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lunedì 23 settembre 2024

 LO SCRITTORE

Umberto Saba e il Giappone che non vide mai

 

 

Umberto Saba sulle Rive di Trieste, quando ancora vi passavano i treni

 

 Si intitola “Intermezzo quasi giapponese”, la plaquette di Umberto Saba, tirata in due, tre copie, che la Biblioteca Hortis ha appena acquistato per il nuovo Museo della Letteratura di Trieste, Lets, in previsione dell’apertura della sala dedicata al poeta. Ma che cos’è quest’Intermezzo? Nell’aprile 1917 Saba scrive all’amico avvocato fiorentino Aldo Fortuna, di aver composto circa una quarantina di “Poesie giapponesi” di tre o quattro versi, che rappresentano il suo testamento artistico. Come al solito la libreria annaspa e Saba ha l’idea di pubblicare opere di pregio, in poche copie, per suscitare l’interesse dei bibliofili e spingerli a farsi concorrenza tra loro per accaparrarsele.


È l’ennesima strategia di marketing editoriale messa in campo dal poeta, dopo altre iniziative di scarsa fortuna. Il magazzino della libreria non si alleggerisce e il varo dell’«Editrice La libreria antica e moderna», inaugurato dalla pubblicazione del volumetto “Tentativi d’arte di Enrico Elia”, in vendita a tre lire, non ha dato i risultati sperati. Anzi, è stato un fallimento. «Io che non amo che cose buone, maturate in silenzio e con lentezza, mi trovo obbligato a dover fare ogni giorno dieci e più cose diverse; libreria, reclami per cinematografi, preoccupazioni familiari, questioni con le disordinatissime Messaggerie etc. etc. E con tutto questo strappo appena da vivere; mentre gli ebrei che ho d’intorno, sanno guadagnare 10.000 lire con un semplice colloquio al caffè”, si lamenta Saba con l’amico vociano Papini.

 

L'Intermezzo quasi giapponese conteneva 17 componimenti brevi

 

Come far soldi, dunque? Nasce da qui l’idea di percorrere la strada delle chicche per collezionisti: “Cose leggere e vaganti” viene pubblicato in 35 copie, il Canzoniere in dieci libretti singoli. Anche le “Poesie giapponesi” rientrano in questa operazione. I circa quaranta componimenti di pochi versi di cui Saba ha informato Fortuna non riescono a trovare un editore e il poeta deve inventarsi un modo per solleticare l’aspettativa degli intenditori. Spiega tutto nel colophon dell’Intermezzo acquisito dalla Biblioteca, che contiene 17 brevi componimenti: «Tra un sogno e l’altro - un intermezzo di versi - ho raccolto alcuni giocattoli scritti in tempo di guerra. A rendere meno aride queste parole ecco il frontespizio con un disegno di Vittorio Bolaffio, lui amico dell’Oriente, e la confezione di Virgilio Giotti, poeta e libraio come me».


Ma il Giappone? Nessuno di loro l’ha di certo visitato, forse solo orecchiato dai racconti dei fuochisti del Lloyd. Il filologo Arrigo Castellani ammette che Saba abbia letto l’antologia di poesie “Note di Samisen”, edita da Carabba nel novembre del 1915 e fondamentale per l’introduzione in Italia della lirica tradizionale giapponese, ma ritiene che che haikai e tanka abbiano agito su di lui piuttosto come stimoli a una personale riscoperta dell’epigramma. I componimenti dell’Intermezzo, che risentono dell’influenza de “Il porto sepolto” di Ungaretti, riprendono stati d’animo, momenti atmosferici, vite di animali. Il Paese del Sol Levante non c’entra nulla e lo dice lo stesso Saba nei versi della poesia “Viaggio al Giappone”: «Nell’antico Giappone (io mi dicevo) son gli stessi viali che ho lasciato là, in Europa... Due passi, e al luogo amato parmi d’essere. E c’ero infatti. Avevo d’esser lungi sognato».


Quelle che non mancano sono le suggestioni visive. Il Circolo Artistico Triestino aveva organizzato alcuni anni prima della plaquette giapponese due mostre d’arte orientale, una nel 1908 curata da Carlo Wostry e l’altra nel 1912 affidata ad Argio Orell.
Come già fatto in passato, Saba dissemina indizi di questo suo “testamento” in edizione limitata, fa circolare manoscritti e dattiloscritti, pubblica qualche testo sulle riviste, come spiega nel volumetto “Intermezzo quasi giapponese” la curatrice Maria Antonietta Terzoli, ricostruendo la “mappa” promozionale dell’opera.


Ma il marketing del poeta è poco efficace. Una copia dell’Intermezzo la regala allo scultore Ruggero Rovan, che a sua volta la dà a Bruno Astori perchè la pubblichi sulla rivista del Lloyd “Sul Mare”, per farla poi ritornare nelle mani di Anita Pittoni. La stessa copia, attraverso Giotti, arriva al poeta Carolus Cergoly. Passaggi di mano nel suo circolo di amici e intellettuali che non risollevano i conti.


Intanto, il fascino giapponese che attraversa i primi decenni del Novecento continua a catturare anche Trieste e Saba non ne è immune. Nel dicembre 1930 la libreria pubblica il catalogo n. XXXII che contiene una sezione dedicata a libri illustrati dell’arte giapponese (le “Vedute del fiume Yeddo” di Hiroshige e le “Cento vedute del vulcano Fugi-yama”, in tre volumi, di Hokusai). Anche nel catalogo n. XXXVI dell’ottobre 1931 compaiono gli album di stampe giapponesi “provenienti da una grande collezione”. Dopo gli anni Trenta in città si apre la Mostra dell’Estremo Oriente a cura di Oreste Basilio, dove spiccano due sale con la “raccolta di stampe colorate giapponesi del cav. Morpurgo De Nilma” con opere di Outamaro, Hokusai, Hiroshige e la collezione di pannelli giapponesi della baronessa Mary de Albori.


L’«Intermezzo» è stato acquisito dalla Biblioteca Hortis dalla Libreria Drogheria 28 di Simone Volpato - che da anni studia con Marco Menato l’antro di Saba, le sue relazioni con i clienti, la struttura dei cataloghi - e ha trovato collocazione nella collezione di Lets proprio alla vigilia dell’apertura al pubblico, il 13 settembre 2024. Il Giappone del poeta era vicino: “Ebbi un solo, per lunghi anni conforto:/ dove gli altri eran tutti a lavorare/ io di Trieste per le strade e il porto a bighellonare”.

domenica 12 novembre 2023

LA STORIA

Cade a pezzi la libreria di Saba a Trieste

Appello per salvare "l'antro oscuro" del poeta

 

Fotoservizio di Andrea Lasorte per Il Piccolo di Trieste

 




 

«No, non si può visitare, mi spiace. Ma vi racconto la sua storia». Il gruppo di turisti americani staziona stoicamente sotto una pioggia impietosa davanti alla vecchia saracinesca abbassata al numero 30/b di via San Nicolò. “Libreria antiquaria Umberto Saba” dice la scritta sul vetro a mezzaluna, tenuto insieme da una striscia di nastro adesivo. Chiuso per malattia, recita il post it sulla porta, messo da un commerciante vicino. Volonterosamente la guida turistica cerca di mitigare la delusione dei visitatori, raccontando del vecchio poeta e dei versi scritti dietro quei muri.


È chiusa da cinque mesi la libreria di Saba, da quando il suo proprietario, Mario Cerne, si è ammalato. Un lungo periodo che ha aggravato anche le condizioni del luogo, dei pavimenti, dei soffitti, dei ripiani di legno che corrono fino al soffitto. In alcuni punti sono incurvati, sembrano soccombere sotto il peso dei libri e di cotanta storia dimenticata.

 


 


A improvvisarsi cicerone è l’avvocato Paolo Volli, responsabile del patrimonio immobiliare della Comunità ebraica, proprietaria dell’intero immobile e quindi anche dei muri della libreria. Alza la saracinesca, accende la luce da un vecchio interruttore introvabile dietro la porta d’ingresso, cammina sulle tavole di truciolato compresso messe provvisoriamente a riparare il cedimento di alcuni parchetti a spina di pesce. Da sotto i rattoppi esce una terra spessa, che s’intravede qua e là. Non è facile procedere lungo le stanze, letteralmente manca il terreno sotto i piedi.


La famiglia Volli è legata a Saba da un rapporto antico: il nonno di Paolo, Ugo, avvocato anche lui, con lo studio in via San Nicolò aperto nel 1929 e poi a lungo portato avanti dal padre Enzio, gli raccontava che una parte dei libri della loro biblioteca legale si era salvata dallo scempio dei tedeschi perché Saba aveva dato ricovero ai volumi nella sua libreria, al piano terra dello stesso edificio. Altrimenti avrebbero seguito la triste sorte degli altri, fuoco per riscaldare una casamatta.

 


 


Ora è tempo di ricambiare il favore. E Volli lancia un appello alla città, propone una sottoscrizione pubblica per salvare la libreria di Saba dal suo inarrestabile degrado. Alcuni privati si sono già messi in cordata, ma ne servono molti di più. I lavori dovrebbero partire entro l’anno, per durare circa otto mesi, con ditte e restauratori della città guidati dall’architetto Aulo Guagnini, incaricato dalla Comunità ebraica, lo stesso che ha seguito la nascita del Caffè Sacher di Trieste nel magnifico ex negozio Rosini. La Comunità sta impiegando energie e tempo nella regia dell’operazione, ma interviene anche con un impegno finanziario.

 


 

La cifra del preventivo è importante, centodiecimila euro salvo sorprese, che probabilmente non mancheranno. E bisogna muoversi tra mille cautele e pastoie: su tutto l’immobile insiste un vincolo paesaggistico e storico, sulla libreria quello di studio d’autore, i settecento volumi con la sigla manoscritta di Saba e i suoi cataloghi sono intoccabili. Manca un’archiviazione dei volumi, al punto che non si sa nemmeno di preciso quale possa essere il valore “commerciale” dell’azienda. Accanto ai libri antiquari in più lingue, alle “Poesie” di Saba del 1911 e alla prima edizione del “Canzoniere”, sotto la sinfonia di tomi della Geografia Universale Utet spunta un Ken Follett e un libriccino del 2023 sul significato della parola “Amen”. Sembra una beffa affatto casuale. L’appello è esteso dunque a studenti, laureandi, ricercatori in archivistica, per riordinare definitivamente il patrimonio librario.


Bisogna fare ordine, innanzitutto, continuando un intervento già iniziato di ripulitura dal ciarpame accumulato negli anni. I libri - la massiccia scrivania che non passa dalla porta, certamente montata in loco e altri mobili inamovibili - andranno tutti ricoperti prima di alzare i parchetti, che verranno restaurati con la stessa essenza e colore originari. I più rovinati finiranno in fondo, quelli in migliore stato di conservazione saranno portati avanti. Prima di ri-appoggiare il pavimento dovrà essere realizzata una conca di cemento armato impermeabilizzata per scongiurare infiltrazioni. La carta da parati, in più punti cadente e strappata, è ottocentesca: dovrà essere pulita, mantenuta e, dove irrecuperabile, sostituita da tasselli color tortora per simulare la continuità cromatica.

 


 


Alle librerie servono puntelli, ma le “pance” scavate dal tempo verranno rispettate. Le due “torri” librarie della seconda stanza pare possano essere spostate, una sola ridisegnerà l’«antro oscuro» di cui Saba si invaghì e comprò a stretto giro nel 1919. Voleva rivenderlo e guardagnarci sopra, finì per seppellircisi con i suoi tormenti e la dannazione dei magri clienti. Al centro, in una teca di vetro, la macchina da scrivere del poeta. Ci scrissero sopra i ragazzi di una scuola, il ringraziamento a Mario Cerne che durante una visita aveva insegnato loro il funzionamento di quell’arcaico strumento con i suoi duri tasti ticchettanti. Da un cassetto spuntano le schede metalliche col nome dei clienti per la confezione delle etichette, tutte rigorosamente ordinate da Saba, insolventi compresi.

 


 


 


Nemmeno i monumentali termosifoni possono essere rimossi, ma si provvederà a riscaldare con un nuovo impianto. Nuovo sarà anche quello elettrico, con illuminazione “wall washer” sopra le librerie e di stanza in stanza meno forte, così da evocare la suggestione del luogo, «riproporre l’idea dell’antro con i libri illuminati, riportando il visitatore indietro nel tempo», spiega Guagnini. Chissà se i crocieristi che schiacciano il viso tra i rombi metallici della saracinesca si sentono investiti da quella potenza simbolica di cui parla Giampiero Mughini, cultore affezionato.


«Sarà un’operazione storica, culturale e certamente anche turistica» sottolinea Paolo Volli lanciando la sottoscrizione. Il conto bancario è stato aperto, chi volesse donare per il “Restauro libreria antiquaria Umberto Saba” può farlo con l’Iban IT78F0306909606100000199505. «Una sfida culturale che parte da zero e si rivolge alla città» aggiunge Guagnini.


Ma il futuro? «Mario Cerne si tiene in contatto continuo, se si sentirà in forze ritornerà al lavoro. Altrimenti - prosegue Volli - magari deciderà di cedere la libreria alla Comunità ebraica, vedremo poi in quale forma giuridica, che potrebbe realizzarne una parte di museo diffuso o, a sua volta, affittarla a un nuovo gestore con tutti i suoi vincoli. Intanto, pensiamo a renderla nuovamente agibile e fruibile».

 

Umberto Saba nel ritratto all'interno della libreria

 


All’uscita una coppia di ragazzi di Belgrado sbircia speranzosa attraverso la porta che si sta chiudendo. Volli si fa blandire e i due azzardano qualche passo tra la polvere e i rattoppi di tutto quell’abusato immaginario collettivo che va in pezzi, perlopiù nell’indifferenza.

sabato 12 dicembre 2020

L'INEDITO

 

I segreti di Umberto Saba: un figlio naturale

e due commesse che si avvelenarono per lui 




5 marzo 1955, Umberto Saba scrive al suo medico, Umberto Levi, primario nella clinica San Giusto di Gorizia. È la lettera numero tredici del piccolo carteggio tra il poeta e il dottore. Una confessione, finora inedita e dal contenuto scioccante, perchè conferma illazioni già da tempo in circolazione su un oscuro e terribile privato di Saba: l’esistenza di un figlio, Sergio, mai riconosciuto e il suicidio di due sorelle, Margherita e Malvina, entrambe commesse della libreria, che si avvelenarono a breve distanza l’una dall’altra il 19 aprile e il 20 giugno 1922.


Quello che scrive al dottor Levi è un Saba minato nel fisico, bisognoso di continue dosi di morfina, querulo e annebbiato, ma sempre sottilmente manipolatore (glielo imputava lo stesso Bazlen, quando di lui diceva: “ha fatto della sua malattia il suo monumento ed anche un terribile meccanismo per creare negli altri dipendenza affettiva e amorosa”). Scrive dunque Saba a Levi: «Sono tremendamente solo anche perchè ho preteso questa condizione. Non ho mai voluto che qualcuno potesse prendersi cura di me perchè mi sarei sentito offeso e in colpa. Dapprima verso mia figlia che non ha la tempra mentale per curarmi e sollevarmi... Avrei voluto che a prendersi cura di me ci fosse un figlio più forte; lo avrei avuto se non l’avessi respinto. Ma come potevo, stretto dall’odiato-amato amore di due donne, presentare un figlio? Per giunta sano e di un’altra donna? Lina ne sarebbe morta».


La scottante lettera numero 13 fa parte del Fondo Umberto Levi, oggi custodito nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, dopo l’acquisizione da una famiglia di Cormons imparentata con Giustina Venezian, moglie di Levi. È stata una scelta precisa del bibliofilo Simone Volpato e di Mario Menato, direttore della Biblioteca, quella di non divulgare la missiva incriminata separatamente dall’intero carteggio, perchè avrebbe calamitato l’attenzione morbosa dei lettori, eclissando gli altri passaggi importanti della corrispondenza. La lettera viene ora pubblicata integralmente in “Immondi librai antiquari. Saba libraio, lettore e paziente di Umberto Levi” (Biblion Edizioni, pagg. 370, 25 euro) dal 12 dicembre in libreria, un corposo saggio dei due ricercatori che fa luce anche sulla varietà e consistenza della biblioteca dell’autore del “Canzoniere”, una dimensione coesistente, negli stessi spazi “fisici”, con l’attività di libraio antiquario.

 


 

 

Le lettere raccontano anche dei rapporti di Saba con Gobetti, mentre un altro gustoso inedito è la missiva indirizzata ad Anita Pittoni e scritta dopo il ’52, in cui Saba, dopo averle detto piuttosto seccamente che il fatto di annoverarlo tra gli autori dello Zibaldone non la autorizza a pretendere una pubblicità militante della casa editrice, le suggerisce la pubblicazione de “I pianti” in friulano di Pasolini (“ragazzo ... che sembra si sia formato in un’arcadia letteraria barbarica priva di modelli, che sperimenti una voce arcaica, quasi barbara, che non me lo fa dispiacere...”). 


Completa il saggio una lunga nota di Antonio Della Rocca sulle famiglie Levi e Venezian. A parlare del figlio naturale di Saba, Sergio, fu per la prima volta Stelio Mattioni, nella sua biografia pubblicata da Camunia nell’89. Era il 1959 - e lo riporta il Piccolo nel 2016 - quando una donna di mezza età andò a trovare Mattioni nel suo ufficio alla sede triestina della raffineria Total, rispondendo all’appello che lo stesso scrittore aveva fatto pubblicare sul Piccolo per la ricerca, dietro compenso, di lettere, appunti, ricordi personali del poeta in vista dell’opera biografica a cui stava lavorando. La donna aveva con sè una ventina di lettere, che sosteneva autentiche, in cui si svelava tutta la storia di Sergio, figlio mai riconosciuto del poeta. Per lasciarle a Mattioni, però, chiedeva l’assunzione del ragazzo nella raffineria. Nonostante Mattioni si schermisse, non potendo promettere alcun impiego, la donna gli regalò una missiva per stuzzicare la sua attenzione, datata 2 luglio 1929, e indirizzata da Saba a una sua commessa nella libreria antiquaria, Erna Poleselli. La latrice delle lettere lasciò un recapito, ma quando Mattioni tentò di rintracciarla, la misteriosa Erna, ovvero Ernesta, aveva cambiato casa.


La lettera n. 13 prosegue ed entra nella parte più spinosa della confessione al medico Levi, pregandolo di non farne parola con altri: «Ma in quella libreria ho sempre convissuto con il senso di colpa di aver spinto a morire due giovani ragazze di cui amai con fervore la loro giovane carne; due sorelle che, per la vergogna di tale sentimento e per aver sottratto dei libri decisero di uccidersi. E per me che ebbi tanta parte in questa loro decisione, giocando sulla loro giovinezza, fu una continua fonte di ansia e di dolore convivere con la loro morte. La libreria fu il luogo della mia morte e ciò è la pena».

 
Di Margherita e Malvina Frankel, 23 e 21 anni, figlie di Elena Fano, una cugina della moglie di Saba, aveva già parlato Roberto Curci nel suo libro “Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista” (Il Mulino). Saba insidiava le sorelle nella libreria. Lo stesso Mattioni ricorda come l’appetito sessuale sempre acceso del poeta fosse stato trasfigurato nei versi per “Chiaretta” e “Paolina”, dove palpita la felicità dell’uomo maturo che ruba un bacio, tocca il seno, seduce due giovani donne. Perchè si avvelenarono Margherita e Malvina? Per la vergogna di aver ceduto alle attenzioni di Saba? O forse per il legame di parentela che le univa a Lina e rendeva impossibile rivelarle le attenzioni del marito?


Il poeta non le aveva dimenticate, a distanza di anni le sorelle suicide pesavano sulla sua coscienza. A Malvina aveva dedicato una delle liriche di “Fanciulle” del 1925, di Margherita parlava in una lettera ad Aldo Fortuna: «La mia signorina si è uccisa, due giorni dopo il mio ritorno a Trieste. Era una ragazza ben singolare, ch’io ebbi il torto di nemmeno vedere fin ch’era viva, ma il modo come s’è ucciso m’ha fatto accorto d’aver avuto accanto per sei mesi una creatura che avrei dovuto ammirare e curare».

 
La lettera n. 13 va al di là delle congetture. Certo, il Saba che scrive a Levi non è lucido, ma mai c’era stata un’ammissione così esplicita della sua responsabilità nel suicidio delle ragazze, avvenuto in quella libreria che è una sorta di scena del crimine degli “abusi” sessuali. Confessione piena? Affatto. Anche questa volta si infila tra le righe la manipolazione: ha amato sì “la giovane carne” delle Frankel, ma loro potrebbero anche essersi avvelenate “per aver sottratto dei libri”. Il poeta voleva alleggerire il suo ruolo? Insinuava il dubbio sulla probità delle commesse? La stessa chiusa fa dubitare: Saba prega il dottore di ricordarlo “come una buona persona che spesso cadeva nel gusto di far male”, non come poeta, perchè, aggiunge, “non lo sono mai stato”. Un congedo del tutto in contraddizione con altre lettere a Levi, già pubblicate da Zovatto nel 1986, in cui Saba rivendica fieramente la sua arte.


Ugualmente drammatica è l’altra lettera inedita presentata nel volume di Volpato e Menato. Non c’è data nella missiva. «Dobbiamo fare un patto, segreto», esordisce Saba rivolto al medico. «Ad ogni mia richiesta di morfina lei dovrà rispondere positivamente ed io le sarò grato e la ricompenserò diventando un paziente diligente. In più, per sdebitarmi le regalerò alcuni libri». È un tentativo di corruzione destinato a rimanere vano. Saba lo sa bene, anche se cerca di allettare il “buon amico dottore” con i preziosi volumi, “tutti esemplari assai costosi”, sottratti dalla sua libreria, sotto il naso di Carletto: Nievo, Leopardi, un Petrarca, anche un certo Pascoli, non quello sdolcinato dell’aquilone e dell’assiuolo, a cui si riteneva assolutamente superiore. 


E prosegue, pregando il medico di tagliare i tempi e fornirgli i medicinali, con un’insistenza che si avverte sottotraccia: «Avrò bisogno di vederla per tediarla con tutti i miei problemi mentali che si presentano con malanni fisici insopportabili; lei mi ascolterà per breve tempo e poi sarà perentorio nella cura (perchè non accelerare l’evento in modo tale da risparmiarci una dolorosa commedia?»).
La lettera deve rimanere segreta, conclude il poeta, ringraziando Levi per la sua “pazienza sterminata” e definendosi “intransigente e del tutto irrecuperabile”.
Poi un guizzo, tenta la carta dell’ironia: «Le mancherò, sono certo, un giorno!», chiude la missiva.

venerdì 27 novembre 2020

IL CARTEGGIO INEDITO

Cara Linuccia, Cara Anita

le lettere di due amiche-nemiche

 


Linuccia col padre Umberto Saba


 

«Cara Linuccia, penso a te, che sei tutt’uno con la poesia di tuo padre e con Trieste». È il 6 settembre 1957, Umberto Saba è morto da undici giorni a Villa San Giusto di Gorizia, dove era ricoverato da nove mesi. Anita Pittoni, da Trieste, scrive alla figlia del poeta, Linuccia, che vive a Roma. Il passaggio della lettera dà il titolo al volume che raccoglie il carteggio inedito tra le due donne, l’una scrittrice, editrice, designer, l’altra pittrice, pubblicato ora da biblohaus in un’edizione critica a cura di Gabriella Norio. Le lettere appartengono al corposo Fondo Anita Pittoni, acquisito in tempi diversi dal Comune, che ha co-edito il libro con la Drogheria 28 di Simone Volpato. «Giani e io - prosegue la lettera, una delle primissime del volumetto - passiamo le ore leggendo il Canzoniere che è la nostra consolazione... La poesia di Saba è l’acqua fresca di una fonte magicamente lenitrice e forse guaritrice...».

 

 

La corrispondenza tra Anita e Linuccia, in tutto 131 lettere, copre un arco di tempo che va dal 1957 al 1966. Sono scritti per lo più brevi, che si susseguono a distanza ravvicinata nei primi anni, per poi diradarsi e interrompersi bruscamente. Pochi giorni prima del Natale 1965, il giorno 22, Anita scrive a Linuccia lamentando di non sentirla da molti mesi, dispiacendosi per la vita “assai dura”, anzi “cattiva” che conduce a Trieste (“per via di certa gente che mi gioca tiri continui”) e tornando sul tema che, come un fastidioso filo conduttore, una frizione latente e irrisolta tra le due, percorre tutto il carteggio: la mancata concessione di Linucca alla casa editrice di Anita, lo Zibaldone, delle lettere di Saba alla moglie Lina e a lei.

 

Linuccia con la mamma Lina Wolfler nel 1916

 


 


Linuccia, ha già detto il no definitivo, ben sei anni prima, accampando un presunto divieto dell’editore nazionale (“Einaudi mi ha risposto un no categorico”, scritto che ha purtroppo “smarrito”...). Ma nel biglietto datato 1 gennaio 1966, suona quasi tranchant e taglia corto con le lamentazioni di Anita: «Tutte le città dove si vive hanno un lato amaro, non solo Trieste. Trieste che ora a me, quando ci vengo in visita, pare così affettuosa e amichevole. Ti auguro un anno di buon lavoro e di serenità». Sarà l’ultima lettera che si scambiano.


Sono amiche, Anita e Linuccia, quel tanto che può consentirlo due personalità forti, determinate, prepotenti, poco disposte a cedere terreno. Per quanto punteggiate da vicendevoli attestazioni di stima e chiuse da ricordi e abbracci estesi ai rispettivi compagni, Giani Stuparich di Anita, Carlo Levi di Linuccia, con anche il marito di quest’ultima, Lionello Zorn Giorni, le lettere sono attraversate da una sottile tensione, da un filo di intransigenza, almeno per quanto riguarda gli interessi editoriali di entrambe.


A unire le due donne, all’indomani della morte di Saba, è il comune obiettivo di valorizzare l’opera e la figura del poeta, a dividerle inesorabilmente gli strumenti per raggiungerlo. L’unico progetto condiviso che va a buon fine è la pubblicazione con lo Zibaldone del saggio inedito di Saba “Quel che resta da fare ai poeti”, che vede la luce nella primavera del ’57 in 525 copie, in un’edizione lodata dalla critica e apprezzata molto da Linuccia. Altre iniziative editoriali sfumano. Lo Zibaldone sta in piedi a fatica, la Pittoni arranca dietro ai soldi e spesso i suoi progetti finiscono per rimanere annunci nei Bollettini pubblicitari che spedisce un po’ ovunque.

 

 

Anita Pittoni

 


Su un punto, però, Anita si era intestardita. La missive di Umberto a moglie e figlia, da editare in due libretti distinti. Non si contano le lettere in cui la Pittoni cerca di blandire e convincere Linuccia. «Lo Zibaldone è particolarmente adatto a queste pubblicazioni. Pensaci. Ed ha una cerchia scelta di lettori. E la collana triestina resta nella storia: questo te lo garantisco. Certo che Saba non ha bisogno di questo, ma dentro, nella collana triestina, tutto acquista un altro sentimento», le scrive l’1 maggio 1958. Insiste, più volte anche l’anno successivo, è assillante, progetta date, uscite, numero di cartelle e il 23 settembre aggiunge perentoria: «Le nostre edizioni sono limitatissime... Inoltre servono ad affezionare ancor più i lettori a Saba. Tu dici che non c’è bisogno? Ma l’affezione non è mai troppa».


Linuccia tergiversa, ha altri programmi. Sta lavorando a una monumentale raccolta di tutto l’epistolario paterno (si parla di circa 3mila lettere), da cui non vuole scorporare quelle private, che gli editori nazionali avrebbero senz’altro ritenuto le più appetibili per i lettori. E poi non è interessata a divulgare l’aspetto “familiare” del genitore, dell’uomo con le sue debolezze, ma solo a celebrare la fama del poeta. Anzi, si è fatta venire il mal di fegato per l’uscita del libro dell’amica del padre, Nora Baldi, intitolato “Il paradiso di Saba” ed edito nel ’58, prendendosela anche con Mondadori. «Quel libro per me è un dolore», scrive ad Anita. «L’abbondanza dei superlativi, sempre sgradevole, con l’accompagnamento di quei fatti, che raccontati da lei sono o sciocchi o assurdi, è pietoso». E Anita pronta la conforta: «Giani e io siamo rimasti orripilati. Non ci sono parole. Sotto tutte le immaginazioni negative che avevamo!». Nonostante questi tira e molla, nemmeno l’epistolario che Linuccia ha tanto a cuore riesce a essere pubblicato. Troppo imponente il lavoro per la sua salute cagionevole, le riuscirà solo di dare alle stampe l’”Epigrafe” del padre e di cominciare a dedicarsi alle Prose.

 


 


Pochi, nel carteggio, gli scambi più intimi e quasi sempre legati a lutti che toccano entrambe, a cominciare dalla morte di Giotti, il 21 settembre ’57 all’ospedale Maggiore, con la preoccupazione di Anita che la moglie Nina Schekotoff, già un po’ persa, venga sradicata dalla sua casa di via Lamarmora 34, da quelle stanze - scrive - «che hanno dentro il cielo, dove tutto è ordinato e tranquillo». Nel gennaio 1960 muore il fratello di Anita, Bruno. L’anno orribile è però il 1961. Il 7 aprile la malattia si porta via Giani Stuparich, il 13 agosto la pittrice Maria Lupieri, legata d’amicizia a entrambe, mediatrice, trait d’union affettivo tra loro. «Maria mancata oggi ti abbraccio» scrive Linuccia da Roma, dove l’artista era andata a tentare altre cure. La misogina Anita, che definiva Maria «l’unica amica», forse si rammarica che accanto a lei, fino all’ultimo, ci sia Linuccia. 


Ricorrenti sono le annotazioni legate ad acciacchi vari, la nefrite e l’herpes di Linuccia, il cuore “strapazzato” di Anita, che diventa esaurimento nervoso man mano che la situazione dello Zibaldone si complica («se deve morire non mi resta che morire anch’io. Altra strada non ho...»). A farle il sangue cattivo è anche l’ambiente dell’editoria nazionale, i giornalisti “omaggiati” dei preziosi libretti dello Zibaldone che li ignorano, i recensori del Corriere, dove occuparsi della poesia di Saba “purtroppo tocca a Montale o a Cecchi”. O i postulanti come Stelio Mattioni (che raccoglieva materiale per la sua biografia di Saba), “mediocrissimo con grandi ambizioni”, “fascista e matto”, “invadente” “un che se sburta” secondo il tagliente giudizio di Anita, su cui Linuccia concorda: “È di quelli che pensano: noi poveri triestini, che nissun ne iuta a scriver le biografie dei nostri grandi”.


Perchè il romanzo epistolare si interrompe di colpo? Ne parla, nella postfazione al volume, Roberto Benedetti, mettendo in luce, attraverso altre corrispondenze che coinvolgono Maria Lupieri e sua sorella Ena, quanto di “non detto” ci fosse tra le righe delle lettere, quanto la personalità di Anita fosse ingombrante, il suo egocentrismo insopportabile, quanto Linuccia si lamentasse di lei con altri e cercasse di sottrarsi alle sue pressioni. Anche l’amicizia condivisa con Maria, e in seguito la celebrazione postuma della pittrice a Trieste, che non la vide protagonista, fu motivo di gelosia per la Pittoni. Nell’ultima lettera a Linuccia, quel 22 dicembre 1965, Anita, ritornando sulla trita faccenda delle lettere, menziona un nuovo fronte: alcuni inediti di Svevo che vuole pubblicare e il conflitto con la figlia Letizia Fonda Savio che li considera suoi.

 

La pittrice Maria Lupieri (1901-1961)

 

Un copione di cui Linuccia già conosce la fine. Non commenta e si congeda. In un’intervista del 1980, poco prima della morte, parla dell’eccellenza delle donne triestine citando Fiore de Enriquez, Leonor Fini e Maria Lupieri. Per Anita neanche una parola.

domenica 12 giugno 2016

 IL LIBRO

Silvio Perrella e le scorciatoie fulminanti di Saba

Umberto Saba



Saba, berretto pipa bastone. “Uno, ramingo in un’Italia di macerie e di polvere”. Il poeta che avrebbe voluto essere stanziale e che le miserie della Storia costrinsero a scendere e risalire l’Italia, alla ricerca di pace. Che, nel ’48 a Milano, dopo aver saputo il risultato delle elezioni e il trionfo della Dc, vociferava un “porca, porca”, riferendosi all’Italia. Saba che andava subito al sodo, inscindibile dalla sua città, la Trieste dei saliscendi, delle connessioni tra alto e basso.

Diceva che essere nato qui lo aveva messo in una situazione di ritardo rispetto alla cultura italiana. Non rientrava nella “sincronicità” letteraria del suo tempo, non gli si poteva trovare un equivalente straniero sotto il cui blasone accasarlo, a differenza di Montale e Ungaretti paragonati a Eliot o Mallarmè. Il suo saggio per la Voce, “Quel che resta da fare ai poeti”, del 1911, rimase inedito: solo alla sua morte si seppe che ai poeti resta da fare la poesia onesta. Quella che va al cuore delle cose, che cerca l’essenziale. Un auspicio che si estese presto alla sua prosa, come in “Scorciatoie e raccontini”, raccolta di pensieri, aforismi, brevi scritti, edita nel 1946 da Mondadori. Scorciatoie ovvero “sentieri per capre”, diceva Saba, pensando all’orografia di Trieste. Sulla pagina diventano sguardi trasversali, paesaggi delimitati da cornici, scorci. Prosa chiara, diagnosi altrettanto. Se Montale ripete «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, Saba guarda in faccia il disagio del suo tempo, leggi segni premonitori di quello futuro, della civiltà di oggi. E ci lascia una scorciatoia memorabile, che fulmina l’Italia in poche righe: non abbiamo mai avuto una rivoluzione, perchè siamo l’unico popolo che ha un fratricidio, e non un parricidio, alla base della sua storia.



 


Di Saba grande prosatore ci racconta il critico siciliano Silvio Perrella in “Addii, fischi nel buio, cenni” (Neri Pozza, pagg. 383, euro 18,00), antologia di saggi - il cui titolo si rifà a un verso di Montale - composti nel corso di trent’anni sugli scrittori nati tra le due guerre, a volte nello stesso anno del fascismo. Italo Calvino, Goffredo Parise, Lalla Romano, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Cesare Garboli, Franco Fortini, e ancora Sereni, Caproni e Saba, questi ultimi come prosatori. Sono gli “antenati”, quelli che furono giovani nel momento in cui l’Italia diventava repubblica e che, anche indirettamente, contribuirono alla sostanza della Costituzione. Perrella vuole che i loro “addii”, i loro “fischi” e “cenni” continuino a parlarci, perchè in ognuno di loro “scrivere e vivere” non erano fenomeni disgiunti e «perchè la mia generazione - spiega l’autore - ha guardato a loro come a dei punti di riferimento, come al fondale dentro il quale situare i propri gesti letterari e vitali».



Silvia Perrella

 

Delle scorciatoie di Saba, Perrella scrisse nel 2011: «Temi, figure, attitudini, storie sono in gran parte attinti dal serbatoio del Novecento, e oggi che al Novecento abbiamo detto addio potrebbe sembrare che si tratti di un libro caduco. Se fosse così, bisognerebbe spiegare perchè nel vociferare del poeta che dice porca all’Italia sentiamo oggi - proprio oggi - la voce di un fratello maggiore a cui non vorremmo mai e poi mai tagliar la testa».