lunedì 27 giugno 2022

MODA & MODI

 Shein fa outing per tre giorni a Milano

 


 

 

Shein si materializza. Da oggi, martedì 28 giugno, a giovedì 30, in piazza Gae Aulenti a Milano, il colosso cinese dell’abbigliamento femminile online, apre un negozio a tempo. Centocinquanta metri dove le fan potranno per tre giorni toccare finalmente con mano i capi e gli accessori e fotografarsi nella postazione “social friendly”, perpetuando quella che è una delle chiavi del successo di questo gigante dell’ultra fast fashion: trasformare tutte in testimonial del brand, far correre nella rete le immagini e i video delle shopaholic impegnate in frenetiche maratone di prova e di acquisto, entusiasticamente autoprodotti sotto l’hashtag #Sheinhaul. Cinque miliardi e duecento milioni di visualizzazioni su Tik Tok sono i numeri che danno la misura di questa gigantesca e geniale campagna di promozione dell’e-store, valutato cento miliardi di dollari.


Preparatevi alle file, avvertono siti e giornali. Le fan della Generazione Z non perderanno certo l’occasione di correre a strapparsi di mano fisicamente vestiti da otto euro in giù e, con i saldi già avviati, pezzi a partire da 1,99 euro. Ma sarebbe ingenuo pensare che siano solo ragazzine con pochi soldi e il desiderio di un guardaroba illimitato e in continuo rinnovamento, ad alimentare la crescita costante di Shein. La discrezione delle Rete permette anche a mature signore di dare un’occhiata alle proposte, rinnovate al ritmo di settemila pezzi al giorno. Il clic riempie il carrellino virtuale e libera altrettanto rapidamente la coscienza da qualsiasi preoccupazione sulla salvezza del pianeta e lo sfruttamento del genere umano. Il passaparola digitale, e non solo, fa il resto.

Nessun rischio di essere pizzicate magari dall’amica a rovistare tra gli espositori di un qualsiasi grande magazzino di fast fashion, nessun imbarazzo nel dover chiedere alla commessa un’escalation di taglie curvy. Con Shein un algoritmo seleziona, screma, anticipa i desideri, con autorevolezza propone. Bastano pochi acquisti e ogni giorno un algido software riempie la nostra personalissima vetrina di quanto potrebbe piacerci, frutto di incroci matematici: abiti lunghi, larghi, da scolaretta o da panterata. Una continua lusinga all’acquisto compulsivo, vario e a prezzi stracciati.


E allora, che fine fanno i crucci sulla sostenibilità? Shein è la cartina di tornasole della nostra cattiva coscienza. La generazione dei Fridays for Future è la stessa che ha creato la spaventosa fortuna del gigante cinese, nato e cresciuto tra i consumatori, sedotti, vampirizzati e risputati sul mercato planetario come influencer della porta accanto.

a i numeri e la crescita del brand ci dicono che la sua penetrazione è trasversale, che anche le generazioni negli anta, con stipendi ed ecoconsapevolezze strutturati, acquista senza problemi prodotti spazzatura, che inquinano, intasano, sfruttano, depredano ambiente e diritti. Non si metteranno in fila a Milano nei tre giorni di outing del brand, ma esistono e continuano, nelle domestiche stanze, segretamente a cliccare.

martedì 14 giugno 2022

MODA & MODI

La perversa attrazione

per il vero uncinetto

 


 

 

I lavori all’uncinetto sulle bancarelle sono diventati pezzi di tendenza. Chi li guardava con sufficienza, come passatempo da terza età, adatti perlopiù al mercatino domenicale degli hobbisti (lo ammetto: io), scopre di esserne perversamente attratto. Quegli assemblaggi di colori snobbati perchè un po’ kitsch, che accettavamo con un sorrisetto di circostanza se regalati da nonne e prozie, oggi sono la sintesi più genuina, colorata, divertente di quei valori su cui la moda di questi tempi discute parecchio, facendone spesso solo uno slogan: manualità, risparmio, sostenibilità. Ritorniamo agli anni Settanta e ne recuperiamo lo spirito e la leggerezza, quando il capo all’uncinetto spopolava nel guardaroba hippy, simbolo del bisogno di autenticità, della voglia di valorizzare e trasmettere un patrimonio antico di lavorazioni tradizionali. 


Nel gergo modaiolo si preferisce definirlo crochet, perché francesizzando, l’uncinetto esce dalla dimensione domestica e viene promosso a oggetto del desiderio, che caratterizza una stagione. Ci sembra di vederlo dappertutto perchè griffe del lusso e fast fashion l’hanno equamente vampirizzato, piazzando i loro loghi sui punti a catenella delle canotte o sulle borse “granny square”, fatte dei quadratini della nonna.


Dal berretto al bikini, dalla giacca all’abito, dalla borsa alle scarpe: oggi di uncinettato non c’è che l’imbarazzo della scelta, in qualsiasi foggia e colore. Celebrità e influencer di passaggio si fotografano in vestitucci a maglie larghe, giurando di maneggiare regolarmente il ferretto per rilassarsi. La serialità industriale spersonalizza e mette al riparo anche dal più impercettibile, umanissimo, difettuccio di lavorazione. Se poi il crochet è griffato, come il famoso maglione di Harry Styles che ha fatto impennare le ricerche online, ecco che il prezzo schizza alle stelle, quasi si trattasse davvero di capi artigianali e unici. Prendete un modello di borsa celebre e riconoscibile, proponetela in versione crochet ed è pronta la circolarità deluxe per le vetrine Instagram. Dall’uncinetto alla macchina industriale, però, l’obiettivo si è perso di vista.


DIY, do it yourself, fattelo tu. L’idea viene da lontano, ma oggi ha una nuova forza. Senza pretendere di salvare il pianeta, confezionare qualcosa con le proprie mani, riparare, trasformare, recuperare, ci aiuta a conoscere i materiali, a rispettarne il valore e insieme a valorizzare il nostro tempo. Agucchiare e sferruzzare diverte e rilassa ed è anche un modo di stare insieme e di comunicare. Quello che una volta si imparava in casa, ora si fa in gruppo, o con l’inesauribile offerta di immagini, lezioni, video, tutorial della piazza virtuale. Se poi i risultati sono modesti, basta cedere all’ipnosi cromatica delle perfettissime e caleidoscopiche borse a centrini della bancarella. Tutte diversamente no-logo.

sabato 11 giugno 2022

IL LIBRO

 

Giampaolo Simi e il ritorno

del “nerista” Dario Corbo
nella campagna fiorentina
dove l’arte lascia una scia di morte




 

 

«Ma non aspettatevi un sequel», aveva scritto Giampaolo Simi sul suo blog nei giorni dell’uscita, nel giugno 2018, di “Come una famiglia”, il secondo romanzo - dopo “La ragazza sbagliata” del 2017 - con protagonista Dario Corbo. Invece, l’ex giornalista di nera, finito a lavorare alla Fondazione artistica della donna che molti anni prima con i suoi articoli aveva contribuito a far condannare, è tornato. E il titolo del nuovo noir della serie, “Senza dirci addio” (Sellerio, pagg. 389, euro 16), stuzzica indirettamente i lettori, conferma quello che leggiamo nelle ultime righe: Corbo continuerà a indagare, perché il crimine che è al centro di quest’ultima trama, un traffico di reperti archeologici provenienti da tombe etrusche, è ancora tutto da ricostruire nelle sue ramificazioni, dai depredatori ai destinatari, passando per qualche compiacente guru universitario.

 

 

Giampaolo Simi


A chi non ha detto addio Dario Corbo? Alla sua ex moglie Giulia, travolta da un’auto pirata in una zona collinare dispersa tra Firenze e Prato. Che ci faceva lì, in un - presunto - posto da scambisti, e che fine ha fatto il suo cellulare? L’intreccio prende le mosse da questa morte, ma come sempre nelle storie di Simi sono i paesaggi interiori dei personaggi, con smottamenti e abissi che sembrano sempre trovare una loro corrispondenza con quelli “fisici” dei luoghi, a scandire lo sviluppo degli eventi. 


Dario e il figlio Luca affrontano a modo loro la liturgia del distacco, l’uno, nella delicata posizione di “vedovo mancato”, quasi fosse titolato solo a un dolore minore, reagisce incaponendosi nell’indagine, si muove da nerista qual era. L’altro, ex promessa del calcio finito sotto processo per aver coperto una storiaccia di violenza sessuale dei compagni, si rifugia a dormire nella Smart della madre, tentando di trattenerla, di custodirne il profumo.
Giulia lavorava per una galleria d’arte gestita dalla spregiudicata e ricca Maddalena (Maddajena, per Dario) Currè, intorno alla quale si muove una fauna di strani personaggi: un luminare dell’arte antica, un marito broker con la passione del collezionismo, un padre che ha fatto i soldi col cemento, la nuova toygirl del genitore dal cervello limitato. E un artista misterioso, “Absentium”, i cui quadri sono in mostra nella galleria, incomprensibili croste che trasmettono allo spettatore un senso di ripulsa e che la “jena” riesce comunque a vendere a peso d’oro.


Dove è stata uccisa Giulia? Il luogo, più che equivoco, è sinistro: anni prima un casale della zona, chiamata “Case Marsi”, fu teatro dello sterminio di una famiglia - un maresciallo dei carabinieri, sua moglie ex ballerina di night e la figlioletta - mentre un altro cadavere venne ritrovato all’esterno, in auto, forse un testimone scomodo. “Case Marsi” risveglia l’istinto da cronista di Dario. Di lì a poco emergerà un legame inquietante tra Giulia e il giovane ammazzato: hanno avuto lo stesso docente di tecniche artistiche all’Università.
Impossibile rovinare il gusto di scoprire la trama, tante sono le sterzate, le digressioni temporali, gli incroci imprevedibili tra i personaggi, fino alla conclusione aperta che depone a favore del mantenimento di Corbo in attività. Anche perchè l’indagine sull’ex moglie morta sembra aver scalfito la corazza della sua datrice di lavoro, l’insondabile e sfuggente Nora Beckford, che Dario ama e non ha mai potuto toccare.


Magistralmente Simi tira i fili, in un giallo che rimesta in una palude di affari, avidità, speculazioni, amoralità, ricchezze facili, ipocrisie. Una desertificazione umana che richiama il luogo dove tutto è cominciato, quel “Case Marsi” orfano di un centro commerciale bloccato, a due passi da lottizzazioni suburbane abortite, dove la vita nel cascinale è stata strappata via dalle radici e non è mai ricresciuta.

IL FOTOGRAFO

 

Frank Horvat: "Per favore, non sorridete"

E la vita s'insinua nell'inquadratura glamour

 

Frank Horvat


 
Una fotografia di moda su cui è impossibile non aver fermato lo sguardo, almeno una volta. È stata scattata nel 1958, a Parigi, per la rivista Jardin des Modes: della modella si vedono solo gli occhi scuri tra il cappello bianco di Givenchy, una sorta di pillbox hat, il copricapo portapillole, con una vistosa applicazione di fiori, e l’alto collo bianco del cappotto, che le avvolge il viso come in una spirale. Intorno a lei uomini in cilindro e tight puntano il binocolo verso le corse dei cavalli. Non la guardano e lei non guarda loro. Ignora gli uomini e le gara, i suoi occhi entrano diretti nell’obiettivo, sorpresi da qualcos’altro che non possiamo intuire.

 

 

Parigi, 1958, Les Jardin des Modes, cappello di Givenchy (tutte le immagini sono tratte da Horvatland)

 

Ma è davvero una fotografia di moda? Chi l’ha scattata, Frank Horvat, forse non l’avrebbe ritenuta tale. O non soltanto. Nel 1951, quando con la sua Leica comincia a firmare servizi per le riviste couture, lo fa con il taglio, la sensibilità, l’approccio di un fotoreporter. Con lui la moda scende in strada, si mescola alla gente, racconta non solo abiti ma luoghi e persone, esce dalla fissità e dai canoni dell’immagine da studio. E anche quand’è in posa, c’è sempre un elemento che introduce un altro sguardo: in un’immagine del ’58, a Parigi, per Elle, il suo figlioletto Michel, in piedi su una poltrona damascata, accarezza con una lunga piuma il viso della modella, che pare dissolversi.


Le prime foto di moda di Frank Horvat hanno già in sè questo percorso. 1951, Roma: l’indossatrice in un abito dalla gonna a ruota e il cappello a pagoda, di profilo sotto il sole, gioca con la sua ombra proiettata contro un muro, la mano guantata di bianco. 1951, Parigi: un’altra modella ripresa di schiena, sul marciapiede, appoggiata all’ombrello, guarda il traffico che scorre, e l’occhio di chi osserva cade sul gioco delle scarpe nere che s’incrociano, sul disegno della calza con la riga.


Anche quando immortala le celebrità, Horvat fotografa l’uomo e la donna dietro la maschera, ne coglie la piega più fragile o più spiazzante, entra nella loro vita per restituirne un momento. La fotografia, diceva, è l’arte di trattenere l’attimo prima che la scena si imprima sulla pellicola. Ecco allora Aznavour a Parigi quasi perso tra la folla, Josephine Baker appoggiata a una scala dopo lo spettacolo, lo stilista Jacques Fath che si trucca, Yves Saint Laurent giovanissimo, col sorriso disperato a un ricevimento, Coco Chanel che assiste alla sua sfilata dalla scala, in una trama di linee in bianco e nero, un filo dei suoi stessi tessuti.

 


 


 


 


“Please, don’t smile”, dicevano i fotografi prima dello scatto per scongiurare la serialità espressiva. Le modelle di Horvat, sulle pagine di riviste patinate come Harper’s Bazaar Usa, Vogue Uk, Vogue France, Elle, dai mercati di Les Halles alle strade di New York, dalle trattorie di Roma alle spiagge della Normandia, il sorriso lo accennano appena, a volte lo dimenticano del tutto. Fissano enigmatiche l’interlocutore dai vetri della metropolitana, spuntano tra gruppi di vigili del fuoco, calciatori, bambini di una classe elementare, fumano al tavolino di un caffè perse nei loro sogni, si vestono per un ricevimento dietro la finestra di un appartamento elegante, camminano in abito da sposa “sospese” sopra Montmartre.

 

Coco Chanel guarda dalle scale la sua sfilata

 

Chi si muove intorno a loro, che cosa Horvat ha sottratto all’inquadratura? Vestiti, scarpe, cappelli, gioielli sono un pretesto. La statuaria top-model China Machado è ritratta in piedi, dietro allo scrittore Alberto Moravia, seduto nella sua biblioteca con un persiano bianco in braccio. Lei indossa un tailleur couture dai bottoni gioiello, ma gli occhi di entrambi sono catturati da qualcosa che accade altrove. Chissà cosa vedono - ci chiediamo - chissà perchè il gatto sembra l’unico a non curarsene, i suoi, di occhi, ridotti a fessura. 

Roma, Alberto Moravia e China Machado


 

lunedì 16 maggio 2022

MODA & MODI

Martha Stewart e i nipotini della Gen Z

la generazione senza età

 


 

 

L’ottantenne Martha Stewart, che ha guadagnato una fortuna nella televisione americana come maestra di lifestyle domestico e di bon ton, si rivolge alla Generazione Z, demograficamente la fascia che va dai 9 ai 24 anni. Qualche consiglio da vivace vegliarda per stare al mondo con eleganza? Tutt’altro. Martha è appena diventata testimonial per una griffe cosmetica di lusso e su TikTok ha il compito di convincere i suoi nipoti e bisnipoti di quanto sia importante comprare una crema che scolpisce il viso a più di mille dollari. Benvenuti con Martha nella “generazione senza età” titola il New York Times. Lei, che dimostra trent’anni di meno, con ha un viso luminoso e senza una ruga, è l’ambasciatrice perfetta della “positivity” degli anni che passano e mostra ai ragazzini, sul loro social preferito, come la vecchiaia non sia affatto da temere, anzi possa essere una stagione liscia, candida, perfino eccitante.

Alla Generazione Z, nata e cresciuta nell’era delle videochiamate e delle videoconferenze, di zoom e teams, la prima che comunica con la faccia costantemente esposta, il messaggio è inequivocabile: nella società digital non è accettabile diventare vecchi, non a caso ai giovani parla una vecchia che vuol sembrare giovane. Il che è esattamente lo stesso: il decadimento non è esteticamente ammesso. Se usi i prodotti giusti non dovrai fare i conti con ragnatele, macchie, smottamenti.


La testimonial agée è da tempo una moda. Iris Apfel, con la sua potente faccia rugosa, è stata il volto dei cosmetici Mac e oggi, alla vigilia dei cent’anni, lancia la sua linea beauty. Benedetta Barzini, il viso da divinità Maya profondamente solcato, a ottant’anni continua a posare per servizi fotografici, mentre Jacky O’Shaughnessy, ai sessanta passati, ha promosso l’intimo di American Apparel nella sua fragilissima pelle trasparente. Una scrittrice raffinata come Joan Didion è stata il volto di Céline, in occhiali neri sulla guancia cadente. Per tutte loro l’accento era sull’energia, sulla vitalità, sull’indipendenza anche nella stagione avanzata della vita, soprattutto dai bisturi. Il messaggio pubblicitario - perchè sempre di pubblicità si tratta - era diretto a donne negli “anta” con possibilità economiche, per rendere desiderabili i prodotti scelti da fuoriclasse nel loro campo: scrittrici, artiste, modelle. L'ultimissima della serie è l'ex top model Maye Musk, madre di Elon, a 74 anni in costume da bagno sulla sua prima cover, quella di Sport Illustrated Swimsuit, a incarnare l'empowerment femminile coi capelli bianchi e la body positivity insieme a Kim Kardashian, alla cantante Ciara e alla modella e musicista Yumi Nu.


Con Martha Stewart la prospettiva è rovesciata. E i destinatari della pubblicità anche. Bambini o poco più. “Niente coltelli sulla mia faccia», ha detto lei, ammettendo comunque di essere seguita da due dermatologi newyorkesi le cui procedure permettono di raggiungere lo stesso risultato, attraverso serrate routine di laser, filler, ultrasuoni. Lama o crema a tanti zeri, cambia solo il grado di invasività: la vecchiaia va allontanata in tutti i modi, la giovinezza è un imperativo. Ecco il siero che fa sembrare la tua pelle come se fosse passata al Photoshop: il problema non è il siero, che mai farà miracoli, è sembrare photoshoppati, perfetti, eterni.


Ai giovani della Gen Z che ballano davanti allo specchio su TikTok, la loro nonna dice che dovranno rimanere sempre così: tonici, freschi, intatti. Che dovranno spendere soldi, tempo, energie, per condannarsi a un’eterna - questa sì - lotta contro il tempo. Generazione senza età e senza una parte della vita.

domenica 15 maggio 2022

IL PERSONAGGIO

 

Il mito Anita Pittoni

e quel golfino all'uncinetto

sotto casa delle sorelle Wulz 


Anita Pittoni indossa una sua creazione


 Anita Pittoni inventiva creatrice di moda? Creatrice sì, prima di tutto di se stessa. In alcune note autobiografiche, manoscritte e dattiloscritte, l’artigiana artista triestina si raccontava con particolari diversi, costruiva e adattava il suo profilo alle occasioni, agli incontri, agli interlocutori cui erano dirette. Si voleva designer naturale, autodidatta ispirata, mitizzava gli inizi. Del tutto priva di esperienza - diceva di sè - si era messa a lavorare all’uncinetto un golfino, sul gradino davanti alla porta dello studio delle sorelle Wulz, Wanda e Marion, al numero 19 di Corso Vittorio Emanuele III a Trieste, oggi corso Italia. In un altro suo testo, “La boutique de la femme italienne”, scherzava sulla sua griffe, ma con l’orgoglio di appartenere di diritto a una dimensione artistica: “Vostra moglie non vi ama. Donatele un costume Pittoni. Il vostro amante vi dimentica. Donategli una fotografia Wulz”.


Capitava, però, che qualche dettaglio sfuggisse al controllo di Anita, che qualche nota non fosse rivista e allineata. Ecco allora un’altra delle sue autorappresentazioni delineare un percorso diverso, chiarendo ruoli e suddivisione dei compiti nello Studio di arte decorativa che all’inizio teneva nella dimora delle Wulz, prima di trasferirsi in via D’Annunzio 1 (l’odierna via del Teatro) e poi in via Cassa di Risparmio: loro fotografavano capi e accessori, lei li realizzava, ma i disegni e i bozzetti erano firmati dal grafico pubblicitario polesano Marcello Claris. Non modelli di suo pugno, dunque, ma di un artista al quale va certamente attribuito l’album dei gilet ora conservato al Museo Wolfsonian di Genova e ritenuto di Anita.


Fingere abilità, o sottacere collaborazioni, contribuiva a creare il suo personaggio. Le piaceva dare di sè una descrizione “verosimile”, dove coesistono verità, un pizzico di esagerazione e ruoli di pura invenzione. Accade, per esempio, sempre secondo un’altra delle sue autobiografie, quando affermò di essere stata aiuto del regista Anton Giulio Bragaglia per le scene de “Il suggeritore nudo” di Marinetti. Una fantasia: le realizzò in realtà l’artista e designer Bruno Munari.
C’è una biblioteca di moda che racconta molto sulle fonti dell’ispirazione della Pittoni e sulle origini della sua opera tessile. Ma anche sui vezzi, sulle debolezze della donna e della creativa. Un centinaio di pubblicazioni preziose per “contestualizzare” questa singolare ed eclettica figura di “genio della manualità”, per citare la definizione che di lei diede Tullio Kezich, il cui lavoro di designer si nutriva di moltissime letture e sollecitazioni visive, era dunque tutt’altro che spontaneo.

 

Anita Pittoni nel 1933 con una sciarpa di lana lavorata all'uncinetto

 


Sui volumi, di proprietà di vari collezionisti, sta lavorando il libraio Simone Volpato, al quale si devono mostra e catalogo FuturAnita del 2016, dedicati alla vita quotidiana dello Studio di arte decorativa, a clienti, patronesse e testimonial di sangue blu, a committenti e fornitori, alla corrispondenza e ai contatti mantenuti negli anni della moda, dal 1920 in poi, quando non era neanche ventenne. Nel 1949 Anita lascerà la moda per una nuova avventura, l’editoria di pregio. Se ne sono occupati di recente Michela Messina e Sergio Vatta, mentre lo studio di Volpato diventerà un libro, per i tipi dell’editore Ronzani.


Sfogliamo i volumi. Per imparare a riconoscere le tipologie di tessuti e studiare armature di stoffe, Anita legge due manuali editi da Hoepli, di Oscarre Giudici e Pietro Pinchetti, del 1904 e 1910. Ne “L’arte decorativa contemporanea” di Carlo Carrà, del 1923, si sofferma sulla sezione arazzi, pannelli, tappeti, merletti, dove l’autore parla di Fortunato Depero, di Rosa Menni Giolli, maestra delle arti decorative applicate alle stoffe, del designer e architetto Marcello Nizzoli e dell’Associazione del Batik di Trieste fondata dalla pittrice Maria Lupieri. Tra queste pagine è conservato il suo primo monogramma “AP”, sotto forma di ex libris.


Dello stesso anno è un’altra opera consultata da Pittoni, “Le arti a Monza nel MCMXXIII” di Roberto Papini, dove sottolinea i passi dedicati a Depero, alle sete di Guido Ravasi, ai velluti di Lorenzo Rubelli e agli arazzi di Vittorio Zecchin. Nel numero monografico di “Noi. Rivista d’arte futurista”, ancora del ’23, studia i cuscini e i pannelli di Depero e Valente. Nel 1925 visita la Seconda internazionale delle arti decorative a Monza, di cui acquista il catalogo, mentre per approfondire la lavorazione dei cuscini in panno consulta quelli della ditta torinese Lenci degli anni ’26 e ’28. Infine, quando si avvicina al mondo delle navi nel 1932, si fa donare da Ernesto Nathan Rogers il volume di Anselmo Bucci, “Arte decorativa navale”.

 

Un cappello di Anita Pittoni alla Triennale di Milano nel 2016

 


Nella biblioteca Pittoni trovano spazio tutte le novità editoriali dell’epoca in materia di interior design. Negli scaffali anche volumi d’arte e i cataloghi della mostra del Novecento Italiano di Margherita Sarfatti del 1926 e 1929. La “pittrice dell’ago”, come la chiamava Bragaglia, è curiosa e attenta alle uscite. Legge, sfoglia, si imbeve di immagini, colori, grafismi. Assorbe come una spugna.


Se si potesse dunque idealmente allargare la foto in cui Anita Pittoni dice di aver uncinettato il golfino perfetto sotto casa delle amiche Wulz, nell’inquadratura entrerebbero Carrà, Depero, la moda femminile dei futuristi, teorizzata nel manifesto di Volt (il poeta Vincenzo Fani Ciotti), la stessa Sarfatti. Era il mondo dell’arte che le offriva spunti per disegnare il moodboard delle sue collezioni. Anita lo faceva, e spesso lo credeva, tutto ed esclusivamente suo.

martedì 3 maggio 2022

MODA & MODI 

Giacca biker e scarpets, unione senza regole

 

Giacca biker e friulane. Due dei pezzi di tendenza della stagione sembrano inconciliabili. Aggressività e comodità, un capo da motociclista e una ciabattina nata da antiche sapienze artigianali, che ispira più sussurro che rombo. A metterli idealmente d’accordo è Kate Moss, modella icona e volto degli anni Novanta, da sempre fan del giubbotto di pelle. In una galleria fotografica attraverso i decenni, lo ha abbinato a vestitini sottoveste, gonne lunghe, jeans, leggings e t-shirt, trasformandolo in un pezzo per ogni ora e occasione, ammorbidendolo senza snaturare il suo dna selvaggio e libertario.

E le cosiddette friulane che c’entrano? Anche loro piacciono a Kate, paparazzata a Londra nel 2017 con un paio di pantofole rosse a dare un guizzo di colore al suo total black. Per la verità non erano le autentiche friulane - anzi gli scarpets, così come si chiamavano prima che il marketing li vampirizzasse - ma la versione sciccosa comprata in una boutique di Soho e firmata da due sorelle veneziane di sangue blu che insistono sulla improbabile nascita lagunare della ciabatta. La scelta, comunque, era chiara.

 

Kate Moss in friulane (Getty)

 

Giubbotto biker e friulane, da diversi punti di vista ci parlano entrambi di libertà, una parola chiave ai tempi della pandemia e non solo nella moda. Un recupero dal passato che reinterpretiamo alla luce di esigenze cambiate, della voglia di praticità, versatilità, di un vestire ribelle ai codici. Correva l’anno 1953 quando “il selvaggio” Marlon Brando lanciava chiodo, jeans e t-shirt bianca, da allora saliti più volte in passerella insieme. Negli stessi anni James Dean, Steve McQueen, Elvis Presley entrano nell’immaginario comune in giubbotto di pelle. È il 1978 quando Olivia Newton-John in Grease ne fa un capo passepartout dell’abbigliamento femminile, calcando su aggressività e sensualità. E via via, dai Sex Pistols a Blondie fino a Kate Moss, la giacca di pelle zippata appartiene ormai al nostro guardaroba, quest’anno riletta dai designer in molteplici versioni: modelli corti con revers, lunghi stile giacca maschile, con maniche a sbuffo, borchiati, finto stropicciati e consumati.


Le friulane non sono cinematografiche ma vantano un’eredità ultrasecolare. Scarpe nate in Friuli dal riciclo dei tessuti, genderless prima che la parola diventasse di moda, così fluide da essere intercambiabili tra piede destro e sinistro, espressione di un’economia circolare dettata dalla necessità che oggi rivalutiamo per emergenza e sostenibilità. Diventate negli ultimi anni prodotto di massa, uscite dall’industria più che dal duro lavoro di modellare suola e tomaia ad ago (anche se i patiti si arrampicano nei paesi di montagna per assicurarsi i veri pezzi unici), sono diventate di per se stesse un brand riconoscibilissimo, conservando la forma e l’asciuttezza originali.


Punk rock e tradizione, chiodo e scarpets. Entrambi fanno tendenza, ma l’accostamento, a sorpresa, non stride. Sono scarpe e giubbotti che si abbinano a gonne e pantaloni, al corto e al lungo, mattina e sera. Non perdono il loro spirito, nelle situazioni più diverse. Kate Moss insegna.