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domenica 23 maggio 2021

IL LIBRO

James Lasdun e lo stupro

che ritorna dal passato

Quanto pesa l'onere di credere?

 


 

 

Solo l’ultimo di una lista ormai lunghissima è il caso di Blake Bailey, l’autore della biografia di Philip Roth, accusato da tre donne di averle stuprate molti anni prima. “Il pomeriggio di un fauno”, affilato romanzo di James Lasdun che non lascia respiro al lettore (Bompiani, pagg. 211, euro 16), si muove su questo terreno scivoloso: una presunta violenza accaduta in un passato remoto, di cui non esistono prove se non le versioni contrastanti dell’accusato e dell’accusatrice.


L’autore - poeta, romanziere, ha insegnato scrittura creativa a Princeton e alla Columbia University - mette subito il lettore davanti al problema: “non ci sono le basi per un giudizio obiettivo, il che significa che l’onere di credere pesa per intero su chi ci crede”.
Credere, in questo caso, spetta al narratore, un docente inglese di mezza età trapiantato negli Stati Uniti (non ha nome, ma è facile leggervi lo stesso Lasdun) al quale un vecchio amico, pure lui inglese trasferito a New York, Marco Rosedale, giornalista d’inchiesta di una certa fama e una solida reputazione, racconta un fatto increscioso che lo sta travolgendo: una sua ex assistente, Julia Gault, diventata anche lei giornalista ma ora in declino e con problemi economici, sta per dare alle stampe un memoir in cui lo accusa di stupro.

 

Lo scrittore James Lasdun

 

 Il fatto, secondo la donna, è avvenuto quarant’anni prima in una camera d’albergo di Belfast, dopo una serata alcolica di entrambi per scacciare le immagini che avevano appena ripreso: una ragazza cattolica coperta di pece e piume dai paramilitari Provos per punirla della relazione con un soldato inglese. I due salgono in camera, fanno sesso. Questa è l’ammissione comune, ma da qui tutto diverge: per Marco un rapporto consensuale e nemmeno limitato a quell’unica volta, per Julia una violenza fatta di mani rapaci su tutto il corpo. “Se la memoria non m’inganna, finì tutto molto in fretta”, scrive nel libro.


Marco si confida con l’amico, raccontandogli l’accusa e un fatto intimo ancora più lontano nel tempo, una sorta di iniziazione sessuale ricevuta dalla sua tutor d’antropologia all’Università. La docente, esplicitamente, pretese da lui brutalità e tenerezza nell’amplesso, assicurandogli che questo approccio avrebbe fatto impazzire qualsiasi donna. Il narratore ascolta e comincia il rovello. La brutalità, se c’è stata, è stata violenza? E la “riluttanza” di Julia, fidanzata con un coetaneo, se riluttanza c’è stata, era in realtà un rifiuto?
Intanto, mentre Marco mette in campo una potente artiglieria per bloccare il libro di Julia - il padre è un celebre avvocato della Corona - il narratore/autore comincia la sua indagine. Le confessioni dell’amico l’hanno trascinato nel conflitto tra i due, hanno eroso la sua neutralità, interrogano la sua coscienza e gli chiedono di schierarsi. L’onere di credere, scivola nell’onere di dubitare. Julia non gli è estranea, la conosce da quando la donna, agli inizi della carriera, frequentava a Londra il salotto di sua madre e nei suoi confronti aveva provato un’infatuazione adolescenziale. Non può non incontrarla, ma la versione di lei rende la storia ancora più inafferrabile, i contorni più sfuggenti. Marco il giovane fauno affamato di vita del poema di Mallarmé o un satiro bavoso? “Non stava pensando a me”, gli riferisce Julia raccontando quella notte con Marco, e la frase continua a tormentare il narratore.


Impossibile dire di più per non rovinare il finale a sorpresa del romanzo, che intrappola il lettore nelle sfaccettature di una verità inevitabilmente binaria. È interessante l’ambiente in cui si muovono i personaggi, dalla Londra dell’alta borghesia intellettuale alla New York liberal e democratica di scrittori e artisti. Siamo nel 2016, il movimento #MeToo sta prendendo corpo. La storia si chiude col confronto televisivo tra Trump e Hillary Clinton, quando il futuro presidente quasi aggredisce fisicamente l’avversaria e il parterre radical chic, tra cui ci sono Marco, il narratore e le rispettive mogli, pensa che la performance abbia sepolto i repubblicani e allontanato il pericolo del “miliardario del cazzo” alla Casa Bianca.


Alcuni giorni fa Lady Gaga, nel primo episodio della docuserie di Oprah Winfrey e del principe Harry sull’app Apple+, ha aggiunto nuovi particolari alla confessione, fatta nel 2014, di essere stata violentata e lasciata incinta da un produttore musicale, di cui non ha mai fatto il nome, agli inizi della carriera, quando aveva diciannove anni. Un trauma psico-fisico non ancora superato. “L’onere di credere” pretende prezzi sempre più alti.

sabato 3 ottobre 2020

L'INTERVISTA

Joël  Dicker e la nonna triestina che lo ha spinto

a scrivere (bestseller da milioni di copie...) 

 

 


 

 

L’indizio per il lettore, come fa spesso, l’ha disseminato nell’ultimo thriller “Il mistero della stanza 622” (La nave di Teseo), da settimane in classifica tra i libri più venduti, in Italia e all’estero: la madre del protagonista è nata a Trieste. E anche le radici di Joël Dicker, trentacinquenne scrittore svizzero, autore di bestseller da milioni di copie nel mondo (a partire da “La verità sul caso Harry Quebert”, Bompiani, diventata una serie di grande successo su Sky, protagonista Patrick Dempsey), sono potentemente triestine. Anche se lui, nella città dell’amata nonna, non c’è mai stato. Almeno finora, perchè nei progetti a breve della famiglia c’è una “rimpatriata”, con qualche amico da ritrovare.

 


 


La citazione di Trieste è dunque un omaggio alle sue origini?
Sì, il riferimento è a mia nonna, Noemi Spierer, ebrea, arrivata in Svizzera nel 1939 con la sua famiglia, perché le leggi razziali le impedivano di continuare gli studi. Aveva 13 anni quando ha lasciato Trieste insieme ai genitori e alle sorelle. A Ginevra ha conosciuto Vladimir Wolf Halperin con cui si è sposata. Hanno avuto tre figli, due maschi Daniel e Michel, e una femmina, Miriam, mia madre, sposata con Pierre Dicker.


Anche il lato Dicker è ebreo e discende da Jacques, avvocato e leader socialista degli anni ’30. Qual è il suo rapporto con l’ebraismo? Io sono ebreo. Non osservo la kasheruth, i precetti sul cibo, ma osservo le tradizioni anche in omaggio a mia nonna Noemi.


Che è stata poi quella che l’ha spinta alla scrittura. La stanza da dove mi parlate (Dicker sorride, l’intervista è via Skype) mi ricorda il salotto di mia nonna, pieno di libri e di giornali, dove lei amava leggere.


E dove lei pure scriveva…Sì, lei mi ospitava quando, invece di andare a seguire le lezioni all’università, preferivo scrivere. Poi mi ha riservato un piccolo studio tutto per me…


Sua nonna era legata a Trieste? Molto, ci tornava spesso per le vacanze, dopo la guerra, e si interessava alla vita della città che trovava cambiata. Aveva molti amici nel milieu culturale. Ricordo Ugo Pierri, pittore e poeta, che le ha donato alcuni quadri. Ora li ho io, perché la nonna è morta due anni fa.


Pierri ricorda che lei aveva dodici anni quando realizzò un giornalino in rete dedicato agli animali “La Gazette des animaux”, che le valse la nomina di più giovane redattore capo svizzero dalla Tribune de Geneve... Anche in quella iniziativa fu mia nonna a sostenermi. Ricordo ancora con emozione le lunghe telefonate che lei faceva con Pierri in italiano. Non capivo cosa si dicevano, ma capivo che lei era molto contenta e divertita.


Suo zio, Daniel Halperin, racconta che nonna Noemi era molto amica di Anita Pittoni, creatrice di moda, editrice, scrittrice, decoratrice.  Ne so poco, veramente, perché sono cose avvenute prima che io nascessi, so che lei l’ha voluta aiutare. Lo zio Daniel dice che la nonna voleva creare a Trieste una sezione dell’Ort (Obschestvo Remeslevono i zemledelcheskovo Trouda), cioè la Società per lo sviluppo dell’artigianato e dell’agricoltura, fondata nel 1880 a San Pietroburgo da filantropi russi, tra cui il barone Gunzburg, per promuovere la formazione tra i giovani ebrei nel mondo. Ho sentito dire che Anita Pittoni avrebbe dovuto dirigerla, proprio per le sue esperienze nell’artigianato artistico. Dopo varie peregrinazioni la Fondazione spostò la sua sede a Ginevra. È la fondazione per la quale lavorava mio nonno, Vladimir Wolf Halperin. 


Una bella coppia… Mia nonna era una donna piena di interessi e nonno era un gentiluomo di antico stampo. Ho avuto molta fortuna con i miei familiari. I miei nonni e i miei genitori mi hanno sempre sostenuto, non mi hanno mai detto: “Smettila di scrivere e trovati un lavoro”.


Suo padre era insegnante di letteratura e di inglese e sua madre bibliotecaria. Però lei si è laureato in legge… Ma non sono mai andato in tribunale, ho lavorato come assistente parlamentare e questo mi ha lasciato anche tempo per scrivere…

 


 


È mai venuto a Trieste? Purtroppo no, mio zio Daniel sta organizzando un viaggio di famiglia per la primavera, sperando che sia finita con la pandemia. Lo zio racconta che la nonna collaborava con giornali svizzeri scrivendo articoli su Trieste.
 

Ginevra, la sua città natale, insieme a Verbier sulle Alpi, è lo scenario del suo ultimo noir…I miei libri precedenti non riguardano Ginevra perché sentivo il bisogno di un distacco dal luogo dove ambiento le mie storie. Ma sono svizzero ed era giusto che rendessi omaggio alla mia città.


E ha fatto omaggio anche al suo editore Bernard de Fallois, usando uno stratagemma: lo scrittore che diventa egli stesso personaggio del libro e nel contempo racconta come si sviluppa il romanzo. Curioso…. Dovevo ricordare de Fallois, che è morto nel 2018. Lui ha creduto in me, mi ha spronato. Io mi sento un suo discepolo. E nel contempo ho fatto omaggio alla mia famiglia, a partire da mia nonna Noemi, che mi ha formato e fatto di me quello che sono.


Come fa a scrivere storie così lunghe e complesse, a tenere insieme tanti personaggi, a rovesciare la trama? Avverto una pulsione insopprimibile a scrivere: è come aver fame e chiedersi: che cosa mangio? Vado a vedere in frigo che cosa c’è, poi faccio la spesa e poi cucino. Dunque prima c’è la pulsione, poi c’è l’idea, la raccolta dei dati necessari e infine la scrittura.
 

Lei torna indietro per correggere, eliminare incoerenze, magari anche sopprimendo molte pagine. E fa lo stesso per inserire indizi a beneficio del lettore...
È un continuo lavoro di scrittura e riscrittura. Non so se è un metodo, so soltanto quello che non voglio scrivere. E il lettore deve “entrare” nel libro.


È vero che quando ha finito un romanzo pensa di non volerne più scrivere un altro? Poi però arrivano il desiderio, la voglia irrefrenabile di cominciare una nuova storia. A che punto siamo ora? Prima ho fatto l’esempio del cibo. Adesso sono alla fase che mi sta venendo fame…. 

 

sabato 18 aprile 2020

L'INTERVISTA

Gianfanco Calligarich e Vittorio Bottego
"Una statua, un'amica, Roma di notte
così ho incontrato l'esploratore..."


Lo scrittore triestino Gianfranco Calligarich
 



“Meglio la guerra, meglio i bombardamenti”. Nel piccolo appartamento romano, che definisce la sua tana e la sua fortezza, Gianfranco Calligarich, scrittore e sceneggiatore triestino nato ad Asmara, si gode il nuovo successo del suo libro del 1973, “L’ultima estate in città”, che folgorò Natalia Ginzburg dopo una notte di lettura senza sosta e vinse quell’anno il Premio Inedito.

Pubblicato da Garzanti, riscoperto da Aragno e poi da Bompiani nel 2016, oggi vive una seconda giovinezza con l’edizione in audiolibro, letto dallo stesso autore. “Meglio la guerra, certo”, dice Calligarich. “Quella, almeno, la vedevi e potevi cercare scampo e conforto in una cantina o tra le braccia del tuo prossimo. Non è più così. Il solo conforto che al momento puoi trovare è in una forzata solitudine, che ti chiude in casa a guardare la televisione, sperando di non entrare a far parte del numero dei contagiati e dei morti. Non granché, come prospettiva, ma è così”.
 
Anche il virus è una guerra... "Durante la seconda guerra mondiale, tornati dall’Africa, con la mia famiglia, mia madre e i miei fratelli di tredici e dieci anni, abitavamo a Milano, al quinto piano di un vecchio palazzo senza ascensore davanti al parco Sempione. Aspettavamo che la guerra finisse e che mio padre tornasse a casa. Era prigioniero degli inglesi in una zona del deserto egiziano chiamata dei laghi amari, per le immense pozze che trasudavano dalla sabbia, data la vicinanza del mare di Suez. Quando suonavano le sirene dei bombardamenti tutti gli abitanti del palazzo, che era come una grande famiglia suddivisa in piani, si rifugiavano nelle cantine. I vecchi con i vecchi, le donne con le donne, molte con i figli piccoli in braccio, senza per questo rinunciare ad abbracciarsi, a stringersi. Erano momenti terrorizzanti, ma c’era una grande solidarietà umana, perchè il pericolo si vedeva: le bombe che cadevano dal cielo. Col coronavirus è esattamente il contrario. Se la guerra univa, il virus divide. E al tuo prossimo non puoi nenanche dargli la mano perchè la stretta potrebbe, silenziosamente, uccidervi. Il massimo che puoi fare, quando nelle strade deserte incroci qualcuno che conosci, è dirgli buongiorno da dietro una mascherina. E lui, il tuo prossimo, ti risponderà buongiorno nello stesso modo, anche lui dietro una mascherina, per poi affrettare il passo lasciandoti soltanto la vista della sua schiena. Per questo dico: meglio la guerra".

Intanto: Callìgarich o Calligàrich? "L’accento sul mio cognome ha una storia antica. Mio nonno, vecchio asburgico, chiamava noi nipoti ragazzini alla sua poltrona per chiederci come ci chiamassimo. Noi che sapevamo cosa voleva rispondevamo sempre Callìgarich a differenza dei nostri padri che, ormai italianizzati, avevano scelto Calligàrich. Poi, crescendo, e nella usuale contestazione dei padri, abbiamo tutti scelto di schierarci col nonno". 



Che effetto le ha fatto prestare la sua voce a “L’ultima estate in città”? "Un effetto strano. È stato come entrarci dentro da visitatore non pagante.
Da clandestino, da spia... E con la sensazione che i personaggi da un momento all’altro volessero arrestarmi". 

Mezzo secolo dopo, questo romanzo piace ancora. Lo definiscono un “cult”: che cosa vuol dire? "Non lo so. Quello che so è che in tutti questi anni ogni tanto qualcuno mi scriveva, o mi telefonava, o compariva su Facebook dicendo che lo aveva trovato, letto e che era stato colpito al cuore. Negli anni si erano formati anche dei gruppi di lettura e in alcuni casi con gente che parlava usando certe frasi del libro, come “alzare le vele” per dire andare via, o “sfinocchiato” per dire che qualcuno non si sentiva bene, o “da Sant’uffizio” quando subiva qualche duro castigo. È una storia che riguarda la malinconia che può avere la giovinezza, credo tutto sia dipeso da questo". 





Lei ha pronto un nuovo libro, che in qualche modo la riporta alla terra dove è nato, l’Eritrea…  "Il libro si chiama “Una Vita all’Estremo” ed è la storia di Vittorio Bottego, esploratore in Africa della fine dell’Ottocento e della sua feroce smania di vivere. Smania che lo avrebbe distrutto e, insieme a lui, avrebbe distrutto le vite di tutti quelli che lo hanno incontrato. È un libro di avventura ma anche sostanzialmente esistenziale. Come gli altri miei: perché cos’altro vuoi raccontare se non della vita?".


Com’è incappato in questo esploratore morto giovanissimo? "Nel modo migliore in cui potevo incapparci. Vale a dire accompagnando tutte le notti a casa una amica con cui, diciamo, andavo al cinema. Abitava in una lunga e quasi periferica strada romana dietro la quale c’era una piazzetta dove sostavamo piuttosto a lungo per darci la buonanotte e vagamente infastiditi dalla presenza di un monumento di bronzo con un militare che puntava il fucile verso la notte. Era una terza presenza che in qualche modo ci disturbava, per cui una notte sono andato a leggere il suo nome alla base del monumento. Vittorio Bottego. Nome che non mi diceva niente, così il giorno dopo ho cominciato a fare delle ricerche sul web finchè ho scoperto che era un avventuroso esploratore africano. Allora ho comprato una sua biografia scoprendo che era un personaggio straordinario a tal punto che ci ho scritto un libro". 



 
Vittorio Bottego (1860-1897)




Immaginiamo una lettera da aggiungere alla sua raccolta di racconti Posta prioritaria. Una lettera sulla quarantena. Chi la firmerebbe? "Ho solo un nome da fare, Albert Camus che ha scritto La Peste. Ma non sarebbe necessario resuscitarlo, basta leggere i giornali di questi giorni".


E una persona comune scriverebbe..."Sulla mascherina. La lettera di una ragazza che vuole rompere col fidanzato perché lui pretende di baciarla senza togliersela".


Che cosa le manca di più in queste giornale di clausura forzata? "Diverse cose. Gli amici con cui vedere le partite (che non ci sono più), gli amici chiusi in casa anche loro davanti alla televisione a misurare l’immane disastro in cui siamo precipitati, ma che l’uomo ha sciaguratamente voluto. E poi le passeggiate notturne lungo il Tevere (che scorre, gira per la città e nessuno può fermarlo e multarlo), la colazione al bar la mattina con il caffè e la lettura dei giornali (che comunque col corona virus è meglio non leggerli) ". 


La consola che cosa? "Gli animali che lasciano le loro tane liberi di andarsene dove vogliono a cercare da mangiare. I cervi che escono sui campi da golf deserti, i cinghiali che percorrono le strade libere dei gas delle auto. C’è solo una domanda da farsi, gli uomini stanno finalmente comprendendo di avere distrutto il pianeta? Qualcosa mi dice di no".


Secondo lei, quando torneremo alla normalità, riusciremo a vivere più lentamente? "Non so se saremo così saggi da apprezzare la lentezza, ma forse il mondo lo sarà per forza indipendentemente dall’uomo e da tutti i suoi sciagurati tentativi di distruggerlo".

 C’è un libro che rilegge in queste giornate e perché?  "Sto leggendo per l'ennesima volta i 49 Racconti di Hemingway. Che sono inarrivabili. Le cose più straordinarie che ha scritto".

E invece la prossima storia che ha in mente? "Quella di un vecchio uomo che di notte scende nella bellissima strada romana dove abita per portare a spasso i suoi due cani e intanto ripensa a tutta la sua vita. Infatti si chiamerà Passeggiata con i Cani".
 

Ha paura? "Stando chiuso in casa? Vivo da solo in un seminterrato di quaranta metri quadrati tutti occupati da libri e quadri di amici pittori e con due grandi finestre sul bellissimo giardino condominiale di un bellissimo palazzo anni Trenta. Scrivo, e questo in qualche misura mi aiuta a pensare anche ad altro. Scrivere è pur sempre il miglior rifugio che ho a disposizione".

Lei vive da tanti anni a Roma. Come vede Trieste da lontano? "Più che vederla la sento. Sento, le sue voci nei bar all’aperto, sento il rumore del mare che a Trieste è nascosto ma ti racconta vecchie e stupende storie austrungariche come quelle di Roth. Però anche la vedo. Vedo il monumento di Saba sul marciapiede, vedo i vecchi caffè dove andava mio nonno e che ho messo all’inizio de La Malinconia dei Crusich che è la storia della mia famiglia lunga tutto il Novecento, vedo…"
twitter@boria_a

giovedì 28 marzo 2019

LA RIEDIZIONE

Susanna Tamaro e Va' dove ti porta il cuore
25 anni dopo 




Un grande cuore color lacca su un fondo dorato. Sono passati venticinque anni e il best seller di Susanna Tamaro festeggia l’anniversario con un’edizione speciale, appena uscita per Bompiani. «Mi piace - commenta la scrittrice triestina, dalla sua casa di Orvieto - sono nozze d’argento ma l’oro ci sta bene».
Un quarto di secolo fa, in un’era preistorica senza kindle e internet, “Va’ dove ti porta il cuore”, all’epoca edito da Baldini Castoldi Dalai, diventò un caso letterario internazionale e proiettò un’autrice sconosciuta - era il suo terzo libro a vedere le stampe - nel gotha degli autori a tanti zeri.


Da allora, il romanzo che attraversa la vita di tre donne, sotto forma di lettera della nonna alla nipote, alla faccia degli anatemi dei critici ha venduto sedici milioni di copie, oltre dieci all’estero, in 45 paesi, soprattutto in Spagna, America Latina, Turchia e Germania. E continua a vendere: il mese scorso è stato concluso l’accordo per una seconda edizione in lingua basca e araba.



Oltre all’edizione dell’anniversario, Susanna Tamaro avrà una vera e propria festa, a Porretta Terme, dove la protagonista del romanzo, Olga, vive la sua grande storia d’amore al di fuori del matrimonio e concepisce la figlia Ilaria. Nel weekend tra il 10 e 12 maggio 2019 la scrittrice incontrerà i lettori nella cittadina termale e sarà riproposto il film del ’96 diretto da Cristina Comencini, con Virna Lisi e Margherita Buy.


«Se il successo mi ha cambiato? Direi che dopo i primi anni di choc, la mia vita si è assestata - dice Tamaro - ormai è molto stabile. È il mondo intorno a me che è cambiato. Chi si aspettava il crollo degli indici di lettura, gli smartphone, la rete? Tanto che mi chiedevo se oggi questo romanzo sarebbe capito. Ma la risposta continua dei lettori mi dice di sì».

Se lo sarebbe aspettato questo successo? «Io? Nessuno se lo sarebbe aspettato. Cominciai a rendermene conto dopo qualche mese. Il libro era uscito in gennaio, all’inizio dell’estate era chiaro che aveva avuto una partenza fuori dal normale».


A chi lo fece leggere per primo? «A varie persone. Alcune anche si rifiutarono. Ricevetti pareri molto negativi: un libro “fallito”, “non riuscito”. Il mio ex editor mi disse: “dimenticalo, sarà la fine della tua carriera”, “tiralo fuori a ottant’anni”. Erano tutti professionisti del settore. Naturalmente non ho ascoltato, perchè sentivo che era una storia importante. Lo feci leggere anche a qualche amico e a loro invece il libro piacque molto. C’era proprio una frattura tra lettori normali e professionali».


È tutta fiction, o qualche parte, qualche personaggio fanno parte della sua vita? «Come per ogni libro, è l’insieme di queste cose. No, non è la mia storia, la protagonista non è mia nonna e non si tratta della mia famiglia. C’è qualcosa che ho vissuto, che ho conosciuto, ma tutti gli elementi di verità sono filtrati, rielaborati. I lettori tendono sempre a pensare che siano vicende personali. All’epoca, quando mia madre si presentava come “la mamma della Tamaro”, la gente le chiedeva: “Ma lei non era morta?”».


L’anno scorso ha confessato di soffrire della sindrome di Asperger. Come gestì questo successo? «Come la ragazzina Greta, malissimo. All’epoca non sapevo della sindrome, purtroppo. Era la cosa più spaventosa al mondo essere sempre al centro dell’attenzione, incontrare tante persone e spesso non benevole, maligne, che quasi si approfittavano della mia ingenuità. Nel momento del successo alcuni giornalisti divennero iene assatanate. E io ero carne da macello. Nelle interviste dicevo la verità, onestamente, sono una persona limpida e incapace di mentire, mentre a volte chi avevo davanti usava astuzie e aveva retropensieri, che io non concepisco».


Che cosa le ha tolto il successo?
«Per tanto tempo la serenità. Non il successo, ma gli attacchi mi hanno tolto la voglia, anzi la gioia di scrivere. Ogni parola mi pesava, immaginavo gli insulti che avrei ricevuto».
La critica si è scatenata. Che cosa non è stato capito?
«Che è un libro solo apparentemente semplice, che ha invece una struttura complessa, tanti piani di lettura. Parla di Schopenhauer, della psicanalisi, c’è dentro il ’900 intero. Tanti non hanno voluto vederla la complessità, non gliene importava nulla, l’importante era deridere il lettore e la storia. E poi essere donna, da allora l’ho capito, in Italia è un’aggravante, per di più una donna non “moglie di”, senza alcuna protezione sociale, altra aggravante. E vendevo: imperdonabile. Non tollerato, per una sconosciuta che non era un professore universitario, non apparteneva a cerchie...».


Qual è la critica che le ha fatto più male? «Non ne ho idea. Non ne ho letta neanche una, mai. Lessi soltanto la primissima a “La testa tra le nuvole”, scritta da una firma esperta. Non era una stroncatura, tutt’altro, ma non aveva capito niente, neanche di che cosa trattava il libro. Sui giornali si va dal linciaggio alla piaggeria. Il dialogo tra lo scrittore e il critico è invece molto importante, è un arricchimento per entrambi, ma è un dialogo che si svolge ad altri livelli, non con una battuta che stronca o esalta, non parlando di cose mondane, di nessuna importanza».


“Va’ dove ti porta il cuore” è un longseller, dopo un quarto di secolo vende ancora. Non si può dire che è invecchiato, perchè?
«Perchè è un classico. Noi continuiamo a leggere la Divina Commedia, l’Odissea, Tolstoj. Sono classici, toccano un punto profondo dell’animo umano. Non sono legati a un tempo, a una stagione, appartengono alla memoria delle generazioni e passano di generazione in generazione».


Ha venduto tanto nei paesi di lingua spagnola. Come se lo spiega?
«Ha venduto in tutti i paesi dove la struttura della famiglia è forte, in Spagna, in Sudamerica, in Giappone, Corea, Cina, Filippine, nel bacino del Mediterraneo: Nord Africa, Israele, Grecia».


Negli Stati Uniti? «L’ha letto un’élite, a Hollywood l’hanno letto tutti. Ma non ha avuto lo stesso impatto, la famiglia non è radicata».


Nel libro c’è tanta Trieste. Non ha voglia di tornare a viverci?
«Ci passo dei periodi, quando i miei nipoti erano più piccoli anche un paio di mesi all’anno. Ho mantenuto la casa dove sono nata, se non vengo mi manca. Non ho un rapporto di odio-amore, come altri scrittori. La città mi piace moltissimo, Trieste è un relax, una vacanza che mi concedo».


Che futuro vede? «Trieste è molto cambiata, molto migliorata, piena di gente, oggi attira moltissimi turisti. Negli anni ’70, quando ero giovane, era sporca, brutta, abbandonata, in uno stato di disagio. Chi andava in Croazia diceva “sono passato per Trieste”, oggi ho molti amici che si fermano, che ci vogliono tornare. Trieste ha fatto passi avanti pazzeschi negli ultimi anni. Ora se parte l’accordo con i cinesi, non mancheranno gli esiti positivi, per l’economia, per il commercio. Personalmente sono fiduciosa, una città così bella non può spegnersi».


Ha un dialogo con le nuove lettrici del romanzo? «Certo, mi scrivono sulla pagina Facebook o privatamente. Oggi si parla in modo singhiozzante, nel libro trovano un altro respiro, un’altra dimensione comunicativa».


Se lo riscrivesse ora, cambierebbe qualcosa? «Niente. È calibrato in ogni sua parte. Anche quando l’ho consegnato, non è stata fatta alcuna modifica. Sono una perfezionista, il lavoro lo faccio io fino all’ultimo millimetro. E sono molto autocritica».


“Va’ dove ti porta il cuore” è il suo libro più bello? «Non lo so. Ha avuto molto successo perchè era il meno doloroso, gli altri non sono pacificanti. Il più importante dal punto di vista letterario credo sia “Anima mundi”, ma “Va’ dove ti porta il cuore” mi ha permesso di vivere continuando a scrivere e mi ha dato la possibilità di raggiungere moltissime persone. Non è un libro di consumo, viene letto e riletto, ha formato persone, rimane nella memoria di chi lo ha amato. Continua a vivere, questa è la cosa incredibile».


Ma il titolo non l’ha inventato lei...«No, è in un libro giapponese, un codice dei samurai. “Quando ci sono tante strade davanti a te, segui il cuore”, qualcosa del genere. Certo è per il libro che è entrato nel linguaggio comune, è diventata anche una pubblicità. Quando lo sento dire in giro ormai non mi sorprende più, ci sono abituata». 

@boria_a

giovedì 27 dicembre 2018

IL PERSONAGGIO

Roberto Bertinetti, l'anglista sull'isola delle donne

Roberto Bertinetti


Il suo ultimo articolo per il Piccolo di Trieste l’aveva firmato sull’edizione dell’11 novembre scorso. Un ritratto del fondatore della Beat Generation, Lawrence Ferlinghetti, che in marzo festeggerà cent’anni. A Roberto Bertinetti non sfuggiva un anniversario, un’uscita editoriale, una riedizione degli amati scrittori inglesi e americani, di ieri e di oggi, di cui era appassionato, ammiratore, cultore. Da cronista culturale, preferiva il lavoro di segugio a quello di recensore. Ogni anno scherzava con i redattori sul Premio Nobel per la letteratura, cercava di anticiparne il vincitore, qualche volta ci azzeccava e, puntualmente, ne tracciava un ritratto originale il giorno della proclamazione.

Roberto Bertinetti, 63 anni, docente di Letteratura inglese all’Università di Trieste, scrittore e collaboratore di lungo corso delle pagine culturali del Piccolo, come di molti altri quotidiani e riviste, se n’è andato alla vigilia di Natale 2018 nella sua Pesaro, dopo una malattia con cui combatteva da tempo. «La chemioterapia? Beh, è la prima volta che la faccio. Vediamo com’è» diceva al telefono circa un anno fa, gentile e incuriosito, con la sua solita ironia, quasi partisse per un’avventura.


Non ha mai smesso di lottare e di scrivere, nemmeno durante le cure, nemmeno alla vigilia o dopo esami impegnativi, sempre disponibile a suggerire un tema e ad accettare un aggiornamento del pezzo, anche quando la durezza delle terapie lo prostrava. I “coccodrilli”, secondo il gergo dei giornalisti, di V.S. Naipaul e di Guido Ceronetti, scrittori che se ne sono andati nei mesi scorsi, e la storia di Sylvia Beach, l’americana che a Parigi fondò la libreria “Shakespeare and Company” e lanciò l’Ulisse di Joyce per non guadagnarne niente, sono gli ultimi pezzi che ci ha lasciato: acuti, brillanti, sintetici, sempre con quella riga che spingeva il lettore a volerne sapere di più.

Gli piaceva scrivere di letteratura, ma Bertinetti era insieme un osservatore attento della società inglese. Alla Rai e sugli schermi di Sky commentava la Brexit, le vicende della monarchia, la politica e i cambiamenti di una comunità multietnica, divisa tra la generazione dei millennial globali e gli euroscettici, per mentalità o disagio economico. Nel suo ultimo libro, “L’isola delle donne” (Bompiani), ha raccontato signore britanniche diversissime tra loro, da Lady Diana alla Thatcher, da Virginia Woolf a Mary Quant, unite dalla grinta e dalla personalità (e quanto si rammaricò di non poter essere a Grado, quest’estate, nel festival con lo stesso titolo...). Amava Jane Austen e la stilista Vivienne Westwood, ugualmente protagoniste di una rivoluzione dei costumi. Perchè questo gli interessava: negli autori, nei personaggi e nei loro percorsi, capire la trasformazione di un mondo.


All’insegnamento, alla scrittura, alla passione per il basket e l’Inter, Bertinetti ha sempre affiancato l’impegno politico nella sinistra riformista. Fu consigliere comunale del Pds di Pesaro, tra i fondatori del Pd. Parlando al telefono col Piccolo, qualche tempo fa, confidava un nuovo progetto letterario: seguire la nebbia attraverso il romanzo inglese. Il mistero, l’inquietudine, il viaggio. E, ancora una volta, il cambiamento.

@boria_a

domenica 9 settembre 2018

IL LIBRO

L'Ilirjana, ossessione di un uomo vigliacco (blandamente)





Un ricco commerciante di mobili vecchi, aggiustati quel tanto da sembrare antichi a chi non se ne intende troppo. Un matrimonio intorpidito, ma che regge bene la facciata, e molti tradimenti senza coinvolgimento. Una bella casa a Padova e un paio di collaboratori fidati che battono il Cadore a caccia di pezzi da camuffare in chicche da antiquario. La disonestà di chi evade serenamente e mantiene la coscienza tranquilla in un Nordest florido e marcio, dove i soldi in prestito si chiedono alla camorra.

«Non sapevo di essere un vigliacco» dice di sè Giorgio Schuff, il protagonista di “Tutto il resto è provvisorio”, nuovo romanzo del genetisca e scrittore Guido Barbujani (Bompiani). Soldi facili, pochi scrupoli, una moglie elegante che contribuisce all’immagine della ditta familiare, un lasciarsi vivere senza assilli di coscienza. Ma Giorgio è in carcere quando il lungo monologo comincia. E le prime parole del suo racconto tradiscono altro, che forse di sè non sapeva: un’inquietudine, una «smania di mollare tutto, mettermi in viaggio, cambiare vita».





Lei è Ilirjana, anzi l’Ilirjana, con l’articolo che marca insieme una confidenza e un’estraneità, perché così la chiama Giorgio, rivolgendosi, da dietro le sbarre, a un ascoltatore sconosciuto. Kosovara, una famiglia massacrata dagli odi religiosi nei Balcani, violoncellista, li dividono quasi vent’anni, ma quando la ragazza irrompe nella sua vita, Giorgio sente che quell’irrequietezza sottotraccia ha trovato uno scopo. Chiude il matrimonio e abbandona ogni inerzia (il «non fare, non agire, lasciare che le cose vadano per conto loro»), negli affari e nei rapporti umani. Sente un’ansia sconosciuta di voltare pagina, di agganciare la sua vita a una cremagliera che lo porti in un posto sicuro, come il tram di Opicina che, da bambino a Trieste, vedeva attaccare all’ingranaggio dal balcone della casa della nonna. 


Ilirjana è alta e ossuta, con le caviglie sottili. Al primo incontro sembra intimidita, ma stringe la mano come un maschio. È tenera e sbrigativa, appassionata e sfuggente. Il cervo e il cacciatore, lei stessa lascia il dubbio. Ha in sè ogni suo contrario, l’allegria breve e un abisso sconosciuto di dolore.
Dopo quattro mesi, la storia, per lei, è già finita: un congedo secco, poi un viaggio all’estero, il telefono che resta muto e mail sempre più asciutte e definitive. Iljriana esce di scena, improvvisa e devastante com’era entrata, ma proprio quando ogni sua traccia è scomparsa, quando anche il contatto virtuale si perde, ecco che la sua presenza si accampa nella mente di Giorgio e da lì si riverbera ovunque. Tutto quello che l’uomo farà e diventerà dopo l’Ilirjana, è determinato da lei. E a lei continua a tornare, come un cane nel posto dove riceveva il cibo.


Ci sono occasioni che tagliano in due una vita qualsiasi, e trasformano ogni abitudine del passato in un peso da cui liberarsi, per abbracciare il rischio dell’ignoto, dell’incontro con l’altro, a costo di pagarne il prezzo per sempre. «D’improvviso si è aperto nella penombra della stanza, nella penombra delle nostre diverse solitudini, un varco, un passaggio per un altro posto più piccolo, ma nostro: una tana accogliente per due». Dietro le sbarre Ilirjana è diventata ossessione, il fine pena mai.


E mentre fluisce il monologo, come una voce fuori campo che parla soprattutto a se stessa e a volte, quasi un piccolo soprassalto, torna a rivolgersi allo sconosciuto che ascolta, a richiamarlo su un dettaglio, su uno snodo della vicenda, si susseguono le tappe della fuga circolare di Giorgio, che lo riporta là dove tutto è cominciato: la materia inconsistente che avvolge il lago di Bled, l’altopiano di Asiago e la vertigine dei sentieri scavati nella roccia durante la grande guerra, la parentesi milanese, con la desolazione del parco Trotter, dove le badanti spingono le carrozzine dei disabili tra erbacce e cacche di cane. E poi Trieste, e la meraviglia intatta del bambino che, tornando con i genitori a trovare i nonni, dal finestrino dell’auto aspetta con trepidazione lo spalancarsi del golfo invaso dalla luce fino all’Istria e la voce del padre, che sempre nello stesso punto, invariabilmente dice: “Ah, qua ti si apre il cuore”.


E lì, proprio in quel punto in mezzo al petto, dove c’è il cuore, a tanti anni di distanza, Giorgio sente intatto quel qualcosa, il mistero della manovra che faceva il macchinista vestito di antracite, quello scarto che ti aggancia a un altro binario. E fa sentire provvisorio tutto quello che c’era prima. —

sabato 9 giugno 2018

IL LIBRO

Il cold case del burattinaio Dicker 





Dopo vent’anni un sanguinoso caso di cronaca viene riaperto. E la verità che sembrava giudizialmente cristallina si disintegra, mandando migliaia di pezzi a conficcarsi nella vita senza scossoni di una cittadina balneare sull’oceano, dove nulla, e nessuno, sarà più come prima. Era il 30 giugno 1994 quando nell’immaginaria Orphea, collocata nello Stato di New York, mentre si sta per inaugurare la prima edizione del festival teatrale, vengono freddati nella loro casa, a colpi di pistola, il sindaco, sua moglie e il loro figlioletto. All’esterno, un altro cadavere: una ragazza in tenuta da jogging è stata uccisa con la stessa arma, forse per aver visto l’assassino. Il caso viene affidato a due giovani e promettenti agenti, Jesse Rosenberg e Derek Scott, i primi ad arrivare sul posto, che conducono le indagini con solerzia e inchiodano il colpevole, un ricco ristoratore della zona. In galera non ci arriva: muore in un incidente durante l’inchiesta.

Siamo nel 2014, ancora una volta in prossimità dell’apertura del festival, e Jesse, diventato capitano (anzi, il capitano 100%, che non fallisce un’indagine...), sta festeggiando con i colleghi il suo prossimo pensionamento. È allora che Stephanie Mailer, una giovane giornalista imbucatasi al ricevimento, gli si avvicina e, brandendo un ritaglio di giornale, lo apostrofa con studiata malizia: «Nel 1994 ha sbagliato colpevole. Mi sembrava giusto che lo sapesse prima di lasciare il corpo». Il poliziotto e la cronista si incontreranno quell’unica volta, perchè nello stesso giorno Stephanie sparirà nel nulla.


Joël Dicker è tornato, e alla grande. Chi si è lasciato catturare e travolgere da “La verità sul caso Harry Quebert” (2012, Bompiani), best seller da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue, proverà ora la stessa ansia di arrivare all’ultima riga di “La scomparsa di Stephanie Mailer” (La Nave di Teseo, pagg. 708, euro 22,00), il suo nuovo, fluviale e intricatissimo giallo. Perchè al termine di ogni capitolo lo scrittore svizzero, con sbalorditiva abilità, apre un altro fronte, lascia una risposta in sospeso, getta un indizio, smantella una certezza, incastra una coincidenza, trascinando il lettore avanti e indietro dal 1994 al 2014, tra vecchie indagini e nuovi indizi, giù giù fino in fondo nelle vicende e nella personalità dei tanti personaggi, tutti cesellati eppure pieni di ombre, sempre alla fine sfuggenti. Con un espediente narrativo che sfaccetta ancor di più la trama, lasciando la prima persona solo alle voci degli investigatori Jesse e Derek, che sembrano così sovrastare il fruscio dei sospetti, delle rivelazioni, delle mezze parole in cui è avviluppata l’anonima esistenza di Orphea, un cellophane trasparente e asfittico, sotto cui si nascondono e si proteggono reciproci segreti.





La vera protagonista, in questo che è un grandioso thriller corale, è proprio l’opaca cittadina di provincia e il suo festival teatrale, evento di richiamo turistico e quindi di guadagno, ma anche palcoscenico per piccole e grandi vanità, occasione per realizzare un sogno o colpire a tradimento. Intorno a “La notte buia”, lo squinternato copione che l’ex comandante della polizia della città Kirk Harvey, vuol mettere in scena al festival del 2014, riscattando la figuraccia di vent’anni prima, quando lo spettacolo fu cancellato dal sindaco ucciso, si affollano i sospetti: il nuovo primo cittadino, Alan Brown, che prontamente, forse troppo, prese il posto del defunto, e sua moglie Charlotte, veterinaria e attrice di talento; il direttore del “New York Literary Magazine” Steven Bergdorf e la sua bella e avida amante Alice, il manager televisivo newyorkese Jerry Eden e la figlia Dakota, tossica e infelice, l’ambiguo critico teatrale Meta Ostrovski, che, insieme agli altri, ha trovato in Orphea un comodo riparo.


Tutti, a cominciare da Jesse e Derek, hanno un passato da cui fuggire e fantasmi da disseppellire, come gli indizi tralasciati nell’indagine, che continuano a seminare morte. La verità, dice Stephanie a Jesse Rosenberg nel loro primo e ultimo incontro, era sotto i suoi occhi, ma lui non ha saputo vederla.

Magistrale burattinaio, Dicker tiene alta la suspense fino alla fine, districando tutti i fili, solo in apparenza lasciati penzolare a vuoto lungo la trama. La notte buia, sembra suggerirci l’autore, non è solo quella della mano omicida, ma è il lato oscuro custodito in ognuno di noi, dissimulato nel tran tran quotidiano, dietro la facciata, che, in circostanze favorevoli, viene a galla e deflagra. Lasciando tutti, lettori compresi, senza fiato.

@boria_a

lunedì 5 marzo 2018

IL LIBRO

I quattro amici di Calligarich
storia di tori e di spettacolo


Tutto nasce dal rapimento di un toro, Short Horn, campione argentino della monta, dall’iperbolico valore di dieci milioni di euro. È il piano folle ideato da quattro amici di un paesino disperso nelle brume del Po, decisi a dare una svolta alla loro vita. Ma sequestrare un toro e tenerlo incastrato tra due letti in una camera d’albergo si rivela operazione più complicata del previsto. Non solo perchè il potente odore e le funzioni fisiologiche, dalle dimensioni e l’irruenza proporzionate alla stazza, rendono impossibile celare l’animale, ma perchè un quinto incomodo pretende di entrare nell’affare. E con una richiesta ben precisa: non una parte del riscatto, ma un thermos di sperma del campione, da convertire subito in denaro senza il rischio di essere pizzicato con l’ostaggio e finire in galera. Accantonata l’idea di spacciare il proprio per il preziosissimo seme di Short Horn, ai sequestratori non resta che una soluzione: scegliere il malcapitato che, munito di guanti di lattice, espleterà la delicata manipolazione.


Gianfranco Calligarich


Comincia con questa impresa esilarante e surreale “Quattro uomini in fuga”, il nuovo libro di Gianfranco Calligarich, scrittore nato ad Asmara da una famiglia di origine triestina, che esce il 7 marzo 2018 con Bompiani (pagg. 300, euro 19,00). È solo la prima di una serie di picaresche avventure che porteranno i quattro protagonisti della storia - Casablanca, Paolo, Sauro ed Elio - dalle deprimenti nebbie padane a Roma, dove finiranno a gestire un teatro molto off sopra una fontana del Seicento, tra attori improbabili e inevitabilmente gay, primedonne anoressiche e miracolosi benefattori, amori, tradimenti e tanti debiti.





A meno di due anni dall’uscita de “La malinconia dei Crusich” (2016), sulle vicende intrise di Mitteleuropa della sua cosmopolita famiglia lungo tutto il Novecento, con quest’opera Calligarich torna alla verve e in parte al linguaggio fulminante e ironico del primo libro, “Posta prioritaria” (2003), una raccolta di irresistibili simil-segnalazioni del Piccolo.


Dichiarata una nota autobiografica: lui stesso, infatti, è stato il fondatore del Teatro XX Secolo dentro il Fontanone del Gianicolo, collocazione che “ispira” quella dello strampalato teatrino (con grande vista sulla Capitale) dei quattro amici di questa storia. Anche la dedica del libro ci riporta a una venatura di affettuoso amarcord: «A Nicola e a tutti gli ancora presenti o ormai assenti compagni di un tratto di vita trascinante. Con affetto, nostalgia e opportuna irrisione del passare del tempo».

Il cronista delle avventure dei quattro è Casablanca, dal titolo del film che proiettava spesso nel suo cineclub e di cui, altrettanto spesso, era spettatore unico. C’è poi Paolo, figlio del più ricco allevatore della zona, con una marcata somiglianza al mascellone da gangster dell’attore Jack Palance; e ancora Sauro, decoratore di ceramiche dalla sessualità così ecumenica da far innamorare donne, uomini e animali (e in quest’ultima categoria, com’è immaginabile, un possente cuore respinto può causare tanti guai); infine il nanerottolo Elio, con quindici anni in più degli altri e una moglie da cui sogna la deportazione. Tutti, insomma, sono già in fuga ancor prima di partire.


Quale miglior propellente, allora, che un doppio amore non corrisposto, o corrisposto in coabitazione con altri? Quello di Short Horn per Sauro finirà, letteralmente, in fumo, come i piani degli improvvisati rapitori. Ma quello di Paolo per la fatalona cantante Samanta Cantavento, una mantide di provincia dal repertorio triste, dopo appena qualche notte gli farà convertire la fiammante Ferrari in una più democratica Fiesta con cui far rotta verso Roma e le luci della ribalta. Un sogno che si avvera nel teatro affittato sopra la fontana, chiamato pomposamente Stanislavsij, dove i nostri, con altri pittoreschi innesti, metteranno in scena grandi film americani, a cominciare da Scarface.


Calligarich, pluripremiato autore di teatro e di celebri sceneggiati televisivi (da Storia di Anna a Piccolo mondo antico), questa volta firma una irriverente e popolosa commedia umana, dove l’autobiografia, opportunamente esasperata e resa irriconoscibile, diventa fotografia del mondo dello spettacolo alternativo, con i suoi vizi e vezzi, gli amori e gli odi plateali che durano un pugno di secondi, la perenne bolletta, i biglietti omaggio prima sdegnosamente rifiutati e poi regalati a pioggia pur di riempire qualche fila, la ricerca di uno sponsor (che per un teatro dentro una fontana potrebbe anche essere un produttore di sanitari con stabilimento sul Raccordo anulare...). Fino all’incredibile incontro con un malinconico mecenate, industriale dell’acciaio innamorato dei film americani, che finanzia l’impresa dei quattro. Almeno finchè un amore più potente non dirigerà altrove i suoi favori.
Il romanzo è la perfetta sceneggiatura di una fiction a puntate, dove per macchiette e caratteri, come l’Algida Milanese o l’improbabile attrice friulana Lola Montez, Madame Veuve Clicquot e il misterioso N.N., ogni lettore già immagina l’interprete più calzante. Sulla carta, la vena comica, dopo un attacco folgorante, finisce per diventare un gioco scoperto e, lungo trecento pagine, inevitabilmente si estingue.


Resta però inconfondibile (per chi ama Calligarich dal suo libro d’esordio “L’ultima estate in città”, Premio Inedito ’73, diventato un cult) la capacità dell’autore di evocare, con malinconia impercettibile ma impastata in ogni pagina, una stagione tumultuosa di sogni e azzardi, di sconsideratezze e fallimenti. Quando qualsiasi avventura, per quanto folle, con i giusti compagni di strada sembrava a portata di mano. «Non ho più niente da dire - scrive Casablanca - tranne il fatto che qui, guardando il Tevere e pensando a N.N. e al nostro teatro, mi viene in mente sempre la stessa idea. Che sia per Short Horn che per il teatro eravamo andati a caccia di Moby Dick. Paolo come il capitano Achab ed Elio Sauro e io a formare la ciurma del Pequod».


L’Ismaele di Moby Dick guardava gli spazi sconfinati del mare quando sentiva vuota la vita, Casablanca butta giù un diario del passato per scacciare lo stesso avvilimento. Senza l’epica del quando eravamo ggiovani, ma con un disincanto dolente, a volte mascherato di cinismo, che è il registro più autentico dell’autore.

@boria_a

domenica 14 gennaio 2018

IL LIBRO

Dentro le stanze dell'addio

Non un monumento, ma un attraversamento. Non la celebrazione di una perdita, ma il percorso che ha condotto al distacco, con tutte le speranze, le rabbie, le remissioni, i precipizi, il limbo indefinito e nebuloso, quando sai ma ancora ti aggrappi, quando i medici parlano e tacciono, quando cominci quell’ultimo tratto che precede un addio. Quando tua moglie è un petalo e a farla volar via basta un soffio.
Yari Selvetella, giornalista e scrittore, in un’intervista radiofonica a Radio radicale, ha definito così, come un movimento “dentro”, “verso” qualcosa, l’accompagnamento nella malattia e poi la morte della sua giovane compagna, madre dei suoi tre figli, la saggista, critica, editor di Einaudi e Fazi Giovanna De Angelis, scomparsa a Roma nel 2013.





Oggi, a cinque anni di distanza, quando al lutto è stato dato un posto nella vita che va avanti, Selvetella guida il lettore nel suo congedo da Giovanna, attraverso “Le stanze dell’addio” (Bompiani, euro 15,00, pagg.185): la casa della famiglia, con le sue tracce di intimità domestica, una vacanza che lascia sulla pelle di quella giovane donna i primi segni della fine, poi il reparto con il suo odore di disinfettante, il carrello del vitto e i tanti libri ancora da esplorare, la rianimazione senza finestre, il labirinto bianco dell’ospedale, e, alla fine, il crematorio, l’acqua che trascina via il contenuto di un’urna di ceneri dietro l’altra, mischia le esistenze di sconosciuti, in uno scorrere e disperdersi che, nella sua igienica crudeltà, traccia una riga tra il prima e il dopo. Yari è lì, su quel crinale tra l’ossessione della perdita e l’energia di andare avanti, per i figli, per quello che la coppia ha costruito insieme. Ed è lì che si dipana il libro, dentro e fuori dalle stanze del dolore, tra il rifugio dei ricordi e la vitalità della rinascita.





Quando già stava male, Giovanna De Angelis scrisse “La frattura”, il suo unico romanzo uscito postumo (Elliot), in cui racconta la storia di Francesca, giovane traduttrice sposata a Cosimo e amante di Diego, nella cui vita irrompe la malattia: uno “schianto”, come si intitola una delle due parti in cui è suddiviso il romanzo, che rimette tutti i personaggi al loro posto, che smaschera gli inadeguati ad affrontare la lotta, che fa emergere «un improvviso bisogno di precisione, di parole esatte e pronunciate correttamente». Da qui, dalla necessità di termini diretti, chirurgici, che entrano dentro il dolore come un bisturi, senza slabbrature, per incidere e liberare, continuiamo a inoltrarci nella storia di Giovanna. Perchè anche Yari sceglie le parole con cura, in questo corpo a corpo con la morte. Sono due libri diversi ma non è un azzardo accostarli, leggerli come momenti dello stesso viaggio, una coppia in transito in una vicenda il cui finale e già scritto.


C’è un uomo con i baffi, l’alter ego di Yari, che torna e ritorna in ospedale a cercare la moglie, morta da tre anni. Si aggira in spazi che conosce eppure che gli sono estranei, sente gli odori, i bip delle flebo che finiscono, vede quei bozzoli tra le lenzuola. Dov’è sua moglie? La camera dove era ricoverata è vuota, lei non c’è più da molto tempo ma lui continua a riandare lì, di persona e col pensiero, domanda, aspetta fuori dalle porte, si perde, si nasconde, origlia.


In questo suo vagabondare cosciente e confuso insieme, incontra un altro uomo. È il giovane addetto al bar dell’ospedale, ha perso il padre e anche lui, col suo dolore, è rimasto impigliato in stanze che non gli appartengono più, dove si aggira da spettatore, vivendo una vita che non è sua.


Pagina dopo pagina, entriamo nelle assenze di entrambi, nei loro distacchi ancora impronunciabili, camminiamo sul confine tra il soprassalto del passato e un futuro al quale abbandonarsi. «Ma ora è il momento di provare a ritornare, di essere una persona sola», dice l’uomo coi baffi al ragazzo. E continua: «Così non è possibile. Tradisco non solo la mia vita, ma la sua, che era capace di non sprecarla, a qualsiasi costo, lei che ha insegnato soprattutto questo, a non arretrare, a non accomodare. Io devo andarmene, anzi dobbiamo tutti e due tornare al mondo».


Un libro mai consolatorio, anche quando il protagonista accetta di aprirsi a un nuovo amore. Di lasciare ancora scorrere la vita (e “scorrere” è uno dei verbi della malattia, dell’esame invasivo di una delle pagine più dolenti), perchè è l’unica vittoria sulla morte che abbiamo a disposizione.

@boria_a

domenica 14 maggio 2017

IL LIBRO

Nino e Giana Andreatta, cinquant'anni d'amore nella storia d'Italia



Giana e Nino Andreatta



È il 1957, all’Università Cattolica di Milano, quando la studentessa diciannovenne Giana Marina Petronio, triestina, di famiglia che nei due rami ha origini ungheresi e inglesi, incontra un assistente fuori sede, dall’andatura sghemba e gli occhi verdi, Nino Andreatta, trentino, di dieci anni più vecchio. Il loro amore attraversa mezzo secolo e un capitolo importante e controverso della storia recente d’Italia, di cui lui è protagonista pubblico come esponente democristiano di centrosinistra e ministro in vari governi. Ma non è l’uomo delle istituzioni che Giana ritrae in “È stata tutta luce” (Bompiani), come s'intitola - da una frase di Piero e Ada Gobetti - il libro che il 15 maggio 2017, alle 18, verrà presentato dall’autrice all’Associazione Civita di Roma in piazza Venezia, insieme ad Aldo Cazzullo e Mariantonietta Colimberti.

Il racconto è quello della vita privata della coppia e dei quattro figli, dei fatti minimi e quotidiani, degli incontri e degli aneddoti, in un fluire di ricordi che segue non la cronologia ma i sentimenti e il cuore. Un diario denso e preciso, a tratti ironico e tagliente nei giudizi, che corre avanti e indietro nel tempo, dall’infanzia di Giana nella casa di Scala Ferolli, tra Pendice Scoglietto e via di Cologna a Trieste, fino al terribile malore in Parlamento che spense, con sette anni di anticipo rispetto alla morte fisica, l’uomo della sua vita.



L’incontro Giana Marina vede Nino Andreatta per la prima volta all’Università Cattolica di Milano nel 1957. Lui è assistente del professor Francesco Vito e tiene corsi di Economia e Politica Economica, lei segue Scienze Politiche. Il professorino la nota a una conferenza in aula magna e per avere l’occasione di un incontro escogita lo stratagemma di appunti di storia che non gli servono affatto. Un anno e mezzo dopo, il primo bacio: lungo la strada verso il lago Maggiore, Nino la mette a sedere sul cofano della “Dauphine” e la lamiera dell’auto è così sottile che rimane il segno delle sue forme. È pazza di gioia. Nel frattempo Nino tenta l’esame per la docenza, ma il professor Vito, che sarà rettore dopo padre Gemelli, giudicando l’incarico prematuro, gli confeziona una commissione contraria e lo bocciano. 


Matrimonio Giana morde il freno, cerca di farlo dichiarare, è ansiosa, nevrotica, va in analisi. Finalmente Nino riceve un incarico dal Mit Center for internazionale studies. Un anno a New Delhi come esperto della planning commission. Tra le spese pagate c'è anche quella per una "seconda persona, segretaria o moglie". Durante una cena, Nino infila al dito di Giana un enorme solitario, la classica nocciola salgariana. Si sposano nella cappella di San Sigismondo a Sant’Ambrogio, il 30 settembre 1961, la sposa in raso opaco duchesse col corpino stretto, piccolo strascico e velo da ripiegare all'indietro, come molti anni dopo farà Diana Spencer. Testimone di lui è Carlo Bo, che non porta neanche il regalo, consapevole che basta la sua presenza. Breve viaggio di nozze in Italia, Mantova, Venezia, poi la partenza.


L’India Sono innamoratissimi, ma l'adattamento alla vita di coppia difficile. Nino è maturo e saggio, a volte un po’ didattico, Giana competitiva e volitiva, si prende la rivincita nell'inglese, che il marito parla con brutta pronuncia. Il professore non sa neanche nuotare, ma questo, al contrario, suscita nella moglie un sentimento di tenerezza. Nino vuole che lei porti tacchi alti e abiti eleganti e che sia truccata in modo impeccabile, Giana vive queste richieste come un’imposizione (che le ricorda quelle paterne), è gelosa. Viaggiano, fanno vita di società, incontrano l'altezzoso Nehru e la Maharani di Jaipur, forse amante dell'ambasciatore americano Galbraith. In India viene concepito il primo figlio, Tomaso (dalla lettura delle lettere dalla prigionia di Tomaso moro) e Nino ha la notizia di aver vinto il concorso a cattedra. Dopo il discorso su Stato e mercato al secondo convegno Dc comincia a collaborare con Aldo Moro, di cui è per anni consigliere economico.


Trieste Amatissima da Giana è la nonna materna Lina, nata Carolina Newman, che a Trieste abita in via Pascoli con la zia Nora e la cugina Nellie. La casa è vecchia, con gradini scivolosi e consumati, e odora di affumicato per la cucina a legna e per le Nazionali o le Alfa che la nonna fuma col bocchino di legno. C'è la stanza biribissaio dov'è lecito lasciare zuf, disordine, perché si tratta ufficialmente di uno sgabuzzino anche se arredato con bei pezzi di mobilio. Nonna Lina è una donna spiritosa e s'interessa molto ai problemi adolescenziali della nipote, come l'infatuazione per l'ufficialetto Salvo, conosciuto sulla nave che riporta la famiglia in Italia dall’Egitto, dove il padre di Giana, Giordano Bruno, è vicedirettore del banco italo-egiziano. Quando nonna Lina muore a seguito dell'amputazione di una gamba in cancrena, viene sepolta nel cimitero protestante, nella tomba dei Newman.
Zia Ida, invece, sorella della mamma di Giana, sposa zio Angelo, che tutti considerano un pampel, o peggio, un mona. Tornato dall’Accademia, però, diventa sarcastico e tagliente, spesso feroce, e nessuno lo importuna più. Dopo il matrimonio è infedele alla moglie. Una volta, quando si temeva per la sua vita, Giana ricorda che la zia accarezzava la mantella nera di gala del marito distesa sul letto e diceva a mezza voce: “De questa me vien benissimo un capoto nero de luto”.

La famiglia di papà Con la nonna paterna Giannina, piccola è magrissima, Giana va alla Lanterna, al bagno Excelsior o al Savoia, con una borsetta di taffetà scozzese che custodisce il panino con la frittata. Nonna Giannina aveva sposato nonno Carlo, di tre anni più giovane, bello e massone, e per amore aveva ripudiato la sua religione e dato ai figli i nomi di Giordano Bruno e Armida. A 36 anni, appena nominato direttore di banca, nonno Carlo muore in un incidente d’auto causato dalla bora che soffia a 130 km all'ora. Quando Giordano Bruno si fidanza con Paola, la futura suocera la mette in guardia: “Guarda che el Bruneto xe mato. Bisogna dirghe sì sì no no come che’l vol, proprio come ai mati”. I due non vanno d’accordo. Dopo il matrimonio di Giana, Giordano Bruno, dirigente del Credito Italiano, lascia la moglie e si trasferisce definitivamente a Londra. Muore nel 1986, padre e figlia non si frequentano ormai da vent'anni. Anche nonna Giannina muore lontano, senza più contatti con la nipote, ultracentenaria. Zia Armida, invece, sposa zio Angelo, che tutti considerano un pampel, o peggio, un mona. Tornato dall’Accademia, però, diventa sarcastico e tagliente, spesso feroce, e nessuno lo importuna più. Dopo il matrimonio è infedele alla moglie. Una volta, quando si temeva per la sua vita, Giana ricorda che zia Armida accarezzava la mantella nera di gala del marito distesa sul letto e diceva a mezza voce: “De questa me vien benissimo un capoto nero de luto”. Anche la zia muore lontano.


Psicanalisi Nel '63 Nino ottiene la cattedra di Economia all'Alma mater studiorum di Bologna e nasce Tinny, chiamata così dal nome della principessa protagonista della commedia “Dalia” di Tagore, vista in India (oggi è responsabile di Rai Fiction). A Bologna Giana nel ’67 si iscrive a una scuola di specialità post-laurea in Psicologia e si diploma con una tesi sull’incidenza della mancanza di cure materne nella prima infanzia. Nascono Filippo e poi, nel 74, Erika. Giana diventa psicanalista e apre uno studio a casa. Con gli anni è meno ansiosa di contrapporsi a Nino, crescono insieme, si influenzano reciprocamente.


Ministeri Nino viene nominato ministro per la prima volta nel '79, al Bilancio, nel primo governo Cossiga, ma Giana cura lavoro e famiglia e non approfitta delle occasioni di rappresentanza del marito. Una volta che si fa tentare da un pranzo col presidente americano Carter e parte per Roma con un abito lungo di cady color castagna, di una maison che conta un giovane Ferré tra i suoi designer, per un'incomprensione del protocollo non ottiene il posto a tavola. Insieme viaggiano di più quando lui diventa ministro degli Esteri nel gabinetto Ciampi. Giana conosce e apprezza la moglie di Boutros-Ghali, segretario dell'Onu, mentre di Hillary Clinton, che incontra in Giappone, dice “era bruttina ma tenuta al meglio da sarte e parrucchieri; molto intelligente, ma poco gradevole e non cordiale”.


Fiuto Anche Nino, di austera moralità e rigore austroungarico, dà giudizi netti. Chiama Guido Carli "principe" (un richiamo a Machiavelli), tiene a distanza Bertolaso, rifiuta una legumiera d’argento di Faraone regalatagli dal finanziere Nino Rovelli e la dirotta in parrocchia. Una volta, da ministro del Tesoro, sta rientrando in volo a Roma da Milano quando lo raggiunge Berlusconi, in giacca nera e pantalone rigato grigio e nero (come i businessmen della City non vestono più già da anni). Berlusconi cerca un passaggio per parlargli di un finanziamento per il suo progetto di Milano Due, ma Andreatta ha l'impressione di trovarsi davanti a un “venditore di tappeti”, gli dice che ci sono di mezzo interessi privati, e lo lascia a piedi. Il cavaliere ripiegherà su Craxi. Quando Bettino assume la guida del centrosinistra, Andreatta commenta che, mentre i democristiani erano "artigianali" nel perseguire il loro tornaconto personale, coi socialisti si era passati a un livello industriale.


15 dicembre 1999 È Castagnetti a telefonare a Giana e a darle la notizia del malore di Nino durante la seduta parlamentare dopocena per la Finanziaria. La famiglia accorre all'ospedale San Giacomo e sarà l'ultima volta che la donna vedrà aperti quegli occhi verdi che l'hanno fatta innamorare cinquant’anni prima. Nino Andreatta muore il 26 marzo 2007 al Policlinico sant'Orsola di Bologna senza essere mai uscito dal coma vegetativo. Del compagno di una vita Giana dice: “Hai lasciato un pieno immenso”.

@boria_a

sabato 18 marzo 2017

IL LIBRO

Il patto di diventare libellule



Francesca Scotti



A loro spunteranno ali incolori da libellule. Le ossa appuntite bucheranno la pelle, il corpo si sfalderà, evaporerà, e finalmente diventeranno leggere, invisibili, per volare sopra quell’acqua dove hanno aspettato per mesi, larve acquattate per maturare la trasformazione. Erica e Vanessa si sentono così, anche loro in attesa di diventare altro: un insetto senza peso, mirabile nell’equilibrio delle ali trasparenti che combaciano, gli occhi puntati in tutte le direzioni, un predatore vorace contro i nemici.

E i loro nemici sono lì, dentro Villa Flora, la casa di cura dove le due adolescenti vengono accompagnate dalle famiglie per strapparle a quell’ossessione che le fa rifiutare il cibo, cacciarsi le dita in gola per vomitare, bere litri d’acqua, sminuzzare, disperdere, sputare, dissipare qualsiasi alimento che si attacchi al corpo, lo áncori a terra, ispessisca ossa e creste iliache. Giro coscia e caviglia se li controllano a vicenda, Vanessa ed Erica, come a misurare lo stadio dell’evoluzione: il pollice e l’indice dell’una devono toccarsi e chiudersi sulle gamba dell’altra. Il perimetro di una sottrazione giornaliera. Sono amiche ma non si amano, ogni loro contatto fisico - dita che corrono lungo le scapole, bocche che si assaggiano, lingue che si succhiano - deve solo aiutarle a “bruciare”, a “consumarsi”.


È teso, duro, a tratti violento, il nuovo libro di Francesca Scotti, “Ellissi” (Bompiani, pagg. 172, euro 17,00), che racconta l’anoressia attraverso un rapporto malato, analizzato e portato a vivo in ogni sua minima piega, come già aveva fatto nel precedente ugualmente forte, bello e disturbante, “Il cuore inesperto” (Elliot, 2015). Conosciamo le protagoniste nel giorno dell’ingresso a Villa Flora, le loro schiene minute che si allontanano dalla vista dei genitori, strette in un patto claustrofobico e sbilanciato: Erica ha cominciato a rifiutare il cibo e Vanessa l’ha seguita, ora entrambe si compattano contro il mondo che ostacola la loro dissoluzione corporea, la loro mutazione.





È un mondo fatto di regole, Villa Flora, asettico e senza specchi. I colloqui con i medici, la meditazione, la seduta di gruppo e l’appuntamento più terribile, la “terapia”, quando i cestini personalizzati arrivano a tavola, ognuno col suo scialbo contenuto, frutto di estenuanti trattative con il destinatario. Del cibo è vietato parlare, ma Francesca Scotti lo fa dilagare nella pagina, riflesso negli occhi dei malati in tutta la sua oscena consistenza, nella sua nudità di odori, sapori, temperature, colori. Al contrario, lo spazio in cui si muovono Erica e Vanessa è fluttuante, le giornate sono annacquate, i rumori liquidi, le ombre allagano il pavimento, le loro vertebre sono creste d’onda e i sorrisi si sciolgono sulle labbra, sigillate in una bolla attraverso cui vedono gli altri muoversi e parlare, guardardandoli senza vederli, come le immagini degli scheletri che mostrano i medici.


La scelta dei termini è chirurgica, magistrale: da una parte lo spessore, gli effluvi e la corporeità, dall’altra una dimensione acquea, un’insistenza sulle parole che evocano la dispersione, come il Magnum fatto sciogliere in un bicchiere di acqua calda per non inghiottirlo.


L’unico maschio in terapia si chiama Diego e non è difficile intuire che sarà il cuneo nel patto delirante delle ragazze. Un giovane uomo con le gambe fini da bambina, le magliette appese alle spalle e le cuffie sulle orecchie, arruffato e isolato, ma con una sorta di pulsante e disperata carnalità. È lui che vuole uno specchio a costo di infrangere la proibizione, è lui che cerca il sesso non solo per bruciare.


Vanessa lo incrocia per prima, ma è Erica a bucare la bolla e a entrare in un’altra dimensione. La crepa nell’alleanza con l’amica, uguale a quella che libera l’addome dall’esoscheletro della libellula, non farà uscire le ali, ma la volontà di tornare indietro. Uno yogurt ai mirtilli, lo stesso che aveva scelto Diego per la sua colazione. Una mela verde, la polpa che “pesa” sulla lingua. E a Vanessa dice il verbo impronunciabile: “Ho ripreso a mangiare”, mentre lei vorrebbe colpirla, le braccia alzate, feroce come una libellula con la preda che sfugge.


È a questo punto l’ellissi, l’omissione. Non sappiamo che cosa succederà della simbiosi interrotta, nè se le strade che si divaricano - chi se ne va, chi resta, chi è scappato - si intersecheranno ancora. I fluidi ritornano a occupare le pagine nel finale del libro, ma non sono quelli che drenano la vita, bensì il sangue e la possibilità di trasmetterla. “Tra le ali c’è un corpo” dice Erica, lasciando l’amica. E, anche se ha un peso, si può volare.

@boria_a

sabato 14 gennaio 2017

IL LIBRO

E' un'Aurora di morte a Cipro


Victoria Hislop



Con “L’isola”, uscito in Italia nel 2007, ha riportato in vita il dimenticato lebbrosario di Spinalonga, attivo dal 1903 al 1957 davanti a Creta, intrecciando gli amori, la malattia, i segreti di tre generazioni di donne. Il libro ha venduto oltre due milioni di copie nel mondo, seguito da una serie girata dalla televisione privata greca Mega, che è stata la produzione più costosa mai realizzata nel paese e ha incollato allo schermo circa cinque milioni di spettatori a puntata. Ora l’inglese Victoria Hislop rilancia la formula che le ha portato fortuna e con “L’aurora”, l’ultimo romanzo appena uscito in Italia (ancora per Bompiani, pagg. 388), rilegge attraverso vicissitudini di famiglie, filtra nelle passioni e nei rancori di tanti personaggi, in una sorta di racconto corale, un capitolo di storia recente ma poco evocata.

Siamo a Famagosta, fiorente e vivace centro turistico nella parte orientale di Cipro, nei primi anni Settanta. Savvas Papacosta e sua moglie Aphroditi sono i proprietari dell’Aurora Palace, il più lussuoso hotel dell’isola, pieno di ricchi ospiti internazionali che rovesciano nelle loro tasche un fiume di denaro. I due non si sono sposati per amore, ma l’unione si regge su affari e interessi: lui pensa a irrobustire il patrimonio immobiliare ristrutturando nuovi alberghi, lei si divide tra cocktail e ricevimenti con i clienti, sfoggiando etti di diamanti e la solidità economica del marito.


Il mondo dell’«Aurora» è uno scrigno dorato e impermeabile, dove si fanno le ore piccole al night club Clair de Lune, gestito dall’affascinante e spregiudicato Markos Georgiou, braccio destro di Savvas, e gli echi delle tensioni politiche esterne giungono ovattati, camuffati. I nomi dei protagonisti testimoniano le loro radici etniche, esemplificano per il lettore le posizioni di ciascuno, man mano che i destini si aggrovigliano: Christos, fratello di Markos, è un militante dell’Eoka B, il movimento paramilitare e filogreco, mentre la parrucchiera dell’hotel, Emine Özkan, è di famiglia turco-cipriota, e uno dei suoi figli, Ali, influenzato dalle idee paterne, vorrebbe tornare a vivere nelle enclavi della comunità, dove non si sentirebbe circondato da nemici ellenici.

Savvas, Aphroditi e Markos dominano la prima parte del romanzo, che coincide con la stagione spensierata delle feste e della passione. Un triangolo sentimental-affaristico piuttosto prevedibile, dove è soprattutto il giovane gestore del club a sfruttare la situazione, lucrando sull’avidità di Savvas e sull’insoddisfazione della moglie. Il suo non è attaccamento sincero, nè all’uno nè all’altra, come non c’è niente di eroico o di ideale nel suo accettare la richiesta del fratello Christos di nascondere le armi dei nazionalisti nel caveau dell’albergo: l’interesse è il solo motore di Markos, una febbre di rivalsa sociale che lo porterà a tradire e a speculare sul dolore degli affetti più cari.


La situazione precipita il 20 luglio 1974, quando la Turchia invade l’isola in risposta al colpo di stato della Guardia nazionale cipriota, attuato con l’appoggio dell’Eoka-B e sotto il comando di ufficiali greci, che depone il presidente eletto Makarios. È allora che le due famiglie rimaste finora comprimarie, i greci Georgiou e il turchi Özkan, assumono un ruolo di primo piano nell’intreccio, realizzando nell’abbandonato Aurora Palace, in uno spettrale scenario di biancheria raffinata e argenteria, di tesori lasciati indietro dai fuggiaschi e di provviste faraoniche aggredite dai vermi, una enclave plurietnica di amicizia e solidarietà. Così sopravviveranno all’assedio dei turchi.



Il quartiere turistico fantasma di Varosha



 Destini speculari quelli dei Georgiou e degli Özkan, che alla guerra hanno sacrificato i figli e ora condividono una forzata intimità. Mentre Aphoroditi e Markos scoloriscono sullo sfondo, con le voci di padri, madri e giovani ribelli Hislop ci parla di deportazioni, fame, epurazioni, della spaccatura in due dell’isola. E l’«Aurora», cristallizzato nel suo sfarzo intatto, si staglia a paradigma della sorte del quartiere turistico di Varosha, quell'angolo di Famagosta svuotato, disertato e trasformato in zona militare, una città fantasma congelata nel tempo, ormai senza vita.

La storia delle due famiglie continuerà, ma all’estero. Il golpe ha generato profughi e migranti: la Linea Verde, che segna la divisione di Cipro, è una cesura esistenziale da cui non si tornerà più indietro.
Ecco il merito di Hislop: saper impastare con credibilità fiction e divulgazione. In questo nuovo romanzo il fascino, la compattezza narrativa e anche la vena morbosa che insaporiva “L’isola” sono lontani, ma va colto il suggerimento di riaprire una pagina di storia che può dirci ancora tanto sul nostro presente.