e la cornice della saggezza postuma: Richard Burton che le recita Shakespeare, Marlon Brando che beve latte nella sua cucina poi passa con lei una notte "casta", Harold Pinter, consumato dalla malattia ma ancora pronto ad attaccar briga al ristorante a proposito del whisky.



Edna O'Brien in una foto dal libro "Country girl"
Nata da mamma timorata e padre etilista, in una casa piena di breviari e libri religiosi, educata in convento, dove si invaghì di una suora, Edna O'Brien, con il suo bel diploma di farmacista in tasca, disse addio per sempre all'asfittico paese di Tuamgraney, nell'Irlanda del nord, e si trasferì a Dublino. Lo scrittore Ernest Gébler, che conobbe casualmente, le parlava di James Joyce con assoluta familiarità e chiamava Leopold Bloom "Poldy". Edna ne restò estasiata e fuggì con lui, sposato, gettando la famiglia nella costernazione. Il loro matrimonio, da cui nacquero due figli, andò in pezzi con il successo di "Ragazze di campagna": «Sai scrivere e questo non te lo perdonerò mai», le disse Ernest dopo aver letto in libro in una notte, prostrato dal talento della moglie più che da un tradimento.
La guerra per la custodia dei figli non le risparmiò accuse di ambizione smodata e libertinaggio, mentre, con i libri successivi, "La ragazza dagli occhi verdi" e "Ragazze nella felicità coniugale", cominciarono a piovere assegni a tanti zeri per la sua prima casetta da madre single. Quando uscì "August is a wicked month" un giornale titolò: "La O'Brien lancia una molotov contro la campana di vetro del matrimonio".
Londra, poi New York, dove viene spesso chiamata per lezioni nelle università. Inseguendo quelle parole che a volte "non venivano", Edna va alla ricerca delle tracce della madre, cui vuole dedicare un libro. E gli incroci nei salotti americani - dove ci ritroviamo a guardare con i suoi occhi i cuscini a piccoli punto sui divani che riproducono le sembianze del cane di casa - valgono da soli un romanzo nel romanzo di una vita: da Gunter Gräss, che le scrive il suo primo biglietto in inglese ("gentile signora O'Brien, se scopriremo di piacerci dopo cinque minuti potremmo andare insieme a mangiare un grosso pesce o qualche altro animale...") a Miloš Forman che, al primo incontro, la interroga: "Come si fa a chiedere a una donna di togliersi il cappotto senza che si tolga anche i vestiti?". E poi l'«acido» Norman Mailer, con cui va in giro per la città a far ricerche per il libro, Hillary Clinton che la invita alla Casa Bianca, dove cena tra lei e Jack Nicholson, l'eremita Philip Roth, John Houston, Gore Vidal. E Jackie, «leggiadra come una piuma, fanciullesca, appassionata, capricciosa e caparbia», con cui Edna strinse un'amicizia che durò dieci anni.
"Un pianoforte rotto": così le dice l'infermiera dopo un controllo dell'udito in una clinica londinese. "Molly Bloom in saldo", scrittrice che ha fatto il suo tempo, legge di sè su alcuni giornali. 


 
Edna O'Brien (foto Bryan O'Brien)


Così, a 78 anni, un giorno tornando a casa Edna decide di fare due cose: il "soda bread", pane irlandese con il lievito di birra, e il libro che non doveva scrivere. «Pianoforte rotto o meno, mi sentii più viva che mai mentre l'aroma del pane infornato si spandeva nell'aria. Era un aroma antico, portatore di ricordi...». Sarà per questo che anche la storia della sua vita sembra ancora piena di capitoli da sfogliare.
twitter@boria_a

lunedì 28 maggio 2012

IL LIBRO

E Pirandello scriveva a Irene Brin: "Mariù, farai carriera"

Irene Brin, nata nel 1911 e morta nel 1969: la apprezzavano Pirandello e Longanesi, ha nobilitato le cronache di costume

Quando scrive i suoi primi articoli, a vent'anni, riceve un biglietto: «Brava Mariù, farai carriera», firmato Luigi Pirandello. Mariù è, al secolo, Maria Vittoria Rossi, classe 1911, figlia di Vincenzo, alto ufficiale dell'esercito, e di Maria Pia Luzzatto, ebrea nata a Vienna, coltissima ed elegante.

Mariù è un diminutivo di famiglia, ma anche uno dei tanti nom de plume con cui firmerà migliaia di articoli. Marlene, Oriane, Maria del Corso, Madame d'O., Cecil Wyndham Alighieri, Geraldine Tron, Contessa Clara e il più famoso, Irene Brin, lo pseudonimo inventato per lei da Leo Longanesi: «Articolo bellissimo, trovato nome. Longanesi».


Il pezzo, che esce su Omnibus, il 19 febbraio 1938, s'intitola "Sera al Florida". È un "cane schiacciato", come all'epoca si chiamano i pezzi di "colore", le cronache di costume che vengono affibbiate agli ultimi arrivati, meglio se donne.
Irene Brin, con quel cognome inventato che la racchiude tutta, che è uno sghiribizzo, un tocco di levità e di grazia in una sillaba, nei "cani schiacciati" diventerà la prima, la più grande, la maestra di tante giornaliste venute dopo. Paolo Poli l'ha inserita nei suoi "Sei brillanti", lo spettacolo del 2006 dedicato a quella sparuta galleria di penne speciali che con pochi tratti, con un aggettivo in apparenza svagato a illuminare l'intera frase, sanno comunicare un'epoca. 


Dalla sua, di penna, sono usciti ritratti, consigli di bon ton, suggerimenti di lettura. E il resoconto quotidiano dell'italietta orba che non si accorgerva del fascismo montante.
Misconosciuta, Irene Brin. Forse per invidia, per supponenza, per lo snobismo (e anche lei era snob, eccome) che è dei salotti letterari e dei giornalisti, ma non solo. Adesso la personalità complessa e inquieta, la donna il cui "camaleontismo sembra non trovar confini in nessuna legge della natura", come disse l'amico Indro Montanelli, viene raccontata dalla giornalista Claudia Fusani in "Mille Mariù" (Castelvecchi, pagg. 278, euro 22), che esce in contemporanea alla riedizione di "Olga a Belgrado", lo stupendo libro da inviata di guerra, nel 1941, al seguito del marito Gaspero del Corso, ufficiale della Compagnia Lanciafiamme (Elliot editore, pagg. 186, euro 16.50).



 
Irene Brin ritratta per Vogue




 

Diceva dei suoi esordi: «Cominciai prestissimo, a Genova, dove mio padre faceva parte di una società marittima. Scrissi un pezzettino, lo spedii al capo-ufficio pubblicità che in quel giorno festeggiava la nascita del dodicesimo maschio. Sarà di buon umore, pensavo, e lui magari si strappava i capelli. Però l'articolo non lo strappò ed apparve. Ben presto tutte le collegiali liguri (o lombarde) si dedicarono ai cani schiacciati...».

Della capacità di questa giovane autodidatta, che la madre aveva ritirato da scuola ancora al ginnasio prevenendo le leggi razziali, che leggeva un libro al giorno, anche nella vasca da bagno, e parlava cinque lingue, si accorge Giovanni Ansaldo, all'epoca caporedattore, poi direttore de "Il Lavoro". Le affida la chiusura dei bagni lungo corso Italia, e il mesto rito dei bagnini che danno l'arrivederci alle signore. Lei firma Marlene ed è una rivoluzione: in quella cronaca acerba, Ansaldo intuisce la capacità di introspezione psicologica, l'attitudine a guardare nelle pieghe della società che cambia. Da allora l'effimero, il superfluo, il costume e i suoi capricci, acquistano diritto di esistenza in un quotidiano politico come "Il Lavoro" e i redattori blasonati si ritrovano a contendere gli spazi ai cani schiacciati.


Nella sua vita breve - muore il 29 maggio 1969, a 58 anni - Irene Brin ha scritto per dodici quotidiani, dal "Lavoro" al "Corriere della Sera" passando per "Il Messaggero", "Il Giornale d'Italia", "Il Mattino" e "La Stampa", ha tenuto rubriche in trenta settimanali, tra cui, oltre a Omnibus, "L'Europeo" e il concupito "Harper's Bazaar". Ha scritto manuali di galateo e pagine di guerra, ha curato centocinquanta traduzioni. Si è inventata nomi e stili, testimoniando, in un minuzioso e accurato diario minimo, trent'anni di vita italiana attraverso salotti, vestiti, vacanze, debolezze e vizi, musica e romanzi. Negli anni del regime fascista non si è occupata di retorica e di leggi razziali, pur con la mamma ebrea, ma ha seguito le donne e la loro modernizzazione, la moda e il tempo libero, attenta a quello che accade dall'estero, siano libri o gelatine, artisti o chirurgia estetica. Sempre curiosa, trasgressiva, cosmopolita e provinciale, una raffinata esteta che non ha avuto paura di essere e passare per semplice.


Con il marito, omosessuale, ha un rapporto sodale e solidale, cementato dalla cultura e dagli interessi artistici. Si conoscono nel febbraio 1935 nel salone dell'hotel Excelsior, in via Veneto a Roma: lei è vestita di lamè bianco, lui le parla di Proust. Si sposano nell'aprile dopo. Insieme aprono in via Sistina la galleria "L'Obelisco", che diventa il baricentro delle avanguardie artistiche europee e d'oltreoceano, esponendo per la prima volta sconosciuti Burri, Matta, Vespignani, Music, Afro e artisti ospiti come Bacon, Picasso, Kandinsky, Dalì. Arte e moda si mescolano, l'haute couture trova spazio tra quadri e statue.


Speciale il suo rapporto con Longanesi, di cui si rivendica un'«invenzione». «So adesso - confessa nel 1957 - che il primo segno di stima me lo diede con le prime violente correzioni. Era una biografia della Duse che mi tornò zebrata di cancellature e rimproveri... Eravamo appena all'inizio della mia educazione». L'Arcitaliano le spiega politica e letteratura, arredamento e religione, cultura e società. Le corregge lo stile, la colloca nei diversi ruoli e nomi (anche Adelina, con cui firma certe cronache di massaia): «Longanesi non si limitava a rewrite i miei articoli, ma me. Scoprivo di non aver mai saputo, nè visto, nè inteso niente».
Camilla Cederna, che non l'amava, nel 1992 riconosce che bastò quell'iniziale mezza colonnina sul "Lavoro" per fare di Irene Brin "la prima giornalista italiana", in un'epoca in cui la donna, tuttalpiù, "dalle pagine di violacei rotocalchi, indirizzava le lettrici sul taffetà celeste per una bella coperta da letto". «Fu la prima - scrive Cederna - a intuire e a bollare, con penosa amarezza, e soprattutto a scriverne, le meschinerie delle mezze calze, degli arrampicatori, i piccoli giochi d'equilibrio degli arrivisti, le ipocrisie e le stupide astuzie del generone. Era modesta, aveva una grande dignità, era discretissima, non si rendeva conto di essere stata, nel giornalismo italiano, non solo femminile, una maestra, un esempio, una pioniera. Nessuno l'ha mai sentita parlare di sé, altro che sorvolando o ridendo».
Lo fece anche la notte prima di morire: «Devo fare un viaggio».
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"Mille Mariù" di Claudia Fusani