Visualizzazione post con etichetta Raffaella Sgubin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Raffaella Sgubin. Mostra tutti i post

sabato 18 marzo 2023

LA MOSTRA

 Moda e design anni Cinquanta

a Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia

 

L’orologio Cifra 5 della Solari, disegnato da Gino Valle nel 1956. La macchina da cucire Necchi Mirella, firmata da Marcello Nizzoli nel 1957, proprio come la mitica macchina da scrivere Lettera 22 del 1950. Il televisione orientabile Phonola 17/18, apparecchio dalla concezione innovativa, una sorta di domestico E.T., che nel 1956 esce dalle matite di Sergio Berizzi, Cesare Buttè e Dario Montagni.

 

l’orologio da tavolo/muro Cifra 5 di Gino Valle, 1956, Solari Udine (Noleggiocose di Andrea Moscardi)


 

Istantanee dagli interni delle case degli italiani negli anni Cinquanta. Oggetti che al primo sguardo cristallizzano un’epoca. Gli elettrodomestici sono il biglietto da visita di un maggiore benessere economico, mentre le riviste per signora illustrano la prima moda orgogliosamente autoctona, che comincia a proporre linee e soluzioni originali, sempre più indipendenti dai canoni francesi.


Sono un decennio formidabile gli anni Cinquanta, per gli oggetti e per i vestiti. La genialità, il coraggio di architetti e disegnatori, si coniuga all’interesse di imprenditori illuminati e all’innovazione tecnologica: nasce il design industriale, con pezzi moderni, funzionali, dalle linee pulite, destinati a ridefinire gli spazi delle abitazioni. La Lady Armchair disegnata nel ’51 da Marco Zanuso per Arflex è la sintesi perfetta tra design, nuovi materiali e tecnologia: è la prima poltrona in gommapiuma e poliuretano espanso della storia e nasce dalle ricerche condotte all’interno della Pirelli.


Anche nella moda siamo agli albori di una rivoluzione. I grandi sarti di quella stagione incontrano sulla loro strada il marchese Giovan Battista Giorgini, imprenditore lungimirante e molto addentro al mercato americano, che riesce a valorizzare le individualità e a portarle in passerella, tutte insieme, per raccontare lo stile italiano, mix di novità e radici, che conquista i compratori d’oltreoceano. Il dominio francese è messo in crisi, dal colpo non si riprenderà più.

 

Roberto Capucci negli anni '50 (Archivio Fondazione Capucci)

 

 Non tutto è immediatamente compreso, sia negli arredi che nella moda, alcune invenzioni dovranno aspettare tempi migliori. Prendiamo il Mezzadro, pensato da Pier Giacomo e Achille Castiglioni nel 1957, uno sgabello dadaista con la “seduta” identica a quella di un trattore, che potrà entrare in produzione con Zanotta solo nel ’71. O la linea a “scatola” inventata nel 1958 da Roberto Capucci, in pieno furore di vitini da vespa e gonne a corolla, che rimbalzerà in Italia solo dopo un grande successo negli Stati Uniti. A Boston, infatti, nel settembre 1958, per la sua donna inscatolata Capucci vince l’Oscar della moda.


“Italia Cinquanta moda e design. Nascita di uno stile”, la mostra che si apre martedì 21 marzo 2023, alle 17.30, a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, vuole essere un’ampia e ricca antologia di questo decennio straordinario, quando l’Italia, uscita dalla guerra, aggrediva il futuro con inventiva e ottimismo e cominciava e esportare nel mondo la sua idea di bellezza, di grazia, di eleganza sia negli oggetti che nel guardaroba. L’esposizione, che sarà visitabile fino al 27 agosto 2023, è promossa dal Museo della Moda e delle Arti Applicate di Gorizia, articolazione dell’Erpac (l’ente per il patrimonio culturale della regione) ed è curata da Carla Cerutti, per quanto riguarda la sezione design e arti applicate, con la consulenza scientifica dell’Associazione degli Archivi delle Arti Applicate Italiane del XX secolo, e da Raffaella Sgubin ed Enrico Minio Capucci per la sezione moda, con la collaborazione dell’Archivio Giorgini. I capi in mostra sono prestiti della Collezione Tinarelli, della Fondazione Capucci e degli archivi delle varie maison, Museo Ferragamo, Associazione Germana Marucelli, Fondazione Micol Fontana, Fondazione Archivio Emilio Pucci.

 

Anguria di Gio Ponti, 1956, esecuzione Paolo De Poli-Padova, Brescia, collezione privata (Fotostudio Rapuzzi Brescia)

 

«Grazie al design e alla moda - spiega Cerutti, già curatrice con Sgubin, nel 2009, della Mostra sul Futurismo - l’Italia ha trovato negli anni Cinquanta due veicoli importanti di rinnovamento. E dunque il mio approccio nella scelta è stato quello di individuare pezzi “esemplificativi” di questa rinascita del dopoguerra».
Centocinquanta gli oggetti in mostra, in un percorso che tocca il design industriale, le produzioni di vetro muranese d’autore, il cambiamento dei costumi alimentari, sia in casa, con l’introduzione della cucina all’americana, sia fuori, con i nuovi arredi destinati ai bar (ci sarà la celebre “Lollobrigida”, macchina da caffè de La San Marco di Gradisca d’Isonzo). E ancora: lo spazio dedicato al Compasso d’oro, istituito nel ’54 dalla Rinascente per premiare l’eccellenza nel design, quello caratterizzato dagli oggetti inconfondibili firmati da Fornasetti e Gio Ponti, infine la chiusura con la sala per gli arredi d’artista, ceramiche e stoffe. Tra le chicche, un pezzo unico, proveniente da una collezione privata: il tavolino quadrato dipinto su malta da Mirko Basaldella e montato su una struttura in legno costruita appositamente da un architetto amico del committente.

Fabiani, abito da cocktail, 1953-56, Collezione Enrico Quinto e Paolo Tinarelli, foto Fabio De Benedettis
 

Saliamo le scale del palazzo e seguiamo il sogno di “Bista” Giorgini, l’inventore del made in Italy nella moda, che accoglie i visitatori da una gigantografia insieme alle sue indossatrici. La prima sfilata, per pochi buyers e giornalisti e tra molte diffidenze, il marchese la organizzò il 12 febbraio 1951 nella sua residenza fiorentina, Villa Torrigiani. Al ricevimento finale chiese agli ospiti di vestire “italiano”. I sarti più in voga e tre case di moda-boutique (che lavoravano cioè su taglia non su misura, con confezioni realizzate comunque a mano e tessuti di pregio, antenate del prêt-à-porter) accettarono la sfida. Pochi mesi dopo la passerella si sposterà al Grand Hotel, poi alla Sala Bianca di Palazzo Pitti, con una partecipazione e un entusiasmo crescenti da parte dei rappresentanti dei grandi magazzini d’oltreoceano. Per dirla con Micol Fontana, i sarti avevano finito di tenere il piede in due scarpe, divisi tra l’imitazione dei francesi e una ancora timida creatività personale. Era nata la moda italiana.

Simonetta, abito da cocktail, A/I 1957-58, Collezione Tinarelli, Foto Fabio De Benedettis

 

 «Le ragioni del successo? Giorgini - racconta Enrico Minio Capucci - aveva ottimi rapporti con gli Stati Uniti e ne conosceva il mercato. Ebbe poi l’intuizione di guardare alla nostra tradizione culturale, artistica e storica, e all’artigianato di altissima qualità. Infine, offriva ai compratori, in un unico luogo, la possibilità di vedere il meglio della nostra produzione, e organizzava per loro balli, ricevimenti. Li stregava».


Aggiunge Sgubin: «Trovo modernissimo il modo in cui Giorgini usava lo storytelling. Per i servizi fotografici sceglieva il Rinascimento, la Roma antica. Tutto concorreva a creare quella dichiarazione d’identità alla base del made in Italy. Agli americani offriva una suggestione e veicolava un messaggio di prestigio: comprando italiano, compravano un pezzo della nostra cultura e identità».


 

Roberto Capucci, abito da cocktail, A/I 1957-58, Collezione Tinarelli, Foto Fabio De Benedittis


Quaranta circa gli abiti e gli accessori in mostra firmati da Pucci, Schuberth, Capucci, Simonetta, Fabiani, Sorelle Fontana, Jole Veneziani, Gattinoni, Biki, Curiel, Marucelli, Gucci, Ferragamo, Roberta di Camerino, grandi protagonisti di quella stagione. E poi le immagini delle dive del cinema, fenomenali testimonial del gusto italiano: Marilyn Monroe e le sue scarpe Ferragamo in “A qualcuno piace caldo”, Esther Williams con il celebre abito “Nove gonne” di Capucci, Ava Gardner col “Pretino” delle Sorelle Fontana, e ancora Audrey Hepburn, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Elsa Martinelli. E un’altra chicca: l’abito da sposa con giacchino del celebre soprano triestino Alda Noni, anno 1947. Infine, dall’Archivio Giorgini, arriverà una testimonianza preziosa di quegli anni pionieristici per la moda: un abito, inedito per il pubblico, firmato da Roberto Capucci e appartenuto alla figlia del marchese, Matilde.

lunedì 2 dicembre 2019

LA MOSTRA

Dress code: righe, quadri fiori
per il Museo della Moda di Gorizia





Le marsine settecentesche nel nuovo allestimento del Museo della Moda di Gorizia (foto Gianluca Baronchelli)


Righe, quadri, fiori. C’è un dress code suggerito agli ospiti per la riapertura del Museo della Moda e delle Arti applicate di Gorizia, che il 3 dicembre 2019 festeggia vent’anni con un riallestimento della collezione e una mostra temporanea. Un gioiello che custodisce novemila pezzi, tra abiti, accessori e monili dell’area mitteleuropea, abbracciando Gorizia, Trieste, Vienna per spingersi fino a Praga, rappresentata da una serie di corsetti a suo tempo acquistati in un negozio triestino e facenti parte della collezione Verchi, cuore dell’intero patrimonio.

Quello di Gorizia è uno dei pochi musei della moda in Italia, accanto al veneziano palazzo Mocenigo, dedicato al ’700, e alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Non a caso a festeggiare l’anniversario, oggi ci sarà una nutrita rappresentanza della famiglia Missoni, mentre lo stilista artista Roberto Capucci arriverà nei prossimi giorni: a entrambi, Capucci e il caleidoscopico Ottavio, il Museo di Gorizia ha dedicato, nel 2004 e nel 2006, due grandi mostre firmate da Raffaella Sgubin.


Sarà lei, che nel luglio 2000, a pochi mesi dall’apertura del Museo, avvenuta il 3 dicembre 1999, ne divenne responsabile, per ricoprire la carica fino a oggi in qualità di direttrice del Servizio Ricerca, Musei e Archivi Storici dell’Erpac, a fare gli onori di casa a Borgo Castello. «L’ho visto nascere e oggi lo riapro» dice con orgoglio, ricordando come, vent’anni fa, l’allora direttrice dei Musei goriziani, Maria Masau Dan, poi assessore alla cultura della Provincia, abbracciò con entusiasmo l’idea di creare un Museo della moda. Nacque in pochissimo tempo, con vecchi allestimenti disponibili e intorno a un nucleo già presente, una raccolta di oltre settecento campioncini della produzione della seta a Gorizia e nel circondario, donati al museo agli inizi del Novecento dalla famiglia di Lodovico Seculin, commerciante di mercerie. Oltre allo splendido torcitoio circolare da seta del XVIII secolo, acquisito nel 1913, il più antico pervenuto: veniva azionato da una persona che, al suo interno, camminava all’indietro, appoggiata a un sedile verticale, mentre con le mani libere eseguiva un secondo lavoro, magari quello del sarto.





«È stata Maria Masau Dan - racconta Sgubin - a gettare le basi del Museo, con tre acquisti strategici compiuti negli anni Ottanta. Nell’85 i gioielli della chiesa di Sant’Ignazio, circa duecento pezzi tra spille, orecchini, bracciali donati dai fedeli come ex voto. Poi, nell’87, tre abiti straordinari comprati da un privato goriziano: due femminili e una marsina di fine ’700. Infine, nel ’92, il colpo da maestro: l’acquisto della prima tranche della collezione Verchi. Masau Dan, con intelligenza e sensibilità, ne intuì il potenziale. Si tratta di migliaia di capi, tra abiti e accessori, dal ’700 alla prima guerra mondiale. Questo - prosegue Sgubin - è stato il punto di non ritorno per la costruzione delle collezioni dei Musei goriziani. Da allora il tessile è diventato centrale». Nel ’93 una mostra, intitolata “Il filo lucente”, raccontava duecento anni di produzione della seta e del mercato della moda a Gorizia, dal 1725 al 1915. Le premesse per la nascita del Museo c’erano tutte.








Righe, quadri, fiori. Il riallestimento delle collezioni segue lo stesso filo conduttore. La sezione tessile, con i campioni di tessuto e i macchinari, dove un’installazione multimediale consente al visitatore di cimentarsi nel design, poi la parte centrale, con gli abiti a tessuti rigati e quadrettati, dal ’700 agli inizi del ’900, incorniciati da un’altra installazione multimediale basata su figurini, che conduce il pubblico in un viaggio nella storia del costume, di ieri e di oggi. Perchè la moda non inventa nulla. Prova ne sia una delle superbe scarpine che vedremo enfatizzate dal video, con calzetto incorporato e bottoncini laterali, che fa parte di una recente acquisizione: un raccolta di dieci paia di calzature dell’800, di pelle e seta, viola mammola, blu cobalto e verde smeraldo, uscite miracolosamente, e in perfetto stato, dalla soffitta di un’abitazione della periferia triestina.




L’ultima parte del percorso espositivo permanente, curata da Thessy Schoenholzer Nichols, si intitola “Nel regno di Flora”. Lungo il filo conduttore dei fiori spicca una vetrina con un altro acquisto recente, una serie di marsine del ’700, il cui lato B, presenta sulle code spettacolari ricami floreali, perchè l’uscita di scena dei gentiluomini doveva essere altrettanto emozionante che l’entrata. In questa sezione il pubblico potrà ammirare anche due abiti della designer Maria Monaci Gallenga (1880-1944), busti, gilet, ombrellini, un abito da sposa e un’installazione streetwear dove, su una base di sanpietrini identici a quelli della strada davanti al museo, spicca una serie di vestiti floreali dagli anni ’50 agli ’80.



Nella mostra temporanea, una tavola del tempo racconta al pubblico le acquisizioni, le esposizioni, gli snodi della vita del museo. Accanto, una testimonianza delle mostre recenti, quella dedicata a Roberto Capucci, con lo spettacolare abito-scultura “Oceano” creato per l’Expo di Lisbona del ’98 (un’onda di quasi cento metri di taffetà e organza, ventisette sfumature di colore, dal bianco al blu, cinque mesi di lavoro di cinque sarte), e il “Bocciolo di rosa”, affiancato alla foto di Massimo Gardone, protagonisti dell’allestimento “L’atelier dei fiori”; poi tre pezzi del ’71, esposti in “Caleidoscopio Missoni””, infine due costumi dai film “Morte a Venezia” di Visconti e “L’età dell’innocenza” di Scorsese, per ricordare l’omaggio alla sartoria Tirelli e alle sue creazioni da Oscar.



Intanto, il Museo della moda cresce. Con scarpe e marsine, tra le acquisizioni recenti tre abiti dell’atelier delle sorelle Callot provenienti da Parigi, una fibbia preziosa del pittore secessionista Josef Maria Auchentaller, vestiti e una veste da camera maschile in broccato della famiglia Stonborough (Margaret era sorella del filosofo Wittgenstein), il completamento della collezione Verchi, in parte donata.


Nel palazzo di Borgo Castello a Gorizia è custodita e ben rappresentata la storia della moda dal ’700 al 1940. «Non passa giorno che non riceva una lettera che mi propone un nuovo pezzo» dice Raffaella Sgubin. La lunga storia intessuta di fiori, quadri e righe continua. 

@boria_a

giovedì 11 aprile 2019

LA MOSTRA

A Gorizia
dal baule griffato Vuitton
gli accessori
dei conti Coronini
influencer ante litteram 



Carmen Coronini Cronberg nel 1907

 
Francesco Coronini Cronberg nel 1920





Icona di moda ante litteram, il conte Francesco Coronini Cronberg. Guarda l’obiettivo del fotografo, con la mano guantata che regge il lungo bocchino, in una foto da studio degli anni Trenta. I guanti, accessorio indispensabile del gentiluomo, sono congeniali al profilo da dandy ventenne: li tiene in mano, in primo piano, in un’altra immagine in posa, il bastone da passeggio al braccio, in testa un Borsalino di feltro morbido. Li indossa per necessità, ma anche per civetteria, in pelle pesante dai polsi svasati, mentre addestra la sua aquila, quasi in dialogo con il dipinto “Ritratto di giovane con falcone”, della metà del XVII secolo, esposto nell’atrio del palazzo di famiglia.

L’eleganza nel dna. La madre di Francesco, contessa Olga, ultraottantenne negli anni Cinquanta, passeggiava per Gorizia al braccio della figlia Nicoletta, in impeccabile mise total black, guanti e cappello compresi, con un unico guizzo di bianco: lo jabot di pizzo Valenciennes appuntato sull’alto collo della blusa, secondo l’uso del secolo antecedente.
Immaginiamo di aprire il baule degli anni Settanta dell’Ottocento, raffinato complemento da viaggio della griffe Louis Vuitton e lasciamo uscire gli accessori degli ultimi discendenti della famiglia Coronini: ventagli, borsette, cappelli, guanti, scialli, merletti, fazzoletti, bastoni, tabacchiere e astucci laccati o smaltati, ovvero le “galanterie” che corredavano gli outfit di nobildonne e gentiluomini, carnet da ballo e la boccetta porta sali, in caso di svenimenti veri o di convenienza.



Baule di Vuitton, 1870, in pelle, legno e tela impermeabile, con coperchio piatto e non bombato (un'autentica novità)


Oltre centoquaranta pezzi compongono la mostra “L’indispensabile superfluo”, che si inaugura venerdì 12 aprile 2019, alle 17.30, a Palazzo Coronini Cronberg e sarà visitabile, tra scuderie e sale della dimora, in un percorso arricchito dai dipinti e dalle fotografie, fino al 10 novembre. Curata da Cristina Bragaglia Venuti, con un ricco catalogo (edito dalla Leg) che ospita anche l’intervento di Raffaella Sgubin, la prima storica dell’arte, la seconda storica della moda, la mostra racconta il dress code di una famiglia aristocratica e i vizi e vezzi di un’epoca, attraverso accessori che coprono un arco temporale che va dal ’600 - con una preziosa bordura da collo di merletto - a metà ’900.



Complementi, decori, “fronzoli” costituiscono il patrimonio glamour lasciato dal conte Guglielmo, fratello minore di Francesco e ultimo discendente, scomparso nel 1990: oggetti raccolti, conservati e tramandati tra le generazioni (i decori in pizzo, merletti, paillettes, vera e propria ossessione familiare, venivano certosinamente “staccati” dai vestiti e custoditi), perchè non soggetti all’usura del tempo come gli abiti, ma in grado di evocare con la stessa vividezza i gusti, le suggestioni, i riti sociali.


Il baule di  Louis Vuitton - all’epoca griffe del viaggio per eccellenza - è uno dei pezzi di maggiore pregio: in tela impermeabile e coperchio piatto (che favoriva il trasporto) è un’assoluta novità, un oggetto di tendenza. Come una borsa appartenuta a Carmen, sorella del conte Carlo, trasferitasi a Vienna agli inizi del Novecento per studiare medicina e rimasta a vivere nella capitale austriaca, dove esercitò da brillante anatomopatologa. Carmen morì nel 1968 e, priva di eredi, lasciò gioielli, arredi e opere d’arte al nipote Guglielmo, che li riportò a Gorizia insieme ad altri oggetti personali, tra i quali un’autentica chicca: la pochette realizzata dal dipartimento di moda della Wiener Werkstätte, innovativo laboratorio di design legato alla Secessione viennese.


Tra i pezzi più importanti, oltre una ventina, ci sono i ventagli, alcuni nelle scatole originali, dal XVIII al XIX secolo: Rococò, brisé, ossia con stecche rigide unite da un nastro, in neoclassico e neogotico, ventagli della prestigiosa manifattura parigina Alexandre, in pizzo o con piume di struzzo, strumenti di un codice di seduzione codificato nell’Ottocento da manuali e riviste di moda. E poi gli accessori in merletto - colli, colletti, polsini, fazzoletti, scialli e cuffie - che ripercorrono l’evoluzione degli ornamenti da collo, dalle rigide gorgiere testimoniate nei dipinti degli antenati, fino alla collezione di cravatte e papillon del conte Francesco. Al fratello Guglielmo, appassionato di Bidermeier, stavano invece a cuore gli scialli in cachemire, i cui esemplari in mostra provengono dai vari rami della famiglia, e i due mézzari genovesi, ampi scialli dai decori orientaleggianti, che il conte acquistò nel ’59 per esporli nella sua camera da letto e che ora sono stati restaurati e restituiti alla bellezza dei colori di fiori e animali, di ispirazione francese.



La pochette uscita dal laboratorio di design della Wiener Werkstatte


Ventaglio inglese d'avorio del 1790 circa. Nella tempera Coriolano con la madre e la moglie


Come indossare il cilindro, abbinato obbligatoriamente al frac, ce lo mostra ancora una volta il conte Francesco, immortalato in foto nel suo copricapo proveniente da un negozio di Trieste al matrimonio dei cugini Adamovich, negli anni ’50. Gli altri due esemplari di cilindri aprono altrettanti capitoli di storia della moda: il primo, con tanto di cappelliera, appartenuto al conte Oscar Cassini, vice ammiraglio della imperial-regia marina austriaca, uscì nella succursale berlinese del negozio di Preter e Carl Habig, fornitori della corte viennese; il secondo, della manifattura inglese Victor Jay e Co., fu acquistato a Vienna, da Joseph Prix, negozio cult per la moda maschile e anch’esso fornitore di corte.




E le signore? La contessa Olga e la figlia Nicoletta ordinavano i cappelli dalla goriziana Rosa Mungherli, che, nel momento di massimo successo, aveva ben dieci lavoranti. Alla morte della titolare, nel 1960, l’atelier passò alla figlia, “Rosuta”, amante del canto e poliglotta, che a sua volta rimase in affari fino al 1987. Rosa Mungherli vendeva modelli “basic”, adatti a ogni tasca, ed erano poi le clienti a personalizzare l’accessorio, in base all’estro e al censo, come faceva la regina Vittoria d’Inghilterra.

La più eccentrica, in fatto di cappelli, è però zia Carmen: nel 1907, giovanissima, sull’abito bordato di pizzo e vita di vespa, sfoggia un copricapo ornato di piume e grande fiore. Dieci anni dopo, nei tempi bui della guerra, sul cappotto dall’alto collo di pelliccia, il cappello è semplice, quasi maschile. Nel 1937 indossa una calottina con veletta e maliziosa punta conica alla Schiaparelli, su una camicetta chiusa da una farfallina maschile. Ancora, nel 1949, in una baita all’aperto, eccola in paglietta con visiera, da cui si alza un enorme fiocco. Carmen come il nipote Francesco, influencer prima di Instagram.

martedì 29 gennaio 2019

LA MOSTRA E IL LIBRO

 Roberto Capucci e Massimo Gardone, alchiminia nel segno dei fiori




Roberto Capucci e Massimo Gardone fotografati da Giuliano Koren



Colori, forme, matite, obiettivi (fotografici). Gli abiti di Roberto Capucci e le immagini di Massimo Gardone si incrociano e intercettano in ognuna di queste parole. Da una scultura tessile del grande couturier romano sembra uscire un fiore stilizzato del fotografo, che a Trieste ha il suo Studio Azimut, come se l’uno fosse la prosecuzione dell’altro e tra l’uno e l’altro non ci fosse interruzione, solo diversità di materiali. La mostra “L’atelier dei fiori”, fino al 14 febbraio visitabile ai Musei di Borgo Castello a Gorizia, celebra questa inedita alchimia nel segno dell’astrazione. Perchè gli abiti di Capucci sembrano sculture e le foto di Gardone creature animate: entrambi, quindi, lasciano il mondo floreale, cui si ispirano e che riproducono, per diventare potente e libera espressione di creatività, sempre però sorvegliatissima nel processo di realizzazione.


L'abito di Capucci che ha sfilato alla Galleria d'arte moderna di Roma nel 1989 e, sullo sfondo, l'escolzia interpretata da Gardone


Dalla contaminazione dei linguaggi del sarto e del fotografo sono nati l’esposizione goriziana (che ha avuto un primo assaggio, nel marzo scorso, a Villa Manin, dov’è conservato l’imponente archivio Capucci, con oltre cinquecento “creazioni” tessili e migliaia e migliaia di foto e documenti) e ora il catalogo curato da Raffaella Sgubin (Antiga Edizioni), arricchito dalle schede degli abiti di Enrico Minio Capucci e dalle schede botaniche di Matteo La Civita, su progetto grafico di Francesco Messina. Il catalogo verrà presentato giovedì 31 gennaio, alle 17, al Magazzino delle Idee di Trieste, alla presenza dei due protagonisti di questo speciale e poetico “atelier”.



L'abito Capucci per Valentina Cortese e il ranuncolo fotografato da Gardone


Nel volume, una lunga intervista a Capucci firmata dalla stessa Sgubin - che curò un grandioso allestimento di 110 abiti del maestro, nel 2004, a Palazzo Attems di Gorizia - racconta il rapporto dello stilista con i fiori, da cui vive letteralmente circondato nel suo appartamento con giardino pensile, proteso sul cuore monumentale di Roma. Fiori di ogni specie e colore, che, mediati dall’ispirazione, si trasferiscono e materializzano nei taffetà, mai citati pedissequamente, ma suggeriti dal gioco dei volumi.


Succede come per magia nell’abito “Bocciolo di rosa”, creato da un Capucci ventiseienne nel 1956 per presentarlo alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, accostato a una rosa di Gardone, i cui petali sembrano nati apposta per riprendere le sovrapposizioni del tessuto. O nell’abito da sera dell’82, un lungo stelo di velluto di viscosa color prugna interrotto da un’infiorescenza di petali di taffetà cangianti, che si sposa col fiore della pianta grassa dai colori cupi di Gardone. O ancora nell’abito dell’87 disegnato da Capucci per l’amica Valentina Cortese, in faille di seta, le cui sfumature rosate dilagano in quelle del ranuncolo, che il fotografo schiude in primo piano davanti agli occhi dello spettatore.



Il cinabro, presentato alla Biennale di Venezia nel 1995, con il papavero


E si potrebbe continuare, in un gioco di affinità elettive, di “osmosi involontarie”, lungo tutto il percorso della mostra, e del libro, punteggiato da venticinque fiori tessili e da venti fiori cartacei. Dice Gardone a Carla Cerutti, che firma un altro dei contributi del catalogo: «È stato tutto naturalissimo e in poche ore abbiamo trovato i perfetti abbinamenti tra i soggetti dei nostri rispettivi lavori. Le similitudini, me ne rendo conto, sono così incredibili che è difficile pensare che non siano stati creati ad hoc, ma che fossero impronte che entrambi avevamo lasciato durante il nostro cammino professionale».



"Primavera", abito di Capucci del 1989, abbinato alla camomilla di Gardone


Così, accanto alle imperiali e molto materiche creature floreali di Capucci, i fiori di Gardone - fotografo dal cuore artistico, che cominciò con le immagini della danza, “seguendo” un’ispirazione genetica trasmessagli dai genitori ballerini, che suona e ama la Polaroid dei suoi primi album di bambino - sembrano ideali compagni di un viaggio, figure eteree e sfumate in un percorso di sensazioni ed emozioni. Sintesi di questo incontro gli abiti fluorescenti del 1956, abbinati agli ellebori. I ricami realizzati con le perline dei rosari si illuminano al buio, in un’esplosione di verde cui fa da quinta la foglia, vera protagonista: una sorpresa, come l’incontro di due sensibilità affini. 

@boria_a

mercoledì 26 settembre 2018

LA MOSTRA

I "Sogni di latta e di cartone", quando 
la pubblicità era un'arte 







Dal Burro di Milano della ditta Ferrari di fine Ottocento, con le merci scaricate da piroscafi a vela o a motore, alla silhouette della penna Pelikan degli anni Sessanta. Dalla coppia liberty di Marcello Dudovich, seduta al caffè davanti al cognac Louis Tailleurs di inizio Novecento, alle donne mediterranee e procaci di Gino Boccasile, che consumano l’Olio Radino nel 1950.

Cinquant’anni di storia italiana scorrono su latta e cartone. Produzione e costume, arte e società in un viaggio a ritroso lungo circa quattrocento esemplari di pubblicità d’antan, che si possono ammirare dal 26 settembre 2018 a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, nella mostra dell’Erpac curata da Raffaella Sgubin e Piero Delbello.

“Sogni di latta... e di cartone. Tabelle pubblicitarie italiane 1900-1950” racconta, con i pezzi della ricca e inedita collezione privata dell’udinese Stefano Placidi, allestiti in dodici sale e divisi in settori merceologici, l’epoca d’oro del sodalizio tra arte e prodotto. Pubblicità non invasiva e soffocante, ma palestra di grandi artisti che, all’occhio del consumatore di inizio secolo, certo più ingenuo e meno bombardato, suggerivano sogni e bisogni da acquistare, con opere raffinate, di alta valenza artistica.


«Il titolo della mostra - dice Raffaella Sgubin - fa riferimento ai supporti particolari su cui sono realizzate queste pubblicità, ma allude anche agli articoli di consumo spicciolo, ai sogni, in fondo domestici, da poco, che hanno messo in moto la creatività di artisti importanti».



 







 




A Piero Delbello si deve l’organizzazione in aree tematiche. Il percorso inizia dalla cura della persona, dagli shampoo e dalle tinture, per passare poi agli articoli farmaceutici, alla ricca selezione di bevande - birre, vini, spumanti rigorosamente serviti in coppa, amari, liquori ed elisir - fino agli alimentari, con paste e conserve. Ci sono poi i prodotti industriali, le auto, gli pneumatici e gli oli lubrificanti, e quelli in qualche modo legati allo svago, come sigarette, giochi e polvere da sparo. Infine i nastri per le macchine da scrivere e le carte copiative, reperti di un mondo commerciale che da tempo non esiste più.

«Tra le curiosità - segnala Sgubin - le insegne dei semi per la coltivazione dei bachi da seta, un aiuto importante all’introito delle famiglie. O le pubblicità dei vini nel fiasco, che affidavano il messaggio all’idea della campagna e della genuinità. Caliamole nel tempo in cui venivano fruite e pensiamo alla gara di raffinatezza, nella realizzazione delle etichette, con cui le aziende vinicole di oggi si presentano sul mercato».


Gino Boccasile, l’inventore della “Signorina Grandi Firme”, e Marcello Dudovich, con la mamma orgogliosa e il bambino ben pulito dal Sapone Palmolive (1935). Il colorato cameriere della Birra Dreher (1925) del fumettista Giovanni Scolari, e il sorriso della “ragazza dell’Aperol” (1950), che porta la firma di Nano Campeggi. E poi gli uomini in cappello: il Borsalino della grafica di Walter Molino, che ricorda le copertine delle riviste mondane alla Grand-Hotel, e il copricapo Panizza di Plinio Codognato, unico per qualsiasi testa, come suggerisce il moltiplicarsi dei volti. 

















«Questa mostra - conclude Sgubin - cattura l’occhio e si presta a diversi livelli di lettura: i prodotti, o la grafica, o ancora le forme artistiche, che vanno dal liberty, al futurismo, all’avanguardia».
Cambiano i gusti e la sensibilità degli acquirenti, ma i cinquant’anni d’oro della pubblicità non perdono stile. Secondo lo slogan della pasta dentifricia Kalikor, negli anni ’20, “a dir le mie virtù basta un sorriso”.

@boria_a

venerdì 16 febbraio 2018

MODA

L'arte di Roberto Capucci trova casa nella dimora del  doge Manin









 


 I quasi cinquecento abiti dell’immenso archivio di Roberto Capucci, di proprietà della Fondazione che porta il suo nome, hanno finalmente trovato casa a Villa Manin di Passariano (Udine). Un trasloco complesso che, a oltre un anno di distanza dalla relativa legge regionale, può dirsi ultimato. Nella palazzina D dell’esedra di ponente, in quelli che originariamente erano locali di servizio alla dimora dogale e che poi hanno accolto la scuola di restauro, dell’ottobre scorso è custodito un pezzo di storia della moda italiana e la straordinaria avventura creativa di uno dei suoi più eclettici protagonisti.

Le due grandi sale al primo piano della palazzina sono diventate un magazzino di meraviglie di inventiva, design e tecnica sartoriale, un’esplosione di colori voraci, tropicali, di plissettature, volute, capitelli, ventagli, girandole di sete e organze. Sono abiti-scultura che hanno fatto il giro dei musei del mondo e ora, quasi tutti appesi e protetti da custodie di nylon, attenderanno la conclusione del restauro di Villa Manin, dove, a rotazione semestrale, verranno esposti permanentemente con mostre a tema. Tra le due sale, a fare da raccordo e quasi da anfitrione, un pezzo iconico: l’Angelo d’oro, del 1987, amplissimo e interamente plissettato, con un corpetto da cui si alzano pannelli a formare le ali.





È stato un trasferimento più lungo del previsto quello della Fondazione Capucci (www.fondazionerobertocapucci.com). Le opere tessili (come chiamare altrimenti “Oceano”, la scultura ideata per l’Expo universale di Lisbona 2000, in tutte le immaginabili sfumature del blu, ben 37, striscioline infinitesimali cucite una per una a mano per evocare la spuma marina, che ha richiesto mesi di lavoro?) sono arrivate da vari magazzini di Roma, dov’erano conservate prima del trasloco friulano, e dal museo Capucci a Palazzo Bardini di Firenze che, al contrario di quanto annunciato in un primo tempo, è stato chiuso.


L’archivio del designer, 87 anni, uno degli ultimi grandi maestri di una stagione irripetibile della moda italiana, ha dunque una nuova sede nella palazzina messa a disposizione gratuitamente dalla Regione, che, sulla base di una convenzione con la Fondazione, si impegna anche a collaborare nel riordino dei materiali, che verranno catalogati e digitalizzati. La Fondazione, a sua volta, metterà a disposizione il patrimonio e il prestigio del suo nome per iniziative espositive e culturali di richiamo.





 



Nelle intenzioni dell’assessore uscente, Gianni Torrenti, c’è la rivitalizzazione di Villa Manin, di cui la Fondazione Capucci dovrebbe diventare uno dei motori, innescando un circolo virtuoso tra tutte le realtà istituzionali del territorio che si occupano di moda e tessuti, ma anche diventando polo di attrazione per turisti e appassionati. Basti pensare ai numeri registrati dalla mostra “Capucci dionisiaco” a Palazzo Pitti di Firenze: dal 9 al 14 febbraio, durante Pitti Immagine Uomo, le grandi opere su carta raffiguranti costumi maschili per il palcoscenico, che lo stilista ha disegnato negli anni Novanta in assoluta riservatezza, hanno richiamato circa cinquantamila persone.


Enrico Minio Capucci, direttore della Fondazione Capucci


Nel prossimo futuro, dunque, ogni abito Capucci avrà la sua scheda tecnica e la sua storia espositiva in digitale, consultabile a richiesta da studenti e studiosi. «Mio zio - racconta Enrico Minio Capucci, direttore della Fondazione - ha tenuto tutto, ha raccolto qualsiasi tipo di documentazione sul suo lavoro. Adesso il materiale verrà ordinato con logica archivistica, ma la strada è segnata. Soltanto la rassegna stampa è imponente». E da questi materiali capita ancora che saltino fuori sorprese, come la lettera che Rita Levi Montalcini scrisse a Capucci per ringraziarlo di quell’abito nero col piccolo strascico che lui le disegnò per la cerimonia del Nobel nel 1986: «Al mio caro amico Roberto, che rappresenta la più alta espressione dell’arte e creatività italiana».







Gli ambienti della Fondazione si estendono su cinquecento metri. Al pianoterra, una sala è dedicata a foto, audiovisivi, slide, in tutto circa cinquantamila, di cui diecimila già digitalizzati. «Molto abbiamo già fatto noi - spiega Minio Capucci - ora ci darà una mano il Servizio di catalogazione della Regione. Stimiamo che ci voglia almeno un anno di lavoro per sistemare tutto». In un’altra sala adiacente è stato collocato l’archivio dei disegni, che registra numeri da capogiro. Sono ventiduemila i bozzetti che Capucci ha realizzato per ricavarne le sue collezioni, mentre ammontano a settantamila, ripartiti in cinquantadue libri, gli schizzi con soggetti e temi vari. Una volta fotografati, tutti i bozzetti, dal 1951 (l’anno in cui lo stilista debuttò, poco più che ventunenne, a Firenze) a oggi saranno visibili e consultabili in via informatica.


A questa raccolta si aggiungono le illustrazioni, ideate per esposizione o pubblicazione: 188 sono quelle incorniciate, alcune già a Villa Manin, altre nella casa romana di Capucci, dove sono conservati anche progetti per sculture, caricature, teatro, di sua esclusiva proprietà. Una raccolta iconografica in continua crescita. «Mio zio disegna ogni giorno - testimonia Minio Capucci - attualmente i suoi soggetti sono le Madonne».


Il primo “assaggio” espositivo è in programma a Villa Manin il 17 e 18 marzo 2018, in occasione della rassegna florovivaistica “I giardini del doge”, quando verrà inaugurata, forse dallo stesso Capucci, una mostra di suoi abiti ispirati a natura e fiori, che si potrà visitare fino a Pasqua. Ma i progetti sono tanti e riguardano non solo l’esposizione permanente dei pezzi della collezione, da proporre con nuovi strumenti multimediali che li rendano ugualmente fruibili e interessanti sia per il grande pubblico che per gli appassionati e ricercatori di storia della moda e dell’arte.


Le iniziative che la Fondazione vorrebbe avviare nella nuova sede puntano anche alla formazione dei giovani. «È nostra intenzione attivare dei master - anticipa Minio Capucci - in partnership con lo Iuav di Venezia, che è interessato alla collaborazione. Pensiamo, per esempio, alla fotografia di moda». Al primo piano della sede è stato già allestito uno studio con una grande piattaforma circolare nera, dove gli obiettivi degli studenti possono esercitarsi su invenzioni e dettagli. Infine, ci sono i progetti dedicati al maestro da altri contemporanei, come il musicista e videoartista Elio Martusciello, che ha scomposto gli abiti in un caleidoscopio: la Fondazione vorrebbe invitare anche loro a esporre a Villa Manin. 

L’operazione Capucci è idealmente partita nel 2004, dalla mostra di 110 creazioni a Palazzo Attems-Petzenstein di Gorizia, realizzata dall’allora sovrintendente Raffaella Sgubin, oggi direttrice del Servizio musei e archivi storici dell’Erpac, e seguita personalmente dal couturier, che negli anni ha intrecciato un rapporto affettuoso col Friuli Venezia Giulia, dov’è tornato spesso. Dodici anni dopo, nel novembre 2016, questo filo si è concretizzato in una legge regionale che, attraverso l’Erpac (l’Ente regionale patrimonio culturale, diretto da Gabriella Lugarà) garantisce una sede di prestigio alla raccolta, per una permanenza minima di cinque anni.



Roberto Capucci fotografato da F. Niccoli



Alla Fondazione - il cui archivio, inalienabile, è stato dichiarato dal Ministero di particolare interesse storico - - oggi lavorano a tempo pieno Enrico Minio Capucci e suo figlio Alvise: per statuto, la direzione dell’ente deve essere sempre nelle mani di un componente della famiglia. Che custodisce un valore materiale, solo per quanto riguarda le opere tessili, di dieci milioni di euro. E un’eredità storica, artistica, culturale, incalcolabile.

@boria_a

giovedì 2 marzo 2017

LA MOSTRA

Lana per soldati, seta per signore


 



Durante gli anni della prima guerra mondiale un’unica rivista femminile continuò le pubblicazioni, a dispetto della scarsità di carta. Si chiamava “Margherita”, in onore della regina, era stata fondata negli anni Settanta dell’Ottocento dai fratelli Tedeschi Tréves ed era diretta dalla moglie di uno dei due, Virginia. Di che cosa parlava? All’inizio pacifista, con l’entrata in guerra dell’Italia cominciò ad affrontare i temi bellici attraverso la lente d’ingrandimento femminile e a dare conto delle trasformazioni nell’abbigliamento della donna. Le gonne, per esempio. Più corte, ma anche pensate per camminare e muoversi in libertà, per lavorare e svolgere nuovi e molteplici impegni quotidiani, in casa e fuori: quindi nè troppo lunghe nè troppo strette. In un tessuto come il jersey, il più adatto ad accompagnare (e vestire) un ruolo sociale completamente cambiato.

Oggi all’accorciarsi o allungarsi di un orlo, magari più volte nella stessa stagione, non dedichiamo che un’occhiata incuriosita. Nel 1914 la sforbiciata alla gonna segnò una rivoluzione, un punto di non ritorno nel guardaroba femminile, almeno quanto la scomparsa del raffinato, complicato e non più gestibile armamentario della lingerie.
La guerra infuriava, i soldati partivano a migliaia per il fronte, ma all’eleganza si prestava comunque attenzione. E, per un crudele paradosso, mentre la lana serviva alle divise delle truppe, le signore vestivano di seta. Spesso in nero, schiacciate dai molti lutti nelle famiglie. Ma anche con tocchi di colore. Dalle industrie francesi uscivano rigature nelle tinte delle bandiere, da utilizzare per nastri, coccarde, cimase, in segno di patriottismo o come abbellimento per i cappelli e i colli delle camicie.


C’è una moda “nella” Grande guerra che deve ancora essere studiata e approfondita. Giovedì 2 marzo 2016, alle 18, ai Musei provinciali di Borgo Castello a Gorizia, nell’ambito della mostra dedicata all’«Alba della donna moderna», sarà l’occasione per farlo con due esperte, che parleranno di tessuti e riviste: Enrica Morini, storica della moda e docente di Moda contemporanea all’Università Iulm di Milano, e Margherita Rosina, studiosa del tessile antico e contemporaneo, negli ultimi dieci anni direttrice del Museo del Tessuto della Fondazione Ratti. Le introdurrà Raffaella Sgubin, direttrice dei Musei goriziani, che ha ideato la mostra visitabile fino all’8 marzo.


«Nei primi del ’900 - spiega Enrica Morini - esistevano molte riviste femministe, che si rivolgevano però a una nicchia di lettrici, con interessi letterari o politici. La rivista “Margherita” è una via di mezzo: parla alle signore dell’alta borghesia, propone racconti, ricamo, musica, artigianato da fare in casa e, in gran parte, la moda. C’era una rubrica fissa, “Vita femminile” che riportava, interpretandole, notizie sul femminismo con articoli scritti dalla redazione o ripresi da altri giornali, ma sempre con una posizione moderata, senza toni accesi, per non disturbare il suo pubblico».
Con l’inizio del conflitto, le case parigine di moda chiudono, pensando che la guerra sia breve. Tra l’agosto-settembre 1914 e il febbraio-marzo 1915 l’Italia, le sue modiste e i suoi tessutai, si trovano così, di punto in bianco, privi dell’impulso creativo francese e delle indicazioni sulle tendenze dettate dalle maison d’oltralpe. Per la moda dell’autunno, Parigi e i suoi atelier non si sono espressi. Un bel guaio per le sartorie italiane.


Dopo un momento di disorientamento, la filiera si mette a lavorare febbrilmente per creare collezioni proprie, ma il risultato, sia per mancanza di esperienza che di professionalità specifiche, sarà modesto. La prova successiva avrebbe potuto essere migliore, ma in quel momento Parigi riapre le sue maison perchè il paese, sottoposto allo sforzo bellico, ha bisogno di soldi. «La differenza, però, è importante», spiega Morini. «L’Italia era alleata della Francia e quest’ultima, quindi, più disponibile a fornire materiale. La rivista “Margherita”, nel frattempo, aveva cambiato editore. Virginia Tréves era morta e la nuova direttrice, Amelia Brizzi Ramazzotti, smette di dare importanza alla guerra, cambia la veste editoriale e propone più immagini e più modelli originali forniti da Parigi. “Margherita” diventa internazionale grazie anche ai legami della direttrice e dell’editore con Vogue America, cosa mai successa prima, e con le riviste francesi».


Le industrie, intanto, continuano a produrre sete. «Da noi soprattutto in tinte unite e disegni minuti - racconta Rosina - in Francia sete rigate con i colori delle bandiere, nastri patriottici, per esempio col gallo, destinati a impieghi militari. Pensiamo che in una prima fase del conflitto, in Inghilterra, bastava un nastro sopra la veste civile per indicare l’appartenenza militare. Interessanti sono anche i campionari. Nel Comasco si trovano sete nere con cimase rigate, forse per i bordi dei polsini nelle divise delle ausiliarie. Nelle cartelle colori della Chambre Syndicale di Lione, nel 1916, molte tinte sono identificate attraverso nomi legati alla guerra, per esempio “shrapnel”, un tipo di proiettile, con un effetto piuttosto macabro».


“Margherita” chiude nel 1921. Dopo il conflitto le pubblicazioni femminili cambiano radicalmente. Anche la moda volta pagina. Ma non è il busto il “rottamato” più illustre: la Rivoluzione francese l’aveva già messo in discussione (anche se poi sarà recuperato), i movimenti femministi e salutisti inglesi addirittura bandito. La lunghezza della gonna, invece, era un muro inespugnabile. E quando, a guerra finita, ci si accorse che molti centimetri erano caduti e le caviglie delle donne si vedevano, era ormai tutta un’altra storia.

venerdì 30 dicembre 2016

 LA MOSTRA

Le sete, i colori e i sogni di Roberto Capucci dentro Villa Manin



Roberto Capucci con l'abito "Cerchio" (foto Niccoli)


Quattrocentottanta abiti. Ventiduemila disegni, molti inediti. Diecimila illustrazioni. Fotografie, audiovisivi, un’imponente rassegna stampa. La vita e la storia di Roberto Capucci, 86 anni, stilista, artista, creatore di sogni, tra pochi mesi saranno racchiuse negli spazi di Villa Manin. La Fondazione che porta il suo nome si trasferisce da Roma a Passariano, negli edifici un tempo occupati dalla Scuola di restauro dietro l’esedra. Un archivio che ha un valore economico impressionante, intorno agli otto milioni di euro. Al di là dei numeri, però, il lascito che si assicura la dimora dogale ha un significato molto superiore. E non solo perchè l’archivio Capucci è inalienabile, riconosciuto dal ministero di particolare importanza culturale, ma perchè in quei chilometri di taffetà, sete e organze plissettate, nei bozzetti che il maestro continua a creare ogni giorno (arricchendo così la raccolta), negli abiti-scultura, nelle testimonianze delle mostre, delle sfilate, dei viaggi, è racchiusa la carriera di un creativo strordinario, al di là di tutte le definizioni, e un capitolo irripetibile della storia della moda italiana. Che Roberto Capucci, poco più che ventunenne, iniziò nel 1951, all’alba del made in Italy. Cinque anni dopo la stampa internazionale lo incoronava migliore stilista italiano, due anni dopo vinceva l’Oscar della moda per la sua linea "a scatola" insieme a Pierre Cardin e a James Galanos, scomparso nell'ottobre 2016.


Un abito di Capucci

 

L’operazione sull’archivio della Fondazione Capucci è iniziata nel 2014 e ha coinvolto l’artista in prima persona, l’assessore regionale alla cultura Gianni Torrenti, il direttore della Fondazione e nipote dello stilista, Enrico Minio Capucci, l’allora sovrintendente dei Musei goriziani e oggi direttore del Servizio musei e archivi storici dell’Erpac, Raffaella Sgubin, la direttrice regionale dell’assessorato alla Cultura, Anna del Bianco. Nei giorni scorsi è stata approvata la delibera di giunta che assegna gratuitamente alla Fondazione gli spazi di Villa Manin, come gratuitamente la Regione si è assicurata l’archivio, della cui catalogazione e digitalizzazione si farà carico.

L’adempimento burocratico è cronaca recente. Il rapporto di Roberto Capucci con il Friuli Venezia Giulia è nato però molto prima della decisione del trasferimento dei materiali, nel 2004, l’anno della grande mostra di 110 abiti promossa da Raffaella Sgubin a Palazzo Attems-Petzenstein, che lo stilista seguì e allestì personalmente, tornando poi molte volte a Gorizia per prendere parte alle conferenze e visitare le altre esposizioni che ai Musei provinciali si sono succedute negli anni. Le ultime trasferte in Friuli nei mesi scorsi, per i sopralluoghi negli ambienti di Villa Manin: già climatizzati, blindati, dotati di tavoli per il restauro dei tessuti, aspettano soltanto le architetture aeree e i disegni di Capucci. Oggi il patrimonio della Fondazione è distribuito tra Roma e il Museo Bardini di Firenze, che rimarrà comunque aperto e funzionante, in sinergia con il “cuore” friulano.



Uno dei disegni di Roberto Capucci



L'abito firmato da Roberto Capucci che Rita Levi Montalcini indossò alla cerimonia per il conferimento del Nobel


Il trasloco a Villa Manin inizierà nei primi mesi del 2017, come illustra l’assessore Torrenti. Prima il trasferimento dei macchinari della Scuola del restauro a Palazzo Alvares di Gorizia, sulla stessa strada che porta a villa Louise, per il cui rifacimento nel 2017 partirà la gara di progettazione con un intervento di 5 milioni di euro, mentre altri 4 arriveranno da fondi europei e saranno destinati all’avvio in quella sede dell’incubatore di imprese e design della moda.


Tra il 2017 e 2018 la Regione attiverà nuovamente a Palazzo Alvares il ciclo di formazione per il restauro della carta e, tra il 2018 e 2019, si completerà la lunga procedura per il riconoscimento ministeriale del corso in restauro dei tessuti, anch’esso da riaprire. «La raccolta della Fondazione Capucci è un eccezionale arricchimento per Villa Manin - dice Torrenti - e noi ci auguriamo che contagi l’intera residenza e ci costringa a rispondere a un’idea di eleganza forse un po’ trascurata. Vorremmo anche ampliare le collezioni del Museo della moda di Gorizia, estenderle oltre gli anni Venti. In regione i centri di interesse per la moda e il tessuto sono molti: Gorizia, con il museo e la Fondazione scuola merletti, Fagagna, Paularo con i suoi ricami, il restauro dei paramenti sacri al Seminario di Pordenone. Crediamo che la Fondazione Capucci sarà in grado di innescare un circolo virtuoso tra tutte queste realtà, una grande sinergia sul territorio, che magari porti alla nascita di nuove imprese manifatturiere della moda».


Tutto l’archivio Capucci dovrebbe essere sistemato entro l’estate. Poi, dall’autunno 2017, la collezione sarà esposta in una mostra di respiro internazionale, che sarà presentata in gennaio a Roma e coinvolgerà l’intera villa. «Non sarà un’antologica, ma vorrei che seguisse i temi della sua ispirazione», anticipa Enrico Minio, che cura il progetto espositivo, i cui dettagli verranno messi a punto insieme ad Antonio Giusa, a capo del Servizio promozione dell’Erpac. «Penso, per esempio - prosegue Minio - a uno spazio dove affiancare la marsina rossa di Capucci del 1992, il dipinto di Mozart con la marsina rossa, in arrivo da Vienna, e due lettere che il compositore indirizzò alla sua protettrice, la prima in cui le chiedeva come poter avere quel capo e, la seconda, di ringraziamento. Un attore le reciterà in tedesco e in italiano, con il sottofondo delle arie giovanili dell’artista».



La marsina firmata da Capucci nel 1992


I primi abiti dell’archivio risalgono al 1951, rifatti («perchè all’epoca - ricorda Minio - si disfavano, non si usava salvarli») sui cartoni originali e sotto la direzione di Roberto Capucci, a volte anche con gli stessi tessuti, fortunatamente conservati nei magazzini dello stilista. I primi originali risalgono al 1962, gli ultimi al 2012. Dei 22mila disegni in arrivo a Villa Manin, alcuni sono più “tecnici”, eseguiti da Capucci o dai suoi assistenti per le collezioni, altri sono schizzi, compresi gli inediti che il maestro ha realizzato agli inizi della carriera, un po’ ovunque, perfino sulle agende della banca. «Mio zio ha sempre dato grande importanza al disegno, ha studiato al liceo artistico e poi all’Accademia delle Belle Arti» testimonia Enrico Minio. «Per ogni collezione realizza fino a trecento disegni. Quando inizia non riesce a fermarsi, per lui disegnare è vivere».


Da ultimo, le diecimila illustrazioni. Abiti, ma anche costumi teatrali e altri soggetti. Ai costumi di Capucci sarà dedicato un articolo in uscita sul prossimo numero di FMR, mentre il giornalista Gianluca Bauzano è il curatore di un libro sullo stilista, con disegni e fotografie, edito dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Di queste pubblicazioni si parlerà a Villa Manin, in un 2017 che sarà tutto sotto la stella Capucci.


Al trasferimento dell’archivio è legata infine un’importante iniziativa formativa. Si chiama “High Know How”, un master di sei mesi dedicato sia a chi vuole diventare designer sia a chi è già in attività. «Intendiamo insegnare come “costruire”, come “fare”, abiti e accessori - spiega Minio - in modo che gli stilisti possano dialogare efficacemente con i modellisti, e non finiscano per chiedere pezzi irrealizzabili».


 
Capucci a Palazzo Attems-Petzenstein per la sua mostra del 2004


Il master, grazie alla collaborazione con l’Università telematica UniNettuno, potrà essere svolto in parte online e darà crediti formativi ai partecipanti. L’idea è di attirare in regione studenti dagli Stati Uniti e dal Sud Est asiatico, mercati molto sensibili alle professioni della moda, sulla cui formazione “europea” investono sostegni e borse di studio. A Codroipo ci sono già gli spazi per ospitare questa scuola di alta sartoria, ma non è escluso che la sede possa essere Trieste, certamente più attrattiva per giovani che arrivano dall’altra parte del mondo. Magari quella bellissima e dimenticata Villa Stavropulos, sopra Grignano, che, per lascito modale nel testamento del mecenate Socrate a favore del Comune, deve essere destinata alla formazione di giovani artisti. E Capucci l’ha testimoniato lungo tutta la sua vita: arte e moda possono essere molto vicine, in alcuni grandi la stessa cosa.
@boria_a

sabato 22 ottobre 2016

 LA CONVERSAZIONE

 La moda della Grande Guerra liberò Berlino e Vienna dai "diktat" di Parigi









Le riviste della Biblioteca di costume Lipperheide (Musei statali di Berlino)




Il nero così amato dalle fashioniste? È una moda nata con la prima guerra mondiale. Niente a che fare con il minimalismo dei giapponesi e con il fascino senza tempo del “little black dress”, ma più prosaiche ragioni di semplicità, praticità e soprattutto lavabilità. Le donne che lasciano le quattro mura domestiche ed entrano in massa nel mondo del lavoro per sostituire gli uomini mandati al fronte, hanno bisogno di “involucri” in cui sia facile muoversi, che non si impiglino nei macchinari industriali, che permettano di viaggiare confortevolmente sui mezzi pubblici e non temano l’acqua.

Il conflitto incubatore di “trend”, diremmo oggi. Che corrispondono a una rivoluzione epocale nel ruolo e nella posizione sociale della donna. E il colore è appunto una delle tante, radicali trasformazioni nel guardaroba femminile che la Grande guerra porta con sè e che, a distanza di oltre cent’anni, rimangono ancora ben salde nella moda contemporanea. Come l’adozione di capi maschili, l’ispirazione militare nelle giacche, le gonne e camicette diventate “uniforme” quotidiana, per spezzare la ricchezza e la cerimoniosità degli abiti interi, prima distinti per le diverse occasioni della giornata e improvvisamente così difficili da mantenere e manutenere. Un’epoca era finita, anche nell’armadio. L’estetica correva insieme alla storia.


Di questi temi si è parlato a Gorizia (venerdì 21 ottobre 2016), ai Musei provinciali di Borgo Castello, nella conversazione su guerra e vestiti “Krieg und Kleider, 1914-1918: Immagini della moda di Parigi, Vienna e Berlino”, protagonista Adelheid Rasche, storica dell’arte e della moda, dal 1990 chief curator della Collezione di immagini di moda-Biblioteca di costume Lipperheide della Biblioteca d’arte dei Musei statali di Berlino, che è stata introdotta dalla sovrintendente goriziana Raffaella Sgubin.


L’appuntamento si è inserito nell’ambito della mostra “Guerra e moda - L’alba della donna moderna” (aperta fino al 4 dicembre) che, abbracciando un arco di tempo dal 1905 al 1925, racconta come il primo conflitto mondiale “rivestì” le donne, dentro e fuori casa. La mostra goriziana e quella allestita a Berlino nel 2014, con lo stesso titolo della conferenza odierna, partono da una ricerca comune di Rasche e Sgubin sul fondo Lipperheide dei musei statali di Berlino, una collezione dedicata alla storia culturale dell’abbigliamento e della moda, con riviste, giornali illustrati, monografie, foto e illustrazioni di moda, disegni e album a stampa. Vi sono inclusi i lussuosi disegni della casa di moda berlinese Alfred-Marie, fondata dall'artista tedesco Otto Haas-Heye, che aveva risieduto a lungo a Parigi e, una volta tornato in patria, aveva aperto un atelier di ispirazione francese, da cui uscivano piccole collezioni di alta moda. Di questo couturier i musei tedeschi non conservano neanche un modello (presumibilmente tutti sono andati distrutti nel corso della seconda guerra mondiale), solo foto e disegni, tra cui quelli di Annie Offterdinger, all'epoca modellista neanche ventenne da Alfred-Marie, autentiche opere d'arte.


Interrotti i contatti con la Francia, Austria e Germania cominciarono a elaborare un proprio stile. Vienna e Berlino “liberati” con la guerra dai diktat di Parigi? «Non esageriamo», dice Adelheid Rasche. «Le riviste austriache e tedesche parlavano di moda “nostra”, “indipendente”, in realtà quelle francesi continuavano a circolare nel centro Europa. La differenza è che Austria e Germania cominciano con la guerra a utilizzare materiali e produzioni proprie per ispirarsi ai modelli francesi. È l’inizio di una moda nazionale».


Più che di “moda”, Rasche preferisce parlare di “abbigliamento” del conflitto. «Nelle riviste e nelle lettere che abbiamo esaminato - spiega - si illustra appunto un vestiario adatto ai lavori quotidiani. Le donne viaggiano sui mezzi pubblici, hanno bisogno di gonne e camicie pratiche, in materiali facili da lavare, perchè manca il sapone. Gli orli si accorciano, si adottano il nero e molti colori scuri, maschili, che si sporcano meno. Ci sono pochi ricami, che sono impegnativi da conservare. Dopo la guerra, saranno le più giovani a fare di questi elementi una moda: capelli e stile a la garçonne. Ma non ci sono solo gli abiti. In questo periodo, soprattutto a Vienna, si sviluppa un’arte grafica raffinata. Le cartoline rappresentano lo stile moderno, un’estetica totale che abbraccia dipinti, grafica, arredamento, moda».


Ragioni economiche e psicologiche fanno della moda della Grande guerra un tema tutt’altro che frivolo. Ci sono le industrie del settore da tutelare e sostenere. Ci sono i soldati, che vogliono vedersi circondati dalla bellezza, nelle pause dall’orrore del fronte. «Tutte le riviste - conclude Rasche - invitano le donne a “farsi” belle. Per le fabbriche del paese, per tener alto il loro morale e risollevare quello dei soldati che vengono in licenza. La moda è quasi un dovere».