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lunedì 18 luglio 2016

LA MOSTRA

A Trieste nel 1911 la prima donna in pantaloni




 
I primi pantaloni firmati da Paul Poiret





Era la fine di febbraio del 1911 quando un’avvenente signorina, proveniente da Vienna, scese all’Hotel de la Ville di Trieste, scortata da un uomo e con un misterioso baule al seguito. In quell’unico bagaglio era custodita una “bomba”, che, un paio di settimane prima, aveva mietuto le prime vittime a Parigi e a Vienna. Niente da stupirsi, quindi, che la bella forestiera arrivasse nella vecchia provincia dell’impero con un tanto di circospezione e accompagnata da uno chaperon, pronto a venire in suo soccorso in caso di pericolo. Che cosa nascondeva il bagaglio della giovane, tale Pepi Weisenhuber, di professione mannequin? Niente metallo, solo seta, ma ugualmente deflagrante.

La bomba in questione si chiama “jupe-culotte”, la prima gonna pantaloni e l’ultimo grido della moda, che all’esordio parigino, un paio di settimane prima, era stata sepolta da “risa ironiche” e fischi. Sorte ancora più amara per tre dame dell’aristocrazia di Vienna che, sfoggiando il nuovo capo a un ricevimento, si erano viste mettere alla porta senza tanti complimenti.
Questa gelida accoglienza aveva gettato nello sconforto le sartorie viennesi. Gli ordinativi di un certo numero di jupe-culottes erano già stati piazzati a Parigi e ora gli atelier temevano, dopo la reazione degli ambienti d’elite, lo scherno e il dileggio della pubblica via.


Ecco, dunque, spiegata la delicata missione a Trieste e la riservatezza che circondava l’arrivo in città della signorina Pepi e del suo accompagnatore, che altri non era se non il segretario della ditta Gustav Pollak und Bruder. Pepi doveva “testare” le reazioni ai pantaloni femminili a sufficiente distanza di sicurezza rispetto alla compassata e tradizionale Vienna. E per lei, che mai aveva visto il mare prima d’allora, alla comprensibile emozione si sommava la paura che a Trieste - come l’avevano messa in guardia - oltre che fischi e arance - avrebbe potuto rimediare anche un bel bagno nelle acque gelide del golfo.



Lo stile di Paul Poiret


Il gustoso resoconto del lancio della gonna pantalone è riportato, in forma anonima, nell’edizione del Piccolo del 1° marzo 1911. Pepi, in jupe-culotte di seta blu e scarpine francesi “seducentissime”, uscì dall’Hotel de la Ville all’ora del “listòn”, poco prima di mezzogiorno e si incamminò per il Molo San Carlo, che percorse due volte, tra “vivaci esclamazioni” e una curiosità “per lo più maschile”. All’imbocco della via Nuova e poi di via Cassa di Risparmio era già seguita da un codazzo di persone, tra commenti e risate. Nei pressi del caffè Urbanis il corteo si era trasformato in una vera e propria folla e la povera Pepi, temendo la malaparata, ripiegò così in fretta verso piazza Verdi che gli osservatori cominciarono a inseguirla correndo, senza però - precisa il giornalista - fare “atti sconvenienti”. Alla fine la modella, ormai convinta che la minaccia del bagno in mare fosse prossima a diventare realtà, trovò riparo al ristorante Dreher, mentre fuori un centinaio di persone, “tra cui, questa volta, molte signore”, continuava a commentare la nuova “mise”.


Il pezzo del Piccolo fu titolato “Con chiasso ma con successo”. Nel porto dell’Impero, dove le signore erano più libere e smaliziate che altrove, la gonna pantaloni venne registrata come “comoda e pratica” e il suo debutto, pur tra sorpresa, apprezzamenti stentorei e qualche ilarità, fu accolto positivamente. Toilette di “ottimo gusto”, sentenziò l’anonimo redattore.


Anche a questa cronaca di colore del Piccolo si è ispirata Raffaella Sgubin, sovrintendente del Museo della moda e delle arti applicate di Gorizia, per l’allestimento “Guerra e Moda. L’alba della donna moderna”, visitabile fino al 4 dicembre 2016 nella sede di Borgo Castello. Un percorso cronologico con diciotto abiti, riviste, fotografie, accessori, che copre un arco dal 1905 al 1925 e culmina, nella sala centrale, con le donne lavoratrici “al servizio della Patria”. Negli anni della prima guerra mondiale, i pantaloni non sono più un’eccentrica primizia modaiola, ma una necessità per le signore e signorine che entrano nelle fabbriche belliche, a contatto con sostanze tossiche o con macchinari pericolosi.



L'operaia, la crocerossina e la capostazione in mostra al Museo della Moda di Gorizia


«È un cambiamento epocale», spiega Sgubin. «Anche prima della guerra lo stilista Paul Poiret aveva introdotto i calzoni da harem per le donne e aveva abolito il corsetto. Ma Poiret non era interessato alla liberazione del corpo femminile, il suo era un discorso di stile, non “politico”. Si ispirava ad altre culture, all’Oriente, così come Mariano Fortuny con i suoi “delphos” guardava all’antica Grecia. Gli unici movimenti che bollavano il corsetto per motivi igienici erano la Rational Dress Society in ambito anglosassone e la Mode Reform in ambito tedesco, che si legava alla Secessione viennese. Restano però - puntualizza Sgubin - scelte estetiche di movimenti d’elite, come le jupe-culotte. 


Prendiamo Emily Flöte, la compagna di Klimt, che indossava camicioni con il punto vita rialzatissimo e colletti molto alti. Aveva una sartoria e provò, senza successo, a proporre questi capi alle sue clienti. Non andavano. I tempi non erano ancora maturi».

Matureranno di colpo negli anni del conflitto. E questo passaggio, questa rottura con i codici vestimentari del passato, è evidente nella mostra goriziana, che apre con gli ultimi sussulti della Belle Époque, con tailleur e abiti preziosi che, per la ricca signora, scandiscono le diverse occasioni della giornata.
Dietro l’angolo, nell’altra sala espositiva, il mondo 

si è rovesciato. Le donne combattono la loro guerra, crocerossine negli ospedali, capotreno nelle Ferrovie, con tanto di tascapane in pelle e tromba, entrano in fabbrica infilate nella tuta da lavoro, calzate di scarponcini e ghette, per comodità e sicurezza. Un collettino bianco triangolare a ingentilire l’operaia, un merlettino sul collo della ferroviera, sono i residui di un passato di decori a profusione che non ritornerà, meno che mai nel guardaroba. «Il pizzo, la scarpina col tacco a rocchetto che spunta dalla gonna spartana, sono dettagli rivelatori», dice Sgubin. «Pur nell’abbigliamento maschile c’è un dettaglio vezzoso, un tocco di eleganza femminile, anche per le donne impiegate nelle officine, per le lavavetri, le motocicliste». Oppure, come testimoniano le foto da “L’illustrazione italiana” in mostra, per le apprendiste conducenti tramviere, per le operaie ai torni in una fabbrica di spolette, per le addette alla saldatura autogena delle bombarde, per le prime “donne barbiere”.

Nella terza sala, “E la vita continua”, un abito da sposa color avorio, risalente circa al 1917, dalla linea morbida e il punto vita segnato. Una rarità - conferma Sgubin - perchè in quegli anni si andava all’altare soprattutto in tailleur: le licenze degli uomini erano corte, i soldi pochi, il senso di provvisorietà diffuso. Molte giovani spose sarebbero diventate, neanche il tempo della luna di miele, giovani vedove.



L'abito da sposa color avorio, anno 1917, in mostra a Gorizia


Furono gli anni dell’immane tragedia bellica, ma per le donne anche quelli di una nuova libertà nel vestire, una conquista formidabile, da cui non si tornerà più indietro. Lo testimoniano le fatture di Madame Elvira Minzi, premiata corsetteria triestina con negozio in via San Nicolò e salone in via Sanità: intorno al 1914 le signore pagano i busti in corone, dagli anni ’20 spendono in lire per i più moderni reggiseni, che sono riprodotti sulla rinnovata carta intestata del negozio, insieme alla guaina elasticizzata per snellire i fianchi.


Intorno agli anni Trenta tutto cambia ancora una volta. Le gonne si allungano, la moda è più composta. La società è in trasformazione, in Italia il regime irreggimenta anche il guardaroba femminile. Niente più abiti coperti di paillettes e boa di struzzo, per la ragazzina androgina che di notte si muove a tempo di charleston. La donna ritorna a essere prima di tutto fattrice e madre, i suoi fianchi l’elemento da enfatizzare, su cui si appoggia lo sguardo. Si torna indietro mentre si avanza verso un nuovo conflitto. Ma il busto, quello sì, la Grande guerra l’ha sepolto per sempre.

twitter@boria_a

martedì 19 ottobre 2010

MODA & MODI

Donne con le gonne. E le forbici

Un drappo di seta bagnato, attorcigliato e lasciato asciugare sotto il sole per ricavarne un plissè che dura solo una notte, il tempo sufficiente a far vivere un abito da sogno, da far innamorare, ispirato al "delphos" di Mariano Fortuny. Lo chiffon che diventa una gonna gonfia e leggera, adatta a passeggiare sui marciapiedi bruciati di Tetuàn, il protettorato spagnolo in Marocco, dove gli occhi maschili si incollano alle forme delle straniere, desiderabili e spregiudicate. La lana per una gonna color vino, stretta e al ginocchio, un tubino semplice e impeccabile per la divisa da lavoro di una sarta, che tagliando e cucendo senza posa raccoglie segreti, intreccia rapporti, diventa confidente e poi potente alleata nella rete delle trame femminili.
Tutto comincia con una gonna in "La notte ha cambiato rumore", il romanzo dell'esordiente Maria Dueñas, già best seller in Spagna: è la trasgressiva gonna pantaloni che Elsa Schiaparelli inventa per la tennista Lili de Alvarez e che la protagonista del libro, la sarta Sira, riproduce per la sua prima cliente, copiandola dalla foto di una rivista di pettegolezzi. Da quelle pieghe nasce il suo riscatto, dopo il tradimento e l'abbandono di un avventuriero che, negli anni del franchismo, la trascina via dall'amata Madrid per scaricarla a Tetuàn con addosso, appunto, solo di che vestirsi. E la capacità innata di cucire e di "sentire" i tessuti, che sotto le sue mani si trasformano e trasformano.
Sulle gonne volteggia il successo di Sira e delle altre protagoniste di questo torrenziale feuilletton in rosa, donne di "influenza" più che di potere, che modellano il loro destino come tagliano un abito, con grazia pari alla determinazione. Una lettura dunque, ideale per predisporci alla moda di questi mesi freddi, che ci suggerisce il ritorno a una femminilità accentuata e insieme discreta, lasciando da parte i pantaloni per riscoprire vestitucci corti ma soprattutto gonne, il capo base, una sorta di tavolozza bianca da cui partire per inventarsi uno stile.
Sembra facile abbinare la gonna: un maglioncino, una camicia, una giacca più o meno lunga, un qualsiasi "avanzo" di armadio a prima vista va bene. Invece no, la novità di questa stagione è sperimentare combinazioni e consistenze diverse, provare lunghezze inedite, giocare con gli accessori, mischiare la  pelle con la lana grossa, il tweed alla seta, destabilizzare i colori accostando il verde oliva al grigio o al crema pallido, nuance così anemiche che a prima vista respingono e invece, con un'intuizione felice, si accendono.
Le più "modaiole" sono gonne così lunghe da disegnare una silhouette da ampolla, favorita dai guanti di pelle anch'essi interminabili, fin sopra il gomito. Lunghe ma anche plissettate, con maglioni sottili a collo alto per non appesantire la cascata delle piegoline. O di pelle, micro, con pull altrettanto striminziti dove solo il collo è esagerato. O, ancora, a corolla e al ginocchio, per assecondare la voglia di bon ton che c'è nell'aria. Gonne spesse, nei tessuti maschili, da portare con camicette di velo. O frivole e leggere accostate a un robusto "chiodo" di pelle. Anche il rigorosissimo tubino prende vita con un accessorio originale: sopra la sua gonna color vino, Sira porta un paio di vecchie forbici d'argento legate a un nastro. Non tagliano più, almeno la stoffa.


twitter@boria_a
La copertina dell'edizione italiana del libro di Maria  Dueñas, "El tiempo entre costuras" (Mondadori)