venerdì 26 agosto 2016

IL LIBRO

Dietro velo e hijab le donne cominciano a diventare visibili 






Leggero, semplice, sottile. Eppure, nel corso dei secoli, attraverso popoli, civiltà, fedi diverse, sempre gravato da significati simbolici. Anche in quest’estate 2016, dentro il suo piccolo perimetro, si sono consumati scontri e polemiche. Perchè il velo non è mai stato un accessorio “neutro”. Ha sempre definito l’identità personale, sociale, religiosa delle donne. Ha nascosto, protetto, custodito il capo, il volto, a volte anche il busto femminile, ma al tempo stesso ha adornato, lusingato, richiamato l’occhio maschile. È stato imposto da leggi e tradizioni e ha finito per esaltare la bellezza, assecondare la seduzione.

Velo e Islam è oggi un’equivalenza immediata. Il velo, al contrario, appartiene in pieno al mondo occidentale. Ce lo racconta Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di Storia medievale, Storia delle città e Storia del costume e della moda all’Università di Bologna, in “A capo coperto. Storie di donne e di veli” (Il Mulino, pagg. 214, euro 16,00), un viaggio affascinante e documentatissimo che, pur concentrandosi in particolare sull’età tardomedievale e sulla prima età moderna, è ricco di “travalicamenti”, dal mondo greco e romano ai giorni nostri, dalle prescrizioni dei Padri della Chiesa alle pubblicità di Dolce & Gabbana, «per capire meglio - dice l’autrice - i fenomeni dell’oggi attraverso gli elementi di permanenza o di mancata continuità».


 
Maria Giuseppina Muzzarelli




 Dal velo al burkini: un’estate, questa, in cui fanno discutere...
Burkini e velo in qualche modo simboli di emancipazione femminile?

«In realtà non mi aspettavo tanto parlare della copertura del corpo a causa del burkini. Il burkini mi pare possa essere considerato una ricerca di partecipazione alla vita sociale, un compromesso tra identità, volontà di seguire le indicazioni religiose e partecipazione alla vita sociale. E, in questo senso, si lega con i temi che affronto nel libro. Anche in Occidente, nel Basso Medioevo, esisteva la prescrizione del velo, ma le donne cercavano di renderla compatibile con la volontà di apparire comunque belle e aggraziate. Possiamo definirla una sorta di resilienza femminile. Intorno al XIII secolo il cardinal Latino prescriveva alle donne il taglio della “coda”, ovvero dello strascico, e il velo in testa. Il frate Salimbene da Parma ci testimonia nella sua “Cronica” che questa imposizione fu presa male e che  le donne presero a utilizzare veli preziosi, in bisso, di seta, intessuti di fili d’oro, convertendo l’obbligo al velo per modestia in un’occasione di sfoggio di raffinatezza».

Burkini e velo in qualche modo simboli di emancipazione femminile? «Il burkini è stato inventato da una donna che ne ha fatto un affare. Pensiamo a come il mondo musulmano sia contro le immagini e a come un costume nato per nascondere, in realtà dia visibilità. Lo stesso hijab, che oggi è anche oggetto di campagne pubblicitarie e di cui si parla in moltissimi blog, è la dimostrazione di come l'Islam si sia convertito alle immagini e abbia convertito il velo all'immagine. Qualcosa di analogo è successo ai copricapi nel mondo occidentale. Nel XIII e XIV secolo, i veli sempre più ricchi e raffinati hanno messo in luce le cuffiaie che li producevano e commerciavano, dando luogo a un protagonismo delle donne sul piano sociale ed economico. E' uno dei paradossi del velo: copre eppure fa vedere, è segno di modestia ma elemento di attrazione, deve nascondere ma rende le donne più belle e visibili».


Nel libro lei sfata molti luoghi comuni. Primo: il velo non si identifica con il mondo musulmano... «Infatti

appartiene a tutta la tradizione mediterranea. Il velo si porta nel mondo precristiano greco e romano. Indica una “soglia”: la donna nubile e quella sposata, la donna religiosa e quella che non lo è. Nel mondo cristiano si aggiunge un elemento: il velo è simbolo di modestia e sudditanza come afferma San Paolo. Tertulliano, apologeta cristiano, dice che tutte le donne lo devono indossare. E nella vita quotidiana le donne andavano a capo coperto».





Oggi, invece, il velo identifica subito il mondo musulmano...
«
Le generazioni più giovani non lo sanno, ma fino agli anni ’50 le donne uscivano con un fazzoletto sul capo e, per le vedove, era pressochè d’obbligo per tutta la vita. Ancora negli anni ’60, il foulard era usato come accessorio di tendenza, imitando Grace Kelly e Jackie Kennedy. È un errore anche pensare che l’abbia cancellato il femminismo, in realtà è solo passato di moda. Perchè il velo ha tanto a che fare con la moda, sia nel Medioevo che in epoca recente. Nel 2015 H&M ha realizzato la prima pubblicità con una modella con lo hijab: il mondo musulmano, che è il 23% della popolazione mondiale, rappresenta un enorme bacino commerciale. Nei blog che si trovano in rete si insegna come metterlo, in diversi modi. È questo che ho voluto raccontare: il velo come appartenente a due mondi e il lavorìo delle donne per farne un accessorio a loro gradito».


Grace Kelly
 
Jackie Kennedy


Secondo luogo comune che cade: il velo può anche “liberare”...

«In Iran, dopo lo Scià, le donne rimettono il velo ma per alcune si apre anche la possibilità di andare all’Università. Non è il velo che segna il grado di civiltà e libertà di una società. Nel caso del burkini si tratta di una mediazione che tiene insieme esigenze di ordine diverso e in questo senso penso sia accettabile. Al contrario, è una contraddizione vietare qualcosa in nome della libertà. Il velo, poi, in Occidente è caduto sì nell’Ottocento ma la trasformazione era iniziata nel XIII secolo, quando a questo oggetto si è data una connotazione di particolare bellezza e di affermazione economica femminile».


Particolare da "San Giorgio e la principessa" di Pisanello (1433-1438), chiesa di Sant'Anastasia, Verona


È vero che anche in passato si poneva il problema di conoscere l’identità di chi c’era sotto il velo?

«Certo. Nel Medioevo esistevano coperture pressochè integrale del capo della donna. Giovanni da Capestrano, tra il ’300 e il ’400, la raccomandava a sposate e no, per modestia e sottomissione, e il volto dovevano appena scorgersi. Diverso l’atteggiamento delle autorità civili che non contrastavano certo il velo ma esigevano  la riconsocibilità. Come recita una norma senese del 1343 le fattezze del volto devono essere visibili».



"Presentazione al tempio" (1423, Gentile da Fabriano, al Louvre


In Occidente il velo ha sempre a che fare con la religione? 

«Non necessariamente.  
Il foulard in voga negli anni Sessanta lo dimostra con il suo essere scelto perchè piaceva, perché di moda. Le donne occidentali hanno fatto un percorso per liberarsene o comunque per scegliere di indossarlo solo se gradito. Per questo non intendo indossare il velo nella “Giornata del velo” istituita da alcuni anni il primo giorno di febbraio. Non intendo mettermelo fino a quando a qualcuna il velo verrà imposto. Io sono fiera della nostra storia di liberazione dal velo e quando andiamo in paesi musulmani, vorrei che fosse rispettata la nostra testa scoperta. Nel nome della libertà, sono favorevole al burkini in Occidente, perchè, come la cosiddetta “modest fashion” che troviamo in Internet, tiene insieme le esigenze di una vita di relazione con scelte culturali e religiose. Per la stessa simmetria e reciproco rispetto vorrei non essere tenuta a mettermi il velo in altri paesi».  


Lei ha citato il velo simbolo di sottomissione...

«Sì, esiste questa componente, legata all’onore dell’uomo. Il corpo femminile è un pericolo, qualcosa da nascondere, da custodire. E anche qui c’è una contraddizione: la donna si copre perchè l’uomo è preda del desiderio. Eva tenta e Adamo, l’”asinazzo”, come ci dice Bernardino da Siena, cade nella botola aperta della tentazione. Nel Medioevo far cadere il copricapo di una donna era un gesto che disonorava l’uomo a cui apparteneva, quindi il relativo reato era sanzionato con una multa molto alta, pari a un quarto rispetto a quella per violenza sessuale».

Com’è cambiato il velo delle suore?   

«In qualche modo il fenomeno ha un nesso con il burkini. Le religiose, come le donne musulmane, devono muoversi, fare una vita pratica. Il velo delle suore rimane come indicatore di una “soglia”, ma deve essere compatibile con la vita di relazione. Negli anni Sessanta le Sorelle Fontana hanno disegnato per le religiose abiti coerenti con l’appartenenza a un mondo “a parte”, ma in grado di garantire loro una vita attiva, adattandosi ai tempi cambiati. Il capo era coperto con un velo di seta nera leggera, bordata di piquet bianco, a forma di turbante rivoltato dietro su se stesso, in modo da lasciare libere le spalle».


Mariah Idrissi nella pubblicità di H&M


Al di là dei significati simbolici, a lei piace parlare del velo come accessorio di moda in sè...

«Ritorno a quella pubblicità di H&M del 2015 e alla modella con lo hijab, Mariah Idrissi, una ragazza bella, truccata, molto vicina alle sue coetanee senza il velo. Per me è stato un elemento chiarificatore. Il velo può essere un elemento di dialogo, l’importante è non esaurire il discorso in un’unica rappresentazione. Il mondo musulmano non è un blocco, ci sono donne giovani e meno giovani, diversi gradi di copertura, diverse condizioni sociali ed economiche, diverse limitazioni della libertà. Ci sono velature parziali e totali. E non pensiamo che persino il velo totale sia estraneo alla nostra tradizione occidentale. Nel ’500 Cesare Vecellio, cugino di Tiziano, rappresenta donne di Venezia e Ferrara coperte anche davanti. Si trattava di veli leggeri, decorati, e le donne abilmente giocavano ad allontanarli e ad avvicinarli al volto, in un gioco di seduzione più che di modestia. In questo accessorio c’è un mondo di significati da decodificare e interpretare. Diciamo che nel libro ho cercato di far “cadere il velo” costituito da una certa semplificazione».

twitter@ilpiccolo.it

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IL LIBRO

 Truman Capote e la morte dei cigni






Lui, l’elfo colto e affabulatore, intelligente e spietato, il “finocchio tascabile” che sapeva rendersi gradito, e indispensabile, a signore ricchissime e annoiate. Un animale da salotti di Park Avenue, sempre pronto a ricevere e custodire confidenze, a fare incetta dei frammenti dell’infelicità altrui. Lei, la più bella delle sue amiche, la regina di quel piccolo, esclusivissimo, gineceo di gran dame dai cognomi altisonanti e foderati di soldi, efebica ed eterea, mai un’imperfezione, uno sbavo nel make up, mai un gioiello non adeguato all’abito e al contesto.

Truman Capote e Babe Paley. Si amano di un amore impossibile, lo scrittore acclamato di “A sangue freddo”, omosessuale dichiarato, e la miliardaria sposata in seconde nozze col fondatore della Cbs. L’unico amore possibile tra loro, diversamente e ugualmente, in fondo, feriti, Truman da una madre che l’ha abbandonato, Babe da un marito che la tradisce: un’alchimia di tenerezze e sfrenatezze, pettegolezzi e confessioni, mondanità e inutile intimità, balli e champagne, fino a quando quell’equilibrio tra diseguali, quella dipendenza dorata e malata, andrà in pezzi come il mondo a cui appartiene.



Truman Capote e Babe Paley


Babe Paley è uno dei “cigni” di Truman Capote. Le altre sono Gloria Guinness, Pamela Harriman, Slim Keith, Marella Agnelli, C.Z. Guest, facoltose mogli di mariti potenti e fedifraghi, alla cui corte, tra ricevimenti e inviti in ville e yacht, Truman viene ammesso e poi si annida, ascoltatore assiduo e brillante, grande orecchio di frustrazioni e amarezze varie, dispensate con l’implicito patto della segretezza. Truman “Cuore Sincero”, come lo chiamano, che di Marella, dice, «poteva essere una creatura di Botticelli, se Botticelli avesse avuto più talento!». 


Si apre a “La Côte Basque”, il famoso ristorante francese di Manhattan, il 17 ottobre 1975, lo splendido “I cigni della Quinta Strada” di Melanie Benjamin (Neri Pozza, pagg. 370, euro 18,00), il racconto romanzato, spietatamente verosimile, del tradimento di Capote - a quel tavolo di ristorante definito ora il “nanerottolo”, il “bastardo”, la serpe in seno, in un fremito scioccato di perle e piume sopra le coppe di Cristal - nei confronti delle sue coccolate vestali. E soprattutto di Babe, l’amatissima, che di quei panni sporchi, per quanto griffati Chanel e Balenciaga, messi volgarmente in piazza, di quei tradimenti dati in pasto a tutti, morirà, consumata in egual misura dal cancro ai polmoni e dal disinganno.
Di che cosa si è macchiato l’elfo dalla pronuncia blesa? Quel giorno del ’75 era uscito sulla rivista Esquire l’atteso racconto “Le Côte Basque 1965” (parte di un romanzo, “Preghiere esaudite”, mai completato), in cui un Capote grasso e pallido, come appariva sulla copertina del magazine, raccontava l’anno più splendido, il 1965 appunto, dei suoi cigni e del loro mondo sideralmente privilegiato, in quel ristorante francese, tempio mondano del pettegolezzo.
Neanche dieci anni erano passati dal successo di “A sangue freddo”, pubblicato nel 1966, e dal “Black and White Ball”, organizzato da Capote nel novembre dello stesso anno all’Hotel Plaza di New York, l’evento mondano del secolo per cinquecento selezionatissimi invitati con obbligo di maschera (c’erano i Vanderbilt e gli Agnelli, John ed Edward Kennedy e i duchi di Windsor, Warhol e Nureyev, i Ford e i Rothschild, Stavros Niarchos e i Ford, Arthur Miller e John Steinbeck, Frank Sinatra e Mia Farrow...) il party con cui lo scrittore nato povero e diventato celebre e ricco, ricambiava i suoi favolosi amici, finalmente nella parte di munifico (e perfido) anfitrione.


 
Marella e Gianni Agnelli al "Black and White Ball" di Truman Capote. Lei indossa un abito da sera firmato Mila Schön




 


 
Lee Radziwill e Truman Capote al "Black and White Ball". Anche Lee veste Mila Schön



Ne “Le Côte Basque 1965” Capote denudò i suoi cigni. Divulgò paure e origini plebee, infelicità e superficialità, alzò il prezioso tappeto sotto cui si nascondevano i letti frequentati, le corna, il disinteresse per i figli, l’orrore del cedimento fisico e i lifting, la fatica di portare sulla schiena l’impegno di essere sempre magnifiche mentre avanzava l’era nuova delle bellezze anoressiche e asessuate alla Twiggy.


Babe Paley fotografata da Alfred Eisenstaedt per "Life"


Ann Woodward, di cui, sotto un nome finto ma facilmente riconoscibile, Capote rivelò l’assassinio del marito tenuto segreto dalla famiglia, si suicidò con in mano il numero di Esquire alla pagina di “La Côte Basque 1965”. Babe Paley apprese dal racconto i particolari trash dell’ennesima storiazza del marito, forse con la migliore amica. Nessuno dei cigni perdonò al loro protetto di aver fatto quello per cui l’avevano accolto e vezzeggiato: lo scrittore. Che di tutto poteva dire fuorchè di loro e della loro Camelot che si sbriciolava, mentre lui, che l’aveva lusingata e cinicamente spiata, ne seguiva il declino.

twitter@boria_a

domenica 21 agosto 2016

MODA & MODI

La tuta fa la differenza



Gocha Rubchinskiy


 Da un po’ di tempo è la parola magica. Quando transita sulle passerelle un uomo disossato, con i pantaloni che paiono scivolare via dai fianchi appuntiti e il pallore incorniciato da una camicia col fiocco, i commentatori recitano all’unisono: genderless. O anche a-gender, senza sesso. Come dire: è un lui che potrebbe essere una lei, perchè veste capi senza connotazioni di genere, non indossa niente che lo inchiodi a una superata - almeno nel guardaroba - divisione tra maschi e femmine.

Più facile a dirsi che a vendersi, probabilmente. Qualcuno, nell’altra metà del cielo, si è stancato di rinunciare a una sacrosanta differenza. Non ne può più di pizzi, calze, mocassini col pelo, gillettini e pelliccette che si appicciano al torace, camiciole da contendersi. Ha la nausea di vestiti crossover, in tutti i sensi senza attributi. E ha deciso di cancellare dal suo armadio quell’alfa privativo, senza per questo imbustarsi in un doppiopetto.
La reazione al genderless non ha niente di ferrigno o costringente. E non potrebbe essere altrimenti, perchè la moda maschile da tempo smussa, addolcisce, allenta, rende fluidi i contorni.


Così, la noia dell’iperfemminilizzazione, ha riportato in auge un capo basic: la tuta da ginnastica. Che può essere morbida, adattabile, mix di libertà e confortevolezza, ma senza leziosità. Sportswear “promosso” ad abbigliamento per ogni momento della giornata, basta cambiare i materiali, spezzare gli accostamenti, giocare con un pezzo casual e un altro più formale. Abbinare l’inosabile: calzoni con le pinces e giacca da allenamento alla Rocky Balboa, come ha fatto Gosha Rubchinskiy nella sua collezione nostalgica dello sport inespugnabile dell’era sovietica.

Nelle ultime sfilate maschili le tute sono spuntate ovunque: tradizionalissime nei materiali e nelle tinte o più “preziose”, di velluto e ciniglia, in colori neutri o brillanti. Con la giacca chiusa dalla zip fino al collo, la geometria delle righe su braccia e gambe, i cappucci e i pantaloni da stringere coi lacci.


Il messaggio è duplice: sono alla moda ma non ossessionato, informale eppure non classico. Certo, sono combinazioni ancora di nicchia, per maschi attenti a quello che accade in passerella. E sarà più facile calarsi interamente in una tuta da ginnastica versione deluxe che avventurarsi negli assemblaggi, col rischio di sembrare usciti da un campeggio o dare l’impressione di aver pescato alla cieca nell’armadio. Ma la tuta fa la differenza. Quell’alfa che omologa i sessi è sparito e il gender, almeno un po’, vendicato.

O rivendicato.
twitter@boria_a

domenica 14 agosto 2016

 IL PERSONAGGIO

Fulvia Levi Bianchi, da Trieste al mondo l'arte dalle uova d'oro


Fulvia Levi Bianchi, pittrice e scultrice nata a Trieste nel 1927 e morta a Milano nel 2006



Milano, sua città d’adozione, l’ha riscoperta un paio di mesi fa. Trieste, sua città natale, l’ha dimenticata. Un peccato veniale, un’omissione colposa, per una volta. Perchè la vita di Fulvia Levi Bianchi, pittrice, scultrice, designer morta nel 2006, si è svolta lontano da qui, a Milano, dove aveva casa e laboratorio, ma anche tra New York, Madrid, Parigi, e molte altre città del mondo, dove ha esposto e frequentato gallerie, colleghi, il bel mondo internazionale.
Nel giugno scorso, a dieci anni dalla morte di “Fufi”, com’era chiamata Fulvia, la figlia Francesca Levi Tonolli ha deciso di ricordare la madre e l’artista («un tutt’uno, sempre - ricorda - in una donna affascinante, volitiva, energica, triestina al cento per cento») con una mostra, realizzata insieme a Luigi Pedrazzi alla Fabbrica del Vapore di Milano, in collaborazione col Comune. L’hanno intitolata “Ab Ovo”, in omaggio a quello che è stato l’elemento fondante della pittura e scultura di Fulvia, l’uovo, espressione della nascita, della generazione e della rigenerazione. Lo stesso titolo dell’ultima esposizione dell’artista, nel 2004, allo Spazio Oberdan di Milano, corredata, come questa, da un catalogo edito da Skira e con un saggio di Martina Corgnati.


 
Fulvia Levi Bianchi


La mostra alla Fabbrica del Vapore, dal 25 maggio al 26 giugno scorso, è stata la prima antologica dedicata a Fulvia Levi Bianchi. Una sessantina di opere per ripercorrere un momento cruciale e fecondo dell’arte milanese, e italiana, tra gli anni ’50 e ’70, che videro Fulvia protagonista accanto a Gianni Dova, Enrico Baj, Giorgio de Chirico, Roberto Crippa, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, grandi maestri, ma per lei interlocutori e soprattutto amici, che frequentavano il suo salotto e godevano della sua ospitalità. Non a caso, alla Fabbrica del vapore, è stata allestita una tavola imbandita, con il nome degli artisti-amici di Fulvia e, su ciascuna sedia, la riproduzione di una delle loro opere.



La mostra "Ab Ovo" alla Fabbrica del vapore di Milano

 
Divano e quadri in perspex di Levi Bianchi


 

«La mostra è stata un successo. Molti, che pur conoscevano mia madre, mi hanno detto: “non sapevo che faceva cose così belle”», testimonia la figlia Francesca. «Ora, grazie alla galleria Mazzoleni, stiamo lavorando per riproporla a Torino e, tra un anno, a Londra».
Ma chi era Fulvia Levi Bianchi? E perchè è stata dimenticata? Nata nel 1927 a Trieste (la mamma era Ada Polacco, sorella di Carlo - Carluccio - direttore delle Generali, il padre un milanese) da famiglia ebrea, Fulvia si trasferisce in Lombardia negli anni delle leggi razziali e della guerra, poi a Milano per studiare all’Accademia di Brera. Quelli che diventeranno esponenti di punta dell’arte italiana, sono suoi compagni e amici. «Dipingeva da quando era nata», racconta Francesca. «Nella compagnia era sempre molto richiesta, suonava la chitarra, aveva un carattere allegro, forte, catalizzante».



Fulvia, con la mamma Ada Polacco e lo zio Carlo, direttore delle Assicurazioni Generali


A Milano conosce Giacomo Levi, industriale veneto, con cui si sposa e da cui avrà la figlia. Una signora benestante, che vive in un bel palazzo nel centro di Milano, ma che non vuole e non può rinunciare alla sua passione, conciliando il ruolo di moglie e madre con pittura e scultura. Non c’è da meravigliarsi che la guardino con sospetto da entrambe le parti, sia le sue amiche altoborghesi che gli amici bohemien. «Conduceva una vita artistica molto da uomo - prosegue Francesca - faceva mostre, si costruiva una carriera. E meno male che mio padre era di ampie vedute, perchè la nostra casa aveva un’atmosfera molto creativa, la frequentavano pittori come Giorgio de Chirico, Roberto Crippa, Lucio Fontana con la moglie Rosita, il cubano Wifredo Lam, e critici, storici dell’arte e letterati come Raffaele De Grada, Arturo Schwarz, Carlo Castellaneta. Nel suo ambiente, mia madre strideva un po’. Era donna, e in più moglie di un industriale, ha faticato per emergere, doveva sempre battagliare e in vita avrebbe meritato un successo maggiore di quello che ha avuto».



Fulvia Levi Bianchi con Lucio Fontana


Comincia a esporre a Milano con il gallerista Cortina a fine anni ’60 e il successo arriva. Lei è determinata, “andava nelle gambe del diavolo”, come ama ricordare Francesca. Nel ’68 segue il marito in un viaggio d’affari in Iran e l’allora console generale le commissiona il ritratto di Farah Diba e dello Scià, da donare a quest’ultimo per la sua incoronazione. L’opera rimarrà esposta alla corte di Teheran fino alla caduta del regime. Nello stesso anno il Comune di Milano la chiede un’opera per il cardiochirurgo Christiaan Barnard, in visita alla città.

La svolta nella vita di Fulvia Levi Bianchi avviene nel 1971, quando conosce il gallerista greco Alexander Iolas, allora uno dei più importanti al mondo, che ha lanciato nei suoi spazi espositivi artisti come Max Ernst, Roberto Matta, Andy Warhol. «Iolas - dice Francesca - la prese sotto la sua ala, decise di scommettere su di lei. Vide nell’uovo un segno da coltivare e le consigliò di lavorarci su. Doveva “pulirsi”, i suoi lavori erano troppo complicati». Con Iolas, dalla fine degli anni ’70, Fulvia Levi Bianchi espone a New York, Parigi, Atene, Madrid, e ancora a Barcellona e Amsterdam, oltre che a Milano. Il critico francese Pierre Restany la apprezza. L’uovo è il suo archetipo e per comprendere a fondo il ruolo che occupa nella sua pittura contatta uno studioso del calibro di Claude Lévi-Strauss: l’antropologo le dedica un saggio, lei un dipinto di cinque metri, un uovo che esce dal nero. Raggiunge quotazioni altissime. Conosce Warhol e lo ritrae. Insieme espongono in un grande loft newyorkese, mettendo a confronto le loro due Marilyn, quella di Fulvia svagata e trasognata: è un successo.

 

Fulvia Levi Bianchi con Alexander Iolas nella sua galleria di Milano (1970)


Nell’87 muore Iolas. «Mia madre diceva che non c’erano altri come lui e, da allora, decise di dipingere solo per sè. Non aveva bisogno di vendere quadri, era una donna agiata, e non trovava una galleria che le andasse a genio. Così si è chiusa, è stato uno sbaglio suo».
Due anni dopo, Fulvia Levi Bianchi decide di cambiare la sua vita. Non ha più la madre («con cui parlava di Trieste, in triestino. Il rapporto con la città era una loro esclusiva», sorride Francesca), da tempo è rimasta vedova, si è ammalata di tumore. Lascia il palazzo in centro e compra una fabbica dismessa e fatiscente, un ex laboratorio per i bagni d’argento, che ricostruisce secondo i suoi gusti per trasformarla in una luminosissima casa-studio. È forse il primo vero loft d’artista in una Milano ancora poco innovativa e finisce immortalato dalle riviste patinate.


Molti intellettuali e artisti si trovano da lei per chiacchierare in mezzo all’arte. Fulvia è amica degli stilisti Mila Schön e Ottavio Missoni, entrambi dalmati e triestini d’adozione, a “Tai” fa un ritratto, come ad altri grandi “milanesi” tra cui Giorgio Strehler (triestinissimo anche lui, suo malgrado), Armani, Krizia, Valentina Cortese, Umberto Veronesi. Il ritratto di Strehler viene offerto al Piccolo Teatro e collocato all’entrata.



Il ritratto di Ottavio Missoni firmato da Fulvia Levi Bianchi


Dal 1957, anno della prima mostra nella galleria Montenapoleone di Milano, alle ultime esposizioni tra la fine dei ’90 e i primi anni 2000 alla De Vorzon Gallery di Los Angeles e nel 2004 ancora a Milano, in quasi cinquant’anni di carriera, Fulvia Levi Bianchi si è misurata con tutto: ha realizzato imponenti sculture per la Ferrari e un prototipo di casco, ha collaborato con David Copperfield (e le sue opere, esposte al Magic Museum di Las Vegas, sono finite su una serie di francobolli che il celebre mago ha distribuito sul mercato americano), ha inventato gioielli e pezzi di design. Ha cominciato a dipingere influenzata dal surrealismo, è passata a un linguaggio metafisico e filosofico negli anni ’70 e ’80, per approdare, nel Duemila, a oli su ferro e suggestioni vicine alla grafica e all’architettura.



Marilyn Monroe di Fulvia Levia Bianchi

 
Mostra "Ab Ovo", omaggio a Klein




«Aggrediva la vita come un leone, il segno sotto cui era nata», conclude la figlia Francesca. «Ha dipinto fino alla fine. La pittura era tutto per lei, la riempiva di gioia e le dava la forza di superare i momenti terribili che il destino le aveva riservato: i lutti, la malattia. Mi ha lasciato una grande eredità, l’insegnamento di non fermarsi mai davanti a niente. Adesso mi piacerebbe portare le sue opere a Trieste, farla ricordare nella sua città, che amava tanto».

lunedì 1 agosto 2016

 MODA & MODI

Hillary ha detto "sì", in bianco 



 



Addio scrunchie, l’elastico fermacapelli di tessuto da istruttrice di aerobica, che portava quando era segretario di Stato. Adesso Hillary ha una costosissima “pob”, ovvero la “political bob”, mezza frangia per donne di potere che la accomuna ad Angela Merkel e Theresa May. La sua, però, ha una manutenzione da capogiro, se è vero che il coiffeur incaricato, John Barrett con “studio” da Bergdorf & Goodman sulla Fifth Avenue a New York, non mette mano alle forbici per meno di seicento dollari.

Dai capelli in giù, lo stile di Hillary Clinton, prima donna candidata alla Casa Bianca, si è adeguato al significato storico della nomination. Smesse le gonne e giacche matronali di quando era “solo” first lady, accantonati i colori marzapane da segretario di Stato (che al suo sedere non facevano un gran bene), Hillary ha detto “sì” al congresso democratico nell’ennesimo, adorato, tailleur pantaloni. Tutto il messaggio è stato affidato, e concentrato, nel colore: bianco. Diretto, semplice, assertivo, proprio i tre aggettivi utilizzati dai commentatori per definire il discorso di “accettazione”. Basta sdolcinatezze, arcobaleni, marzapane, per cui ha un debole ma non sono più in sintonia con la solennità dell’ora. Un total white autoritario - giacca, pantaloni, top, con décolleté mezzotacco color crema - l’ha resa unica, abbacinante nello sventolio frenetico delle bandiere, e, non a caso, perfettamente patriottica, preceduta e agganciata all'abito blu di Michelle Obama (lineare e molto chic, con gonna appena appena svasata, di Christian Siriano, talento uscito da Project Runway) e al rosso della figlia Chelsea, i colori della bandiera americana.






 




I commentatori fanno le pulci. E se il discorso regge, le spese per il nuovo guardaroba sono impallinate come le e-mail: una giacca di Armani da oltre 12mila dollari indossata a New York parlando di equità e stato sociale, una borsa di Ralph Lauren da 3500 per la prima visita in ospedale al secondo nipotino, peraltro infagottata come una nonna molto poco glamour.

Lei tira dritto e, complice il nuovo staff di guru dell’immagine, abbassa i toni cromatici. A Michelle veniva naturale sdoganare il “maledetto” ciclamino in un’occasione planetariamente mediatica come l’investitura di Barack per la corsa alla Casa Bianca. Hillary, che non ha dalla sua l’età, nè il fisico e l’empatia dell’attuale first lady, si rifugia nei basic: bianco, blu, una palette di crema. Tinte sobrie per veicolare un messaggio di solidità e fiducia nel futuro. Come dire: diffidate del platino sbrilluccicante del mio avversario, a cominciare dai suoi capelli.


twitter@boria_a