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sabato 22 febbraio 2020

IL LIBRO

Casa Tyneford, l'ebrea Elise trova l'amore
nella bufera della Storia






«Ebrea viennese, 19 anni, cerca posizione come domestica. Parla inglese fluidificato. Cucinerò la vostra oca». È un annuncio surreale e involontariamente comico a procurare alla giovane Elise Landau, secondogenita di una artistica e facoltosa famiglia della capitale austriaca - la mamma Anna è una cantante dell’Opera, il padre Julian un noto scrittore - un “visto di lavoro domestico”. Siamo nel 1938, all’indomani dell’Anschluss, la morsa dei nazisti si stringe inesorabilmente e chi può cerca di mettersi in salvo, tutti gli altri di rendersi invisibili.

La destinazione di Elise è la ventosa costa del Dorset, in Inghilterra, dove prenderà servizio nella magione di Mr Rivers, vedovo quarantenne, e di suo figlio Kit. Un ricevimento per la Pasqua ebraica - «sapevo che era la mia ultima festa da invitata», dirà Elise - è il congedo scintillante dai genitori e dalla sorella Margot, musicista, in partenza col marito per l’America, tra invitati in frac e signore ingioiellate, «perchè se in passato temevamo di apparire vistosi, o smodati, o piccolo borghesi, ora che tutto stava scivolando nell’oscurità ci chiedevamo come avessimo fatto a preoccuparci di cose simili». I Landau non sono religiosi, non frequentano la sinagoga di Leopoldstadt, mangiano schnitzel nei ristoranti non kosher e sono fieri di appartenere alla nuova borghesia austriaca. «Eravamo ebrei viennesi, ma finora ad avere la precedenza era sempre stato il lato viennese»: non basterà a evitare l’esilio a tutti, in un paese straniero o nella loro stessa casa.


“The novel in the viola”, il secondo romanzo di Natasha Solomons, è uscito in Inghilterra nel 2011, ma sulla scia de “I Goldbaum”, ispirato alla famiglia Rothschild e bestseller nel 2019, Neri Pozza l’ha ripescato e riproposto come “Casa Tyneford”, titolo più accattivante de “La fidanzata inopportuna” scelto da Frassinelli per la prima edizione italiana nel 2011.


La storia si muove tra Downton Abbey, con identiche gerarchie di domestici cui sovrintendono il maggiordomo Wrexham e la governante Mrs Ellswort, e Jane Eyre. Perchè se la giovane Elise dovrà innanzitutto imparare, oltre alla lingua, nuovi codici di comportamento, sarà soprattutto il primo incontro col padrone di casa, in pigiama e in piena notte al buio del cortile, e quella mano che una cameriera, seppure riluttante e per necessità, mai avrebbe dovuto porgere al suo datore di lavoro, a mettere subito anche il lettore più sprovveduto sulla strada che prenderà la vicenda.


La guerra rimane a lungo sulla soglia della dimora di Tyneford, e la sua eco arriva ovattata, con le lettere di Margot dagli Stati Uniti e l’angoscia per i genitori che non riescono a lasciare Vienna, vanamente in attesa di un visto. Elise e Kit, rampollo godereccio e inquieto, si innamorano, ma sul loro acerbo sentimento prevale la smania del ragazzo di combattere, il sogno infantile dell’eroismo in mare. Quando si imbarcherà per la seconda volta per raggiungere la Francia, non ci sarà Wrexham sulla spiaggia a raderlo, come si conviene a un gentiluomo soldato, scapperà di notte, senza prendere congedo da nessuno, per non fare più ritorno.


È allora che Solomons accelera bruscamente il corso degli eventi. Ogni regola della casa è sovvertita, come se in nuce Tyneford incubasse la trasformazione epocale ormai alle porte. Quando un pilota tedesco catturato viene portato in casa e si rivolge a Elise nella loro lingua comune, evocando Vienna, la ragazza è travolta dalla rabbia, per la contraddizione irreprimibile che le fa sentire quel nazista molto più suo compatriota di chi ha intorno. Cambiare identità è necessario, ma non solo per sfuggire ai suoi persecutori. Elise non può che diventare Alice, fare sua un’altra lingua, un altro paese, abbandonarsi all’uomo che i pettegolezzi le hanno già assegnato. E squarciare la viola che ha portato da Vienna, dov’è nascosto l’ultimo romanzo, inedito, del padre. Che testamento ha lasciato nel manoscritto?


La storia è in parte vera, ispirata da una prozia dell’autrice, Gabi Landau, che lasciò l’Europa a fine anni Trenta per impiegarsi come bambinaia in Inghilterra, mentre sua sorella Gerda emigrò negli Stati Uniti. Si rivedranno dopo trent’anni e non si riconosceranno. È proprio il filone biografico, col frammentato rapporto tra le due sorelle divise dalla furia della Storia, la parte più convincente della trama, che condivide con i Goldbaum molti temi e un’orchestrazione di tanti personaggi, ma senza il respiro della saga.

 

domenica 7 luglio 2019

IL LIBRO

Elizabeth Day, benvenuti al party della resa dei conti

 


La passione, la doppiezza, l’ansia di promozione sociale, la gelosia, l’opportunismo, la nevrosi che sconfina nel disturbo mentale. È un impasto di pulsioni quello che spinge Martin, l’orfano di modesta classe sociale, impregnato di miseria e anafettività materna, verso il ricco, bello, vincente Ben Fitzmaurice, che già nel cognome sventola un dna di successo e adorazione altrui. Un’amicizia nata sui banchi della scuola privata inglese di Burtonbury, che Martin, con la sua divisa sbiadita e un episodio oscuro da cui fuggire, costruisce come una strategia: conoscere i gusti di Ben e fingere di condividerli, colmare il vuoto lasciato da un fratellino morto, farsi accogliere nella famiglia, diventare la sua PO, “piccola ombra”, fino a sostituirsi a lui nel momento del bisogno e addossarsi la colpa di una tragica sventatezza. «La gratitudine ci avrebbe uniti. L’avrei salvato da se stesso. Sarebbe stato il nostro segreto e lui avrebbe trascorso il resto della sua vita a ripagarmi».

E invece. A molti anni di distanza, Martin Gilmour, diventato un modesto critico d’arte che deve la sua notorietà a un unico saggio trasgressivo, “Arte: chi c*** se ne frega?”, che fa tappezzeria nelle case radical chic, è seduto davanti a due poliziotti nel commissariato di Tipworth, villaggio bucolico sulle Cotswolds. 

Cos’è successo al ricevimento che Ben e la sua splendida moglie Serena, coppia da riviste glamour e quattro figli sfornati con disarmante regolarità, hanno organizzato per festeggiare i quarant’anni di lui e la loro seconda dimora, nella restaurata prioria di Tipworth, davanti a un parterre di attori, politici, vecchi compagni di college dai cognomi blasonati, con breve apparizione del primo ministro, anzi di Ed, come lo chiama il padrone di casa?

Martin e sua moglie Lucy, legati in un matrimonio tiepido e infecondo, non sono stati invitati ad alloggiare nell’ex monastero del XVII secolo, come tutti gli altri ospiti. In quell’iniziale ingessato colloquio della coppia, nell’alberghetto fuori dall’autostrada dove i due hanno trovato sistemazione, tappeto ruvido e colazione non compresa, la scrittrice Elizabeth Day infila il tema centrale del suo quarto romanzo, il potente, teso noir psicologico “Il party” (Neri Pozza, pagg. 348, euro 18), best seller in Inghilterra e Stati Uniti.


Siamo alla resa dei conti in un’amicizia tra due uomini appartenenti a classi e mondi diversi. Un’amicizia che ha attraversato la loro adolescenza fino a Cambridge, da Ben concessa con graziosa indifferenza, come un’elargizione, e da Martin accettata con avidità, umiliandosi e annullandosi, prima con la speranza che si trasformasse in altro, poi con la convinzione che gli fosse dovuta a oltranza, inscalfibile. Una sorta di rendita sentimentale, come quella economica che riceve dai Fitzmaurice per tacere il loro segreto, con cui ha vissuto ben al di sopra delle sue possibilità di scrittore.


E invece. In quel party di compleanno Ben vuole ristabilire le distanze tra sè Martin, come la mancata ospitalità tra la “famiglia allargata” nella prioria fa capire. Ha altri progetti per il futuro, che non includono più “Piccola Ombra” e la sua devozione.
A raccontarlo sono due voci. Quella ambigua, disturbata, lagnosa o feroce di Martin, con cui il lettore non empatizza, e quella lucida di sua moglie Lucy, riversata nel diario che scrive come terapia in clinica, dopo i fatti di Tipworth.


Lucy, tutt’altro che la “docile e adorante mogliettina”, come la descrive Martin, ha capito molto, forse tutto: la natura di suo marito, la debolezza di Ben, l’ambizione di Serena, quell’élite tra cui sono stati ammessi fin che ha fatto comodo: «Non si curano del resto di noi. Non è una cosa consciamente malvagia, ma una semplice mancanza di curiosità per le vite degli altri. Non riescono a immaginarle. Ma i più impressionabili tra noi - i disadattati, gli insicuri, gli amareggiati e i vulnerabili - vengono spazzati via dalla loro corrente dorata, come nuotatori alla prime armi sopraffatti da una fulgida marea».

Non accadrà alla solida, concreta Lucy, che, a due anni di distanza dalla notte del party, ricomincia a vivere. Lucy che quel mondo patinato l’ha sempre guardato con disincanto, senza sconti: sono i suoi occhi a rappresentarlo al lettore. Mentre Martin, “masticato e risputato”, di nuovo solo con le sue ossessioni, come l’orfano della scuola elementare da cui fu costretto ad allontanarsi, batte a macchina una fluviale, dettagliata vendetta. Riuscirà a scalfire l’oggetto della sua ossessione, l’odio dove non ha potuto l’amore?

@boria_a

lunedì 15 aprile 2019

IL LIBRO

I Goldbaum, amore e potere di una dinastia di banchieri nella bufera della Grande guerra







Così ricchi, da avere le loro proprie favole, al posto di Esopo e dei fratelli Grimm. Quella sul bisnonno, per esempio, che si era giocato le sue quattro monete antiche fino a trasformarle in un mare d’oro alla corte di un principe benevolo. O quella del vecchio Moses, che aveva smistato i suoi cinque figli nelle capitali finanziarie d’Europa, dando a ciascuno un frutto di sicomoro d’argento, simbolo di resilienza, e la promessa di poter attingere alla linea di credito paterna. Così la storia diventa favola e viceversa: cinque fratelli fondano cinque banche e si trasformano in cinque cardellini su un ramo di sicomoro nello stemma di famiglia, il simbolo di un impero in grado di rivaleggiare con le casate reali.

Loro sono i Goldbaum. Ricchi, potenti, influenti. Ed ebrei. Collezionano palazzi e debiti dei governi, uova Fabergé e cavalli da corsa, arte e gioielli. Sulla Heugasse di Vienna, nel 1911, la loro dimora, costruita nella pietra bianca più bella d’Austria, abbacina. Ogni giorno, a dispetto di telefoni e telegrammi, i corrieri attraversano gli stati su cavalli velocissimi, portando documenti sigillati con informazioni scritte in yiddish, la lingua che li mette al riparo dalla curiosità degli estranei e ricorda le umili origini da cui sono venuti. I piccoli di casa li credono cavalieri di una favola, spesso sono cugini di grado lontano, esclusi dalle leve di comando ma messaggeri affidabili.


Chi sposano i Goldbaum? Solo altri Goldbaum, come nelle dinastie di sangue blu, per mantenere ricchezza, influenza, informazioni e titoli di credito sotto il controllo della famiglia. E così, l’intelligente e ribelle Greta è costretta a lasciare le sue frequentazioni nella vivace Vienna di inizio secolo per trasferirsi a Londra, dagli ancor più facoltosi Goldbaum inglesi, e diventare la moglie del cugino Albert, subito ribattezzato “il povero Albert”, per un’infreddatura che lo tiene lontano dalla sua stessa festa di fidanzamento. Lui ama le farfalle, di cui ha un’imponente collezione, lei non si fa conquistare nemmeno da quella con l’ala di brillante giallo Goldbaum 26 carati, perfetta riproduzione di un esemplare scoperto da Albert e non identificato, che lui ha voluto chiamare Greta aurum come poetico regalo di nozze. Non c’è da meravigliarsi che il primo approccio sessuale tra i giovani coniugi, in mezzo alle bacheche di coleotteri a cui Greta finge di appassionarsi pur di perdere la verginità, finisca con un vetro infranto e una pioggia di “cose orrende” tra i capelli della sposa. Tra i due giovani si instaura una gelida antipatia e le signore spettegolano su quella vita di vespa che non accenna ad allargarsi.


In una celebre battuta della serie televisiva Downton Abbey, la matriarca Lady Violet, sullo schermo Maggie Smith, dice: «Noi Crawley non facciamo mai matrimoni sbagliati». Non può esserlo nemmeno quello tra i giovani Goldbaum, fusione di patrimoni e di potere, che pian piano diventerà anche intesa sentimentale e sessuale, complice una farfalla che Greta, vincendo il disgusto, cattura per Albert, ma soprattutto del regalo che riceve dall’accorta suocera: un centinaio di acri di terreno a coltivare senza regole, uno spazio fisico di libertà e indipendenza, sottratto alle rigide regole della dimora di Temple Court.


Sullo sfondo della vicenda familiare e societaria, ispirata alla dinastia Rothschild, monta la bufera della storia. La prima guerra mondiale riuscirà a dividere quello che l’interesse e l’accortezza (anche nel tagliare i rami indisciplinati: il legittimo erede Clement, col vizio del gioco, viene subito emarginato in una villa sul lago di Ginevra) hanno sempre tenuto unito e fatto prosperare. Austria, Inghilterra, i fronti si dividono. E Albert, costretto ad assumersi la responsabilità per il fratello reprobo, si rende conto per la prima volta che gli interessi della nazione e della famiglia non coincidono e che il conflitto è l’incudine che si abbatte a spezzare gli anelli della catena Goldman in Europa. Anche l’identità ebraica solleva nuovi interrogativi sulla destinazione dei flussi di denaro: è giusto finanziare gli antisemiti?


Attraverso un’intensa storia d’amore (“I Goldbaum”, Neri Pozza, pagg. 478, euro 18), Natasha Solomons esplora le pieghe di un drammatico passaggio storico, con delicatezza e una vena di ironia. Quando Albert ritorna dal fronte, ripartono i messaggeri con la buona notizia per le altre case d’Europa e i due sposi si abbracciano sotto la neve, tra i ciliegi già in fiore. Perché se i Goldbaum non hanno il potere di fermare le guerre, possono sempre costruire le loro favole. 

@boria_a

lunedì 21 gennaio 2019

IL LIBRO

Le sei sorelle Mitford, che presero a morsi il Novecento 





Sei: aristocratiche, affascinanti, appassionate, brillanti, spregiudicate, trasgressive. Sei: la fascista, la comunista, la nazista, la duchessa, la romanziera. L’hanno soprannominata “Mitford Industry” e non solo perchè le sorelle, sei appunto, sono state prolifiche scrittrici e giornaliste, e autrici di best seller che le hanno rese (ancor più) milionarie, ma perchè le loro vite eccezionali hanno a loro volta ispirato dozzine di libri, piéce teatrali, musical, oltre a riempire per decenni le pagine di quotidiani e rotocalchi, dalla seconda guerra mondiale all’alba del nuovo Millennio. La più nota è Nancy, classe 1904, la primogenita dei coniugi inglesi Sydney e David Freeman-Mitford, baroni Redesdale: firmò romanzi di successo come “Inseguendo l’amore” e “L’amore in un clima freddo” (ripubblicati di recente da Giunti e Adelphi) ma soprattutto amò perdutamente Gaston Palewski, braccio destro di De Gaulle e poi ambasciatore a Roma. Lui la tiranneggiò e tradì senza ritegno, rifiutandosi di sposarla perchè divorziata e con parenti (leggi: sorelle) imbarazzanti per la sua carriera politica, salvo poi convolare, una volta ritiratosi dalla vita pubblica, con una nobile e abbiente signora, naturalmente lei pure alle seconde nozze.

De Gaulle, ma anche Guinness, Churchill, Goebbels, Mussolini, i duchi di Windsor, John Kennedy. E il Novecento intellettuale di Litton Strachey, Dora Carrington, Evelyn Waugh, Cecil Beaton, omosessuali mondani e cerebrali. La storia delle sei Mitford attraversa e si impasta con quella del secolo breve - la guerra, le ideologie, i regimi, abbracciati con una veemenza sfociata nel fanatismo, ma senza mai perdere la grazia dei natali - come ci racconta la torrenziale e accuratissima “Le sorelle Mitford - Biografia di una famiglia straordinaria” di Mary S. Lovell, uscita nel 2001 e ora pubblicata da Neri Pozza (pagg. 636, euro 25,00), che incornicia un arco temporale dal 1894 al 2014, quando morì Deborah, “Debo” la più giovane delle sorelle, moglie del decimo duca di Devonshire, diventata imprenditrice di successo nella gestione della dimora signorile di Chatsworth - una delle più belle e visitate d’Europa - e del suo fruttuoso merchandising (curiosità: è nonna della top model Stella Tennant).
Tra Nancy e Deborah, c’erano Pam (la bucolica), Diana, Unity e Jessica detta “Decca”, oltre all’unico maschio, Tom, bello e colto, che morì nel ’45 in Birmania, da ufficiale, colpito in un assalto contro i giapponesi, ma inevitabilmente già sepolto dalla vivacità delle sorelle.





Grande spazio Mary S. Lovell dedica alle Mitford “fanatiche”. Unity portava il suo destino addosso. Chiamata di secondo nome Valkyrie, in onore delle guerriere della mitologia di Wagner e concepita a Swastika, fu fervente nazista, riuscì a conoscere Hitler e ne divenne amante. Diana, divorziata Guinness, nonchè futura romanziera di successo, si risposò con Oswald Mosley, fondatore del partito fascista britannico (Buf), in una cerimonia a casa di Goebbels, lei in tunica dorata, con il Führer tra gli invitati. Nel 1939, non potendo sopportare il pensiero di una guerra tra la Germania e la sua amata Inghilterra, Unity si sparò in testa nel parco dell’Englisher Garten di Monaco: non morì e incredibilmente sopravvisse con un proiettile nel cranio per nove anni. Diana e il marito trascorsero un lungo periodo in galera: si amarono per 44 anni e morirono a meno di un anno di distanza l’uno dall’altra.


E Decca la “rossa”? Fuggì col secondo cugino Esmond Romilly, nipote di Churchill, per partecipare alla guerra civile spagnola. Si sposarono in segreto ed emigrarono in America, facendo i baristi per vivere. Nel 1941 lui, arruolatosi nella Royal Canadian Air Force, fu abbattuto durante un raid contro la Germania nazista, mentre Decca continuò a vivere negli Usa, occupandosi di diritti civili e giornalismo investigativo. Firmò un bestseller, “Il sistema di morte americano”, frutto di cinque anni di indagine: fu in testa alle classifiche di vendita per mesi, le fruttò centomila dollari, molte minacce di morte dalle pompe funebri e lauree honoris causa. Tra gli addetti ai lavori la “Mitford” era la bara più economica e la scelse anche Robert Kennedy per il fratello assassinato.


Sei: presero a morsi il ventesimo secolo, in una Downton Abbey con più cervello, sangue e viscere. Di loro la madre Sydney diceva: «Quando vedo un titolo di giornale che comincia con “La figlia di un lord...” so che una di voi ragazze si è messa nei guai». 

@boria_a

domenica 26 agosto 2018

IL LIBRO

I figli dell'estate di Monika Held e il peso della memoria





«Che colore, che odore ha la sua infanzia?». Rania, psicologa, rivolge questa domanda centinaia di volte, a tanti interlocutori diversi. L’obiettivo del suo studio è capire perchè oltre la metà delle persone che per decenni ha lavorato e vissuto lontano dal luogo di nascita, nella vecchiaia torni ai paesaggi dei primi anni di vita o ne senta una nostalgia struggente.

Anche l’infanzia di Rania ha avuto colori e odori: il bianco e il grigio dell’acqua e del cielo, che si toccano in un fondale unico, e il puzzo della fabbrica della farina di pesce. È il paesaggio tagliente del Wattenmeer, nella Germania del Nord, dove la donna ha deciso di tornare, dopo la scoperta del tradimento del compagno. Due stanze in affitto affacciate su una natura familiare, per curare la sua ferita senza bisogno di parole, lasciandosi invadere dall’aria di casa. In una geografia che riconosce, come un cieco gli spazi in cui è abituato a muoversi da sempre.


Rannicchiata nella grande poltrona sul balcone, Rania guarda i bagnanti concludere la giornata in spiaggia. Improvvisamente, davanti ai suoi occhi, lo scenario sbiadisce e lascia il posto ad altre immagini, che si sovrappongono a quelle reali, come in un’allucinazione: una piscina, una bambina che ci cade dentro, un ragazzino impietrito e immobile su una panchina davanti al mare. Ed ecco lei, Rania quindicenne, correre, tuffarsi, ripescare quel corpicino dal fondo, con i capelli fluttuanti come alghe.


Da quel giorno lontano, la piccola è diventata uno dei tanti “Figli dell’estate”, titolo dell’intenso romanzo della scrittrice tedesca Monika Held, il secondo edito da Neri Pozza (www.neripozza.it). Bambini strappati all’acqua e alla morte, ma condannati al coma vigile, menti assenti e annichilite, in corpi che continuano a crescere e a trasformarsi. Che cosa è successo alla bimba salvata e al ragazzino biondo con cui quel pomeriggio Rania condivideva la panchina e il contatto breve di una coscia? Perchè lei non li ricorda? E perchè non ricorda la fine di quella giornata, probabilmente una sequenza di urla, autoambulanze, luci, polizia, domande, genitori? Solo i nomi riaffiorano, a fatica: Malu la bambina, Kolja il fratello biondo.
Nella sua memoria dell’infanzia, Rania adulta scopre un buco, un’arbitrarietà incomprensibile, un’interruzione che la inquieta e la spinge a muoversi. Chi decide che cosa i ricordi trattengono e cosa lasciano andare? Comincia così il suo viaggio all’indietro nel tempo, sulle tracce di frammenti e di volti, di nomi e di circostanze, per riallacciare i fili della trama là dove si sono lacerati.



Monika Held, scrittrice  e giornalista


Con grande raffinatezza, mentre Rania avanza nella sua ricerca a ritroso - gli incontri con un vecchio compagno di scuola di Kolja, una dottoressa, la madre, l’amico Mark - la scrittrice ne precede i passi e ci racconta la vita del ragazzo dopo la tragedia. I genitori che si fronteggiano in un dolore che ognuno custodisce a modo suo, il trasloco della famiglia nella città della clinica specializzata dove la sorella cresce, l’implosione della coppia, le giornate anomale di un adolescente a contatto con bambini-vegetali, in cui si immedesima al punto da trasferire la sua vita nella loro. Nemmeno l’amicizia con Mark, un coetaneo che ama gli animali e d’istinto capisce come stimolare i sensi dei piccoli ricoverati, riesce ad aiutare Kolja, che insegue l’idea della morte, nelle orecchie la voce della madre che lo spinge a visitare la sorella, alla quale non riesce ad accostarsi: «Vai a vedere cos’hai combinato». Davanti agli occhi un’immagine affiora dal passato, l’unica che lo riscalda: Rania, i capelli al vento, piantata in mezzo alla strada, che cerca di bloccare il camion del trasloco.


Monika Held firma un racconto duro e raffinato sul senso di colpa (perchè mi sono distratto?, Kolja. Potevo salvarla?, è il pensiero che si aggira nel subconscio di Rania, cercando un modo per riaffiorare...) e sul mistero della memoria, delle sue scansioni e rimozioni. Sul dolore e sull’amore, senza leziosità. Sostenuti da una scrittura evocativa e insieme asciutta, che non scivola mai nel registro della commozione, i due livelli narrativi confluiscono in un finale sospeso. La terapia è affrontare, insieme, il peso di un’assenza, fisica o mentale. Il buco nero dove tutto è cominciato. —
@boria_a

domenica 19 agosto 2018

IL LIBRO

Rimpatriata di quattro amiche
le nonne di Sex&TheCity


Le ragazze di Rona Jaffe sono diventate grandi e per loro è arrivato il momento del bilancio. 1977, raduno annuale delle ex studentesse di Radcliffe, prestigiosa università femminile americana dove rampolle di ottima famiglia prendono la laurea giusta per un auspicabile matrimonio con qualcuno dei “cugini” di Harvard. Niente di troppo impegnativo, inglese o relazioni sociali, tanto per saper stare in società. Vent’anni prima, era il destino obbligato delle matricole Annabel, Chris, Daphne ed Emily: non “fare” il medico, ma “la moglie del medico”, ricca, annoiata, mediamente tradita e depressa, impeccabile nell’arte di organizzare ricevimenti e nascondere la propensione alla bottiglia. È andata davvero così a queste quattro donne, che si incontrano dopo due decenni nei loro vecchi dormitori universitari? O anche loro, come le protagoniste del primo romanzo e best seller di Rona Jaffe, “Il meglio della vita”, hanno cercato di affrancarsi dalla deriva della casalinghitudine, per quanto patinata?




Rona Jaffe - scomparsa nel 2005 a 74 anni - torna in libreria con “Riunione di classe”, uscito negli Usa nel 1979 e ora riedito da Neri Pozza. La stessa casa editrice nel 2007 aveva riscoperto “Il meglio della vita”, scritto a 27 anni e pubblicato nel 1958, ventun anni prima di questo romanzo, che è la sua continuazione ideale. Jaffe è stata una delle “sue” ragazze: laureata a Radcliffe, impiegata diventata in quattro anni editor della casa editrice Fawcett Pubblications di New York, lasciò il lavoro per dedicarsi alla scrittura. Per il primo libro aveva intervistato una cinquantina di donne e ricevuto la conferma che c’erano temi di cui volevano parlare: sesso, verginità, rapporti prematrimoniali, aborto, carriera, mobbing. In una delle ultime interviste, ha detto di aver scritto ”un Sex&TheCity senza il vibratore”, richiamando un parallelo che non le rende giustizia. Siamo negli anni ’50, il decennio della “lotteria genetica” (cattura l’uomo migliore, metti al mondo bambini perfetti...), dove non c’è spazio per l’insuccesso. Rompere le convenzioni sociali e il muro della morale accettata è l’inizio di una rivoluzione, sia per le signorine wasp, bianche e protestanti che sposano gli "Svedesi" di Philip Roth, sia per le segretarie che facilmente li inducono in tentazione.

Carrie e amiche ne godranno solo i frutti. 

A Radcliffe c’erano “regole” scritte e non scritte. Le prime vietavano i pantaloni a cena, le altre di calarli più di quanto necessario ad agganciare i pretendenti migliori. Comincia da qui il lungo flashback nei destini delle protagoniste della rimpatriata. Che non sono le dattilografe in cerca di indipendenza de “Il meglio della vita”, ma ricche debuttanti da cui ci si aspetta di essere pilastri del successo dei mariti. Entrambe hanno fatto delle scelte e spesso pagano un prezzo di tradimenti e solitudine. Annabel, bella e disponibile, è una madre single di ritorno dopo il matrimonio con un miliardario idiota e una lunga parentesi alcolica. Daphne, la più intelligente, deve liberarsi da un segreto e confrontarsi finalmente con un marito blasonato, che nella sua progenie non tollera difetti. Emily, ebrea e di ricchezza recente, non si è mai liberata dal senso di inadeguatezza, al fianco di un uomo di successo, innamorato ma insofferente. Infine Chris, la più moderna e inquieta, che per amore accetta l’omosessualità del compagno, a costo di continui patimenti.


Sullo sfondo la New York della “decadenza”, come sintitola la seconda parte del romanzo, che tra le strade di Manhattan si scopre omofoba, violenta, classista, razzista. Dietro l’angolo del perbenismo dorato, si prepara il decennio della paura: gli eccessi, poi la peste dell’Aids. Gli uomini ne escono male, forse troppo. Splendidi e opachi comprimari, accanto a donne acciaccate e ferite, ma sempre in lotta contro un ruolo assegnato. Così, tra pagine leggere, frettolosamente definite chick lit, letteratura da gallinelle, l’autrice racconta un momento cruciale per l’emancipazione, l’uguaglianza, il rispetto e la parità tra i sessi. E ha ragione lei, senza scomodare #metoo: non ci siamo ancora prese il meglio. 

@boria_a

domenica 4 febbraio 2018

 IL LIBRO

Se il figlio prediletto è "ricchjuni"







Sono passati vent’anni ma “ricchjiuni futtuti” e “pputtane” per i calabresi Lo Cascio sono sempre un’onta da lavare, anche col sangue. È il 1970: il giovane Nunzio Lo Cascio, riccioluto talento del calcio, viene sorpreso in auto con un altro uomo. La spedizione punitiva di tre incappucciati si accanisce senza pietà su Nuccio, il compagno di squadra che ama segretamente da due mesi, e lo ammazza a bastonate sotto i suoi occhi, abbandonandone il corpo in aperta campagna.

1990: Annina, la nipote di Nunzio, che sogna di fare teatro, compie diciott’anni in un audace vestito rosso con spacco fino alle cosce. Nulla è cambiato nella famiglia feroce e chiusa dei Lo Cascio, dove il capofamiglia Santino, fratello di Nunzio, che vende pesce in tutto l’Aspromonte e ha rapporti con la ’ndrangheta, cerca di ridurre la ragazza ribelle a una “fimmina” di casa, ovvero domata e invisibile, arrivando a segregarla seminuda in una masseria. Ma c’è un possibile marito da agganciare, e davanti alla sua Ferrari rossa e agli ammanicamenti criminali importanti, Annina diventa merce da esporre nell’involucro più vistoso, con buona pace dei pettegolezzi di paese.


Un filo tenace intreccia le vicende dello zio omosessuale e della nipote ribelle nel libro “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti (Neri Pozza, pagg. 232, euro 16,50) autrice di romanzi per ragazzi pluripremiata e tradotta in venticinque paesi, che si misura ora con una storia adulta, dolorosa e crudele, di ricerca della felicità. Una storia che si rincorre negli anni, da Londra, la città in cui la famiglia ha spedito in tutta fretta Nunzio, schiantato dal dolore e dall’orrore (forse ha intuito da subito chi ha giustiziato il suo uomo...), e Milano, dove Annina riesce finalmente a scappare per rincorrere il sogno dello spettacolo.


 
Angela Nanetti


 

Sulla copertina, il profilo angelico di un ragazzo dai capelli morbidi, quasi il Timothée Chalamet di “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino. La vicenda di Nunzio, infatti, e del suo tormentato percorso per superare il trauma della morte di Nuccio e lasciarsi alle spalle per sempre una condizione vissuta con vergogna, per diventare uomo libero a tutto tondo e non solo gay dichiarato, è lungo e costellato da incontri importanti. Una sorta di formazione, di alfabetizzazione sentimentale e sessuale.

Con Thomas, il giovane di sangue blu che ha rinnegato la famiglia per abbracciare il comunismo, Nunzio comincia ad aprirsi, a raccontare della violenza del passato e della solitudine del presente. È un primo passo, ma il suo interlocutore, ambiguo e inafferrabile (come la sua sessualità), non può diventare un compagno di vita. Nè amante nè amico cameratesco, gode di un’educazione privilegiata che gli ha insegnato l’arte di ascoltare, se non di empatizzare. Forse proprio per questo, durante lunghe passeggiate nei luoghi londinesi di Marx, Nunzio riesce a liberarsi dai sensi di colpa e a guardare senza sofferenza quello che è.


Seguiranno altri incontri maschili, in una sorta di frenetica bulimia sessuale, fino all’ultimo con il fotografo Funny, amante e pigmalione. La felicità di riuscire a definirsi senza più vergona, lo spinge a chiamare casa, a parlare con la madre Carmela, rocciosa nel suo amore per quel figlio perduto, che non vuol tornare. Lui promette, lei vivo non lo rivedrà più.


Carmela è personaggio defilato eppure centrale, il perno delle vicende dei consanguinei. Coriacea e manipolatrice. Odia la nuora, la madre di Annina, alla quale imputa l’esigua discendenza del figlio Santino. Di lui conosce la brutalità (come di Nunzio la diversità), e probabilmente la parte avuta nella partenza del fratello, ma nè lo condanna nè lo allontana, anche se il lettore intuisce che sarebbe “fimmina” con la forza di imporsi. Un unico obiettivo la divora, ritrovare tracce di Nunzio, e alla sua testarda e inesausta ricerca del figlio prediletto piega senza scrupoli l’inconsapevole nipote Annina, favorendone la fuga da casa, sotto gli occhi del padre Santino.


Non si può dire di più senza svelare la trama. Che ha felici intuizioni nel tratteggiare i personaggi maschili, nonostante una certa ripetitività di situazioni inceppi il processo di liberazione del protagonista. Più sbiadite le donne, inclusa Annina, l’unica che parla in prima persona. Fa eccezione la matriarca. «E chistu Funny chi è? Nu ricchjiuni pure lui? E a Nunzio gli voleva bene?», insiste Carmela. Ricevuta la rassicurazione della nipote, con una battuta restituisce un paese, un universo di relazioni: «Tuo nonno non mi disse mai che mi voleva bene, per fottere non serviva».

@boria_a

venerdì 26 agosto 2016

IL LIBRO

 Truman Capote e la morte dei cigni






Lui, l’elfo colto e affabulatore, intelligente e spietato, il “finocchio tascabile” che sapeva rendersi gradito, e indispensabile, a signore ricchissime e annoiate. Un animale da salotti di Park Avenue, sempre pronto a ricevere e custodire confidenze, a fare incetta dei frammenti dell’infelicità altrui. Lei, la più bella delle sue amiche, la regina di quel piccolo, esclusivissimo, gineceo di gran dame dai cognomi altisonanti e foderati di soldi, efebica ed eterea, mai un’imperfezione, uno sbavo nel make up, mai un gioiello non adeguato all’abito e al contesto.

Truman Capote e Babe Paley. Si amano di un amore impossibile, lo scrittore acclamato di “A sangue freddo”, omosessuale dichiarato, e la miliardaria sposata in seconde nozze col fondatore della Cbs. L’unico amore possibile tra loro, diversamente e ugualmente, in fondo, feriti, Truman da una madre che l’ha abbandonato, Babe da un marito che la tradisce: un’alchimia di tenerezze e sfrenatezze, pettegolezzi e confessioni, mondanità e inutile intimità, balli e champagne, fino a quando quell’equilibrio tra diseguali, quella dipendenza dorata e malata, andrà in pezzi come il mondo a cui appartiene.



Truman Capote e Babe Paley


Babe Paley è uno dei “cigni” di Truman Capote. Le altre sono Gloria Guinness, Pamela Harriman, Slim Keith, Marella Agnelli, C.Z. Guest, facoltose mogli di mariti potenti e fedifraghi, alla cui corte, tra ricevimenti e inviti in ville e yacht, Truman viene ammesso e poi si annida, ascoltatore assiduo e brillante, grande orecchio di frustrazioni e amarezze varie, dispensate con l’implicito patto della segretezza. Truman “Cuore Sincero”, come lo chiamano, che di Marella, dice, «poteva essere una creatura di Botticelli, se Botticelli avesse avuto più talento!». 


Si apre a “La Côte Basque”, il famoso ristorante francese di Manhattan, il 17 ottobre 1975, lo splendido “I cigni della Quinta Strada” di Melanie Benjamin (Neri Pozza, pagg. 370, euro 18,00), il racconto romanzato, spietatamente verosimile, del tradimento di Capote - a quel tavolo di ristorante definito ora il “nanerottolo”, il “bastardo”, la serpe in seno, in un fremito scioccato di perle e piume sopra le coppe di Cristal - nei confronti delle sue coccolate vestali. E soprattutto di Babe, l’amatissima, che di quei panni sporchi, per quanto griffati Chanel e Balenciaga, messi volgarmente in piazza, di quei tradimenti dati in pasto a tutti, morirà, consumata in egual misura dal cancro ai polmoni e dal disinganno.
Di che cosa si è macchiato l’elfo dalla pronuncia blesa? Quel giorno del ’75 era uscito sulla rivista Esquire l’atteso racconto “Le Côte Basque 1965” (parte di un romanzo, “Preghiere esaudite”, mai completato), in cui un Capote grasso e pallido, come appariva sulla copertina del magazine, raccontava l’anno più splendido, il 1965 appunto, dei suoi cigni e del loro mondo sideralmente privilegiato, in quel ristorante francese, tempio mondano del pettegolezzo.
Neanche dieci anni erano passati dal successo di “A sangue freddo”, pubblicato nel 1966, e dal “Black and White Ball”, organizzato da Capote nel novembre dello stesso anno all’Hotel Plaza di New York, l’evento mondano del secolo per cinquecento selezionatissimi invitati con obbligo di maschera (c’erano i Vanderbilt e gli Agnelli, John ed Edward Kennedy e i duchi di Windsor, Warhol e Nureyev, i Ford e i Rothschild, Stavros Niarchos e i Ford, Arthur Miller e John Steinbeck, Frank Sinatra e Mia Farrow...) il party con cui lo scrittore nato povero e diventato celebre e ricco, ricambiava i suoi favolosi amici, finalmente nella parte di munifico (e perfido) anfitrione.


 
Marella e Gianni Agnelli al "Black and White Ball" di Truman Capote. Lei indossa un abito da sera firmato Mila Schön




 


 
Lee Radziwill e Truman Capote al "Black and White Ball". Anche Lee veste Mila Schön



Ne “Le Côte Basque 1965” Capote denudò i suoi cigni. Divulgò paure e origini plebee, infelicità e superficialità, alzò il prezioso tappeto sotto cui si nascondevano i letti frequentati, le corna, il disinteresse per i figli, l’orrore del cedimento fisico e i lifting, la fatica di portare sulla schiena l’impegno di essere sempre magnifiche mentre avanzava l’era nuova delle bellezze anoressiche e asessuate alla Twiggy.


Babe Paley fotografata da Alfred Eisenstaedt per "Life"


Ann Woodward, di cui, sotto un nome finto ma facilmente riconoscibile, Capote rivelò l’assassinio del marito tenuto segreto dalla famiglia, si suicidò con in mano il numero di Esquire alla pagina di “La Côte Basque 1965”. Babe Paley apprese dal racconto i particolari trash dell’ennesima storiazza del marito, forse con la migliore amica. Nessuno dei cigni perdonò al loro protetto di aver fatto quello per cui l’avevano accolto e vezzeggiato: lo scrittore. Che di tutto poteva dire fuorchè di loro e della loro Camelot che si sbriciolava, mentre lui, che l’aveva lusingata e cinicamente spiata, ne seguiva il declino.

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domenica 12 giugno 2016

 IL LIBRO

Silvio Perrella e le scorciatoie fulminanti di Saba

Umberto Saba



Saba, berretto pipa bastone. “Uno, ramingo in un’Italia di macerie e di polvere”. Il poeta che avrebbe voluto essere stanziale e che le miserie della Storia costrinsero a scendere e risalire l’Italia, alla ricerca di pace. Che, nel ’48 a Milano, dopo aver saputo il risultato delle elezioni e il trionfo della Dc, vociferava un “porca, porca”, riferendosi all’Italia. Saba che andava subito al sodo, inscindibile dalla sua città, la Trieste dei saliscendi, delle connessioni tra alto e basso.

Diceva che essere nato qui lo aveva messo in una situazione di ritardo rispetto alla cultura italiana. Non rientrava nella “sincronicità” letteraria del suo tempo, non gli si poteva trovare un equivalente straniero sotto il cui blasone accasarlo, a differenza di Montale e Ungaretti paragonati a Eliot o Mallarmè. Il suo saggio per la Voce, “Quel che resta da fare ai poeti”, del 1911, rimase inedito: solo alla sua morte si seppe che ai poeti resta da fare la poesia onesta. Quella che va al cuore delle cose, che cerca l’essenziale. Un auspicio che si estese presto alla sua prosa, come in “Scorciatoie e raccontini”, raccolta di pensieri, aforismi, brevi scritti, edita nel 1946 da Mondadori. Scorciatoie ovvero “sentieri per capre”, diceva Saba, pensando all’orografia di Trieste. Sulla pagina diventano sguardi trasversali, paesaggi delimitati da cornici, scorci. Prosa chiara, diagnosi altrettanto. Se Montale ripete «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, Saba guarda in faccia il disagio del suo tempo, leggi segni premonitori di quello futuro, della civiltà di oggi. E ci lascia una scorciatoia memorabile, che fulmina l’Italia in poche righe: non abbiamo mai avuto una rivoluzione, perchè siamo l’unico popolo che ha un fratricidio, e non un parricidio, alla base della sua storia.



 


Di Saba grande prosatore ci racconta il critico siciliano Silvio Perrella in “Addii, fischi nel buio, cenni” (Neri Pozza, pagg. 383, euro 18,00), antologia di saggi - il cui titolo si rifà a un verso di Montale - composti nel corso di trent’anni sugli scrittori nati tra le due guerre, a volte nello stesso anno del fascismo. Italo Calvino, Goffredo Parise, Lalla Romano, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Cesare Garboli, Franco Fortini, e ancora Sereni, Caproni e Saba, questi ultimi come prosatori. Sono gli “antenati”, quelli che furono giovani nel momento in cui l’Italia diventava repubblica e che, anche indirettamente, contribuirono alla sostanza della Costituzione. Perrella vuole che i loro “addii”, i loro “fischi” e “cenni” continuino a parlarci, perchè in ognuno di loro “scrivere e vivere” non erano fenomeni disgiunti e «perchè la mia generazione - spiega l’autore - ha guardato a loro come a dei punti di riferimento, come al fondale dentro il quale situare i propri gesti letterari e vitali».



Silvia Perrella

 

Delle scorciatoie di Saba, Perrella scrisse nel 2011: «Temi, figure, attitudini, storie sono in gran parte attinti dal serbatoio del Novecento, e oggi che al Novecento abbiamo detto addio potrebbe sembrare che si tratti di un libro caduco. Se fosse così, bisognerebbe spiegare perchè nel vociferare del poeta che dice porca all’Italia sentiamo oggi - proprio oggi - la voce di un fratello maggiore a cui non vorremmo mai e poi mai tagliar la testa».

giovedì 2 luglio 2015

IL LIBRO

Effie Gray e John Ruskin, matrimonio bianco
tra le ipocrisie vittoriane


Suzanne Fagence Cooper firma una minuziosa biografia che racconta anche pregiudizi, segreti e scandali della Londra di metà '800





La copertina del libro di Suzanne Fagence Cooper (Neri Pozza)
Un matrimonio non consumato. Un triangolo amoroso che dà scandalo sociale. Un annullamento e un nuovo vincolo benedetto da molti figli, ma su cui si allunga l’ombra di divagazioni quasi pedofile. Al centro di questo intrigo sentimentale dai contorni ambigui, che scosse i rigidi codici della società inglese di metà ’800 e fornì ottimo gossip ai salotti della capitale, c’erano John Ruskin, critico d’arte tra i più famosi del suo tempo, e la giovane moglie Effie Gray, scappata dalla casa coniugale in una fredda mattina dell’aprile 1854 per far ritorno dai suoi, in Scozia, moglie ormai da sei anni e ancora illibata.
Perchè mai John, animo sensibile, inquieto, ardente, adorato dalla società colta della capitale dopo il suo tributo a William Turner pubblicato in “Pittori moderni” uscito nel 1843, si rifiutò di toccare la bellissima e delicata consorte? Perchè posticipò per anni l’amplesso e la costrinse, consumata nei nervi, prima ad abbandonare il tetto coniugale, con un pubblico scandalo che avrebbe potuto annientare la sua reputazione di critico, e poi a intraprendere un altrettanto trasgressivo processo per tornare libera e convolare a nuove nozze?
Di questo torbido feuilleton vittoriano, che ha avuto anche una versione cinematografica sceneggiata da Emma Thompson, si occupa Suzanne Fagence Cooper nel suo “Effie Gray” (pagg. 365, euro 17,50) pubblicato da Neri Pozza. Che l’autrice sia un’ex curatrice e ricercatrice del Victoria & Albert Museum di Londra, esperta di arte vittoriana e preraffaellita, si capisce perfettamente dal taglio dato alla storia: pur trattando materiale scabroso, almeno per i parametri dell’epoca, la vicenda è mantenuta in equilibrio tra il romanzo e il saggio divulgativo, azzeccando, soprattutto nella prima parte, relativa alla vedovanza bianca di Effie, piacevolezza narrativa e ricostruzione sociale e d’ambienti.


Dakota Fanning ed Emma Thompson in "Effie Gray"

Ma chi era il terzo uomo del triangolo, poi secondo marito della protagonista? Effie, affascinante ma anche brillante, non dovette cercare lontano per risarcire cuore deluso e corpo ignorato. S’innamorò, infatti, di John Everett Millais, talento giovane e precoce di quella Confraternita di preraffaelliti che il critico Ruskin proteggeva e patrocinava e che l’aveva ritratta più volte, col consenso, anzi con la compiacenza del marito, quando vivevano tutti sotto lo stesso tetto, nel cottage vicino a Glenfinlas. Strano menage a trois, tra arte, tanti sospiri e niente sesso (al processo Effie risulterà vergine), che lasciava indifferente Ruskin, anche quando lei posava, languida e tutt’altro che passiva davanti all’adorante Millais. Attaccatissimo agli anziani genitori, da cui si trasferiva ogni mattina per scrivere, piantando in asso la moglie, Ruskin non poneva ostacoli alla vita mondana di lei e alle attenzioni maschili che la circondavano, considerandole quasi un indispensabile corollario al suo status sociale e alla sua fama. 
Sul rifiuto a consumare il matrimonio, non ci fu mai una spiegazione sola. Il critico accampò scuse religiose, perchè l’atto avrebbe dovuto compiersi in periodo quaresimale, poi fastidio per eventuali figli e per lo sformarsi del corpo adolescenziale della moglie, che aveva conosciuto dodicenne e che tale, almeno fisicamente, voleva si conservasse. Infine disse di «essere rimasto disgustato dalla sua persona», quando l’aveva vista la prima notte di nozze: pare non si spinse nemmeno fino al pube e che bastarono i peli delle ascelle a schifarlo. 
agence Cooper ha avuto accesso a un carteggio della famiglia Millais e ci racconta anche il “capitolo secondo” di Effie, dove il film non si addentra. Otto gravidanze, una vita domestica tormentata da lutti e malattie della prole, la cura e il sostegno alla carriera in ascesa del marito, che divenne presidente della Royal Academy. Venne presto il momento, però, in cui Everett la vide solo come una placida consorte e cominciò a ritrarre la cognata, Sophy, pre-adolescente. Un dipinto della ragazzina tredicenne, eseguito dal pittore a ventotto anni, nel 1857, fu tenuto celato fin dopo la sua morte e poi venduto in fretta e furia a un collezionista per l’eplicita carica erotica che faceva sospettare un rapporto tra i due non solo parentale. È l’aspetto più inquietante di questa minuziosa biografia. L’attenzione sessuale dell’età vittoriana verso i bambini, visti come oggetto di desiderio, che singolarmente attraversa la vita di Effie e dei suoi due mariti.

@boria_a
L'autrice Suzanne Fagence Cooper (f. The Press)

martedì 6 aprile 2010

MODA & MODI

Il bon ton non c'entra con l'happy hour

Donne con le gonne, ma soprattutto con le forme. Schiene piene e ben disegnate, vite ampie, décolleté rigogliosi. Che cosa succede se top model neomamme, sfoggiando le rotondità della recente gravidanza, sfilano inpasserella senza sottoporsi a snervanti digiuni? Che la moda ha riaperto un capitolo, delizioso, del suo passato, quello tra gli anni Cinquanta e i primissimi Sessanta, popolato da silhouette morbide che si appoggiano, una volta tanto, su entrambi i lati, A e B, avvolte in vestiti e consistenze che li esaltano.
Da Parigi a Milano rimbalza lo stesso "mood". Per gli appassionati di prodotti televisivi di nicchia (da noi, almeno), l'accostamento è immediato: la moda si ispira alle protagoniste della pluripremiata serie televisiva Mad Men, alle tornite signore che, nell'era kennedyana, lavorano in un'agenzia pubblicitaria newyorkese sulla Madison, con i loro delicati twin-set e chemisier, le gonne a ruota e il punto vita restituito dalla cintura, i colletti infantili e le cascatelle di rushes sulle camicette, i tweed spessi, che non hanno paura di aggiungere centimetri a centimetri già abbondanti. Non a caso, una delle protagoniste, Peggy Olson, la timida ma determinata segretaria che diventerà rapidamente copy writer, nella prima serie riesce a scodellare un bebè senza che nessuno dei famelici e sessisti executive che popolano l'agenzia si accorga di nulla, limitandosi al massimo a qualche commento sulle sue misure lievitanti.
Come accadde a Patricia Field per i vestiti di Sex&TheCity, Janie Bryant, la costumista di "Mad Men" regina del vintage, che ha ricreato in modo sublime il guardaroba dei Sixties, è già diventata una star in America: gli stilisti dichiarano apertamente di pescare dalle sue idee, Brooks Brothers e Banana Republic l'hanno ingaggiata per collaborare a serie limitate, il gusto retrò spopola nelle vetrine di Manhattan e i negozi dell'usato, anche quelli respingenti dell'Esercito della salvezza, sono diventati miniere da esplorare.
Certo, è improbabile che i suoi stupendi abiti da cocktail possano essere esportati in quei finti, tristi, omologati raduni che sono gli happy hour. Abiti alla Grace Kelly, cui la Bryant ha confessato di ispirarsi, sbracciati e regalmente scollati, con fantasie di grandi fiori e colori zuccherosi. O che il lui di turno indossi un completo scuro, il gilet e la cravatta sottile o, addirittura, altro fresco "repechage", il papillon.
Ma il revival è nell'aria, come voglia di pulizia, di bon ton, di sobrietà. Le reminiscenze anni '60 dell'ultima collezione di Prada, portate in passerella da modelle con fianchi e seno, sono raffinati abiti tagliati in  vita, maglioncini fermati dalla cintura, alti chignon trattenuti da una fascia. Vuitton ha proposto una florida Laetitia Casta, al suo terzo pargolo, con l'abito dalla gonna vasta sottolineata da un fiocco di velluto in vita e lunghi guanti color mou. Proprio come quelli, di capretto, che indossano le protagoniste del romanzo di Rona Jaffe, "Il meglio della vita", (anno 1958, riedito nel 2007 da Neri Pozza), uno delle storie importanti della letteratura femminile americana. È il gennaio 1952 e dalla metropolitana newyorkese escono centinaia di giovani donne, tailleur di tweed e guanti di capretto, per andare alla conquista di "the best of everything"...
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Peggy Olson della serie Mad Men (l'attrice Elisabeth Moss)