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mercoledì 16 luglio 2014

MODA & MODI
Justin Smith, capelli&cappelli



Justin Smith


Con la sua pelle lattea e i capelli rossicci, il sole implacabile di quel luglio triestino del 2007 l'ha marchiato a fuoco. Ma l'ha anche tenuto a battesimo. Da  ITS Six, Justin Smith, cappellaio all'epoca uscito fresco fresco dal Royal College of Art, riparì per Londra con due premi importanti e la promessa di una carriera, diventata tale a tempo record. Le passerelle della London Fashion Week per le sue iperboliche creazioni lanciate con il marchio "J Smith esquire", la nomina a imprenditore dellamoda dell'anno 2010 dal British Council, la collaborazione con grandi brand. E, complice ancora una volta Trieste, l'incontro, avvenuto qui qualche anno dopo, con Fabrizio Talia, con cui ha dato vita alla griffe di couture (es)* Artesanal, che sfila ad Altaroma. «Trieste e la squadra di ITS - racconta - sono stati un'esperienza incredibile, che non dimenticherò mai. Un melting pot eccitante di gente creativa, in uno scenario meraviglioso, davanti al mare. Per me è stato un privilegio e un onore essere finalista e i premi mi hanno aiutato a imparare qualcosa sull'industria dellamoda e a pianificare lo sviluppo della mia carriera. Da quella volta ritorno a Trieste ogni estate nei giorni del concorso. Senza questa visita il mio anno non sarebbe lo stesso».
Dai capelli ai cappelli: tutto inizia dalla testa...
«Sembra proprio che sia così. Ho cominciato facendo il parrucchiere da "Tony & Guy", dove sono diventato insegnante e poi responsabile delle sfilate Avant Guard e degli stili alternativi del salone. Ma dopo un po' ho capito che volevo di più dalla professione di parrucchiere. Ho iniziato a osare, andando oltre i limiti di ciò che si può fare con i capelli, e man mano che questi limiti si facevano sempre meno definiti ho iniziato a sognare "cappelli". L'idea della cappelleria è nata mentre cercavo un modo perchè le forme stessero meglio in equilibrio sulla testa nelle mie sfilate».
Come ha deciso di diventare cappellaio?
«Per la verità, prima come un hobby. Ho fatto un corso per principianti, che poi mi ha portato a un corso medio e poi a uno avanzato. Alla fine sono arrivato al master al Royal College of Art. Non avrei mai creduto di fare un master in vita mia e mi sono goduto ogni momento di questo percorso».
Che cosa ha ispirato la collezione che ha proposto a Trieste?
«Avevo portato alcuni pezzi de "Le Cirque macabre", la collezione che ho prodotto per la mia laurea al Royal College of Art nel 2007, totalmente ispirata a un funerale vittoriano. Ogni cappello era un pezzo particolare utilizzato dalle modelle per la performance che facevano in passerella. È stata una grande sfida creare cappelli per questo tipo di spettacolo, ma a me piacciono le sfide. Il video è su youtube...».
Dopo la scuola, subito l'approdo alla London Fashion Week. Com'è stata questa esperienza?
«Una grande opportunità per mostrare il mio lavoro. Devo dire che sono stato molto fortunato, perchè negli anni ho trovato gente fantastica che mi ha sostenuto. Il mio laboratorio di cappellaio è così cresciuto organicamente, anno dopo anno. Mi piace che si sviluppi in questo modo, che prenda molte direzioni inaspettate. È questo che lo fa funzionare, la libertà».
Da dove comincia quando crea un cappello?
«Dalle prove sulla testa di chi lo indosserà. Il punto di partenza principale è il mio cliente. Naturalmente, se parliamo di una collezione, è un po' diverso, dipende se si tratta solo di una sfilata, o se devo dimostrare fino a che punto posso spingere la mia creatività di cappellaio. Se parliamo di vendite, cerco di creare cappelli molto desiderabili e pratici, qualcosa di cui ti innamori all'istante e che vuoi indossare spesso, in modo che diventi parte della tua identità. È per questo che mi piace "vestire" la testa: dà un grande potere alla persona».
Dice di seguire le tecniche del passato: quali stilisti?
«La mia bisnonna, Iris, era una cappellaia. Ho cominciato guardando lei. Certo, grandi designer come Chanel, Schiaparelli e McQueen sono dei punti di riferimento, ma anche gli artigiani di diversi paesi del mondo, che trasmettono le loro tecniche alle nuove generazioni. In verità non seguo nessuno in particolare, mi piacciono soprattutto il pezzo d'artigianato, la tecnica, qualcosa fatto molto bene e con amore».
Qual è il cappello più strano che ha confezionato?
«L'anno scorso ho creato una grande bombetta di Lego per una cabina telefonica e un gigantesco paio di ali per la statua della Regina Vittoria vicino al ponte di Blackfriars a Londra. Erano entrambi per il Giubileo della regina e per le Olimpiadi, è stato davvero un anno positivo».
Per il Giubileo ha fatto qualcosa di speciale?
«Una piccola collezione di pezzi unici, divertenti e con un che di celebrativo. È stato bello creare con in mente solo divertimento e bellezza. Ho organizzato una vendita, nel mio studio, come faccio di tanto in tanto, e i cappelli hanno trovato spontaneamente il loro proprietario. Ciascuno gironzolava vicino al pezzo che gli piaceva di più e che sapeva gli sarebbe stato bene. Mi gratifica vendere in questo modo».
Che cosa metterebbe in testa alla regina? E a Kate Middleton?
«Beh, non sono un cappellaio convenzionale, mi piacerebbe metterle un po' alla prova... Niente di esagerato, probabilmente qualcosa molto ispirato al vintage. Comincerei incontrandole e poi seguirei i miei sentimenti di pari passo con la personalità del cliente».
Com'è collaborare con stilisti importanti?
«Per me è la stessa cosa incontrare un cliente come parrucchiere o come cappellaio. Il mio lavoro è proporre il cappello dei sogni, che sta bene ed è bello. Ho lavorato con Moschino, con Manish Arora, con Stella McCartney, per citarne alcuni: non è sempre semplice, chiunque sia il tuo interlocutore, ma la sfida mi stimola».
E poi ha creato un proprio brand...
«A Trieste ho incontrato lo stilista Fabrizio Talia. Appena abbiamo iniziato a parlare è scattato qualcosa di magico. Insieme abbiamo fondato (es)* Artesanal, che ha sempre più successo. La collaborazione funziona e dal nostro lavoro si intuisce la gioia che proviamo nel farlo. Certo, non è facile lanciare una griffe, specialmente se punta ai pezzi unici, ma sono convinto che è il modo migliore di lavorare: creare qualcosa senza tempo, eccezionalmente ben confezionato, che speriamo duri più a lungo di me».
Lei ha fatto anche cappelli per portieri d'albergo...
«Per il gruppo Gouman. Per tre giorni sono andato in giro nei loro cinque hotel a Londra. Ho preparato una forma comune e, per ogni albergo, una rifinitura diversa ispirata all'architettura interna dell'edificio. Ogni cappello è fatto a mano sulle misure di ciascun portiere. È stata una faticaccia, ma la collezione è riuscita molto bene ed è stata celebrata con una mostra di cinque anni del mio lavoro al loro bellissimo hotel "Royal Horseguards" a Westminster».
C'è una donna italiana alla quale regalerebbe un suo copricapo?
«Sophia Loren, sono sicuro, sarebbe una splendida musa».
E quello da cui non si separa mai?
«Vado a fasi, al momento non riesco proprio a togliermi un cappello di feltro d'angora leopardato, con le falde arrotolate. Di solito il mio favorito è quello che riesco a "sottrarre" da una collezione o quello che faccio per me, sempre che riesca a trovare il tempo».

twitter@boria_a


Un copricapo con gli ombrellini da happy hour firmato Justin Smith



venerdì 13 luglio 2007

E' ITS Six A TRIESTE
Al tailandese Ek Thongprasert la sesta edizione del fashion contest

TRIESTE ITS Six è stato vinto dal tailandese Ek Thongprasert, che si è aggiudicato 20mila euro per la Fashion Collection of the Year. Il Diesel Award è andato al giapponese Taro Horiuchi, il premio speciale alla lituana Migle Kacerauskiene. Due premi a Justin Smith (i-D Award e Maria Luisa Award), mentre il Vertice Award è stato vinto dall'indonesiano Heaven Tanudiredja. Al primo posto per gli accessori la tedesca Susanne Happle, il Ykk Award all'israeliana Liron Braker e il premio speciale ad Anna Sheldon. Per la fotografia ha vinto due premi Jing Quek di Singapore (uno a pari merito con l'italiana Maria Giulia Giorgiani). Anno di studio a New York a May Heek.

L'uomo di Ek Thongprasert

Ex Pescheria, piazza Venezia, imbocco di via Diaz. Nel cuore della pigra Trieste estiva un triangolo umano «anomalo». Il piazzale antistante il Salone degli Incanti è animato da un'indecifracile koinè linguistica: inglese per tutti e poi una babele di idiomi  ncomprensibili, dall'Estremo Oriente alla Lituania. È la tendopoli della moda che come ogni anno, nelle giornate di ITS, invade gli spazi del centro con i suoi spiazzanti ospiti arrivati da mezzo mondo e che in questo weekend si è trovata contigua agli ingombranti camion della produzione cinematografica di «Rebecca», parcheggiati fuori dal Revoltella, tra estemporanee comparse in abiti degli anni Trenta e gli inconfondibili «aò!» romaneschi.
Trieste sottosopra, per dirla alla Mauro Covacich. Chi la riconosceva, ieri notte, serata conclusiva del concorso di moda, accessori e fotografia, quando la musica rutilante dei dj Electrosacher faceva rimbombare i grandi spazi del fu mercato del pesce e sulla passerella cavalcavano modelle slavate dell'Est, mostrando quella che per ventidue aspiranti stilisti, i finalisti dell'edizione 2007, sarà la moda del futuro?
Tra pochi giorni questi spazi saranno attraversati dai bianchi e neri delle sculture di Marcello Mascherini e dei suoi coevi, ma ieri notte dominavano i colori, i decibel sparati a palla, la fantasia esasperata, i sogni di questi ragazzi pieni di sogni che hanno trasformato e frullato kimono, obi, smoking, plissè fino a farne involucri irriconoscibili, mostruosi perfino, che colpiscono a volte per l'apparente importabilità, ma che nascondono, a guardarli da vicino, a toccarli, lavorazioni certosine, da artigiani raffinati.
Fuori, davanti al golfo, cuscini e chaise longue colorati, importati dal riminese, davano un che di «morbido» al pur radicato edonismo triestino. Dentro, una serie di quinte nere, dove sono state appese le immagini dei tredici finalisti della sezione fotografica di ITS Six, per giudicare la quale è arrivato un maestro come Gianni Berengo Gardin.
E poi tanti parallelepipedi illuminati per mostrare al pubblico gli accessori in concorso: stivali, borse, anelli, collari, bracciali. Accanto, i cappelli di un folletto inglese coperto di tatuaggi, con un paio di treccine alla Pippi e i lobi delle orecchie incapsulati in una fila di anelli dorati. Si chiama Justin Smith, diplomato sei mesi fa al Royal College of Art di Londra, e immagina donne che portano architetture di ventagli, calotte con piume, tese larghissime che poi si avvoltolano e diventano coprispalla. «Trieste? Mi avevano detto che era un posto così
piccolo e invece ho deciso di starci un giorno in più, voglio vederla meglio, sono sicuro che mi darà qualche ispirazione», dice Justin, meritatamente pluripremiato, con la pelle mielosa dei britannici aggredita senza pietà dal sole delle Rive. «The weather? "Too" wonderful for me», tempo troppo «meraviglioso» per lui.
Una qualche aspettativa diversa sulla metereologia locale l'aveva anche uno degli ospiti illustri in giuria, Colin McDowell, responsabile della sezione «style» del londinese Sunday Times e tra i più autorevoli commentatori internazionali di moda. «Meraviglioso vivere qui. Finalmente un posto - sospira - dove non incontri quegli insopportabili turisti inglesi e americani. Ma mi avevano detto che qui c'è vento. Io sono scozzese - dice allargando un sorriso attraverso le guance rosse - non mi sarebbe dispiaciuto...». 
McDowell oggi sarà a Milano, al balletto di Bejart con cui la Scala ricorda il decennale della morte di Versace. «"Sei a Trieste???", mi hanno detto i miei amici milanesi», racconta. «"E che ci fai là??". Loro non ci sono mai venuti, come me, ma gli ho detto che è una città "terrific", bellissimo anche il concerto dell'altra notte in piazza Unità, mi sono divertito da matti a guardare le facce della gente. Milano è troppo commerciale, dominata solo dai grandi nomi, Prada, Dolce&Gabbana. Qui si respira un'aria diversa, ma non è rilassante, questi ragazzi ti obbligano a un'attenzione costante, è difficile scegliere i vincitori».
In prima fila, alla sfilata nell'ex Pescheria, Renzo Rosso, il tycoon del denim, che già venerdì, insieme al suo direttore creativo Wilbert Das, si aggirava tra le mostre, in pantaloni bianchi e flip flop, fiutando talenti da reclutare per la sua scuderia. Più in là, con signora, il sindaco
Dipiazza, che pare abbia gradito questa momentanea rivoluzione della Pescheria, e ancora l'assessore regionale Roberto Cosolini, e l'assessore comunale Maurizio Bucci, un amico della prima ora di Barbara Franchin e di tutti gli organizzatori di ITS Six, che ieri sera, giorno del suo compleanno, è stato simbolicamente ringraziato con una candelina. Venerdì da queste parti è passato pure l'assessore alla cultura Massimo Greco, con un filino di curiosità.
Victoria Cabello scandisce i vincitori. Uno, ed è la novità, lo sceglie il pubblico via sms. L'ultima passerella è per tutti i finalisti, per la prima volta quest'anno arrivati anche da Estonia, Lettonia, Lituania, Romania. I più visionari, però, parlano le lingue dell'oriente, Thailandia, Sud Corea, Indonesia, Singapore, Giappone. Hanno nel dna manualità e cultura antica, più la capacità di intercettare il futuro. Quel futuro nella moda che, per qualcuno di loro, ieri notte è cominciato da qui.

twitter@boria_a