domenica 14 febbraio 2021

IL LIBRO

 

Petra Delicado finisce in cella

e si confessa in un'autobiografia

 


 

 Chi era Petra Delicado prima di diventare l’ispettrice determinata, indipendente, libera e femminista della polizia di Barcellona? Il tredicesimo libro di Alicia Giménez-Bartlett s’intitola in originale “Sin muertos”, senza cadaveri, anche se di vera investigazione ancora una volta si tratta. Un lungo e dettagliato viaggio che la protagonista dei gialli dell’autrice spagnola, amatissima in Italia, dove puntualmente scala le classifiche, fa dentro se stessa, per disseppellire non corpi ma ricordi, scelte, svolte, decisioni, amori e dolori, dalla prima infanzia fino alla cella in un convento di suore della Galizia dove si è presa una settimana di pausa. Complice la pioggia, Petra si inoltra nella sua investigazione più intima e sincera, quella che lungo oltre quattrocento pagine fa scoprire al lettore quale percorso l’ha portata fin lì.


Giménez-Bartlett ha raccontato che è stata una lettrice, durante una presentazione, dicendosi sicura che dopo due fallimenti la “vera” poliziotta non sarebbe ricaduta in un terzo matrimonio, a suggerirle l’espediente letterario per l’“Autobiografia di Petra Delicado” (Sellerio, euro 15). Chi è davvero la mia Petra? si è chiesta allora la scrittrice. E ha ripreso in mano il personaggio, fingendo che su un quaderno a quadretti, nel silenzio della cella monacale, Petra ripercorra la sua vita: la prima infanzia in una famiglia repubblicana, il padre anticlericale e socialista professore di liceo, la madre femminista ma al tempo stesso rigida e invasiva nei confronti delle tre figlie, l’incontro con l’autorità ottusa nel collegio di suore dove comincia la scuola, che la allena subito alla contestazione e alla ribellione. E da cui naturalmente verrà espulsa per non aver celebrato il mese mariano sul giornalino scolastico, puntando piuttosto alla gioia pagana della primavera. Sullo sfondo la Spagna clericale e soffocante di Franco al tramonto.

 

Alicia Giménez-Bartlett

 


Proprio durante una manifestazione di protesta studentesca, la futura ispettrice conosce il primo dei suoi mariti, Hugo, che la convince a lasciare gli studi umanistici per la giurisprudenza e a diventare avvocato come lui, cucendole addosso un progetto di vita in cui si sente subito prigioniera (e da cui comincerà a pianificare la fuga concedendosi un paio di amanti).
Un dispetto, postumo, nei confronti di Hugo, farà però svoltare la sua vita. È la scelta di lasciare l’avvocatura per entrare alla scuola di polizia di Avila, dove, tra studi e allenamenti, Petra incontra un ragazzo molto più giovane, Pepe, futuro secondo marito, con cui, bruciata la passione, si ritrova confinata in un’altra relazione sbilanciata, quasi di accudimento materno.


E Fermín Garzón, il compagno di tante investigazioni, il partner per la birra a fine giornata e il destinatario delle punte di spillo sulla parità di genere, che al primo impatto descrive “grosso, vestito come un bifolco, con i capelli praticamente bianchi”? Petra confessa: “Non c’è stata tra noi la minima attrazione fisica, mai un accenno di galanteria e men che meno di seduzione. Eppure la sua figura emerge come quella di un gigante quando penso agli uomini che sono stati importanti per me”.


E ce ne sono di uomini, parecchi, durante le varie indagini (incluso il russo Aleksandr con cui copulerà nel mausoleo di Lenin), perchè a Petra piace l’arte del flirt: “Avvistamento, calcolo dell’indice di probabilità, prima incursione, lancio dei segnali, interpretazione dei segnali corrispondenti della controparte. Azione”. Almeno fino a quando abbandona il mordi e fuggi e si sistema col terzo marito, l’architetto Marcos, che le porta in dote (a lei, renitente a qualsiasi idea di maternità) quattro figli.


I lettori non si preoccupino. La settimana di Petra passa presto e Giménez-Bartlett sta già lavorando a “Food trucks”, l’omicidio di due ragazzi che gestivano un camion di cibo da strada. «L’idea di dover affrontare due morti ammazzati mi parve di colpo la cosa più innaturale del mondo». Dopo l’autoanalisi, sarà di nuovo la stessa Petra?

giovedì 11 febbraio 2021

L'ANNIVERSARIO

 

Ottavio Missoni, cent'anni fa nasceva

il velocista della vita

 

 Ottavio Missoni alle Olimpiadi di Londra del 1948 finalista nei 400 metri a ostacoli

 

 

“Caleidoscopio Missoni”, s’intitolava la mostra che nel 2006 i Musei provinciali di Gorizia dedicarono a “Tai”, omaggio che avrebbe dovuto fare Trieste a uno dei suoi figli, per quanto “adottivo”, più celebri nel mondo. Caleidoscopio, e mai parola fu più azzeccata, perchè nelle sale di Palazzo Attems non c’erano soltanto i quaranta arazzi realizzati da Ottavio, l’intera sua produzione, ma una straniante immersione nel suo mondo, anzi nel mondo “dei” Missoni, un viaggio cromatico da stordire. Righe, zig zag, grafismi, geometrie, patchwork, si rincorrevano su ogni centimetro a disposizione, soffitti e pareti comprese, raccontando l’avventura di una coppia, di un’azienda, di una grande famiglia. I loro colori, che sono un brand e una filosofia. “Te vedi come va la vita: a zig zag” aveva scritto Tai sotto uno dei suoi fulminanti ghirigori, il 22 febbraio 2008, nel libro d’oro del Comune di Trieste, il giorno del conferimento della cittadinanza onoraria.

 

Ottavio Missoni, 1989, davanti a uno dei suoi arazzi. Foto Silvano Maggi

 


“A Trieste iera più facile varar una nave che far una màja”. Lo diceva sempre quando raccontava gli inizi, faticosi, del marchio e il trasferimento a Gallarate, casa e bottega, lui che giocava con i colori e girava col campionario e Rosita a studiare i modelli. E ancora: «Avevamo macchine che le podeva far solo le righe, verticali, orizzontali, diagonali. Poi si sono evolute e facevamo righe orizzontali e verticali contemporaneamente. E abbiamo creato lo “scozzese”. E quando sono arrivate quelle che si muovevano su e zo, su e zo, siamo diventati i Missoni dei zig zag. Insoma, andavimo drio a quel che podeva far le machine...».

 

Ottavio e Rosita Missoni nel 2003, cinquantenario del brand

 


Le straze, come le chiamano i parenti triestini, partono alla conquista del mondo. Quando, nella stagione ’68-’69 mandano in passerella tutto insieme, righe, scozzesi, pois, il caleidoscopio è già nel dna del marchio, il suo segno inconfondibile. È il “Put together”, un intreccio di fili, nella moda e nella vita. Balthus li definisce “maestri del colore”, la nasuta Diana Vreeland, potentissima direttrice di Vogue America, davanti ai loro maglioni scopre che esistono i toni, oltre ai colori. Eppure lui, Ottavio, l’artista dei pupoli, che in tutto il mondo ha sempre parlato triestino, delle giornaliste se la ride. «Ho imparato la lezione a memoria. Quando gli americani mi chiedono “Come sono i colori di Missoni quest’anno?”, io gli rispondo: “Ahh, very exciting”. E quando mi dicono “La linea, la linea?”, io gli faccio: “Ahh, very impressive”. E gò finì. Do parole, sempre quele».

 

Ottavio e Rosita Missoni nel 1982, foto Giuseppe Pino

 


Do parole, sempre quele, le diceva anche per “la mia sposa”, come l’ha sempre chiamata, e l’accostamento non poteva essere che perfetto. «Te sa cossa? Quando me domanda, mi digo: mi son el “creator”. Ma ela, la Rosita, me gà creado mi”.

martedì 9 febbraio 2021

 L'INTERVISTA

 

Diego Marani e Trieste, la sua città celeste

 

 

Diego Marani

 

 

“Non pensavo che si potesse piangere per una città. Ma allora non sapevo che le città sono donne e che anche di loro ci si può innamorare e non dimenticarle mai”. Sono righe dalle prime pagine del nuovo libro di Diego Marani, pluripremiato scrittore ferrarese, direttore dell’Istituto di cultura italiana di Parigi, che oggi si occupa di diplomazia culturale per l’Unione europea. La città di cui parla è Trieste, dove Marani studiò e si laureò alla Scuola interpreti tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quando l’istituto si trovava in via d’Alviano e agli studenti fuori sede, che per la prima volta mettevano piede sul confine, si schiudeva un mondo sconosciuto, solo vagamente sfiorato dai libri di storia del liceo: l’avamposto italiano così poco italiano, dove convivevano esuli e sciavi, prima della sconfinata e incombente landa comunista.


Marani la chiama “La città celeste” (La nave di Teseo, pagg. 199, euro 17, in libreria dall'11 febbraio), titolo di questo luminoso, lieve e malinconico diario degli anni universitari a Trieste, un passaggio all’età adulta segnato da tante scoperte, da amicizie inossidabili, e dall’amore travagliato e smisurato dei vent’anni per una donna, che finisce per identificarsi con la città stessa e con le sue tante anime. La città che è sempre in bilico su un confine che non esiste più ma che continua a inventarsi, la città-passaggio, con la sua eterna promessa di altrove.

 


 


«Venivo da Ferrara, piccola, semplice, lontano dai confini. Era facilissimo essere italiani a Ferrara - racconta Marani -. A Trieste ho scoperto un groviglio di confini. Quello politico, perchè allora c’era il comunismo dall’altra parte, poi quello linguistico e quello geografico. Per me Trieste è stata questo: il risveglio alla complessità del mondo. E l’incontro con la ricchezza, la diversità, la varietà. È vero che la città allora era in sospeso: c’era la chiesa serba ma non c’erano i serbi, c’era la chiesa greca ma non i greci. Però queste presenze ti facevano riflettere su un mondo che non esisteva più, ma di cui si conservavano ricordi e una tradizione».


Lei arriva nel ’78. Qual è stata la prima impressione? «L’Oriente. Scendendo in stazione Trieste mi sembrò una città levantina. Non sapevo che tre quarti della gente che vedevo era jugoslava. Fuori era pieno di bancarelle, di donne con i sottanoni, e io pensavo che quella fosse Trieste, che quelli fossero i triestini. Due cose mi colpirono. Era novembre e c’era il sole, da noi invece avevamo la nebbia già da un mese. E i colori, gli odori».


Lo scrive nel libro: il confine è un luogo, un odore, un’inquietudine... «I primi tempi mi sembrava quasi di sentirlo. Mi dicevo: deve essere là, appena dietro quella cresta di monti, la carta geografica parla chiaro. E provavo la sensazione di essere stretto da questo confine impellente, allora lo si avvertiva, di là c’era la guerra fredda. Non avevo mai sperimentato niente di simile, venivo da un posto lontanissimo da qualsiasi frontiera. Poi ho scoperto che in realtà era un confine aperto, che si andava di qua e di là».


Le “due città” le incontra nella sua prima casa, da affittuario dai signori Cotiga... «Anche questo mi confondeva. Non sapevo della presenza slovena in città, degli italiani sloveni. E i profughi non riuscivo a distinguerli, mentre i triestini capivano subito se avevano a che fare con un istriano. Nella mia prima casa in via Maiolica sentivo il risentimento che pesava sull’animo dei due anziani proprietari, che era molto di più del dolore della guerra. Era come un astio, un’ombra che incombeva su di loro, perchè oltre alla guerra c’era stato l’esilio, un figlio morto. Trieste era tutto un contrasto, ovunque mi muovessi ne incontravo uno. A Ferrara all’epoca la società era molto positiva, si respirava uno spirito di fiducia nel futuro, di crescita. A Trieste questo non esisteva, era tutto fermo, la sfiducia e lo scoraggiamento stagnavano sulla città, che si sentiva abbandonata dall’Italia e da Roma. Per me era inconcepibile, non capivo perchè non ci si scuotesse, non si andasse avanti».


Si pentì della scelta? «Mai, perchè solo a Trieste esisteva una Scuola interpreti che dava la laurea. Le altre erano scuole private, carissime e molto meno quotate. Poi ero incuriosito, mi sembrava un altro pianeta e mi sono appassionato a cercare la chiave per entrarci».
Lei viene a studiare lingue e scopre il bilinguismo.
«Il concetto mi era del tutto estraneo, non capivo neanche come potesse funzionare, che ne so, uno dice una parola in una lingua poi in un’altra... Da noi si parlava il dialetto, ma c’era un gradino sociale, uno scarto, tra chi lo usava e chi si esprimeva in italiano. E oltreconfine non sapevo che le sei repubbliche avessero lingue molto diverse, pensavo parlassero tutti serbo-croato, e facevo arrabbiare i miei amici sloveni. Poi un’assurdità: alla Scuola interpreti studiavo inglese e francese e ho tentato l’olandese, che non c’entravano niente con Trieste, non mi servivano per capire la sua realtà. Erano pochissimi a studiare sloveno o serbo-croato, sembravano un clan, si intendevano fra di loro, si preparavano a lavorare nel mercato locale».


Lei dice: le case segnano le nostre esistenze. Ci racconti quella di via San Nicolò 10... «Mi ha segnato profondamente. Era una specie di comune, in un posto meraviglioso della città, anche se allora il centro era cupo, buio, lì vicino c’era la Sip e centinaia di militari la sera venivano a telefonare. Non era la Trieste gioiosa e ridente di adesso. Però la casa era una parentesi di libertà assoluta, da noi dipendeva tutta l’organizzazione, dallo studio alla vita domestica, e invece di piombare nell’anarchia e nel disordine siamo riusciti a mettere in piedi, pur nella confusione della gioventù, un qualcosa che funzionava. Ci sentiamo ancora con quei quattro, cinque che hanno vissuto in via San Nicolò, abbiamo una chat e parliamo ogni giorno, siamo rimasti amici. La nostra scuola aveva questa particolarità, a parte gli sloveni tutti venivano da fuori ed eravamo molto legati perchè avevamo gli stessi problemi».


Arriva anche l’amore, prima Vesna, poi sua sorella Jasna. «Mi innamorai di loro e di questa città segreta, questa gente che si nascondeva, che era lì ma non si vedeva. E più avanzavo nella mia scoperta della componente slovena, più conoscevo nuove cose, il teatro, la Glasbena Matica. Mi sembrava una chiave per entrare nell’altro mondo oltreconfine, in quell’oriente che mi si affacciava e mi pareva arrivasse a Vladivostok nel giro di uno svincolo di autostrada. Lo sloveno, però, non l’ho mai imparato».


Lei ha cambiato i nomi di tutti ma Jasna e Vesna si riconosceranno di sicuro... «Sono rimasto in contatto anche con loro, sanno del libro. Tutti i personaggi si riconosceranno e saranno riconosciuti. Era inevitabile. La nostra squadra di calcio, i Barbarians, se la ricordano tutti a Trieste».


Le è servita questa esperienza per la sua carriera? «Certo. Il passare da una lingua all’altra, il non essere se stessi solo in una lingua, è la chiave di tutta la mia scrittura. È l’inizio del mio libro più importante, “Nuova grammatica finlandese”, e continuo a tirarmelo dietro. Questa è la chiave dello spirito europeo. Quando riusciremo ad abbandonare l’idea che apparteniamo a una sola lingua e a una sola cultura, e a pensare che possiamo passare da una lingua a un’altra e appartenere a lingue diverse, allora avremo creato l’identità europea. Saremo maturi come cittadini europei quando capiremo che le lingue non appartengono a un governo, a uno stato, a un’accademia. Io parlo benissimo francese e rivendico la mia “francesità”, la lingua dei francesi per il semplice fatto che la parlo diventa anche mia e, parlandola, ho diritti su questa lingua. Lo stesso vale per tutti i triestini che non sono sloveni ma si mettono a studiarlo e così diventa loro tutto il modo legato a quella lingua. È un atteggiamento reciproco, ognuno deve essere pronto ad aprirsi a un’altra lingua, ma anche il mondo che quella lingua la parla deve abituarsi ad accettare questa diversità».


Perchè Trieste è la sua città celeste?
«Per tante cose. Per il sole d’inverno, per la bora che rende il cielo azzurro ed è stata la prima scoperta. La città celeste è Gerusalemme, ma per me è Trieste la città sacra della mia giovinezza, dei miei vent’anni che io immagino siano ancora lì, intrappolati come un fossile nelle dolomie. Cerco di tornarci sempre in treno, mi affaccio dal lato costiera, poi dal lato monte dove c’è la casa di Vesna e Jasna. Ho tutti i miei ricordi, intatti, sparsi in quel tragitto. E mi commuovo». 

@boria_a

lunedì 25 gennaio 2021

MODA & MODI

 Le Biden Girls, promosse sul campo influencer

 

 

 

 

Camelot evapora, benvenuti a Bridgerton. Bye bye Jackie, con le sue nuance pastello e il siderale bon ton, da decenni congelata nel ruolo di ineguagliabile icona di stile della Casa Bianca. Il suo fantasma scappa a gambe levate, cacciato dai colori vitaminici, travolto dalle Nike dell’allegra brigata delle nipotine Biden. Melania tentò di evocarla, la signora Kennedy, con quel tailleur azzurro polveroso indossato il giorno dell’insediamento del marito, per poi dismettere rapidamente i panni della first lady più chic, e prepararsi alla battaglia, dentro e fuori casa, in stiletto come pugnali e cappotti militari. Oggi si volta pagina, si dà aria di nuovo al guardaroba. Basta combattività, meglio colori e linee che trasmettono positività e fratellanza.


Dopo la cerimonia ufficiale in mondovisione, circonfusa dall’azzurro molto rassicurante e poco eccitante di Jill Biden, nuova Flotus, ecco il clan Biden immortalato davanti alla statua di Lincoln. Lo stile della generazione Z travolge il dress code al quale avevamo fatto l’occhio, i colori caraibici di Michelle e figlie, la perfezione da passerella di Melania, perfino i legnosi tailleur pantaloni della signora Clinton. Sono le Naomi, Maisy, Finnegan, Natalie, nipoti del nuovo presidente, con i nomi mediatici delle Gossip Girl (ci vorrà un po’ per orientarsi nel parentado) e un gusto per la palette delle aristocratiche Regency che spopolano su Netflix.

 

Nella foto di famiglia, due abiti da cocktail, uno giallo e l’altro arancione, entrambi sbrilluccicanti e issati su sandali e décolleté di assoluta ordinanza, suggeriscono almeno una bella energia cromatica di Natalie e Finnegan. L’ufficialità dell’occasione non consente troppe eccentricità, così, per non sbagliare, le ragazze si sono rifugiate in due innocui modelli della generazione “boomer”. Naomi in total purple, simbolo del nuovo corso, pare ispirata dai look castigati della principessa Diana prima che uscisse dal suo matrimonio troppo affollato e fa quasi sembrare trasgressivo il tuxedo nero di zia Ashley. Al centro svetta Maisy, che insacca il fisico da cestista in un vestito stampato midi, dalla taglia opinabile, portato su robuste Nike con lacci neri. Soft power dell’abito o solo confusione giovanile?


Le sezioni modaiole di siti e giornali prorompono in “adoro!” sulla fiducia e promuovono le nipotine sul campo, contando i follower dei rispettivi profili Instagram. Tutte già influencer, naturalmente. Le icone sono fantasmi del passato. 

giovedì 14 gennaio 2021

MODA & MODI

 Il vocabolario stravolto, che ha perso

la leggerezza




 

Non è passato molto tempo da quando indossare una tuta fuori dalla palestra era considerata una catastrofica caduta di stile. Ma lo scenario è cambiato e sarà impossibile ritornare alle abitudini di vita, e di acquisto, prepandemia. Stiamo familiarizzando nostro malgrado con un nuovo vocabolario della moda e codici diversi per abbinare vestiti e occasioni. Il leisurewear, appunto, i capi per il tempo libero, dilagano nell’armadio e le collezioni dei prossimi mesi, nate in cattività, pescano dalle sue caratteristiche: comodità, semplicità, linee pulite, materiali morbidi e confortevoli.


Anche l’esperienza del rinnovare il guardaroba ha cambiato pelle e i negozi fisici sono costretti a reinventarsi per sopravvivere. L’assalto delle fashion-aholic che si strappano l’occasione di mano appartiene ormai a un’altra era. Comprare abiti, accessori, scarpe online non è un’opzione da giovani smanettatori, ma un’avventura sempre più transgenerazionale. Nascono formule miste, dove i commercianti integrano la frequentazione del proprio spazio al contatto virtuale con i clienti. Sulle pagine Instagram, Facebook presentano gli articoli, interagiscono con l’acquirente coinvolgendo a volte il designer di un accessorio o di una collezione, consigliano e scambiano opinioni in un processo che non per forza si conclude col passaggio “in presenza” in negozio.


Si rafforza il re-selling e il mercato virtuoso dei pezzi rimessi in circolazione, con siti e piattaforme dedicate dove convivono chicche vintage e articoli di cui semplicemente il proprietario vuole alleggerirsi. Riciclare, ovvero rivendere e acquistare l’usato (e non nel senso di principesse o future regine che indossano due volte un abito o un golfino a beneficio dei media) è una pratica che si diffonde, perché la pandemia ci ha obbligato a riflettere su quanto la moda, a tutti i livelli, sfrutti e inquini, la terra e le persone.
Questo vocabolario sovvertito è attraversato dal bisogno di rallentare. Chiusi tra le mura domestiche l’accaparramento ha perso valore, e non solo per l’impossibilità fisica di praticarlo. La corsa ai saldi nel 2021 è a singhiozzo, interrotta dai colori delle zone. Il virus continua a obbligarci a cambiare passo. E la vera sfida sarà, tra le parole della moda, fare di nuovo spazio anche alla leggerezza.

lunedì 11 gennaio 2021

IL LIBRO

Ilaria Tuti e l'indagine sulla rotta balcanica

che nasce da un lutto familiare

 


 

 

 

Una bambina che ha confidenza col buio, luci danzanti nella notte come presenze aliene, un sogno che nasconde una terribile verità. Teresa Battaglia, l’investigatrice creata dalla scrittrice di Gemona Ilaria Tuti, ritorna sul campo per districare una vicenda dove ancora una volta, come nel primo thriller della serie, “Fiori sopra l’inferno”, protagonisti sono i più piccoli. Bambini vittime di violenza e avidità, bambini emarginati dall’ignoranza degli adulti. Con una licenza autoriale, la nuova indagine si connette dunque cronologicamente alla prima, come se i fattacci, l’omicidio e le mutilazioni, che sconvolsero l’immaginario paese nelle Dolomiti friulane, Travenì, fossero appena accaduti, rivelando al lettore la capacità di Teresa di entrare in sintonia con gli interlocutori più fragili, piccole vittime di anafettività e indifferenza, e un colpevole adulto, a sua volta un bambino abusato e tradito.


Esce giovedì 14 gennaio “Luce della notte”, quarto romanzo di Ilaria Tuti per Longanesi (pagg. 280, euro 18), che riprende il filo giallo dopo il successo dell’anno scorso, “Fiore di roccia”, storia romanzata delle portatrici carniche. Il nuovo libro, che ha visto la luce in pochi mesi, ha una genesi dolorosa e particolare, nasce dall’urgenza di tornare alla scrittura come lenimento dopo un terribile lutto nella famiglia di Tuti, la perdita della nipotina Sarah, neanche nove anni, portata via dal sarcoma di Ewing. Per questo la scrittrice ha deciso di devolvere tutti i proventi del libro al Centro di riferimento oncologico di Aviano, per la ricerca su questo morbo terribile che colpisce in particolare bambini e adolescenti.

 

 

Ilaria Tuti, scrittrice di Gemona del Friuli

 


Anche Chiara, tutta gomiti e ginocchia, capelli lunghi e biondi e una passione per il rock di Stevie Nicks, è una bambina speciale, costretta da una malattia rara a proteggersi dalla luce del sole. La protagonista della nuova storia vive senza amici, isolata e guardata come un piccolo mostro dai coetanei, che la stupidità dei grandi trasforma in involontari aguzzini. Chiara ha sognato luci muoversi nella notte, ha visto un albero sulla cui corteccia una stella e una mezzaluna piangono una scia di lacrime rosse, ai suoi piedi ha immaginato di affondare le mani nel cuore di un bambino sepolto. Solo le fantasie di una piccola reclusa, condannata al buio? Sua mamma non la pensa così e contatta l’ispettrice Battaglia, diventata celebre per la sua empatia con i bambini dopo il caso Travenì, per scoprire se ci sia qualcosa di vero in quei sogni.


Strimpellando la chitarra su una versione stonatissima di “The Chain” di Stevie Nicks, Teresa comincia a costruire un timido rapporto con Chiara. Lo stesso, con trepidazione e cautela, fa con Andreas, l’assassino di Travenì, che visita nella struttura psichiatrica per leggergli “La strada” di Cormac McCarthy, storia di un padre e di un figlio che camminano insieme, come lui non ha potuto fare.
Quelle di Chiara non sono fantasie. Forse ha visto qualcosa o ha ascoltato parole di adulti. Una debole traccia, il disegno su un’acacia ispirato a una simbologia religiosa antichissima, mette Teresa e il suo vice Marini sulle tracce di un traffico legato all’attualità di questi giorni. Era il 31 ottobre 1995 quando una decina di profughi attraversava il Carso, in fuga dall’inferno dell’ex Jugoslavia. Da oltre vent’anni la rotta balcanica porta un mare di disperazione ai nostri confini, dove spesso si infrange contro un muro insormontabile. Perchè dell’undicesimo profugo fermato quella notte manca la fotografia? E di chi è il sangue con profilo genetico misto trovato sotto l’albero indicato da Chiara?
Teresa Battaglia comincia a indagare. E la comunità a poco a poco schiude i suoi segreti: la disavventura professionale del padre che ha portato la famiglia della bambina all’isolamento, un vecchio bracconiere che conosce i boschi e le piste, un poliziotto strangolato dai vizi, un romantico boss della mafia jugoslava animato dal senso di giustizia. 


Più che un’indagine, quella di “Luce della notte” sembra una favola di Natale. Che fa ritrovare chi era stato separato dalla brutalità degli uomini, che restituisce a una bambina “diversa” il diritto di vivere come gli altri. Le complicazioni dell’intreccio, cui Ilaria Tuti ci ha abituato, lasciano più spazio ai caratteri dei personaggi e alle loro interazioni: Teresa e Marini cominciano a conoscersi e a scoprire le proprio fragilità (poi, sappiamo, il rapporto maturerà nell’altro thriller già uscito, “Ninfa dormiente”), Teresa e Andreas, la poliziotta dalla lunga cicatrice, e l’assassino guerriero, si riconoscono “nel ventre caldo e buio dell’amore per un figlio”, che a entrambi è stato strappato.


Erano solo un sogno le luci danzanti? L’indagine si ferma sull’orlo del mistero più grande, quello che lega gli individui e li porta a riconoscersi nel dolore, nello spazio dove i cuori continuano a battere insieme, anche quelli di chi non c’è più.

sabato 9 gennaio 2021

IL LIBRO

 

 Matsumoto Seichō  e la donna morta

vicino a un albergo a ore





 

C’è una domanda che si insinua nelle prime pagine di “Un posto tranquillo”, il terzo noir di Matsumoto Seichō, finora inedito in Italia, pubblicato da Adelphi: perchè Eiko negli ultimi tempi appariva più “provocante”, come se “volesse attirare l’attenzione”? Perchè una delle amiche alla scuola di haiku l’aveva definita “sensuale” e un’altra signora si era informata se per caso facesse l’intrattenitrice nei locali?

A porsi questi interrogativi è suo marito Asai, funzionario del ministero dell’Agricoltura, cercando di ricostruire, a ritroso, che cosa gli sia sfuggito nei sette anni di matrimonio con quella ragazza, “non una bellezza, ma attraente”, che fuori dalle pareti domestiche sembrava rinascere, mentre in casa, con lui, quasi non apriva bocca e tra le lenzuola era quantomeno tiepida e sfuggente? I colleghi di lavoro gli avevano messo la pulce nell’orecchio: l’ammorbidirsi delle forme in una donna intorno ai trent’anni non è solo un naturale sviluppo fisiologico, ma il risultato di un percorso, qualcosa di acquisito con l’«esperienza».


Comincia da qui il tarlo di Asai, prima ancora che l’evento scatenante si sia compiuto. Perchè nei tesi e perfetti thriller psicologici di Seichō, il Simenon giapponese (Adelphi ha già curato l’edizione di “Tokyo Express” e de “La ragazza del Kyūshū”, tutti tradotti elegantemente da Gala Maria Follaco), c’è sempre una qualche ossessione a muovere l’intreccio, la percezione di un elemento incongruo nel mosaico dei fatti, che nella mente del protagonista diventa un quesito martellante, ineludibile.
Eiko, che soffriva di cuore (due anni prima aveva avuto un leggero infarto, la scusa addotta per gli sporadici contatti sessuali col marito...), è morta in una zona di Tokyo lontano da casa, nel quartiere residenziale di San’ya a Yoyogi, all’interno di una profumeria posta su una strada in salita, accanto a un albergo a ore. 

Asai si trovava a Kōbe, dove aveva accompagnato il suo nuovo capo di gabinetto, e fa rientro in tutta fretta a Tokyo quando la moglie è già morta da ore. Che ci faceva in quel quartiere? Perchè aveva affrontato una salita, lei, così cagionevole? C’era forse un altro uomo dietro il suo fisico addolcito, che le aveva infiammato il cuore al punto da rompere la sua corazza e farle dimenticare la salute? Era con l’amante in albergo al momento del malore e lui l’aveva scaricata vicino al negozio per salvare le apparenze?


Comincia l’indagine. Meticolosa, paziente, fatta di sopralluoghi, di interrogatori a cameriere e governanti, di rapporti di investigatori. Gli haiku della moglie, cui Asai non ha mai prestato attenzione, rivelano indizi. “Lanterna dorata di Yamaga, fioritura di luci”. Lei non era mai stata in quella località termale, dov’è consuetudine costruire lanterne di carta molto elaborate, riproduzioni fedeli di palazzi, castelli e residenze famose, per offrirle al santuario locale. Dove poteva averle viste? Nella ricostruzione dell’ultima giornata di Eiko rientra anche un terremoto, verificatosi appena una mezz’ora prima della morte della donna, di intensità significativa ma non al punto da scatenare il panico tra gli abitanti di Tokyo abituati ai sismi. L’evento imprevedibile che fa saltare uno schema collaudato.


Eiko, incolore in casa, socievole fuori, due vite parallele. Come parallele sono le vite di Asai, funzionario ligio e preparatissimo, rispettoso delle regole, sensibile alle opportunità di carriera, e uomo alla ricerca della verità che non ha saputo vedere. Quando questi due profili collideranno, ancora una volta per un imprevedibile scarto del destino, il “posto tranquillo” cui aspira Asai, dove rispettabilità, onorabilità, decoro sono preservati, si sbriciolerà davanti ai suoi occhi. Il funzionario in carriera non ama la defunta moglie al punto da volerla vendicare, quello che cerca è ricostituire, con la vendetta, un ordine violato, sanare un sovvertimento che mina gerarchia e valori sociali.


Uscito in Giappone per la prima volta nel 1975, questo noir restituisce tutti i temi che hanno reso popolare e amato Matsumoto Seichō nel mondo: l’approfondimento psicologico e d’ambiente, il cambio incalzante di registro, la critica ai meccanismi anacronistici della società nipponica. La corsa scomposta che chiude il libro e fa saltare ogni disciplina, quasi come uno sberleffo, li sintetizza tutti.