martedì 25 agosto 2009

MODA & MODI: il little black dress che dura un anno intero

Coco Chanel, probabilmente, arriccerebbe il suo naso pronunciato. Ma le fan della moda "sostenibile", sempre più numerose e fantasiose, sono entusiaste dell'idea. Il famoso "little black dress" di mademoiselle, icona vestimentaria dello stile intramontabile, diventa un abito da trecentosessantacinque giorni l'anno, basta reinventarlo ogni mattina con accessori diversi, riciclati, recuperati su e-bay o nei mercatini delle pulci e rigorosamente no-logo. Collegatevi a theuniformproject.com e guardate un po' cosa è venuto in mente alla pubblicitaria newyorchese Sheena Matheiken. Un antidoto divertente alla crisi e una crociata contro l'industria della moda, che alimenta lo spreco e la corsa al superfluo, spingendo le shop-aholic di tutto il mondo a liberarsi ogni anno di milioni di tonnellate di abiti smessi pur di non perdere presunti trend. Ecco, allora, la sfida. Un vestito solo lungo dodici mesi. Da maggio, Sheena indossa ogni giorno l'abitino nero - in realtà sono sette, uno per ciascun giorno della settimana, disegnati per lei dall'amica stilista Eliza Starbuck - e tiene un diario fotografico quotidiano sul blog dove illustra come "galvanizzare" la mise perchè sembri sempre nuova.
Con il vestituccio nero si può andare anche a un matrimonio (verificate sul 14 giugno), basta aggiungervi un grande collo, una sottoveste di pizzo e un paio di orecchini vintage. Negli altri giorni, non c'è che da sbizzarrirsi con leggings psichedelici, gilet, cappelli, cinture, calzettoni, occhiali e con tutta una serie di collane pazzoidi regalate dai fan dell'iniziativa.
Che, sempre in linea con la sostenibilità, ha uno scopo benefico, per finanziare le uniformi dei ragazzini indiani in età scolare (Sheena stessa accantona un dollaro al giorno, uno ogni "cambio" d'abito). Lei, infatti, è lì che ha fatto pratica: «Sono cresciuta nel sistema indiano in cui le uniformi nella scuola pubblica erano obbligatorie. Volevano imporre uniformità ai ragazzini, ma ognuno di noi si divertiva a esprimere la propria personalità e la propria creatività interpretandole a modo proprio».
Del "little black dress", a essere sinceri, resta poco. Le sovrapposizioni sono talmente tante che si fa fatica a riconoscerlo. Ma, a parte qualche maltrettamento eccessivo (il cowboy del 4 luglio, lo stile "edoardiano" del 5 maggio...), Sheena mette in rete una miniera di idee a poco prezzo e qualcuna decisamente chic, che a Coco sarebbe piaciuta (verificate l"executive" del 12 maggio o la deliziosa "fleurette" del 28 luglio, con una collana vintage di margherite all'uncinetto...).
In fondo, anche nel caso di mademoiselle Coco, tutto nasce dall'uniforme: odiava quella del suo collegio di orfana e si vendicò imponendo a tutte le donne di indossarne una uguale, bianca e nera, bellissima ma pur sempre uniforme. Sheena si è esercitata fin da piccola a "mimetizzare" quella della scuola e ora è lei a tiranneggiare con ironia chi, per forza, vuol mettersi una divisa...
@boria _a
Sheena Matheiken

martedì 11 agosto 2009

MODA & MODI: tra crocs e frocs


Per una crocs che se ne va, un tronchetto che ritorna. Non c'è pace per le nostre estremità. Liberatesi a fatica dagli zoccoletti di cellulosa, almeno da quelli doc, stanno per re-infilarsi negli altrettanto orridi stivali mozzati, lanciati tra gli accessori di tendenza per il prossimo inverno. Se non c'è affatto di che rallegrarsi quando un'azienda va in crisi, la notizia dei milioni di "coccodrillini" ergonomici rimasti invenduti, ha scatenato in molti un'euforia da liberazione. Nonostante il colorato ciabattare in video degli allegri chirurghi di "Grey's Anatomy", nonostante eccellenti testimonial involontari, da Al Pacino ad Halle Berry, le crocs autentiche sono affondate: profitti in picchiata, migliaia di posti di lavoro in fumo, a meno che ai tre amici di Boulder, in Colorado, inventori delle calzature più concupite dai tedeschi dopo le birkenstock, non venga un'altra pensata geniale per castigare i nostri piedi. «Ci sfugge il motivo per cui qualcuno dovrebbe voler copiare le crocs, ma l'hanno fatto», scriveva tempo fa il Pop Culture Post, spiegando con la spietata concorrenza dei falsi il tramonto delle ciabatte di schiuma anti-scivolo, anti-odore, anti-fatica. A parità di produzione cinese perchè mai spendere quarantacinque euro per un paio di zatteroni originali, quando le "frocs", fake crocs, autenticamente false, costano circa due?
Sarà comunque un autunno "caldo" dal punto di vista podologico. Scivoleremo dalle ciabatte, che almeno ci tenevano con i piedi per terra, per arrampicarci sui redivivi tronchetti, le calzature incompiute, che adesso gli anticipatori dei trend, consci dello scarso appeal del nome, propongono come "stivaletti fetish", sempre più dark, sempre più pieni di lacci, fibbie, stringhe da dominatrice. Ma c'è di peggio, perchè, lungi dall'accontentarsi di un bel tacco squadrato o affilato di qualche stagione fa, il neo-tronchetto 2009 è issato su una consistente zeppa, una pronunciata piattaforma ortopedica. Stivaletti castiganti e costrittivi che non accettano di essere nascosti sotto i pantaloni, ma pretendono vestitini fruscianti o i nuovi tailleur di stagione, abbastanza spallati, così da completare l'effetto maestrina inaccessibile che suscita fantasie, tipo Gelmini. Chissà se qualcuno avrà sufficiente temerarietà, senso critico e umorismo da avventurarsi su questi plateau, sfidando la perversa calzatura che, come dice il suo nome, non fa che troncare la gamba, schiacciando irrimediabilmente le proporzioni.
Chi poi vuol "volare" sopra i grigiori autunnali non ha che da sbizzarrirsi. Una griffe prestigiosa propone scarpe "piè veloce Achille", con una raggiera decorativa di borchie all'altezza del tallone che pare copiata dai calzari degli eroi mitologici nelle riduzioni letterarie per bambini. L'effetto è a dir poco agghiacciante. C'è da scommettere che, a qualche mese di distanza, le scarpe omeriche approderanno nei negozi di seconda mano, abbandonate da signore ansiose di recuperare l'ingente esborso spacciandole per vintage. Notizia dell'ultima ora: pare che le crocs vogliano reclutare come testimonial George Clooney nella speranza di evitare l'estinzione del coccodrillo. Ma George, ne siamo sicuri, dopo l'affaire estivo con la Canalis, non vorrà infliggerci anche questo.
@boria _a

martedì 14 luglio 2009

MODA & MODI: mix chic

La griffe più in auge dell'estate di crisi? Non avere griffe. Recessione e austerity economica cambiano le coordinate dello stile, per alcune come dolorosa necessità, per altre sull'onda degli esempi virtuosi delle first ladies, più che mai attente a non esibire il lusso oltre un certo limite. Se qualche anno fa "no logo" aveva un preciso connotato politico, oggi lo adottano anche signore insospettabili di simpatie eversive. Basta firme esibite, al bando accessorioni monogrammati, borse, scarpe, cinture che, anche in tempi di floridezza, avevano il duplice effetto di compensare qualche insicurezza e di trasformare l'interessata in una pubblicità ambulante. Il vero vezzo non è più sfoggiare "doppie g" "d&g", "lv", vere o imitate che siano, ma saccheggiare i magazzini di moda low cost e i negozi dell'usato per imparare a vestirsi con gusto spendendo poco. Tutti hanno notato la grande spilla a fiore di cellulosa verde che Michelle Obama indossava sull'abito maionese, al suo arrivo all'aeroporto di Pratica di Mare insieme a Barack, per i lavori del G8 all'Aquila, spilla preziosa solo perchè vintage. La signora ne ha fatto una cifra del suo stile ancora prima di diventare "first", presentandosi ai dibattiti televisivi o nelle occasioni pubbliche a fianco del marito-candidato in capi recuperati nei grandi magazzini o acquistati da stilisti assolutamente sconosciuti. Il giorno del giuramento di Barack, sul tailleur della cubana Isabel Toledo, Michelle portava guanti verdi della catena americana J. Crew, e dagli stessi magazzini veniva il cardigan cipria indossato nel primo viaggio in Inghilterra col marito, poche decine di dollari, andato a ruba il giorno dopo.
Chic cheap, grande gratificazione. Se il portafoglio è più smilzo, il gusto della ricerca cresce. Vuoi mettere la poca soddisfazione di calarsi in un look preconfezionato, per quanto rassicurante, propinato a tutte, rispetto al divertimento di miscelare il capo a buon mercato della catena commerciale con la borsa anni sessanta uscita da qualche fondo di armadio, la collana di materiali poveri con un paio di infradito o di zeppe salvate dalle stagioni passate? La griffe, se anche c'è, va "annacquata" in mezzo a pezzi assolutamente anonimi. E il risultato, con un po' di pazienza e senso della misura, è sempre più originale che affidarsi ciecamente ai terribili "total look" di molti stilisti (le carte geografiche, che orrore), una riedizione lusso delle ragazze-sandwich che, fuori dai mcdonald's promuovono l'ultimo happy meal.
Attenzione solo all'euforia da saldo, fa perdere lucidità. I negozi di secondamano sono una miniera, perchè ci approdano sia le signore grandifirme che vogliono ripulire il guardaroba e far cassa per nuovi acquisti senza sensi di colpa, sia quelle che, magari inconsciamente, si liberano di capi d'antan di sartoria, i pezzi migliori. Un paio di occhiali giganti anni sessanta, una giacchina o un soprabito in quei tessuti mistoseta da corredo oggi praticamente introvabili, sono una chicca. Da tralasciare, invece, borse e accessori griffatissimi di qualche anno fa, sempre cari e che non sono affatto vintage, semplicemente hanno stancato la proprietaria.
@boria_a
 Michelle Obama scende dall'Air Force One a Pratica di Mare (foto Ansa)

sabato 11 luglio 2009

E' ITS EIGHT A TRIESTE
Al sudcoreano Mason Jung l'ottava edizione del fashion contest 



The greatest show of all firmato dalla scenografa Belinda Devito per ITS Eight

TRIESTE Signore delicate come porcellana. Vestono gonne che sono tazzine rovesciate, pelle candida bordata dai decori di Sèvres in oro, azzurro, "bleu du roi", quel filo di rosa confetto che prese il nome da Madame Pompadour. Sono eleganti e intoccabili come servizi da custodire nella cristalleria le donne immaginate da Karisia Paponi, prima giovane stilista italiana ad aprire una sfilata di ITS, la numero otto, quella che sarà anche l'ultima del concorso di moda a Trieste. Sulla pista circolare dell'ex Pescheria, scivolando altere sul fondo sabbioso, le modelle sono sigillate in abiti ispirati alle decorazioni della ceramica, e che come la ceramica sembrano sul punto di andare in frantumi, abbigliate per un tè pazzoide alla "Alice nel paese delle meraviglie".


Un modello di Karisia Paponi (foto Massimo Silvano per Il Piccolo)

Non poteva esserci uscita più azzeccata per dare avvio a "The greatest show of all", il grande circo di inizio secolo che è il filo conduttore di questa edizione di ITS. Ancora una volta, incalzata dalla presentatrice habituée Victoria Cabello, l'ex  escheria ha pulsato e rimbombato al ritmo delle capitali della moda, Milano, Londra, New York, col primato di concedere una passerella autentica, bizze e narcisismi compresi, a stilisti emergenti, a sbarbatelli talentuosi ancora sui banchi di scuola. Molti, ieri notte, sono usciti dal loro, "personalissimo", Salone degli Incanti, con lo stage da una griffe importante, da Diesel a Gucci, l'anticamera della professione, o "scoperti" dalle cacciatrici di teste del lusso, in sala e nella giuria. È accaduto anche a David Steinhorst, il vincitore dell'anno scorso, oggi al lavoro nello studio di Antonio Berardi, che è ritornato a Trieste un anno dopo con una collezione maestosa di abiti polvere, cipria, ostrica, una riedizione, ancora più raffinata e sartoriale, delle sue farfalle da cocktail, tutte pieghe, tagli, incroci, impalpabilità e sideralità.
E meno male che c'erano le donne di Karisia, di David, quelle lunghissime e nere, un po' infernali, di un'altra italiana, Erika Comin (un primato "nazionale" quest'anno, tutto al femminile), o dell'israeliana Maria Lavigina, imbozzolate in piume e vernice, a riconciliarci con la coerenza, la personalità, l'assertività di uno stile.


Perchè ITS Eight, l'anno degli uomini, ben sette collezioni per lui in pista, mai così tante, e un surplus di scolpitissimi indossatori fatti arrivare da Milano per la bisogna, ha perso i suoi maschi un po' per strada. Persino il tycoon del denim, Renzo Rosso, seduto come sempre in prima fila, è parso sollevare un sopracciglio di perplessità davanti a questi buffi figuri sepolti da ponchi di lana, infilati in mutande dalle proporzioni schizofreniche, umiliati in completini trasparenti da trasferire su due piedi in fondo alle Rive, al sexy shop poco distante. Maschi imprecisi o impresentabili, grigi come le sfumature predominanti nelle collezioni, o talmente alla ricerca di identità da mescolare a casaccio quadri, bavaglini, ghette, berrettucci, costretti alla fine a a coprirsi la faccia con le calze.

Renzo Rosso e Victoria Cabello all'ex Pescheria di Trieste (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)
A salvare lui dal ridicolo ci ha pensato la tedesca Josefine Jarzombek, che finalmente ci restituisce un uomo sensuale, con pantaloni a sigaretta impreziositi da dettagli, o ampi e chiusi di lato, in modo da formare una piega che fluttua sulla gamba, un uomo che non si sente messo in pericolo dal bijoux grande, geometrico, appeso al collo del maglione o al trench. E un maschio da applauso è anche quello disegnato dal sud-coreano Mason Jung, non a caso il vincitore assoluto di quest'anno, che reinventa l'eredità delle forme classiche (lui la definisce un "fardello", e intitola così la sua collezione) fino al punto da nascondere in un abito innocuo un sacco a pelo, e viceversa.
La collezione maschile di Mason Jung
ITS Eight, la breve stagione della moda triestina va in archivio e si rifugia sul web, colpa della crisi economica e della poca attenzione delle istituzioni locali? A sfilata finita, dopo l'assalto alla pista dei ragazzi di tutte le edizioni del concorso, alcuni già sul mercato con le loro etichette, Renzo Rosso, principale finanziatore, si accalora: «Sono qui di nuovo a Trieste per l'ottavo anno di fila per dimostrare ulteriormente quanto credo in questo progetto e nella grande opportunità che questa manifestazione dà a giovani di tutte le parti del mondo. Trovo incredibile che la città, la provincia e la regione non abbiano capito appieno non solo il valore incondizionato di ITS, ma anche gli enormi risvolti d'immagine che porta a questi luoghi, i personaggi di altissimo livello che visitano Trieste e ne parlano, stilisti, giornalisti, giovani creativi. Siamo rammaricati - insiste - che non ci venga dato il minimo supporto, pensando a tutto l'impegno e risorse con cui tutti noi riusciamo a portare qui
giornalisti importanti di tutto il mondo, che a loro volta porteranno questa città alla ribalta a livello internazionale.... Trieste storicamente era la porta di transito tra diverse culture e culla di creatività innovativa. Sarebbe bellissimo vederla ritrovare con orgoglio questo ruolo grazie a un progetto come ITS, che già ha nelle sue mani». 
A "salutare" il circo della moda c'erano il sindaco Dipiazza con vari assessori della sua giunta, qualche consigliere regionale, rappresentanti della Fondazione CrT. Pianeti, secondo uno slogan politico che da queste parti ha avuto una certa fortuna, "allineati", capaci di reciproche influenze e condizionamenti. Troveranno fondi o si spenderanno per restituire quelli tagliati, impediranno che ITS, i suoi colori, la sua passione, la sua gioventù, il suo business, diventino solo un'avventura virtuale?

@boria_a

martedì 2 giugno 2009

MODA & MODI: tormento trikini

Bikini che amano gli estremi. Due pezzi sempre più ridotti nelle proporzioni o con gli slip talmente allungati da sembrare costumi interi ai quali è stata tagliata una fetta. L'estate sulle spiagge propone soluzioni ingenerose per chi non ha il sedere e il seno di una ballerina carioca o punta a un'abbronzatura più o meno "regolare". Passi per gli inevitabili segni lasciati da costumi diversi (bordi e lacci di altezze varie testimoniati dalle gradazioni del colore dell'epidermide, comunque invisibili una volta rientrati nella "civiltà" urbana) ma oggi è difficile trovare un intero di stagione che non abbia almeno un buco all'altezza dell'ombelico, una spallina sola, un paio di fenditure laterali, così da regalare alla pelle un naturalissimo effetto leopardato, orribile quando si lascia intravedere sotto le camicie o i top. Beachwear da passeggio, se per tale intendiamo il breve tragitto che ci porta dalla camera alla sdraio, dopodichè il "trikini", ovvero l'intero tagliuzzato in ogni porzione possibile, lascerà il posto a tradizionalissimi e ortodossi reggiseno e slip per l'operazione abbronzatura. Bellissimi da vedere in passerella, di fatto inutilizzabili se si vuole rientrare da una vacanza senza sembrare "pezzate".
Il bikini riduce o ingrandisce lo slip. Nel primo caso si tratta di triangolini imbarazzanti, a meno di non essere una quindicenne con il ventre piatto (anche loro sempre più rare a giudicare dai rotoletti che in giro si vedono allegramente spuntare da jeans e top...) o vantare comunque una proporzione accettabile tra altezza, struttura e soprattutto età. I lacci che sostengono i due francobolli di lycra sono impietosi su smagliature, cedimenti e imperfezioni varie, anche quelli legati alla naturale fisiologia femminile.
Che fare, rifugiarsi nel bikini col mutandone, vera novità di quest'estate 2009? Alle sfilate ha fatto boom: reggiseno a fascia o con una sola spallina, graficissimo, e slip trasformato in pancera, alto fin quasi a congiungersi col pezzo sopra. Sulle modelle alte uno e novanta e con più punte che morbidezze, sta d'incanto. Peccato che alla prova specchio di una cliente media si trasformi in una sorta di body contenitivo, con la pancetta che preme e rovina la plasticità dello slip o che, peggio, spunta da quella striscia libera tra pezzo sopra e pezzo sotto. Gli stilisti dicono: è bellissimo per passeggiare, è un costume da bagno che non ci assomiglia per niente, ma che può fare da body-suit elegante da indossare sotto un pareo, un top, un abito trasparente... Un po' come gli interi ricoperti di paillette, con incrostazioni di perline e di pietre dure, con cinture e catenelle: ci si può dimenticare (anche grazie al prezzo) che sono beachwear e li si può portare sotto una giacca leggera, con una gonna attilata, coi tacchi...
Ma perchè il costume deve necessariamente fungere da "qualcos'altro"? Perchè da confortevole involucro da sole deve diventare un capo importante, con piume, nastri, ammenicoli, piegoline, asimmetrie, fenditure, oblò? La sera non si indossa mai, al sole neanche, a meno di non voler trasformare un momento di relax in un esercizio da contorsionisti. Ne vale la pena?
@boria_a
Trikini di Herve Leger

martedì 19 maggio 2009

MODA & MODI:  nude chic

Cipria, pervinca, piuma, talco. Nomi evocativi per un colore che sempre ci suggeriscono come un ritorno entusiasmante: il beige e le sue nuance più prossime. Anzi, non chiamiamolo beige, nè tantomeno "carne", quella definizione così cruda che un tempo si riservava solo alle calze senza fantasia o all'intimo più ordinario. Oggi è "cameo", "ostrica", "pulviscolo", "pelle d'angelo" e via fantasticando su una tinta che è sempre un po' un'incognita, sbatte le pelli chiare, appesantisce le scure. Povero "nudo", che ha bisogno di tutto questo sforzo di aulicità, di questi eufemismi cromatici, per allontanare l'idea di essere solo la tinta dei golf delle suore.
Quest'anno, però, le sue fortune potrebbero essere diverse, la sua impalpabilità un pregio, quasi un rifugio. Nel bombardamento dei "clashing colours", dei colori che fanno a pugni uno con l'altro, degli abbinamenti gridati, da combattimento, la tonalità piuma avvolge e rassicura, quasi un involucro aggiuntivo e protettivo. Rende aeree, non spigolose, soffici, in sintonia con i tempi di riflessione.
È la sfumatura di chi non esibisce il corpo, eppure non ha paura di mostrarne i difetti, le imperfezioni, le debolezze. Perchè in una costante overdose mediatica di labbra pompate, zigomi rialzati, pance piallate e seni sparati in orbita, la più disarmante trasgressione è quella di svelare un corpo così com'è, con i suoi cedimenti e i suoi appesantimenti, con le irregolarità e i segni del tempo o, semplicemente, con la sua sorprendente normalità. E in questo, il color carne non fa sconti, è una pellicola che aderisce e non maschera nulla. Difficile e insieme sensuale. Trompe l'oleil del corpo nudo.
Le tinte brutali e le dimensioni su cui sono spalmate - borse da città che sembrano gli zaini di un globetrotter nordico in incredule tonalità zucca, verde acido, giallo evidenziatore, panterate o zebrate, e che le "tappe" paiono avere una perversa inclinazione a privilegiare - gli accostamenti a contrasto, il tutto mega e megacolorato, trasforma il "new nude", la tinta più ostica, più indefinibile, meno valorizzante, nell'ultra chic di questa stagione un po' pensosa. Tutta colpa di Michelle, dicono i gossipari internazionali. L'arrivo sulla scena delle sue gambe bronzee e sempre nude ha costretto le signore che non possono competere con l'abbronzatura ad appellarsi alla quintessenza del neutro, a enfatizzare i pallori, a puntare sull'intera "palette" del carne, che sfuma dal rosato allo champagne. Sarà un caso, ma anche Carla ha sfoggiato calze da infermiera.
E l'effetto non va spezzato. È un total look, una sapiente ricerca di ton sur ton. Abito, coprispalle, scarpe, borsa, occhiali: tutto cipria. Anche il make-up è leggero, quasi trasparente, abbinato a un uso costante di esfolianti, emollienti, setificanti. La pelle lattea e curata cattura di più che troppa pelle esposta, peggio se brutalmente abbronzata.
@boria_a
Cipria secondo Sportmax (f. Chiara Caputi @Nexta)

martedì 5 maggio 2009

MODA & MODI: power spalle

Avremmo preferito i Puffi, Gargamella compreso, o magari il cubo di Rubrik. Lo zaino Invicta, gli scaldamuscoli di Jennifer Beals in «Flashdance», persino le Timberland, il giubbotto Monclair e l'intera divisa griffata del paninaro. Gli stilisti, invece, rispolverano e rilanciano dagli anni Ottanta il particolare più controverso: le spalle imbottite. Ovvero la silhoutte guerresca, il profilo della donna in carriera, tutta tacchi a spillo, vita strizzata dal cinturone di pelle, cotonature imponenti e omeri da sfondamento. Una signora da battaglia, come quella degli anni Quaranta, quando, per la prima volta, il rinforzo delle spalle prende piede, in omaggio allo spirito militare che pervade la società e impone anche a lei di assumere una connotazione «bellica», irrobustendo i contorni della camicette di seta e rimpolpando quelle dei golfini di mohair.
Dopo i fiori, le fantasie, la biancheria da baule della nonna degli anni Settanta e prima dei Novanta, tutti rigidezza e conformismo, gli anni Ottanta, quelli del boom delle pubbliche relazioni, delle città da bere, delle tangenti e delle carrieriste senza scrupoli, disegnano per lei un abbigliamento che «buca». Giacche e giubbotti di pelle rigidi, impettiti, squadrati, gonne aderenti, stiletto, colori da evidenziatore, rosa shocking, bluette e gialli flou, acconciature a criniera o post-punk, con creste aggressive che trasformavano tutte in altrettante Alexis, la cattiva di Dynasty interpretata da Joan Collins. Ma era quasi trent'anni fa, l'epoca della Thatcher e delle prime soap torrenziali, piene zeppe, appunto, di signore che ticchettavano perennemente annoiate dell'amante di turno ai bordi di una piscina, col rossetto scarlatto, la chioma leonina e un tailleur-armatura da cui spuntavano i primi (almeno per la televisione) seni vistosamente ritoccati. Prontissime, appunto, a suon di spallate, a farsi largo tra i miliardi dei consorti petrolieri e a portargliene via una buona fetta.
Perchè proprio adesso questo estemporaneo ripescaggio? Una paio d'anni fa, quando le imbottiture fecero una timida e infelice ricomparsa, si parlò di ritorno al power-dressing, all'abbigliamento delle neo-arrampicatrici, di un mood «cancellieresco» delle nuove leve del potere che guardava ad Angela Merkel (spalle imbottite la signora tedesca? forse solo giacche mal tagliate...), a Hillary Clinton, piuttosto che alla «morbida» Cecilia, fresca e pimpante ex Sarkozy. Fa un po' ridere, e a noi mod-aholic, fa molto riflettere, vedere come i «ricorsi» nell'abbigliamento (insopportabili, ma utilissimi dal punto di vista del risparmio) siano presentati e propinati dal business con opposte giustificazioni, ridicole appena una stagione dopo. Le spalle quadrate di un paio d'anni fa? Il «recupero» intelligente di una nuova generazione di donne che si prepara a dare l'assalto alle stanze dei bottoni con il capo più caratterizzante indossato dalle loro madri. Oggi, che un altro «ritorno», quello della favorita dell'imperatore (e dei suoi luogotenenti sul territorio...) anche nelle liste elettorali, rende le stanze dei bottoni sempre più lontane, che cosa mai potrebbe spingere donne normali a tornare alle fastidiose, importune, archeologiche imbottiture? Ma è lapalissiano, ci suggeriscono dalle passerelle: in tempi di crisi e di lavori in bilico, una bella giacca quadrata è quello che ci vuole per farsi prendere sul serio. Abbigliamento per andare a caccia del potere maschile, ieri, per non farsi rullare dal potere, sempre maschile, oggi. Che nel suo armadio ne abbia qualcuna anche Veronica?
@boria_a
Joan Collins, power dressing da Dynasty