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mercoledì 2 dicembre 2020

L'INTERVISTA

 Buon compleanno Roberto Capucci!

I novant'anni dell'ultimo aristocratico della moda italiana

 

Roberto Capucci fotografato da Gianluca Baronchelli

 

 

Settant’anni tra colonne, capitelli, rosoni, architetture ardite. Prima immaginate, poi certosinamente disegnate, in bianco e nero e a colori, infine trasferite nelle sete, nelle organze, nei taffetà. Oggi Roberto Capucci, l’ultimo aristocratico della moda italiana, compie novant’anni. Dice di non volere auguri, anche se in fondo non gli dispiace la telefonata degli amici, pochi e selezionati, nella casa che guarda Roma ai suoi piedi.

Ma una parte del cuore del couturier è a Villa Manin di Passariano (Udine), dove da alcuni anni hanno sede la Fondazione che porta il suo nome e l’imponente archivio Capucci, 480 abiti, migliaia di disegni e illustrazioni, documenti, immagini, audiovisivi, un capitolo lunghissimo, irripetibile della moda italiana. E il Friuli Venezia Giulia, regione che Capucci ama, gli ha tributato negli anni due importanti omaggi, a Palazzo Attems Petzenstein e ai Musei provinciali di Borgo Castello di Gorizia nel 2004, in una mostra di 110 abiti-scultura e di disegni autografi, curata da Raffaella Sgubin, e a Villa Manin nel 2018, dove, per iniziativa dell’Erpac, le creazioni di Capucci hanno incontrato le immagini floreali di Massimo Gardone.

 

 

Roberto Capucci e le immagini di Massimo Gardone a Villa Manin di Passariano



 

 

Foto di Massimo Gardone

 

 

 

Maestro Capucci, come festeggia questo traguardo? «Ma sa che da quando sono nato non ho mai festeggiato un compleanno? Quando ero a scuola mia mamma mi spingeva a invitare gli amichetti della classe. Ho sempre risposto allo stesso modo: voglio stare da solo, per conto mio, a pensare. Che c’è da celebrare? Direi che piuttosto c’è da meditare sugli anni che vanno avanti. Sono arrivato a novanta e sono contento, perchè nella mia vita ho fatto quello che volevo».

 

 

Roberto Capucci fotografato da Gianluca Baronchelli

 


Settant’anni di carriera. Ha ancora un sogno? «Sogno sempre. Forse sono sbagliato, perchè invece di pensare a cose più pratiche, ho sempre sognato di fare i vestiti che mi piacevano, che davano un senso alla mia vita. Tutto quello che ho fatto è nato dall’amore per questo lavoro, dallo stare con la testa chinata sul foglio 50 per 70 a disegnare, prima in bianco e nero, poi, quando tutto è perfetto, col colore. Ho iniziato negli anni ’50 e continuo, ogni giorno. Questa è la mia vita. Una forma di egoismo? Non so, non credo, per me la cosa più importante è creare».


E un rimpianto? «Nessuno. Ho avuto una bella famiglia, adoravo mia madre, mia sorella lavorava con me, mio fratello, di dodici anni più giovane, era attore, poi imprenditore. Ha avuto sette figli, pensi, e tre mogli, poi per fortuna si è calmato. Quando ci vedevamo erano momenti d’amore e di felicità. Oggi ne ho dieci, tra nipoti e pronipoti».


Un suo abito celebre è tornato pochi giorni fa in televisione, nel film sulla vita di Rita Levi Montalcini. Com’è nato quel vestito?
«In modo molto semplice. Sapevo dell’Oscar, ma la Montalcini l’avevo vista in foto solo seduta. È piccola e magrissima, mi dissero. Così disegnai un vestito con tre colori molto caravaggeschi, verde scuro il davanti, viola scuro ai lati, dietro amaranto. “È perfetto per me”, mi disse. Avevo disegnato una leggera coda di mezzo metro, che lei rifiutò. “Le pare che porto la coda?”. Allora io le dissi: “Professoressa, lei è l’unica donna che prende il Nobel. Quando si alza, si alzeranno tutti gli uomini in frac. Lei andrà verso il re, perciò lei deve essere la regina della serata”. Accettò. “La chiamo se non casco”, mi salutò. Siamo diventati molto amici. Dopo una mostra che feci a Stoccolma, inaugurata dalla regina, che mi chiese di portare il vestito del Nobel, la Montalcini me lo regalò. “Capucci - disse - ormai l’hanno visto tutti”».

 

 

 



Lei ha lavorato con Pasolini in “Teorema”. Come lo ricorda? «Educatissimo, rispettoso, una persona meravigliosa. Quando venne in sartoria erano tutti perplessi. Io invece ero contento: avevo letto tutti i suoi libri, le sue poesie, adoravo quella dedicata alla madre. Pasolini mi disse: “Le porto la scaletta del film così lei inizia a disegnare per questa donna bellissima e borghese”. Io ero talmente emozionato che non gli chiesi nemmeno chi fosse la protagonista. Poi, quando venne la seconda volta, me lo disse. Mi prese quasi un infarto. Era l’attrice che più amavo, Silvana Mangano. Avevo realizzato due desideri: conoscere Pasolini e vestire la Mangano, che non era mai venuta da me, perchè era fedele alla sua sartoria».

 

 

"Teorema" (foto di Angelo Novi/Cineteca di Bologna)
 


La sua musa... «Figlia di un ferroviere, origini umili, ma classe incredibile, innata. Difficile spiegare cos’era, era bella tutta, gambe, mani, ginocchia, vita sottile. Mi raccontò che era nauseata dalla parte che faceva in “Riso amaro”, non le piaceva, non voleva fare quel tipo di bomba atomica italiana. Cominciò a dimagrire finchè in “Morte a Venezia” di Visconti era una visione. Stupenda». 


Lei ancora la disegna. «Sempre. Mi ha talmente influenzato che dopo di lei non ho più voluto vestire nessuna attrice sul set. Quel film è stato un sogno, tutto è andato bene, ne ho un ricordo prezioso. Nella vita ne basta uno, una cosa bella non la devi ripetere».


Ha sempre vestito, invece Franca Valeri, mancata poco tempo fa...
«Non aveva il corpo della Mangano, ma era straordinaria, quello che poteva dire con una battuta valeva l’oro del mondo. Spiritosissima, intelligentissima, coltissima. La adoravo, eravamo amici per la pelle. L’ultimo vestito gliel’ho fatto a 95 anni. Ne aveva centinaia di miei, tutti colorati, alcuni neri ma sempre con piccole rushes a colori, blu, royale, rosso scuro, verde. Si vestiva con facilità, perchè non portava abiti alla moda ma abiti adatti a Franca Valeri».


Che dive ha amato vestire? «Non la Loren, era un po’ troppa, una donna forte, e poi non avevamo un contatto. Catherine Spaak, la prima moglie di mio fratello, era molto bella, molto francese. Le attrici di teatro le ho vestite tutte, Rina Morelli, Andreina Pagnani, Valeria Moriconi, Mariangela Melato. Me ne mancano due dive: la Lollobrigida, che non era il mio genere. E Monica Vitti, persona bellissima, ero suo amico, ma stava molto attenta a non spendere».


E Marilyn? «L’ho vestita, ma non l’ho mai conosciuta. Veniva da me Milton Green, suo amico e fotografo personale, che era anche amico di una mia collaboratrice. Io gli davo i disegni con i campioni di tessuto, sapevo che la Monroe amava abiti stretti, drappeggiati. Lui mi portava le misure e i modelli che aveva scelto. Purtroppo quando è morta sono stati venduti da Sotheby’s a Londra, l’ho saputo tardi, altrimenti almeno uno l’avrei ricomprato per ricordo».


Adesso lei disegna costumi per il balletto, come quest’estate, per il Festival di Spoleto. «È stata un’esperienza straordinaria. Andavo sempre a Spoleto ai tempi di Visconti, di Nureyev, di Shippers, poi, morti loro, l’ho un po’ disertato. Ultimamente ho conosciuto Daniele Cipriani, bravissimo organizzatore di balletti, che ha una passione pazzesca per i miei abiti. Mi ha proposto di realizzare quindici bozzetti per “Le creature di Prometeo”, unica partitura di Beethoven per la danza. È stato un successo, alla fine gli applausi erano quasi imbarazzanti».

 
Lei ha cominciato a vent’anni, nel ’51, con Giovan Battista Giorgini, l’inventore della moda italiana. C’è un momento in cui si è sentito scoraggiato? «Sì, una volta, tornando da Parigi. All’epoca avevo due case di moda, una a Parigi in Rue Cambon e una a Roma in via Gregoriana. Facevo una vita d’inferno, avanti e indietro dalla Francia. Avvertii un senso di stanchezza, volevo mostrare i miei abiti quando ero pronto, senza scadenze obbligate. Il mio “Oceano”, ordinato dal Ministero degli esteri per l’Expo di Lisbona, costato una follia, richiese il lavoro di cinque ragazze per cinque mesi. Impensabile per me fare due collezioni l’anno».


È uno stress che vivono molti stilisti di oggi. «Uno sbaglio. Il lato commerciale vince, intorno a questi signori c’è gente che li sfrutta, poveretti. Quando ho portato la mia collezione a Berlino, nel 1992, c’erano 232 modelli, fatti in un anno e mezzo circa. Ho esposto in Cina, Giappone, in America, in Europa, ma sempre con i miei tempi».


Cosa risponde a chi dice che lei fa sculture, non vestiti da mettersi addosso? «Lavoro dal ’51, se non avessi mai venduto, sarei fallito da tempo. Io ho sempre venduto, indubbiamente a signore molto particolari. Le principesse romane, le aristocratiche, erano tutte mie clienti, donne di enorme personalità, con cui lavoravo benissimo, sapevo quello che a loro piaceva. La principessa Pallavicini, per esempio, che ha uno dei palazzi più belli d’Italia, venne in sartoria negli anni ’50. Voleva maniche lunghe, scollatura a giro collo, vita stretta e la coda da sera. Io obiettai: “La calpestano principessa”. E lei mi rispose: «Un signore non pesta mai la coda a una dama”. S’immagini dire oggi una cosa del genere? Mi mettono in galera, dicono “questo è un pazzo”».

 

 

La mostra di Roberto Capucci a Palazzo Attems di Gorizia nel 2004 (foto Carlo Slauzero)


È contento di aver raccolto tutto il suo archivio a Villa Manin? «Moltissimo. Il posto è splendido, fuori dal mondo, in un punto eccezionale, dove non c’è moda. È perfetto per chi, come me, non ha mai fatto la moda alla moda. Nel ’58, quando inventai la linea quadrata, d’avanguardia e molto rischiosa, la stampa italiana mi coprì di critiche. “Ha messo la donna in scatola, è morto” dissero. Poi l’America mi diede l’Oscar per la collezione dell’anno. Quando tornai in Italia ricevetti un premio anche a Milano, me lo consegnò Jole Veneziani. “Lo prendo con molta gioia - ringraziai - ma ricordatevi che quando ho mostrato questi abiti in Italia mi avete massacrato”».


Lei viene spesso in Friuli Venezia Giulia... «Mi piace da morire, c’è calma, educazione. Roma è tra le più belle città del mondo, ma è caotica, troppo turistica, almeno prima del virus. Io ci sono nato, da casa mia ho un panorama stupendo, ma ogni tanto mi dà molta gioia andare in luoghi più sereni, più familiari».


Capucci si è mai innamorato? «Mai. Sì, del mio lavoro».


Lei è molto critico verso la moda di oggi. «Quando vedo la donna dissacrata, mezza nuda, che gira per le passerelle, non la amo molto. Fare moda è avere rispetto per la donna. Non si può servirsene come strumento di divertimento. La donna è un simbolo talmente meraviglioso, è madre, moglie, mette al mondo i figli, li educa. Come si fa a massacrarla? Perchè uno che fa moda si deve sbizzarrire per le proprie follie? Non mi riguarda».


Lascia un erede? «No, nessuno. Ho fatto una moda molto difficile ed è molto difficile trovare qualcuno che la continui. E l’ho fatta in un momento eccezionale, dopo la guerra, quando la gente ricominciava a vivere e le donne avevano voglia di vestiti, di ricevimenti, di cose belle. Avevo alle spalle il liceo artistico, gli studi all’Accademia di belle arti. La mia mano era più propensa a disegnare architetture che vestiti, mi interessavano più le linee che gli ornamenti. Oggi chi può dire a un ragazzo di fare questo percorso?».


Come si vestirà oggi? «Pullover a collo alto, che rigiro, e pantaloni di lana. Ne ho talmente tanti di colori da mettermi addosso che a volte sembro un pappagallo. Mi piacciono molto, mi fanno pensare di essere più giovane».


C’è una donna che ancora vorrebbe vestire? «Un certo tipo di donna è sparito, è curiosissimo, non se ne sente più parlare. Alle attrici tutti quelli che fanno il prêt-à-porter oggi regalano vestiti. Non c’è un’altra Audrey Hepburn, che purtroppo io non vestii perché il suo sarto era Givenchy, non c’è la Garbo, la Mangano. No, non mi viene in mente nessuna».

martedì 29 gennaio 2019

LA MOSTRA E IL LIBRO

 Roberto Capucci e Massimo Gardone, alchiminia nel segno dei fiori




Roberto Capucci e Massimo Gardone fotografati da Giuliano Koren



Colori, forme, matite, obiettivi (fotografici). Gli abiti di Roberto Capucci e le immagini di Massimo Gardone si incrociano e intercettano in ognuna di queste parole. Da una scultura tessile del grande couturier romano sembra uscire un fiore stilizzato del fotografo, che a Trieste ha il suo Studio Azimut, come se l’uno fosse la prosecuzione dell’altro e tra l’uno e l’altro non ci fosse interruzione, solo diversità di materiali. La mostra “L’atelier dei fiori”, fino al 14 febbraio visitabile ai Musei di Borgo Castello a Gorizia, celebra questa inedita alchimia nel segno dell’astrazione. Perchè gli abiti di Capucci sembrano sculture e le foto di Gardone creature animate: entrambi, quindi, lasciano il mondo floreale, cui si ispirano e che riproducono, per diventare potente e libera espressione di creatività, sempre però sorvegliatissima nel processo di realizzazione.


L'abito di Capucci che ha sfilato alla Galleria d'arte moderna di Roma nel 1989 e, sullo sfondo, l'escolzia interpretata da Gardone


Dalla contaminazione dei linguaggi del sarto e del fotografo sono nati l’esposizione goriziana (che ha avuto un primo assaggio, nel marzo scorso, a Villa Manin, dov’è conservato l’imponente archivio Capucci, con oltre cinquecento “creazioni” tessili e migliaia e migliaia di foto e documenti) e ora il catalogo curato da Raffaella Sgubin (Antiga Edizioni), arricchito dalle schede degli abiti di Enrico Minio Capucci e dalle schede botaniche di Matteo La Civita, su progetto grafico di Francesco Messina. Il catalogo verrà presentato giovedì 31 gennaio, alle 17, al Magazzino delle Idee di Trieste, alla presenza dei due protagonisti di questo speciale e poetico “atelier”.



L'abito Capucci per Valentina Cortese e il ranuncolo fotografato da Gardone


Nel volume, una lunga intervista a Capucci firmata dalla stessa Sgubin - che curò un grandioso allestimento di 110 abiti del maestro, nel 2004, a Palazzo Attems di Gorizia - racconta il rapporto dello stilista con i fiori, da cui vive letteralmente circondato nel suo appartamento con giardino pensile, proteso sul cuore monumentale di Roma. Fiori di ogni specie e colore, che, mediati dall’ispirazione, si trasferiscono e materializzano nei taffetà, mai citati pedissequamente, ma suggeriti dal gioco dei volumi.


Succede come per magia nell’abito “Bocciolo di rosa”, creato da un Capucci ventiseienne nel 1956 per presentarlo alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, accostato a una rosa di Gardone, i cui petali sembrano nati apposta per riprendere le sovrapposizioni del tessuto. O nell’abito da sera dell’82, un lungo stelo di velluto di viscosa color prugna interrotto da un’infiorescenza di petali di taffetà cangianti, che si sposa col fiore della pianta grassa dai colori cupi di Gardone. O ancora nell’abito dell’87 disegnato da Capucci per l’amica Valentina Cortese, in faille di seta, le cui sfumature rosate dilagano in quelle del ranuncolo, che il fotografo schiude in primo piano davanti agli occhi dello spettatore.



Il cinabro, presentato alla Biennale di Venezia nel 1995, con il papavero


E si potrebbe continuare, in un gioco di affinità elettive, di “osmosi involontarie”, lungo tutto il percorso della mostra, e del libro, punteggiato da venticinque fiori tessili e da venti fiori cartacei. Dice Gardone a Carla Cerutti, che firma un altro dei contributi del catalogo: «È stato tutto naturalissimo e in poche ore abbiamo trovato i perfetti abbinamenti tra i soggetti dei nostri rispettivi lavori. Le similitudini, me ne rendo conto, sono così incredibili che è difficile pensare che non siano stati creati ad hoc, ma che fossero impronte che entrambi avevamo lasciato durante il nostro cammino professionale».



"Primavera", abito di Capucci del 1989, abbinato alla camomilla di Gardone


Così, accanto alle imperiali e molto materiche creature floreali di Capucci, i fiori di Gardone - fotografo dal cuore artistico, che cominciò con le immagini della danza, “seguendo” un’ispirazione genetica trasmessagli dai genitori ballerini, che suona e ama la Polaroid dei suoi primi album di bambino - sembrano ideali compagni di un viaggio, figure eteree e sfumate in un percorso di sensazioni ed emozioni. Sintesi di questo incontro gli abiti fluorescenti del 1956, abbinati agli ellebori. I ricami realizzati con le perline dei rosari si illuminano al buio, in un’esplosione di verde cui fa da quinta la foglia, vera protagonista: una sorpresa, come l’incontro di due sensibilità affini. 

@boria_a

martedì 27 settembre 2016

 MODA & MODI

La Barcolana si porta al polso 


IT'S WATCH BARCOLANA



La Barcolana 2016 si porta al polso. Se siete velisti-addicted, o marinai con un tocco glam, potrete avere sempre sott’occhio il campo di regata, su un cinturino blu dove si affollano i triangoli bianchi delle vele. L’idea è venuta a due imprenditori di Trieste, Giuseppe Taranto e Valentina Lesini, la coppia dietro la start-up di orologi al quarzo IT'S WATCH, giovane marchio in cui hanno concentrato molte delle loro passioni: il “cipollone” vintage dei nonni, il design, la ricerca di tessuti pregiati al posto di pelle, plastica o gomma dei cinturini tradizionali.

What time is it? It’s.... Il nome è nato così, pensando alle prime lezioni di inglese, dove la “I” sta anche per made in Italy e il “Ts” identifica la città di produzione, Trieste.
Fatto il disegno del modello, con quadrante rotondo, vetro bombato e numeri che citano l’orologeria degli anni Quaranta e Cinquanta, dieci mesi fa i due imprenditori si sono messi in moto per realizzare il prototipo. La fortuna ci ha messo del suo e, a Feletto Umberto, sono incappati nel titolare di un laboratorio orologiaio d’alta gamma, dove hanno trovato, in un colpo solo, la stampante 3D e un partner del progetto. Il passo successivo l’ha suggerito lui: un produttore di cinturini per maison svizzere a Vicenza. E così l’impresa è partita.





 





A quasi un anno di distanza IT'S WATCH (www.itswatch.it) è diventato un brand e ora punta a fare il salto come orologio ufficiale della Barcolana, dopo essere già stato partner dell’ultimo ShorTS, il festival internazionale dei corti di Trieste. Mare e vele per l’“edition” da regata sostituiscono le fantasie più discrete, in cashmere, velluto, lana, alpaca, loden, cotone, lino o seta, tessuti cuciti e ribordati intorno all’anima di pelle, a seconda delle stagioni.

«La frase che ci piace è “Scegli una trama, parlerà di te”», dicono Taranto e Lesini. «Ogni vita è una trama. L’idea è che possiamo raccontarci a parole o con gli oggetti che indossiamo». Per confezionare un cinturino, assicurano, ci vogliono oltre quaranta passaggi manuali e tutto il processo si svolge in Italia.
Le immagini della campagna promozionale sono firmate da un altro triestino, Massimo Gardone, che si muove tra arte e fotografia: niente modelli, ma l’orologio in primo piano che esce dalle pezze di tessuto, legando l’accessorio all’idea della tela, della sartoria. Un passante rosso è il segno distintivo del marchio.






 










Ora si lavora alla distribuzione, guardando all’Europa. La Barcolana, con il suo pubblico internazionale di regatanti e ospiti, è una partnership e una vetrina importante. E se i gadget finiscono inevitabilmente per stancare, una volta passata la festa basterà farsi passare la fantasia. E cambiarla.
twitter@boria_a