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domenica 19 agosto 2018

IL LIBRO

Rimpatriata di quattro amiche
le nonne di Sex&TheCity


Le ragazze di Rona Jaffe sono diventate grandi e per loro è arrivato il momento del bilancio. 1977, raduno annuale delle ex studentesse di Radcliffe, prestigiosa università femminile americana dove rampolle di ottima famiglia prendono la laurea giusta per un auspicabile matrimonio con qualcuno dei “cugini” di Harvard. Niente di troppo impegnativo, inglese o relazioni sociali, tanto per saper stare in società. Vent’anni prima, era il destino obbligato delle matricole Annabel, Chris, Daphne ed Emily: non “fare” il medico, ma “la moglie del medico”, ricca, annoiata, mediamente tradita e depressa, impeccabile nell’arte di organizzare ricevimenti e nascondere la propensione alla bottiglia. È andata davvero così a queste quattro donne, che si incontrano dopo due decenni nei loro vecchi dormitori universitari? O anche loro, come le protagoniste del primo romanzo e best seller di Rona Jaffe, “Il meglio della vita”, hanno cercato di affrancarsi dalla deriva della casalinghitudine, per quanto patinata?




Rona Jaffe - scomparsa nel 2005 a 74 anni - torna in libreria con “Riunione di classe”, uscito negli Usa nel 1979 e ora riedito da Neri Pozza. La stessa casa editrice nel 2007 aveva riscoperto “Il meglio della vita”, scritto a 27 anni e pubblicato nel 1958, ventun anni prima di questo romanzo, che è la sua continuazione ideale. Jaffe è stata una delle “sue” ragazze: laureata a Radcliffe, impiegata diventata in quattro anni editor della casa editrice Fawcett Pubblications di New York, lasciò il lavoro per dedicarsi alla scrittura. Per il primo libro aveva intervistato una cinquantina di donne e ricevuto la conferma che c’erano temi di cui volevano parlare: sesso, verginità, rapporti prematrimoniali, aborto, carriera, mobbing. In una delle ultime interviste, ha detto di aver scritto ”un Sex&TheCity senza il vibratore”, richiamando un parallelo che non le rende giustizia. Siamo negli anni ’50, il decennio della “lotteria genetica” (cattura l’uomo migliore, metti al mondo bambini perfetti...), dove non c’è spazio per l’insuccesso. Rompere le convenzioni sociali e il muro della morale accettata è l’inizio di una rivoluzione, sia per le signorine wasp, bianche e protestanti che sposano gli "Svedesi" di Philip Roth, sia per le segretarie che facilmente li inducono in tentazione.

Carrie e amiche ne godranno solo i frutti. 

A Radcliffe c’erano “regole” scritte e non scritte. Le prime vietavano i pantaloni a cena, le altre di calarli più di quanto necessario ad agganciare i pretendenti migliori. Comincia da qui il lungo flashback nei destini delle protagoniste della rimpatriata. Che non sono le dattilografe in cerca di indipendenza de “Il meglio della vita”, ma ricche debuttanti da cui ci si aspetta di essere pilastri del successo dei mariti. Entrambe hanno fatto delle scelte e spesso pagano un prezzo di tradimenti e solitudine. Annabel, bella e disponibile, è una madre single di ritorno dopo il matrimonio con un miliardario idiota e una lunga parentesi alcolica. Daphne, la più intelligente, deve liberarsi da un segreto e confrontarsi finalmente con un marito blasonato, che nella sua progenie non tollera difetti. Emily, ebrea e di ricchezza recente, non si è mai liberata dal senso di inadeguatezza, al fianco di un uomo di successo, innamorato ma insofferente. Infine Chris, la più moderna e inquieta, che per amore accetta l’omosessualità del compagno, a costo di continui patimenti.


Sullo sfondo la New York della “decadenza”, come sintitola la seconda parte del romanzo, che tra le strade di Manhattan si scopre omofoba, violenta, classista, razzista. Dietro l’angolo del perbenismo dorato, si prepara il decennio della paura: gli eccessi, poi la peste dell’Aids. Gli uomini ne escono male, forse troppo. Splendidi e opachi comprimari, accanto a donne acciaccate e ferite, ma sempre in lotta contro un ruolo assegnato. Così, tra pagine leggere, frettolosamente definite chick lit, letteratura da gallinelle, l’autrice racconta un momento cruciale per l’emancipazione, l’uguaglianza, il rispetto e la parità tra i sessi. E ha ragione lei, senza scomodare #metoo: non ci siamo ancora prese il meglio. 

@boria_a

martedì 6 aprile 2010

MODA & MODI

Il bon ton non c'entra con l'happy hour

Donne con le gonne, ma soprattutto con le forme. Schiene piene e ben disegnate, vite ampie, décolleté rigogliosi. Che cosa succede se top model neomamme, sfoggiando le rotondità della recente gravidanza, sfilano inpasserella senza sottoporsi a snervanti digiuni? Che la moda ha riaperto un capitolo, delizioso, del suo passato, quello tra gli anni Cinquanta e i primissimi Sessanta, popolato da silhouette morbide che si appoggiano, una volta tanto, su entrambi i lati, A e B, avvolte in vestiti e consistenze che li esaltano.
Da Parigi a Milano rimbalza lo stesso "mood". Per gli appassionati di prodotti televisivi di nicchia (da noi, almeno), l'accostamento è immediato: la moda si ispira alle protagoniste della pluripremiata serie televisiva Mad Men, alle tornite signore che, nell'era kennedyana, lavorano in un'agenzia pubblicitaria newyorkese sulla Madison, con i loro delicati twin-set e chemisier, le gonne a ruota e il punto vita restituito dalla cintura, i colletti infantili e le cascatelle di rushes sulle camicette, i tweed spessi, che non hanno paura di aggiungere centimetri a centimetri già abbondanti. Non a caso, una delle protagoniste, Peggy Olson, la timida ma determinata segretaria che diventerà rapidamente copy writer, nella prima serie riesce a scodellare un bebè senza che nessuno dei famelici e sessisti executive che popolano l'agenzia si accorga di nulla, limitandosi al massimo a qualche commento sulle sue misure lievitanti.
Come accadde a Patricia Field per i vestiti di Sex&TheCity, Janie Bryant, la costumista di "Mad Men" regina del vintage, che ha ricreato in modo sublime il guardaroba dei Sixties, è già diventata una star in America: gli stilisti dichiarano apertamente di pescare dalle sue idee, Brooks Brothers e Banana Republic l'hanno ingaggiata per collaborare a serie limitate, il gusto retrò spopola nelle vetrine di Manhattan e i negozi dell'usato, anche quelli respingenti dell'Esercito della salvezza, sono diventati miniere da esplorare.
Certo, è improbabile che i suoi stupendi abiti da cocktail possano essere esportati in quei finti, tristi, omologati raduni che sono gli happy hour. Abiti alla Grace Kelly, cui la Bryant ha confessato di ispirarsi, sbracciati e regalmente scollati, con fantasie di grandi fiori e colori zuccherosi. O che il lui di turno indossi un completo scuro, il gilet e la cravatta sottile o, addirittura, altro fresco "repechage", il papillon.
Ma il revival è nell'aria, come voglia di pulizia, di bon ton, di sobrietà. Le reminiscenze anni '60 dell'ultima collezione di Prada, portate in passerella da modelle con fianchi e seno, sono raffinati abiti tagliati in  vita, maglioncini fermati dalla cintura, alti chignon trattenuti da una fascia. Vuitton ha proposto una florida Laetitia Casta, al suo terzo pargolo, con l'abito dalla gonna vasta sottolineata da un fiocco di velluto in vita e lunghi guanti color mou. Proprio come quelli, di capretto, che indossano le protagoniste del romanzo di Rona Jaffe, "Il meglio della vita", (anno 1958, riedito nel 2007 da Neri Pozza), uno delle storie importanti della letteratura femminile americana. È il gennaio 1952 e dalla metropolitana newyorkese escono centinaia di giovani donne, tailleur di tweed e guanti di capretto, per andare alla conquista di "the best of everything"...
twitter@boria _a

Peggy Olson della serie Mad Men (l'attrice Elisabeth Moss)