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lunedì 5 febbraio 2024

MODA & MODI

Galliano, povere creature senza passerella 




 Sogno o incubo? Redenzione o espiazione? Sublime performance o rappresentazione del lato oscuro della mente umana? Desiderio o ripulsa? A più di una settimana di distanza fa discutere ancora, sulla carta e online, la sfilata di Martin Margiela Artisanal firmata da John Galliano, che ha chiuso la settimana dell’alta moda di Parigi. Su YouTube è facile trovarla e anche attraverso il perimetro ristretto di un display la forza dello spettacolo orchestrato dal geniale e maledetto designer, che da dieci anni si occupa del brand del gruppo OTB di Renzo Rosso, arriva agli occhi di chi guarda. Non è alta moda, verrebbe da dire, anche se lo è in ogni punto e centimetro di quei tessuti e pizzi riciclati, pressati, acquerellati, riassemblati in nove mesi di lavoro, fino a farne qualcosa di assolutamente nuovo, che simula altri materiali, cartoni bagnati, coperte fradicie, lo è in ogni sfumatura di colore delle calze degradé, nei vestiti dalla nudità trompe l’oeil, nelle crinoline trasparenti, nei completi gessati maschili dai tagli perfetti.

 


 


Sotto il ponte Alessandro III, in un vecchio magazzino trasformato in bistrot, tra tavoli, sedie e poltrone malconce su cui si accomodano gli invitati, davanti a un tavolo da biliardo, caracolla l’umanità di Galliano, una sfilata di “povere creature” aperta dal modello Leon Dame in un busto da cui esce il suo tronco asciugato, con la camminata disossata “alla Margiela”.

Sono prostitute, ubriachi, giocatori d’azzardo, ballerine del Moulin Rouge, l’umanità dei Misteri di Parigi di Eugène Sue, che cammina in precario equilibrio, i volti porcellanati dal trucco, le forme del corpo trasformate da protesi in silicone, i gesti teatrali così lontani dalla scansione meccanica delle sfilate. Le uscite sono state precedute da un breve film noir di Baz Luhrmann, che racconta una rapina e un inseguimento, e dalla voce del performer Lucky Love, sosia di Freddie Mercury, che canta a petto nudo e mostra il braccio monco.
Dopo la cacciata da Dior del 2011, in seguito agli epiteti razzisti pronunciati in un bar sotto l’effetto di alcol e droga, dopo la condanna, una faticosa riabilitazione, lunghi anni di ostracismo del mondo della moda e infine la fiducia di Renzo Rosso, John Galliano è tornato col suo mondo visionario, come negli anni Novanta.

In una fase in cui i colossi del lusso pretendono dai creativi un’alta moda “quiet”, un lusso disciplinato e sottotraccia, collezioni indossabili che tengano d’occhio il fatturato, il suo storytelling ha oscurato ogni altra passerella: non solo eccessivo, decadente, immaginifico, ma con tecniche raffinatissime di lavorazione e taglio. Un’operazione controcorrente, che ha diviso, emozionato, disturbato, esaltato.


Galliano ha rotto la schiavitù dei numeri e ci ha restituito l’alta moda del passato: non una narrazione solare, un’edulcorazione del presente, non un sogno, ma una visione potente, con tutte le sue sfumature emotive, anche le più oscure e inconfessabili. E in quegli uomini barcollanti, in quelle muse in disarmo, in quei corpi strizzati e tormentati, più che Margiela ha raccontato se stesso, e un ritorno alla vita che mai può essere lineare e definitivo.

martedì 13 febbraio 2018

MODA & MODI

Operazione tarocco griffato





Quanto conta ancora il logo? Un curioso esperimento commerciale della Diesel fa riflettere sul potere che i brand esibiti continuano a esercitare sugli acquirenti. Qualche giorno fa, nella settimana della moda di New York, il marchio di Renzo Rosso ha segretamente aperto in Canal Street a New York, eldorado del tarocco, un negozio dove si vendono prodotti “Deisel”, scambiando un paio di lettere dell’originale ma con lo stesso “font”, come spesso fanno i contraffattori per mettersi al riparo dalle persecuzioni legali. Marketing diabolico: i pezzi erano imitazioni ma originali quanto l’originale, tutti creati dai designer di Diesel, camuffati con finta etichetta e logo pasticciato.

Il nuovo “negozio” è identico a quelli vicini, con le magliette a buon mercato, o palesemente finte, che penzolano dagli attaccapanni. E i commessi utilizzano le stesse tecniche persuasive di vendita, una sorta di pittoresco butta-dentro per assicurarsi ”real Deisel” a “twenty bucks”, venti dollari.
Increduli e diffidenti, i compratori (video su youtube), cellulare alla mano, si lanciano nello spelling di “diesel” per smascherare l’inganno delle vocali scambiate, ma alla fine, vinti dalla convenienza, se ne vanno con jeans e t-shirt “deisel”. Logo finto ma produzione Diesel al cento per cento (che costa, per ogni capo, almeno dieci volte tanto).


Che senso ha l’operazione? Il brand dice di aver voluto giocare con i suoi fan, «incoraggiandoli a sentirsi liberi di vestire come vogliono». È il momento di celebrare quelli che con “venti bucks”, come canta il rapper Macklemore nel video Thrift Shop, “fanno grandi acquisti, alla ricerca di un risultato fottutamente meraviglioso”. I loghi altrui rifatti in versione deluxe negli ultimi tempi sono stati appannaggio del fiuto commercial-creativo del georgiano Demna Gvasalia, che è riuscito a far sborsare oltre duemila euro per una borsa Balenciaga che citava l’iconica Frakta dell’Ikea (60 centesimi) e più di duecento euro per una t-shirt quasi identica a quella dei corrieri di Dhl ma firmata Vetements. Diesel si spinge più in là: si cita con errore creando un falso autentico che si potrà tra poco acquistare sul suo sito, naturalmente in edizione “molto limitata”, o online, se qualcuno degli inconsapevoli acquirenti del “deisel diesel” deciderà di rivendere il capo (e non certo, supponiamo, a venti bucks).


Resta un dubbio. Ma qual è la “libertà” nel vestire lasciata ai fan del brand? Dal video sembra solo che i clienti abbiano scelto, un po’ rassegnati, la merce più simile a quella che non si possono permettere. Nessuna “de-loghizzazione”, anzi, un logo in più.

@boria_a

mercoledì 3 dicembre 2014




MODA & MODI

Il dna di Margiela

John Galliano

Lui, l'enfant terrible delle passerelle, il geniaccio incontrollabile, vittima dei suoi stessi eccessi. Lei, una griffe iconica, minimale, intellettuale, lontana dai riflettori, senza volto come il suo fondatore, Martin Margiela. In mezzo Renzo Rosso, tycoon del denim e imperatore della holding sotto le cui ali si celebra questo stravagante matrimonio: John Galliano, da tre anni reietto del fashion business dopo gli insulti antisemiti rivolti a una coppia in un bar, e la Maison Margiela, che si identifica per eccellenza con l'idea di "studio", di gruppo di lavoro, senza primedonne da mettere sull'etichetta, perchè bastano quattro punti bianchi cuciti all'esterno dei capi per riconoscerla.

Ebbene, Renzo Rosso, che controlla Margiela con la sua holding Only The Brave, ha scelto Galliano per il ruolo di direttore creativo del brand, affrancandolo da quel dimenticatoio dov'era caduto dopo la cacciata da Dior.
Lo stilista ingombrante per eccellenza, con i suoi show colti ed esagerati, pirotecnici e grandiosi, con le sue citazioni storiche e il nome Galliano stampigliato pressochè ovunque, dalle mutande agli abiti-sottoveste, guiderà la casa di moda che i fan adorano proprio perchè da iniziati, colori neutri e glamour quasi chimico. Basterebbero questi indizi a suggerire che no, questo matrimonio non s'ha da fare, che Galliano il pirata non può funzionare in coppia con uno dei brand dall'identità più potente ma più defilata.

Vero è anche che la Maison Margiela non è più quella del suo fondatore. Che l'ingresso di Renzo Rosso, se ne ha fatto un successo commerciale incontestabile, sottraendola dal destino dei brand di nicchia, ne ha anche cambiato (personalmente direi compromesso) il dna. Ha trasformato il cerebrale Margiela in un'etichetta molto più attenta al mercato, meno difficile da portare e più incline a compiacere i gusti dei consumatori. John Galliano potrebbe essere un'altra mutazione, la più potente, forse quella definitiva, anche perchè accompagnata da un urto pubblicitario mondiale (con conseguente spasmodica attesa per le prime collezioni "Margie-llano" 2015).
I guru della moda plaudono, ripetendo alla noia che Galliano sa "tagliare", sa essere "minimale" (requisiti indispensabili per quel che resta di Margiela) e "ha anche chiesto scusa". Che i cambiamenti sono la rigenerazione, l'evoluzione.
Così il Renzo Rosso che riaccoglie la pecorella smarrita nel fashion biz induce a sospendere il giudizio. Auguri a John Galliano, con un filo di nostalgia per l'invisibile Martin Margiela.
      twitter@boria_a 

martedì 17 luglio 2012

E' ITS TEN A TRIESTE
All'americano Shaun Samson l'edizione del decennale del fashion contest


TRIESTE Gli uomini felpati dell’americano Shaun Samson  hanno vinto il premio più importante, “Fashion collection of the year”, a ITS Ten, l’edizione del decennale. Il “Diesel Award” a un’altra collezione maschile, quella dell’israeliano Niran Avisar, ispirata a Schiele e all’estetica di inizio secolo.


 La collezione maschile dell'americano Shaun Samson (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)

È stata l’edizione degli uomini e del loro corpo, territorio, per la moda, in parte ancora inesplorato. Sette collezioni su dieci finaliste, più la esagerata processione di eroi ispirati a Gundam del giapponese Takashi Nishiyama, trionfatore dell’anno scorso, si esercitano a sperimentare, rivoluzionare, scomporre e ricomporre, nel guardaroba di lui. Uomini cavalieri, bozzoli, dandy, che non si vergognano di apparire morbidi o stropicciati infilandosi in pantaloni e trench pennellati sulla figura, ironici al punto da permettersi giganteschi involucri di lana sotto cui è difficile stanarli. «L’attenzione per la moda maschile sta coinvolgendo tutte le scuole del mondo - dice Hilary Alexander, giornalista del “Daily Telegraph” e componente della giuria - probabilmente perchè quella femminile è ormai troppo affollata. Diciamo che a Trieste ho visto cose un po’ estreme e che difficilmente uscirei con un maschio vestito così. Ma la qualità e il contenuto creativo sono molto alti». E Maria Luisa Frisa, direttrice del corso di fashion design dell’Iuav di Venezia: «Succede che l’uomo è sempre più moda e che la moda maschile registra la maggiore innovazione, forse perchè è sempre stata più trascurata. Marchionne che porta il maglione significa che il maschio non si limita più al vestito formale, del sarto, ma sa indossare capi che recepiscono maggiormente i cambiamenti della moda e non solo».
Quando sfila lui, lo spettacolo non ci guadagna, ma l’attenzione si sposta sui particolari. Discorso che non vale per Kevin Kramp, i cui uomini si perdono sotto gigantesche affastellature di lane colorate, bozzoli costruiti intrecciando interminabili sciarpe, maglioni extralarge da cui si allargano pantaloni altrettanto comodi. Una sorta di divisa, spiega il biondo designer americano - che si è guadagnato il “Modateca Award” non a caso messo in palio dalla signora della maglieria Deanna Ferretti - di una tribù maschile dove prevalgono lealtà, cameratismo e senso dell’onore, e il calore è assicurato dalle lane più che dalle donne.
 La lana protagonista della collezione di Kevin Kramp (f. Lasorte)

Uomini tutti da cogliere nei dettagli sono piuttosto quelli del vincitore Shaun, che sperimenta un incredibile tessuto “fusion” per pantaloni e lunghe casacche, dove il tartan o il plaid delle camicie da lavoro sfumano nella maglieria senza l’ombra di cuciture, regalando un partner confortevole e avvolgente, ma anche lui, ahimè, più a suo agio in un “clan” di genere che con una compagna. Per Niran il gentiluomo contemporaneo si rifugia in colori estenuati, fragili come lui, sostituendo le spigolosità delle divise militari con i giochi raffinati di camoscio e lana.
Lana, tanta. Autentico bene-rifugio per i finalisti di questa edizione di ITS, più che mai misurata anche in passerella, in sintonia con un clima generale che si è lasciato alle spalle tutta la moda da bere, colori e consistenze compresi. «La maglieria ha registrato un successo incredibile e ha mostrato la grande capacità tecnica di questi giovani designer - commenta ancora Frisa - proprio come la moda maschile. Da entrambi ci vengono nuovi input».
Tra maschi consapevoli e autosufficienti, le donne che fine hanno fatto? Residuali per numero di proposte in passerella, vincenti nella “costruzione” dei materiali. L’olandese Jantine Van Peski cala le sue creature in architetture aeree, ricavate arrotolando certosinamente il tessuto in tubicini: niente disegni e cartamodelli, la gabbia nasce direttamente sulla figura, la imprigiona senza costringerla, come se avesse, e si muovesse, di vita propria. Energiche e vitaminiche quelle dell’ingleseRuth Green, premiata per i suoi tubini arancioni che richiamano le linee pulite del Bauhaus e nascono da un mix di maglia e viscosa, da portare, altro accostamento estremo, con pantaloni impalpabili di chiffon. Sperimentale anche il tessuto “affumicato” (a prova di olfatto) della canadese Tabitha Osler, tecnica utilizzata per imprimere una sorta di stampa a ragnatela sul fondo color cipria. Peccato che lo sforzo tecnico sia servito per vestire improbabili maghelle uscite da una sorta di Fantabosco, con tanto di ramazze e calzature ricoperte di paglia (idea apprezzata, peraltro, da Hilary Alexander, che giura di avere il coraggio di metterselo un “outfit” del genere...). Dimenticabile, infine, la proposta della svedese Amelie Marciasini, pellicce verde acido dai top alle scarpe: il tutto per signore sull’orlo di una crisi di gusto, a forte rischio drag queen.


Le "maghelle" di Tabitha Osler (f. Lasorte)

Decima edizione del concorso in archivio, dunque, presentata come sempre dall’adrenalinica Victoria Cabello.


 La donna della svedese Amelie Marciasini (f. Lasorte)

Un anniversario che i budget inesorabilmente ridotti hanno privato dei contenuti celebrativi, privilegiando la rimpatriata di quella che gli organizzatori chiamano la “famiglia ITS”, una rete ormai consolidata di ex concorrenti in carriera, insegnanti, giornalisti, buyer, cacciatori di talenti. Questo il parterre della serata conclusiva all’ex Pescheria, alla quale ha preso parte il “vecchio” supporter Roberto Cosolini, per la prima volta in veste di sindaco e fresco fresco del primo sigillo d’oro, assegnato proprio al finanziatore principale di ITS, Renzo Rosso. Tribù internazionale di “alieni”, li ha definiti il giornalista Angelo Flaccavento, che per la città che li ospita, negli anni sono rimasti tali, anche in quest’edizione in cui avrebbe dovuto compiersi l’aggancio tra territorio e manifestazione. I tagli nei fondi hanno rinviato a tempi migliori mostre e iniziative promozionali, così i “pacifici invasori” di ITS ancora una volta sono stati per Trieste i conoscenti delle vacanze, se non perfetti sconosciuti. «Speriamo che gli amministratori capiscano che il concorso è importante per l’economia e il turismo. Il gesto del sindaco fa sperare bene...», azzarda Hilary Alexander.

Altrove, ITS perderebbe parte del suo fascino, Trieste una ribalta, un’occasione di guadagno. Ma dieci anni sono tanti per non capire che c’è il rischio della nicchia. Come l’invenzione del vincitore di ITS Nine, ultima uscita in passerella di Takashi, il tenero stilista prigioniero nelle sue visioni e nel suo inespugnabile giapponese: un aereo-vestito lungo venti metri, che cinque modelli muovono in contemporanea. Che alieno, pure lui.
twitter@boria_a

domenica 18 luglio 2010

E' ITS NINE A TRIESTE
Il giapponese Takashi Nishiyama e il suo cacciatore di mostri vincono la nona edizione del fashion contest


TRIESTE L'ultima uscita sulla passerella di ITS Nine ci riconcilia con la moda e con i suoi capricci, anche se non vince nulla. Sfila la collezione femminile di Sideral(Es), gruppo di creativi nato proprio per partecipare al concorso triestino con un progetto originale, che parla in parte italiano, una vera rarità tra i nuovi talenti, e in parte anche friulano, merito dei gioielli del lignanese Francesco Sbaiz, in arte "Dna 79".


Sideral(Es)
Le donne vestite da questi giovani designer vivono in simbiosi con gli abiti, il loro corpo è accarezzato, valorizzato e non maltrattato, dalle tecniche più innovative nella lavorazione dei materiali.

La colonna sonora si addolcisce e le indossatrici scivolano sulla pista con il numero del modello in mano, come nei defilé silenziosi e sacrali degli atelier "vintage". Indossano abiti di pelle stampata, trattata nei solarium per modificarne il pigmento e poi aerografata, tailleur con crine di cavallo decolorato e piume "pettinate" con l'arricciacapelli del parrucchiere, camicie di chiffon che si arrotolano in plissè di fiori sul petto, completi di paillettes color stagnola come star d'altri tempi.
Li hanno pensati, disegnati e cuciti la brasiliana Roberta Weiand con gli italianiLinda Calugi e Fabrizio Talia, finalista della prima edizione. Poi hanno convocato il cappellaio matto inglese Justin Smith, pluripremiato a ITS Six, che li ha arricchiti con costruzioni spericolate e leggerissime, una sfida alla forza di gravità da portare in testa, e il designer Francesco Sbaiz, ideatore di monili che attraversano complesse fasi di lavorazione prima di diventare ornamenti primordiali, tracce di forme impresse nel rame e nell'argento e trattenute da stoffa e neoprene. «Abbiamo voluto dar vita a una vera e propria "factory" creativa - spiegano Linda e Roberta - ma speriamo di poter continuare insieme anche dopo ITS». E, in previsione della sfilata di ieri sera hanno tappezzato la città del numero "22", il loro simbolo, applicato un po' ovunque sui lampioni in glitter che si scioglie con l'acqua. Promozione originale e messaggio involontario: i giovani del concorso hanno voglia di uscire dal recinto artificiale dell'evento di moda, farsi conoscere al di fuori dei suoi addetti ai lavori, incontrare la città che li ospita ogni anno, prima perplessa ora incuriosita.



Ieri sera i "viaggiatori" di  ITS Nine, i finalisti della sezione moda, hanno proposto a pubblico e giuria il frutto delle loro esplorazioni, dedicate soprattutto al maschio, il cui guardaroba è evidentemente un territorio ancora in parte inesplorato per la creatività giovane. Otto delle dodici collezioni scese in passerella nell'ex Pescheria, ai ritmi indie e rock miscelati dagli Electrosacher, sono state dedicate a "lui", se così si può chiamare l'uomo che dovremmo rintracciare, e a cercarlo ci si deve mettere una certa dedizione, sotto questi involucri.

Un transgender, perlomeno, a giudicare dalle tunichette bianche con gilet di pelliccia, in cui lo infila il belga Niels Peeraer, che non a caso ha dovuto arruolare per la sua sfilata indossatori "speciali", quasi degli efebi, e un pre-adolescente autoctono, col petto striminzito e la vita di sessanta centimetri. Esseri - cui è andato uno dei premi minori - che il loro ideatore chiama "geishe", dotandoli anche di sandali col tacco, ci fosse mai qualche dubbio sulla loro bidimensionalità.
Aggiungi didascaliaGli efebi firmati Nils Peeraer

O un maschio disorientato nei colori e confuso tra le stagioni, che abbina bermuda leopardati a un montone fuxia, per una collezione intitolata dalla danese Astrid Andersen, con involontaria lungimiranza visto la calura, "Death in the afternoon". Un maschio che riscopre il colore, in una vitaminica tuta-smoking da sera arancione firmata dal sudcoreano Juho Song, uno dei designer meno arrabbiati col suo sesso, ma che preferisce comunque rintanarsi in una sorta di guscio da pulcino, com'è il soprabito inventato dal tedesco Michael Kampe. E rendersi respingente ai propri simili indossando, dello stesso stilista che ha vinto il prestigioso "Diesel Award" di 25 mila euro, una giacca con lunghi aculei di metallo sulle spalle, una sorta di installazione di antenne che ha richiesto una preparazione anticipata di un'ora rispetto all'uscita del modello in passerella.
 La collezione di Michael Kampe
È piaciuto così tanto ai giurati il "cacciatore di mostri" inventato dal giapponeseTakashi Nishiyama che gli hanno attribuito il "Fashion collection of the year", primo premio da quindicimila euro e ritorno assicurato a Trieste il prossimo anno.
Takashi Nishiyama, Fashion collection of the Year ITS Nine
Il giovane designer dice di essere stato colpito da un impiegato che giocava con questo videogioco, famosissimo nel suo paese, aspettando il treno dei pendolari e di aver pensato uno stile per il lavoratore contemporaneo del Sol Levante. Lavoratore con futuro incerto anche a quelle lontane latitudini, visto che Takashi gli fornisce un cappotto con strascico che può diventare una tenda canadese o un piumone gigante, paradiso dell'homeless, sotto cui si può anche svernare, difendendosi dal freddo e dagli importuni col gigantesco cappuccio a forma di rostro.
Takashi Nishiyama, Fashion collection of the Year ITS Nine

Commenta Elisa Palomino, braccio destro della stilista Diane von Fürstenberg a New York e componente della giuria: «C'è stata una grandissima evoluzione nelle creazioni per l'uomo, che forse hanno "rubato" un po' a quelle femminili il ruolo principale. La scelta è stata difficile perché non mancano i progetti interessanti. Per quanto riguarda gli accessori, quest'anno sono davvero impressionata, anche grazie all'arrivo in forze dei designer del Royal College di Londra. Mi piace che ci sia uno spettro completo di creazioni; bijoux, scarpe, cappelli, borse...».
Silfidi e mostri non scompongono il sindaco Dipiazza, seduto in prima fila e ormai un habitué di  ITS, che negli ultimi mesi si è dato davvero da fare per aiutare Barbara Franchin & Co. a convincere Regione e Fondazione CrT a contribuire al salvataggio del concorso, seppure ridimensionato negli ospiti e negli allestimenti. Tra il divertito e l'attonito il parterre politico, il vice sindaco Lippi, il modaiolo Rovis e il sempre ingiacchettato Greco, il consigliere regionale Bucci e il segretario del Pd Cosolini, che avranno qualche problema, se mai lo volessero, a trovare spunti e idee per rinfrescare l'armadio della campagna elettorale del prossimo anno. Certo molti di più che Renzo Rosso, il re del denim, perfettamente a suo agio tra i sogni e gli incubi di questi studenti, molti dei quali, scoperti a Trieste, lavorano oggi nel quartier generale della Diesel a Molvena, a intercettare gusti e interessi delle nuove generazioni del pianeta. Tra gli ospiti, la stilista Alessandra Facchinetti, già ai vertici di Gucci e poi, per una stagione succeduta a Valentino nella linea donna, ieri per la prima volta a Trieste tra gli "osservatori" a caccia di talenti.
Questa nona edizione di ITS ci lascerà dunque in eredità solo uomini da scenario post-atomico, al di fuori di qualsiasi tentazione, o gli "elephant men" di Takashi? A riscattare le sorti del "genere", prima del gran finale affidato come sempre alla grinta di Victoria Cabello, con i premi e la passerella invasa da tutti i vincitori, arriva l'impeccabile collezione del vincitore dell'anno scorso, Mason Jung, altro sudcoreano, che si è inventato maschi finalmente in camicia, bianca e sartoriale, sotto lunghe giacche e pantaloni smilzi: una raffinata normalità fatta di impercettibili dettagli come il microsparato, uomini finalmente guardabili e abbordabili, in carne ed ossa e senza una tenda come strascico da sposa.

Mason Jung e la sua sartoriale collezione uomo

Quando ancora la voce di Elisa da piazza Unità invade le Rive, l'astronave dei "fantastic voyagers" decolla da Trieste. Riatterrerà il prossimo anno? Al termine della sfilata Barbara Franchin ha chiamato in pista i principali supporter di ITS, Renzo Rosso con il sindaco Dipiazza e i rappresentanti delle istituzioni che hanno finanziato l'evento. Un video presenta il progetto del decennale, "un evento per la città", con mostre di stilisti e fotografi, retrospettive, laboratori sulla moda e il design, coinvolgimento di università e scuole, gallerie e negozi. Un sogno da un milione e mezzo di euro. Nell'anno delle elezioni, delle promesse, dei tanti da accontentare, meglio che gli esploratori, potrebbe essere questo il tema per il 2011, lascino il posto ai guerrieri.

@boria_a

sabato 11 luglio 2009

E' ITS EIGHT A TRIESTE
Al sudcoreano Mason Jung l'ottava edizione del fashion contest 



The greatest show of all firmato dalla scenografa Belinda Devito per ITS Eight

TRIESTE Signore delicate come porcellana. Vestono gonne che sono tazzine rovesciate, pelle candida bordata dai decori di Sèvres in oro, azzurro, "bleu du roi", quel filo di rosa confetto che prese il nome da Madame Pompadour. Sono eleganti e intoccabili come servizi da custodire nella cristalleria le donne immaginate da Karisia Paponi, prima giovane stilista italiana ad aprire una sfilata di ITS, la numero otto, quella che sarà anche l'ultima del concorso di moda a Trieste. Sulla pista circolare dell'ex Pescheria, scivolando altere sul fondo sabbioso, le modelle sono sigillate in abiti ispirati alle decorazioni della ceramica, e che come la ceramica sembrano sul punto di andare in frantumi, abbigliate per un tè pazzoide alla "Alice nel paese delle meraviglie".


Un modello di Karisia Paponi (foto Massimo Silvano per Il Piccolo)

Non poteva esserci uscita più azzeccata per dare avvio a "The greatest show of all", il grande circo di inizio secolo che è il filo conduttore di questa edizione di ITS. Ancora una volta, incalzata dalla presentatrice habituée Victoria Cabello, l'ex  escheria ha pulsato e rimbombato al ritmo delle capitali della moda, Milano, Londra, New York, col primato di concedere una passerella autentica, bizze e narcisismi compresi, a stilisti emergenti, a sbarbatelli talentuosi ancora sui banchi di scuola. Molti, ieri notte, sono usciti dal loro, "personalissimo", Salone degli Incanti, con lo stage da una griffe importante, da Diesel a Gucci, l'anticamera della professione, o "scoperti" dalle cacciatrici di teste del lusso, in sala e nella giuria. È accaduto anche a David Steinhorst, il vincitore dell'anno scorso, oggi al lavoro nello studio di Antonio Berardi, che è ritornato a Trieste un anno dopo con una collezione maestosa di abiti polvere, cipria, ostrica, una riedizione, ancora più raffinata e sartoriale, delle sue farfalle da cocktail, tutte pieghe, tagli, incroci, impalpabilità e sideralità.
E meno male che c'erano le donne di Karisia, di David, quelle lunghissime e nere, un po' infernali, di un'altra italiana, Erika Comin (un primato "nazionale" quest'anno, tutto al femminile), o dell'israeliana Maria Lavigina, imbozzolate in piume e vernice, a riconciliarci con la coerenza, la personalità, l'assertività di uno stile.


Perchè ITS Eight, l'anno degli uomini, ben sette collezioni per lui in pista, mai così tante, e un surplus di scolpitissimi indossatori fatti arrivare da Milano per la bisogna, ha perso i suoi maschi un po' per strada. Persino il tycoon del denim, Renzo Rosso, seduto come sempre in prima fila, è parso sollevare un sopracciglio di perplessità davanti a questi buffi figuri sepolti da ponchi di lana, infilati in mutande dalle proporzioni schizofreniche, umiliati in completini trasparenti da trasferire su due piedi in fondo alle Rive, al sexy shop poco distante. Maschi imprecisi o impresentabili, grigi come le sfumature predominanti nelle collezioni, o talmente alla ricerca di identità da mescolare a casaccio quadri, bavaglini, ghette, berrettucci, costretti alla fine a a coprirsi la faccia con le calze.

Renzo Rosso e Victoria Cabello all'ex Pescheria di Trieste (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)
A salvare lui dal ridicolo ci ha pensato la tedesca Josefine Jarzombek, che finalmente ci restituisce un uomo sensuale, con pantaloni a sigaretta impreziositi da dettagli, o ampi e chiusi di lato, in modo da formare una piega che fluttua sulla gamba, un uomo che non si sente messo in pericolo dal bijoux grande, geometrico, appeso al collo del maglione o al trench. E un maschio da applauso è anche quello disegnato dal sud-coreano Mason Jung, non a caso il vincitore assoluto di quest'anno, che reinventa l'eredità delle forme classiche (lui la definisce un "fardello", e intitola così la sua collezione) fino al punto da nascondere in un abito innocuo un sacco a pelo, e viceversa.
La collezione maschile di Mason Jung
ITS Eight, la breve stagione della moda triestina va in archivio e si rifugia sul web, colpa della crisi economica e della poca attenzione delle istituzioni locali? A sfilata finita, dopo l'assalto alla pista dei ragazzi di tutte le edizioni del concorso, alcuni già sul mercato con le loro etichette, Renzo Rosso, principale finanziatore, si accalora: «Sono qui di nuovo a Trieste per l'ottavo anno di fila per dimostrare ulteriormente quanto credo in questo progetto e nella grande opportunità che questa manifestazione dà a giovani di tutte le parti del mondo. Trovo incredibile che la città, la provincia e la regione non abbiano capito appieno non solo il valore incondizionato di ITS, ma anche gli enormi risvolti d'immagine che porta a questi luoghi, i personaggi di altissimo livello che visitano Trieste e ne parlano, stilisti, giornalisti, giovani creativi. Siamo rammaricati - insiste - che non ci venga dato il minimo supporto, pensando a tutto l'impegno e risorse con cui tutti noi riusciamo a portare qui
giornalisti importanti di tutto il mondo, che a loro volta porteranno questa città alla ribalta a livello internazionale.... Trieste storicamente era la porta di transito tra diverse culture e culla di creatività innovativa. Sarebbe bellissimo vederla ritrovare con orgoglio questo ruolo grazie a un progetto come ITS, che già ha nelle sue mani». 
A "salutare" il circo della moda c'erano il sindaco Dipiazza con vari assessori della sua giunta, qualche consigliere regionale, rappresentanti della Fondazione CrT. Pianeti, secondo uno slogan politico che da queste parti ha avuto una certa fortuna, "allineati", capaci di reciproche influenze e condizionamenti. Troveranno fondi o si spenderanno per restituire quelli tagliati, impediranno che ITS, i suoi colori, la sua passione, la sua gioventù, il suo business, diventino solo un'avventura virtuale?

@boria_a

venerdì 13 luglio 2007

E' ITS Six A TRIESTE
Al tailandese Ek Thongprasert la sesta edizione del fashion contest

TRIESTE ITS Six è stato vinto dal tailandese Ek Thongprasert, che si è aggiudicato 20mila euro per la Fashion Collection of the Year. Il Diesel Award è andato al giapponese Taro Horiuchi, il premio speciale alla lituana Migle Kacerauskiene. Due premi a Justin Smith (i-D Award e Maria Luisa Award), mentre il Vertice Award è stato vinto dall'indonesiano Heaven Tanudiredja. Al primo posto per gli accessori la tedesca Susanne Happle, il Ykk Award all'israeliana Liron Braker e il premio speciale ad Anna Sheldon. Per la fotografia ha vinto due premi Jing Quek di Singapore (uno a pari merito con l'italiana Maria Giulia Giorgiani). Anno di studio a New York a May Heek.

L'uomo di Ek Thongprasert

Ex Pescheria, piazza Venezia, imbocco di via Diaz. Nel cuore della pigra Trieste estiva un triangolo umano «anomalo». Il piazzale antistante il Salone degli Incanti è animato da un'indecifracile koinè linguistica: inglese per tutti e poi una babele di idiomi  ncomprensibili, dall'Estremo Oriente alla Lituania. È la tendopoli della moda che come ogni anno, nelle giornate di ITS, invade gli spazi del centro con i suoi spiazzanti ospiti arrivati da mezzo mondo e che in questo weekend si è trovata contigua agli ingombranti camion della produzione cinematografica di «Rebecca», parcheggiati fuori dal Revoltella, tra estemporanee comparse in abiti degli anni Trenta e gli inconfondibili «aò!» romaneschi.
Trieste sottosopra, per dirla alla Mauro Covacich. Chi la riconosceva, ieri notte, serata conclusiva del concorso di moda, accessori e fotografia, quando la musica rutilante dei dj Electrosacher faceva rimbombare i grandi spazi del fu mercato del pesce e sulla passerella cavalcavano modelle slavate dell'Est, mostrando quella che per ventidue aspiranti stilisti, i finalisti dell'edizione 2007, sarà la moda del futuro?
Tra pochi giorni questi spazi saranno attraversati dai bianchi e neri delle sculture di Marcello Mascherini e dei suoi coevi, ma ieri notte dominavano i colori, i decibel sparati a palla, la fantasia esasperata, i sogni di questi ragazzi pieni di sogni che hanno trasformato e frullato kimono, obi, smoking, plissè fino a farne involucri irriconoscibili, mostruosi perfino, che colpiscono a volte per l'apparente importabilità, ma che nascondono, a guardarli da vicino, a toccarli, lavorazioni certosine, da artigiani raffinati.
Fuori, davanti al golfo, cuscini e chaise longue colorati, importati dal riminese, davano un che di «morbido» al pur radicato edonismo triestino. Dentro, una serie di quinte nere, dove sono state appese le immagini dei tredici finalisti della sezione fotografica di ITS Six, per giudicare la quale è arrivato un maestro come Gianni Berengo Gardin.
E poi tanti parallelepipedi illuminati per mostrare al pubblico gli accessori in concorso: stivali, borse, anelli, collari, bracciali. Accanto, i cappelli di un folletto inglese coperto di tatuaggi, con un paio di treccine alla Pippi e i lobi delle orecchie incapsulati in una fila di anelli dorati. Si chiama Justin Smith, diplomato sei mesi fa al Royal College of Art di Londra, e immagina donne che portano architetture di ventagli, calotte con piume, tese larghissime che poi si avvoltolano e diventano coprispalla. «Trieste? Mi avevano detto che era un posto così
piccolo e invece ho deciso di starci un giorno in più, voglio vederla meglio, sono sicuro che mi darà qualche ispirazione», dice Justin, meritatamente pluripremiato, con la pelle mielosa dei britannici aggredita senza pietà dal sole delle Rive. «The weather? "Too" wonderful for me», tempo troppo «meraviglioso» per lui.
Una qualche aspettativa diversa sulla metereologia locale l'aveva anche uno degli ospiti illustri in giuria, Colin McDowell, responsabile della sezione «style» del londinese Sunday Times e tra i più autorevoli commentatori internazionali di moda. «Meraviglioso vivere qui. Finalmente un posto - sospira - dove non incontri quegli insopportabili turisti inglesi e americani. Ma mi avevano detto che qui c'è vento. Io sono scozzese - dice allargando un sorriso attraverso le guance rosse - non mi sarebbe dispiaciuto...». 
McDowell oggi sarà a Milano, al balletto di Bejart con cui la Scala ricorda il decennale della morte di Versace. «"Sei a Trieste???", mi hanno detto i miei amici milanesi», racconta. «"E che ci fai là??". Loro non ci sono mai venuti, come me, ma gli ho detto che è una città "terrific", bellissimo anche il concerto dell'altra notte in piazza Unità, mi sono divertito da matti a guardare le facce della gente. Milano è troppo commerciale, dominata solo dai grandi nomi, Prada, Dolce&Gabbana. Qui si respira un'aria diversa, ma non è rilassante, questi ragazzi ti obbligano a un'attenzione costante, è difficile scegliere i vincitori».
In prima fila, alla sfilata nell'ex Pescheria, Renzo Rosso, il tycoon del denim, che già venerdì, insieme al suo direttore creativo Wilbert Das, si aggirava tra le mostre, in pantaloni bianchi e flip flop, fiutando talenti da reclutare per la sua scuderia. Più in là, con signora, il sindaco
Dipiazza, che pare abbia gradito questa momentanea rivoluzione della Pescheria, e ancora l'assessore regionale Roberto Cosolini, e l'assessore comunale Maurizio Bucci, un amico della prima ora di Barbara Franchin e di tutti gli organizzatori di ITS Six, che ieri sera, giorno del suo compleanno, è stato simbolicamente ringraziato con una candelina. Venerdì da queste parti è passato pure l'assessore alla cultura Massimo Greco, con un filino di curiosità.
Victoria Cabello scandisce i vincitori. Uno, ed è la novità, lo sceglie il pubblico via sms. L'ultima passerella è per tutti i finalisti, per la prima volta quest'anno arrivati anche da Estonia, Lettonia, Lituania, Romania. I più visionari, però, parlano le lingue dell'oriente, Thailandia, Sud Corea, Indonesia, Singapore, Giappone. Hanno nel dna manualità e cultura antica, più la capacità di intercettare il futuro. Quel futuro nella moda che, per qualcuno di loro, ieri notte è cominciato da qui.

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sabato 15 luglio 2006

E' ITS FIVE A TRIESTE
L'inglese Aitor Throup vince il fashion contest nel Salone degli Incanti, riaperta ex Pescheria


 A «battezzare» l'ex Pescheria è arrivato anche Maurizio Cattelan, il più quotato mostro dell'arte contemporanea. Quale migliore provocazione per il rinato spazio che aspira a diventare galleria? Confuso tra gli ospiti (come all'inaugurazione di giovedì notte, quando si è trovato a respingere, con un po' di sufficienza, l'entusiasmo di una fan triestina a caccia di autografi...), Cattelan scortava la compagna, «Very» Victoria Cabello, da sempre «voce» della sfilata finale di ITS, quest'anno Five.
Un po' di Milano, New York, Londra nel rinnovato Salone degli Incanti. Stessa atmosfera rutilante, ma l'incanto - questo sì, autentica ed esclusiva meraviglia - di una passerella a ridosso del golfo, che fa esclamare a Cathy Horyn, critico di moda del New York Times, una delle giornaliste specializzate più ascoltate del mondo: «Città meravigliosa, con un'aria che ha il sapore dell'Est Europa, città isolata, così diversa dall'Italia da cartolina. Mi piacerebbe tornarci». In prima fila c'è Renzo Rosso, il tycoon del jeans internazionale, che, un po' a malincuore (quasi tirato per la giacchetta dall'organizzatrice di ITS, Barbara Franchin), continua a scegliere Trieste (e a sganciare una cifra da capogiro) per uno dei concorsi di moda giovane più famosi del mondo.


Trieste è isolata, appunto. Fascino e maledizione. E ospiti, giornalisti, buyer, che per l'appuntamento di ITS arrivano da mezzo mondo, sono abituati ad aeroporti internazionali e, bontà loro, detestano i troppi scali. Accanto a Rosso, lo scanzonatoWilbert Das, direttore creativo di Diesel, che i ventidue concorrenti in passerella, e soprattutto i loro abiti, i loro disegni, i loro pensieri, li ha già da tempo scannerizzati, e ha scelto i migliori per portarli a Molvena, quartier generale dell'imperatore del casual.


 L'ex Pescheria di Trieste e la mini "limo" per gli invitati
A Sara Marini, unica italiana in gara con le sue borse e i suoi stivali, «rugosi» di pieghe come mastini napoletani, è successo così: prima volta a ITS, finalista negli accessori, e un contratto di lavoro per disegnare le scarpe del futuro firmate Diesel. Trieste, per lei, originaria di Urbino, è tutto fuorchè isolata, è stata un trampolino su un mondo, affascinante ma esclusivissimo, al quale pochi accedono così in fretta.
Ieri notte, debutto su una passerella «internazionale» per le collezioni di ventidue aspiranti stilisti. A «osservarle», per la prima volta, è sbarcata a Trieste ancheFranca Sozzani, direttrice di Vogue Italia. Sulle gradinate grigie ci sono altri «cacciatori di teste» di celebri case di moda, Furla, Ferragamo, Max Mara, in giuria i direttori degli uffici stile di Margiela e Galliano, oltre a Raf Simons, lo stilista che firma Jil Sander, guru della moda maschile.
Sembra incredibile, ma qui, a Trieste, in una vecchia pescheria ascesa a «contenitore culturale», questi selezionatori di griffe vengono a pescare i talenti che daranno ossigeno alle loro linee nel prossimo futuro, che re-inventeranno il pret-à-porter, gli accessori, le linee giovani.
Cathy Horyn del New York Times alla sfilata in Pescheria a Trieste 
Ossigeno, appunto. Per una sera, anche se in uno spazio limitato, per pochi invitati (e interessati), Trieste ha respirato una boccata di ossigeno internazionale, al ritmo martellante della musica dei dj di Electrosacher, che hanno accompagnato le uscite di questi «abiti» (o costumi? o costruzioni? o incubi?). Chissà se l'idea è piaciuta agli assessori comunali Maurizio Bucci e Michele Lobianco, al consigliere forzista (e blandamente modaiolo) Paolo Rovis, al vice sindaco Paris Lippi, arrivati a sostituire l'assente Dipiazza, e soprattutto al nuovo assessore alla cultura, Massimo Greco, al quale, con i suoi consulenti, spetterà l'ingrato compito di disegnare l'agenda della Pescheria e impedire che diventi un guscio vuoto, o mal riempito. E alla presidente della Provincia, Maria Teresa Bassa Poropat, che dopo le uscite ufficiali nei «templi» della cultura triestina più paludata, ha fatto il suo primo bagno, trascinante, tra i giovani designer di tutto il mondo. Spetterà anche a loro, agli  amministratori pubblici, ciascuno per la sua piccola parte - che non significa solo contributi economici, ma agevolazioni burocratiche, supporti logistici, iniziative collaterali e «mirate» - decidere se Renzo Rosso e gli altri sponsor continueranno a spingersi all'estremo nordest d'Italia, fuori da qualsiasi latitudine della moda, per scovare talenti e lasciare un bel po' di soldi alle strutture ricettive della città. Chissà.
Ma per i ventidue stilisti in gara, ieri notte, è stata soprattutto una grande occasione di mostrare e mostrarsi.

Il vincitore di ITS Five, l'inglese Aitor Throup
Per l'inglese Aitor Throup, vincitore del premio più importante, che immagina hoolingan «pentiti», nascosti sotto giacche lunghe i cui cappucci si sollevano per regalare loro un'altra natura, quella di divinità indù. O per il giapponese Mikio Sakabe, premio speciale per la creatività, che disegna completi double-face ispirati ai paesaggi metropolitani, da una parte grigio ferro, dall'altra una festa di colori pastello, e dipinge lui stesso le stoffe... O per il francese Matthieu Blazy, che a Parigi avrà la vetrina di una boutique di grido, quella di Maria Luisa Poumaillou, dove mettere in mostra il suo incredibile soprabito nero e bianco, dai decori che richiamano sezioni di minerali, e dal taglio così perfetto da ricordare Balenciaga...
Matthieu Blazy sfila dopo la vittoria con il suo modello di punta a ITS Five Trieste
Tante le collezioni maschili, forse più interessanti di quelle da donna, spesso un po' spente. Hanno aperto i bikers fasciati di pelle dello svedese Daniel Ivarsson, premio Diesel, ha chiuso il bellissimo e crudelissimo marchese De Sade immaginato dal vincitore dell'anno scorso, il danese Marcus Lereng Wilmont, che ha investito i ventimila euro ottenuti l'anno scorso a Trieste in questa imponente e difficile collezione, ma che già vende nei negozi, con la sua etichetta...
Si dice spesso, riempiendosi la bocca, che Trieste è un'opportunità. Per tanti giovani, che di Trieste avevano forse una vaga idea geografica, lo è stata. Loro ci hanno creduto. Adesso tocca ad altri, soprattutto alla città.

 @boria_a

lunedì 18 luglio 2005

E' ITS FOUR A TRIESTE
 

Marcus Lereng Wilmont, uomini-samurai dalla Danimarca, vince la quarta edizione del fashion contest

TRIESTE Hanno vinto gli uomini, gli uomini con le gonne. Trasgressivi e classici, moderni e antichi, statuari e un po' remoti come i samurai ai quali si ispirano. Mai così tante collezioni maschili, ben sei, presentate sabato sera sulla passerella di  ITS, il concorso per stilisti emergenti, e mai così curate, sartoriali, innovative. Il premio più importante è andato proprio agli scolpiti guerrieri del Terzo Millennio disegnati dal danese Marcus Lereng Wilmont, allievo del Royal College di Londra, che, per una volta, ha messo d'accordo giuria e umori del pubblico reinventando una moda da uomo che anche lei ha voglia di indossare: alte cinture, allacciate dietro come bustier, gilet di pelle intrecciata, camicie costruite, giacche di pelle che sembrano dipinte sul corpo, da cui spuntano lunghe code di cavallo. E poi quelle gonne a pieghe, perfette, color torrone e torba, paradossalmente un inno alla mascolinità.
La collezione maschile del vincitore, Marcus Lereng Wilmont (foto Claudio Tommasini per Il Piccolo)
Uomini protagonisti, dunque. Spiritosamente metropolitani, come li ha voluti l'allampanato tedesco Christoph Froehlich, vincitore del succoso «Diesel Award», che ha portato in passerella efebi percorsi da brividi di giallo acido, con i pantaloni a vita bassa sostenuti da fantasiose bretelle ispirate ai tasti del pianoforte. O uomini-creature notturne, tutti imbozzolati in giubbotti neri, secondo la visione della coppia danese Caroline Hansen e Mie Albaek Nielsen, premiata con l'«Ingeo Award» per le proposte più rispettose dell'eco-sostenibilità.
Menzione a parte, infine, per il vincitore dell'anno scorso, il georgiano Demna Gvasalia, laurea in relazioni economiche a Tblisi accantonata per un futuro glamour, tornato a Trieste con una collezione tutta maschile da applauso: maglioni lunghissimi, verde salvia, con guanti incorporati, camicie a quadretti le cui maniche si arrotolano in vita, pantaloni ampi, quasi clowneschi, che però sanno materializzare un uomo sicuro di sè, eccessivo ma mai dolciastro.
Gli urban boy del tedesco Christoph Froelich
Al confronto di questi maschi dal guardaroba ineffabile, le collezioni femminili sono sembrate spesso ripetitive, eccessive, pasticciate (quante noiose fatine o simili uscite dalla Melevisione...), come se fossero le donne, una volta tanto, ad aver perso la bussola dell'abito.
Portovecchio, per una notte, succursale di New York, Londra, Milano. Per il quarto anno consecutivo nell'orbita vuota dell'enorme ex magazzino Pacorini, affacciato sul mare, si è calata la cittadella della moda internazionale, con il popolo multietnico che «Its» (sigla non digeribile, International Talent Support, letteralmente «una mano al talento internazionale») richiama dalle scuole e accademie di moda di tutto il mondo. Settecento concorrenti per l'edizione 2005, ventun finalisti, i più lontani da India, Australia, Giappone, nessun italiano. Quest'anno pure un premio fotografico, ancora in rodaggio, andato all'inglese Danielle Mourning.
 Ancora uomini, disegnati da Caroline Hansen e Mie Albaek Nielsen
Nel parterre del capannone, tirato a lucido, il rutilante carrozzone della moda, arrivato in quest'angolo a nordest che normalmente lo snobba. Vip e finti vip, bacini bacini distribuiti a tutti e soprattutto agli estranei, modelle irritabili e top-model di una volta che non si rassegnano agli anni, gli ospiti dei generosi sponsor, così tanti da lasciare - che peccato! - solo un pugno di posti ai locali.

In prima fila Renzo Rosso, il re di quel casual che continua a lievitare a dispetto dei cinesi e della recessione, tutto intento a prendere appunti e a selezionare per il suo staff i talenti emergenti con cui continuerà a disegnare jeans cari come un weekend in mezza pensione.
Davanti alla passerella lo stilista Antonio Marras, punta di diamante della giuria di ITS, l'inventore di quella griffe italiana che ha trasformato l'etnico in alta moda e il direttore creativo di Kenzo, un cuore e una cultura sarda per una firma storica del Sol Levante. Accanto a loro, ormai abituato alle bizzarrie della passerella triestina, l'assessore comunale Bucci, apprendista dandy della giunta Dipiazza e fedelissimo sostenitore di ITS, quest'anno per la prima volta affiancato dal presidente della Camera di commercio Paoletti, che di moda forse un po' ne mastica.
Sfilata a ritmo incalzante, condotta con verve da Victoria Cabello. E organizzazione inappuntabile, gestita con precisione poco modaiola e molto asburgica da Barbara Franchin, l'ideatrice di «Its». A Trieste, tagliata fuori da qualsiasi latitudine della moda, un gruppetto di giovani ha dimostrato che si può mettere in piedi un premio proprio come a New York e a Londra. Sarà per questo che la città li guarda ancora con diffidenza. E che a New York e a Londra ITS vuol dire qualcosa, da queste parti poco o niente.

lunedì 19 luglio 2004

E' ITS THREE A TRIESTE
Demna Gvasalia dalla Georgia vince la terza edizione del fashion contest


La collezione maschile di Demna Gvasalia (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo)
 TRIESTE Viene dalla Georgia, studia in Belgio, e immagina uomini a loro agio in giubbotti voluminosi, di pelle e lana, da portare su pantaloni aderenti ai polpacci, che assomigliano vagamente ai mutandoni di lana dei cercatori d'oro del vecchio West. Lui si chiama Demna Gvasalia e ha vinto il premio più importante, tredicimila euro, del concorso di moda per giovani stilisti ITS Three, assegnato per la prima volta, sabato notte in Porto Vecchio, a una collezione tutta maschile.
Un'edizione che ha ridisegnato la geografia dei nuovi talenti della moda, mandando i riconoscimenti principali verso le Filippine, l'Austria, gli Stati Uniti, paesi un po' tagliati fuori dalle consuete rotte della creatività emergente. Il colpo d'occhio offerto dalla collezione di Demna, ventitre anni, è quello di un gruppo di viaggiatori internazionali, ricercati nei dettagli ma non leziosi, mascolini eppure in qualche modo morbidi, disarmati: proprio il tipo di «mood», di umore, che hanno trasmesso le ultime passerelle della moda maschile di Parigi.
La giuria del concorso - nomi di punta, tra cui gli stilisti Antonio Marras, Ennio Capasa e Raf Simons, il direttore dell'edizione francese di Vogue Uomo, Richard Buckley e il direttore creativo di Diesel, Wilbert Das: tutti presenti alla serata finale - ha fatto scelte poco audaci, orientate al prodotto, ai capi immediatamente indossabili e vendibili, concedendo pochi spazi alla sregolatezza. Un orientamento che ha penalizzato l'unico geniaccio tra i ventitre finalisti, il giapponese Yoshikazu Yamagata, che se ne tornerà a casa con la consolazione di un premio speciale, inventato lì per lì al posto di quello, non assegnato, per gli accessori, oltre all'«Ingeo Award», dedicato al capo più convincente confezionato con la fibra prodotta dallo sponsor, riciclabile al cento per cento. Eppure sarebbe bastato questo delizioso abitino bianco, dal taglio asimmetrico, a fugare ogni dubbio sulle potenzialità del giovane stilista.
La tribù di Yoshikazu Yamagata (foto di Andrea Lasorte per Il Piccolo)

Quella di Yoshikazu è stata l'ultima uscita in passerella, la più teatrale (ma chi ha pensato di abbassare riflettori??). Peccato che la sua non fosse una collezione di abiti, anzi nemmeno una collezione, ma una piccola tribù metropolitana, con un barbone coperto dalla testa ai piedi di spruzzi di filo colorato e casetta di cartone sulle spalle, una sposa con l'abito decorato di rocchetti, un uomo in frac con la camicia lunga fino ai piedi e una valigia piena di cose misteriose, un clown dalla giacca affollata di pupazzetti. Una fiaba raccontata con i vestiti, un piccolo, grande spettacolo, un po' come quelli che sempre si pretendono dall'alta moda, costruito su abiti importabili (e qualche modella ha fatto i capricci, in prova, visto il peso degli «accessori»...), ma essenziali per capire un mondo, una filosofia, un percorso: non si indosseranno mai, ma forse permetteranno al loro inventore di diventare quella firma che spingerà lefashion victim di domani a comprare le sue magliette e i suoi pantaloni.
Peccato. I tempi di ripiegamento e la crisi globale, hanno fatto propendere per proposte poco spiazzanti. Come l'impeccabile collezione femminile dell'americano Steven Hoffman, secondo premio (cinquemila euro), uscita da un album di figurini anni '50, con gonne aderenti, trench a corolla che citano il new look di Christian Dior, pull dipinti sul busto e «raddoppiati» sulla schiena, abiti da cocktail. O quella del terzo premio (cinquemila euro), il giapponese Takashi Sugioka, che ama le linee semplici, i colori pastosi della terra, uno street-style da brava bambina, aggiornata ma non provocante. L'ambito «Diesel Award», praticamente un contratto di lavoro con l'azienda di Renzo Rosso - anche lui arrivato a Trieste e seduto in prima fila accanto al presidente della Camera nazionale della moda, Mario Boselli - è andato al filippino Lesley Mobo, che ha proposto donne imbozzolate in giubbotti post-atomici, mentre la talent scout francese Maria Luisa Poumaillou, componente della giuria, ha scelto per le vetrine della sua boutique di Parigi le collezioni di due austriaci, Iris Eibelwimmer e Peter Pilotto, accomunati dalla propensione per i fuseaux e per i colori indigesti: giallo acido, rosa smalto, verde pennicilina.
Porto Vecchio irriconoscibile, sabato sera, con l'ex magazzino Pacorini per una notte diventato crocevia di lingue, di scambi, di energia. Faceva uno strano effetto vedere, tra tanti spazi da tempo deserti, orbite vuote e silenziose, l'enorme capannone pulsare di luci, di musica, di giovani arrivati da paesi di mezzo mondo per giocarsi, a Trieste, la prima grande opportunità di sfondare.
Quest'edizione di ITS, la terza, con oltre mille persone e giornalisti da quindici paesi, ha laureato definitivamente il concorso come uno dei più importanti d'Europa, sostenuto dalla macchina organizzativa oliata dell'agenzia «Eve» di Barbara Franchin (unico appunto, i presentatori della serata, Benedetta Barzini e Ted Polhemus: senza ritmo e prolissi).
«A Trieste le nazioni unite dello stile» è stato detto. Verissimo, complice uno spazio sul mare per la prima volta restituito alla vita, alla dimensione di porto franco della fantasia. C'è da augurarsi che ITS diventi four, five e ancora avanti, rimanendo un evento radicato a Trieste. E che adesso sappia conquistarsi, dopo le simpatie internazionali, anche quelle, più avare, della sua città.