martedì 1 settembre 2015

LA STAGIONE

La Contrada a Trieste spariglia le carte: apre Cancun e Miramar finisce in coda

  Il nuovo cartellone della Contrada comincia rovesciando una certezza: il primo spettacolo della stagione non sarà in triestino. “Ritorno a Miramar”, di e con l’irriverente comico Alessandro Fullin affiancato dalla beniamina di casa, Ariella Reggio, sarà lo spettacolo di congedo, in aprile 2016. Una novità, che però cade in un anniversario speciale e gli regala una sfumatura affettiva: proprio in aprile, infatti, quarant’anni fa, la Contrada nasceva.
Il dialetto in coda alla programmazione è solo uno dei tanti cambiamenti di quest’anno, come hanno raccontato nella presentazione di ieri la presidente Livia Amabilino, affiancata dal direttore organizzativo Diego Matuchina e da Matteo Oleotto. Quest’ultimo, il papà del cinematografico Zoran, firma con la Contrada la sua prima stagione da direttore artistico e pure la sua prima regia teatrale, “Vipere”, dal testo del friulano Carlo Tolazzi.
Si rinsalda, inoltre, una collaborazione storica, quella col Dramma italiano di Fiume che, insieme alla Contrada e con una compagnia di attori mista, darà vita a “Zoran e il cane di porcellana”, versione teatrale del film pluripremiato di Oleotto. Non sarà lui, però, a curare la regia («Zoran me lo sono sognato per un sacco di tempo - ha ammesso - alla fine non facevo altro. Sarò un felicissimo spettatore...»), ma Andrea Collavino, ieri ospite al teatro Bobbio insieme a un’emozionata Leonora Surian, da un anno direttrice del Dramma italiano di Fiume, che, tra le prime iniziative, ha voluto appunto riallacciare i rapporti con i colleghi triestini e coinvolgerli nel progetto del “nipote scemo” in versione prosa, una sorta di prequel della pellicola.
Quanto a scambi e intrecci, insomma, la nuova stagione non si fa mancare niente. Ma la reciprocità più “piccante” ha per protagonista la stessa Reggio che, prima di tornare a calcare il “suo” palcoscenico di via del Ghirlandaio, sarà in scena, («un po’ vestita e un po’ no», ha ridacchiato) al teatro Rossetti, nel cast di Calendar girl con Angela Finocchiaro e Laura Curino, storia di signore agée («vecie, insomma») che si producono in uno spogliarello domestico per beneficenza.


Ariella Reggio protagonista di "Ritorno a Miramar" di Alessandro Fullin (courtesy La Contrada)

Per par condicio, la Contrada ospita per la prima volta gli Oblivion, di solito di casa al Politeama, con il nuovo spettacolo “The human jukebox” (dal 19 febbraio), poi in partenza per il Sistina di Roma. «Chiediamo al pubblico di inserire in un’urna il nome del cantante preferito - hanno spiegato ieri il triestino Davide Calabrese e Fabio Vagnarelli degli Oblivion, in un fulminante corto circuito di battute - noi lo prendiamo e lo distruggiamo. Ogni sera lo show sarà diverso e ugualmente inutile. Proprio inutile, ve lo diciamo subito, noi non vendiamo fumo, ancora...».


Gli Oblivion porteranno al teatro Bobbio "The human jukebox" (ph. courtesy La Contrada)

Dodici spettacoli in cartellone, quattro produzioni firmate dalla Contrada, la conferma dei circuiti “Danza” e “Comici”, entrambi con tre titoli, cui si aggiunge il nuovo “Family Show” per grandi e piccini, con il musical del Principe Ranocchio, il live show “Masha e Orso” e, in marzo, la poesia del corpo interpretata dagli svizzeri Mummenshanz. «Una stagione di cui siamo orgogliosi: ricca, valida, piena di novità», ha detto Amabilino, ringraziando il pubblico per la solidarietà e l’attaccamento al teatro, e le istituzioni pubbliche, Regione in testa, per aver integrato il buco lasciato dal taglio del Fus, che ha minacciato la stessa esistenza in vita della Contrada. «L’anno scorso abbiamo aumentato gli abbonati del 7 per cento. Speriamo di fare ancora meglio...».
Su il sipario il 23 ottobre, con la prima produzione, “Cancun” del catalano Jordi Galceràn, che vedrà Mariangela D’Abbraccio e Blas Roca Rey in una storia, dai tratti comici e surreali, sulle relazioni e i desideri inconfessabili dell’amore coniugale. Dal 6 novembre “Zoran e il cane di porcellana”, scritto da Aram Kian e diretto da Collavino, seguito, dal 4 dicembre, da “Vipere”, nell’interpretazione di Gualtiero Giorgini, Roberta Colacino e Massimiliano Borghesi.
Ambientato nelle Alpi Carniche e basato su lettere autentiche dei soldati, il testo - commissionato dalla Contrada - racconta, strappando anche qualche risata, l’ottusità e l’assurdità della guerra in una chiave originale e universale. Un soldato punto da una vipera ha davanti a sè una demenziale alternativa: morirà prima per il veleno o per una condanna militare?
«Amo molto camminare in montagna - ha esordito l’autore, Tolazzi - la scorsa domenica l’ho fatto per cinque ore in mezzo all’erba, alle pietre e sotto il sole, proprio l’ambiente adatto alle vipere. Camminavo con le mani in tasca, ma chi va in montagna non cammina con le mani in tasca... La verità è che facevo il più antico gesto apotropaico del mondo. Sono molto in ansia per questo spettacolo», ha scherzato ancora. «Mi ero ripromesso di non toccare il tema della guerra, di cui si è già parlato molto, ma ho trovato lo spunto delle lettere irresistibile. È la mia prima regia, potete immaginare l’emozione», gli ha fatto eco Oleotto che, per uno dei singolari intrecci di cui sopra, ha affidato le scene ad Anton Špacapan, già nella squadra del film Zoran e da cui ha “mutuato” sia il cognome che il modo di parlare del ragazzo.
Nomi di richiamo, attori e registi, per gli spettacoli ospiti, che aprono il 20 novembre con un grande classico, “Sarto per signora” di Feydeau, regia di Valerio Binasco e protagonista Emilio Solfrizzi. Dall’8 gennaio sarà la volta dei “Tradimenti” di Harold Pinter nell’interpretazione di Ambra Angiolini e Francesco Scianna diretti da Michele Placido. Ancora un attore televisivo molto amato, Francesco Pannofino, reciterà accanto ad Emanuela Rossi, dal 29 gennaio, ne “I suoceri albanesi” per la regia di Gianni Clementi, cui seguirà, dal 4 marzo, “L’amico del cuore”, scritto e diretto da Vincenzo Salemme, nell’interpretazione di Biagio Izzo.



Emilio Solfrizzi in "Sarto per signora" di Feydeau (ph. courtesy  La Contrada)




Emanuela Rossi e Francesco Pannofino ne "I suoceri albanesi" (ph. courtesy La Contrada)

 Dal 18 marzo sarà in scena uno spettacolo su cui Amabilino e Matuchina hanno richiamato l’attenzione, “Il mondo non mi deve nulla” di Massimo Carlotto, con Pamela Villoresi e Claudio Casadio, che vede tra i co-produttori il Css-Teatro stabile d’innovazione di Udine, «altra eccellenza regionale». Per concludere, dall’1 aprile, la compagnia Attori & Tecnici, specialista in Agatha Christie, torna in scena con “Assassinio sul Nilo” e, dall’8 aprile, spazio alla commedia “Ieri è un altro giorno!” con Gianluca Ramazzotti, Antonio Cornacchione e Milena Miconi, prima della chiusura triestinissima del “Ritorno a Miramar”, cui Fullin minaccia di aggiungere altre trovate.
Parterre de rois alla presentazione, aperta dai saluti del sindaco Cosolini e dall’assessore regionale Torrenti, chiamati sulla scena a ricevere i ringraziamenti per il sostegno alla Contrada nel delicato momento della riforma. «Spero che la stagione vada bene per tutti i teatri triestini, perchè ce lo meritiamo», ha sintetizzato Ariella Reggio. «È un anno in cui succedono strane cose...».
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domenica 30 agosto 2015

 MODA & MODI
Quest'inverno è lei a portare i pantaloni

Il power dress femminile porta i pantaloni. Dimenticatevi le spalle quadrate, le pencil skirt e i polpacci perennemente stressati sopra i tacchi ad ago della donna in carriera da stereotipo cinematografico. Ma anche le più blande donne con le gonne che cantava Vecchioni, senza Freud o briefing per la testa.
Le gambe che lei stende, e accavalla, metaforicamente sopra la scrivania non sono velatissime e ammiccanti, comunque a vista, ma disegnate, avviluppate o tatuate da uno dei tanti, diversi pantaloni dell’inverno 2015. Formali o sensuali, classici o un po’ irriverenti, si sono liberati dal luogo comune di essere un capo maschio per eccellenza e quindi vietato alla donna che voglia giocarsela alla pari. 
Distinguersi è d’obbligo, ma non è un obbligo farlo nei codici dell’abbigliamento. Anzi, qualcuno, come Alessandro Michele per Gucci, ha disegnato pantaloni identici, gender-intercambiabili, che a uomo e donna danno un’andatura neutra, ugualmente e mollemente “disossata”. Messaggio intuibile: per tracciare le gerarchie, o i rapporti di forza, o solo per distinguere tra i sessi si deve guardare altrove, non alle gambe del soggetto in questione.

Gucci autunno-inverno 2015-16 (ph. Harper's Bazaar)

Corti alla caviglia, dipinti su cosce e polpacci, a vita alta, nella rieditata zampa di elefante o amplissimi e fluidi, i pantaloni della stagione fredda hanno tutti una personalità forte, anche se non tutti sono facili da indossare. I più freschi sono quelli corti alla caviglia, che si aprono con una lieve scampanatura, o minuti e aderenti. La lunghezza “indecisa” permette di sbizzarrirsi con le scarpe: stivaletti, ankle boots o tronchetti che siano (cercando di evitare di mostrare troppa calza o calzettone e quindi segare la gamba con tre misure diverse...), oppure scarpe piatte, stringate e maschili. O ancora le euforiche Mary Jane di stagione, colorate come lecca-lecca e con il tacco squadrato.



La proposta di Prada per l'autunno inverno 2015-'16





 

 
Mary Jane di Prada rosa e geranio






La vita alta si spreca, sia per gli skinny sia per i pantaloni ampi e importanti, che si avvolgono intorno alle gambe quasi come una gonna lunga. Questi ultimi sono riservati alle alte e longilinee, ma entrambi, quando si allungano sopra l’ombelico, si portano con la camicia infilata o un pull minuscolo, per non cancellare il punto vita e scongiurare l’effetto fagotto.
Tra le novità, i pantaloni di lana sferruzzati o tricottati uguali al maglione. Se vi fate tentare, guardatevi subito il sedere, dove spesso tendono ad afflosciarsi a mo’ di pannolone. In genere, su propozioni non da top model, questo total look fa correre tre rischi: sembrare in pigiama, uno yeti, un würstel. E allora addio power dress.


Total look tricot di Celine 2014-2015

giovedì 20 agosto 2015

IL LIBRO

Simi: c'è il vuoto sotto la neve sul mare




L’avvio depista. L’ennesimo tentativo fallito di fecondazione assistita, fa pensare che quella di Giampaolo Simi sia la storia prevedibile di una maternità negata e dell’annientamento della coppia che la insegue. “Cosa resta di noi” (Sellerio, pagg. 300, euro 14,00) è questo, certo, il diario di una privazione portata all’epilogo immaginabile, ma non solo. All’autore interessano gli incroci, i misteri, le casualità, i personaggi attraverso cui la distruzione si compie, che ne fanno una storia di sgretolamento corale, come i muri degli stabilimenti balneari della Versilia dov’è ambientata, esposti alla furia di una mareggiata ma ancor più all’erosione quieta e implacabile dell’inverno. Un noir amaro, ironico e crudele, che aggancia il lettore alla pagina con il suo andamento lento, carico di segnali. La strana nevicata sul mare nasconde qualcosa e qualcos’altro rivela.
Quella vita mai iniziata, quel “lutto all’incontrario”, è solo il pretesto per allargare il campo su altri mancati concepimenti nella vita di Edo e Guia e tutt’intorno a loro. Lei è una scrittrice talentuosa, ricca, brillante, a caccia di un editore per il secondo libro. Lui il bagnino aitante diventato gestore dello stabilimento balneare dei suoceri, l’Antaura, università disertata alle spalle e un presente di sdraio da manutenere, all’ombra della bella moglie che frequenta i salotti e al mare non si vede mai. Si amano, ma l’amore fisico segue i tempi delle ovulazioni e si smaglia.
Un giorno entra in scena Anna, rappresentante di pavimenti in cotto, grezza e diretta, tipo da animalier e borse sgargianti, che si trascina dietro l’amore sbagliato per Giangi, un comico spompato diventato stalker. Edo, quasi per inerzia, cede al placido gioco di seduzione della donna e si fa coinvolgere nei suoi problemi, finchè, proprio nel giorno della surreale neve versiliana, a San Valentino, Anna scompare per non tornare più.
La dissoluzione genera devastazione. Le indagini innescano il circo del dolore, i programmi tivù lacrimosi, le comparsate che ridanno un’identità mediatica al buffone Giangi, principale sospettato, ma regalano anche a Guia, sua intervistatrice di fiducia e confidente, un protagonismo mai prima conosciuto.
Quando la neve si scioglie, solo Edo vedrà la verità sulla sparizione di Anna. Ma nemmeno lui, il narratore con cui istintivamente simpatizziamo, vorrà assumersi la responsabilità di un atto che dissipi il vuoto, riempia l’assenza.

lunedì 17 agosto 2015

 MODA & MODI

Abiti e accessori risalgono, come un vecchio post


Tra capi “must have” e accessori sempre “it” e “hot”, il web comincia a surriscaldarsi con la moda dei prossimi mesi freddi. Non c’è spazio virtuale (e pure cartaceo) che non inalberi la parola più abusata: tendenza. Il tanto vituperato “look” è quasi scomparso dal vocabolario, rimpiazzato da legioni di instagramers che viralizzano all’istante le loro scorribande nel guardaroba, alzando stormi di cuoricini sul display e rendendo inutile perder tempo con le descrizioni verbali. Ma la tendenza, o meglio il trend, in sostanza il “mai più senza” della stagione in arrivo, resiste implacabile. Anche il trend è di poche parole, con buona pace dei nostalgici delle cronache di moda di una volta, tutte descrizioni e forbitezze linguistiche, perchè c’era quasi solo la penna a materializzare l’immagine. Nell’era “istant” quel che ci vuole è l’esatto contrario: una vagonata di foto dalle sfilate dei mesi precedenti, sopra e sotto, sulla e fuori passerella, per visualizzare senza perdersi in chiacchiere quale colore indosseremo, illuminarci sulla diatriba tra capospalla e piumino, mostrare le ultimissime in fatto di borse, cappelli, stivali, guanti.
Ebbene? La tendenza dell’inverno 2015 è che non c’è tendenza. “Surfate” per credere, se volete certezze fashioniste la navigazione in rete sarà poco illuminante. Partiamo dai colori. Che il marsala sarà di punta lo sappiamo almeno da un anno (è la tinta lanciata da Pantone), in buona compagnia del verde muschio, del blu che ormai per definizione è “the new black”, del black black e del rosso fuoco. Da un lato all’altro della palette, affronteremo i rigori coperte di rosa e azzurro baby come un ghiacciolo o brandendo l’arancio e il blu psichedelici degli anni ’80.
La palette ghiacciolo di Prada 2015
Per pitonate e panterate c’è una conferma: rettili e dintorni resistono e diventano acidi e fluo. Ma si possono pure rieditare i fiori anni ’70 (gli abitucci flower power ora sono boho-chic), le geometrie colorate, l’optical bianco e nero, far tappezzeria incartate in una fantasia copridivano o giocare alla soldatessa urbana con mantelle e alamari. E se, tra gli animali di ritorno, si rintraccia il montone, la pelle gothic punk non arretra, mentre i dettagli di pelliccia, eco o autentica, si sparpagliano dappertutto, dai tacchi ai cappelli.


Miniabito e sandali di pelliccia nell'autunno inverno 2015 firmato Blumarine
La tendenza è far saltare l’ordine cronologico. Mischiare, recuperare. Come nelle condivisioni social dove basta un “mi piace” per far risalire un vecchio post, tutto si riaggiorna continuamente. E siamo noi le influencer di noi stesse, con a disposizione un guardaroba illimitato.


Cappotto con mantella di Valentino 2015

lunedì 27 luglio 2015

MODA & MODI

Lubiana, una mostra in guanti bianchi


Sorelle Fontana

Toccare il cappottino bon ton firmato da Roberto Capucci color giallo macaron, il plissè fitto nella gonna dell'abito di Mila Schön, le mise da sera di Gigliola Curiel e quelle della figlia Raffaella, con le decorazioni che si rincorrono sulla seta.  Il nido d'ape di un vestito lungo Gattinoni verde pastiglia, le stampe di Pucci, i colori con un filo d'oro di un Missoni fuori dall'ordinario, meno riconoscibile al primo colpo d'occhio.

Mila  Schön: abito da cocktail in seta e plastica
Non capita di frequente nelle mostre di moda di poter sentire la consistenza dei tessuti,  il loro rumore (fruscii e crepitii sono molto diversi, come le fibre che li "emettono"), misurare la pesantezza dei materiali. Anzi, spesso al solo avvicinarsi a uno dei capi in esposizione, si avvertono gli occhi dei custodi delle sale puntati alla schiena. Sacrosanto controllo: sono testimonianze fragili, basta sfiorarle per lasciare un segno inopportuno, che poi va cancellato con operazioni non di semplice lavaggio, ma quasi di restauro.

Mila Schön

E' allora una piacevole sorpresa scoprire che, all'ingresso della mostra Fashion in Motion allo Slovenski etnografski muzej di Lubiana (fino al 19 ottobre) , c'è un contenitore colmo di guanti bianchi da prestigiatore. Il visitatore li può indossare e avvicinarsi senza patemi a una parte degli abiti, collocati su una rastrelliera girevole, quasi come in un negozio. Quello di Lubiana è un piccolo allestimento che racconta la moda italiana dagli anni Sessanta a oggi attraverso capi provenienti soprattutto dalla collezione della Fondazione Sartirana Arte di Pavia.
Sorelle Fontana: seta beige e decorazioni di paillettes, primi anni '50

Ed è proprio col tatto, oltre che con gli occhi, che scopriamo la modernità e l'attualità di un vestito da cocktail di Mila Schön, bianco e argento, con decorazioni di perle, paillettes, canottiglie, ricoperto da una sorta di cotta di plastica trasparente. Il vestito è fluido, come il gioco di linee curve e rette, di cerchi e semicerchi disegnato dalle pietre, ma la "sovracoperta" lo congela in una sorta di effetto spaziale, lo strappa al suo tempo e lo rende senza tempo. Seta e plastica, morbidezza e rigidità, tradizione e sperimentazione. Un contrasto che sintetizza tutta l'abilità della stilista nell'abbinare materiali inconsueti all'interno della sua coerente idea di stile, senza forzature. Quell'abito corto si può indossare subito. E' bastato toccarlo per capirlo e innamorarsene.
@boria_a
Cappottino dorato in seta firmato Roberto Capucci (1984) per il matrimonio della contessa Gloria Visconti

mercoledì 22 luglio 2015

LA STAGIONE

Al Politeama Rossetti di Trieste fa tappa l'Hamlet del Globe Theatre


Il never ending tour di Amleto che tocca Trieste. E un’inedita Ariella Reggio in versione nude look da calendario. I primi assaggi, e neanche centellinati, della nuova stagione del Politeama Rossetti di Trieste sono fatti apposta per ingolosire gli spettatori, in attesa del programma completo.
L'immagine di Piazza Unità, intanto, è già inserita sul sito web del Globe Theatre di Londra, tra la data di San Marino e quella di Lubiana, nella mappa delle rappresentazioni dell’Amleto patrimonio dell’umanità. Un tour mondiale di due anni, che inizia e finisce con le date della vita di Shakespeare: è partito il 23 aprile 2014 proprio dal “Globe”, nel 450° anniversario della nascita del Bardo e si concluderà il 23 aprile 2016 sullo stesso palcoscenico, nel 400° anno della morte, dopo aver toccato 205 paesi (attualmente, attraversati Laos, Vietnam e Cambogia, la compagnia è in Thailandia), con un’unica rappresentazione per ciascuno.
Ieri, nella consueta conferenza stampa estiva di anticipazione della stagione di prosa, l’annuncio è stato dato con grande soddisfazione dal presidente dello Stabile regionale, Miloš Budin e dal direttore Franco Però, col direttore organizzativo Stefano Curti: per l’Italia è stato scelto il Politeama Rossetti di Trieste, che il 16 aprile del prossimo anno ospiterà questa produzione in lingua originale, diretta dal responsabile artistico del “Globe” Dominic Droomgole e da Bill Buckhurst. Un "Hamlet" non mastodontico, perchè pensato per adattarsi ovunque, dalle rovine maya di Copàn in Honduras, a Tromsø oltre il Circolo polare artico, dall’Assemblea dell’Onu al Castello di Praga, non grande ma di grande valore ideale, un Amleto che unisce nel segno dell’arte, portato da un capo all’altro del mondo da due cast di otto “viaggiattori”.



Jennifer Leong in Ophelia nella produzione del Globe Theatre "Hamlet" (courtesy Politeama Rossetti)

Diciotto i titoli annunciati in anteprima del nuovo cartellone, il primo firmato da Però al via in ottobre, mentre si lavora a pieno ritmo per il debutto, domenica 26 luglio al Mittelfest di Cividale, di “Scandalo” di Arthur Schnitzler, la nuova produzione del Rossetti con Stefania Rocca e Franco Castellano, accanto all’esordiente Compagnia Stabile del teatro voluta dalla riforma ministeriale.


"Scandalo" di Schnitzler con Franco Castellano, Stefania Rocca e la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (courtesy Politeama Rossetti)

Da “Rosso venerdì” del drammaturgo trentino Roberto Cavosi, già andato in scena al festival di Asti, a “La cena” dell’ungherese Ferenc Molnàr (l’autore de “I ragazzi della via Pal”), entrambe produzioni dello Stabile del Fvg dirette da Igor Pison e Fausto Paravidino, Però ha tracciato una “geografia” fisica che spiega insieme le scelte artistiche: guardare ai territori e alle culture da una parte all’altra di Trieste, creando collaborazioni, scambi, messinscene. E impegnare la compagnia stabile sul materiale contemporaneo, com’è dimostrato da un altro titolo in cartellone, “Tre alberghi” dell’americano Jon Robin Baitz, con Francesco Migliaccio e Maria Grazia Plos diretti da Serena Sinigaglia.
Veniamo alle novità. Testi non in lingua italiana e con sovratitoli, oltre all’Hamlet, ci saranno “Autodiffamazione” di Peter Handke, in tedesco e in collaborazione col Goethe Institut, e “Il mercante di Venezia” nell’edizione slovena del SNG Drama di Lubiana, per la regia di Eduard Miler, direttore dello Stabile sloveno di Trieste, da cui lo spettacolo viene “dirottato”. Il direttore Però ha infatti sottolineato la volontà di interscambio, di “dinamicità” tra i pubblici dei diversi spazi: in cambio, allo Sloveno di via Petronio, il Rossetti trasferirà “Quai Quest-Approdo di ponente” di Koltès, produzione dello Stabile toscano Metastasio.
Dei circa sedici titoli di prosa del cartellone, sono stati annunciati “Porcile” di Pasolini, già applaudito a Spoleto e coprodotto dal nostro Stabile col Metastasio per la regia di Valerio Binasco, “Hanno tutti ragione” di Paolo Sorrentino, diretto e interpretato da una Iaia Forte en travesti, nei panni di un cantante napoletano all’apice del successo nella New York anni Cinquanta, e “Molière: la recita di Versailles” con Paolo Rossi, che riscrive questa rappresentazione della vita quotidiana dei teatranti con altre due grandi firme della scena italiana, Stefano Massini e Giampiero Solari.
I fan di Ariella Reggio non resteranno delusi: ritorna al Rossetti, in compagnia di Angela Finocchiaro e Laura Curino, e pure senza veli in “Calendar girl”, dall’omonimo film del 2003: storia di un gruppo di signore agée dello Yorkshire che, per beneficenza, accettano di comparire nude su un calendario mentre svolgono le normali attività domestiche e raccolgono un milione di sterline.


Angela Finocchiaro, Laura Curino e Ariella Reggio in "Calendar girl" (courtesy Politeama Rossetti)

 Musical e danza, ancora, e per il teatro-canzone la riproposta di Magazzino 18 di Cristicchi. Disseminati in un cartellone che - hanno tenuto a ricordare i responsabili dello Stabile - punta a equilibrare e alternare numero di rappresentazioni e generi, “correzione di rotta” rispetto al passato. In arrivo il celebrato Billy Elliot con le musiche di Elton John per la regia di Massimo Romeo Piparo e gran ritorno, dopo sei anni, dello spettacolo dei record di spettatori e d’incassi, “Mamma Mia!”, dal 9 dicembre nella produzione del West End, unica tappa italiana dopo Milano. Nel cartellone danza (che il ministero ha premiato, raddoppiando il contributo concesso: 53mila euro), l’over-settanta Lindsay Kemp emozionerà con le sue “Invenzioni e reincarnazioni”.



"Kemp dances": la grande danza con Lindsay Kemp
Onestà, realismo e concretezza. Questi fattori - ha rilevato Budin - hanno premiato lo Stabile regionale nella scelta di puntare al riconoscimento di “Tric”, teatro di rilevante interesse culturale, secondo solo all’omologo di Genova. C’è la soddisfazione morale del settimo posto assoluto in Italia (davanti anche a enti che hanno spuntato la qualifica di “nazionali”), ma soprattutto l’incremento dei fondi ministeriali. Questo è il vero Tric: più 23,9%, che, tradotto in soldi, significa quasi duecentosessantamila euro in più.
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martedì 21 luglio 2015

IL PERSONAGGIO

Josef Maria Auchentaller, una sala nella pinacoteca di Gorizia


«Il giusto riconoscimento a un artista “adottato” dal territorio». Così la sovrintendente Raffaella Sgubin sintetizza l’omaggio dei Musei provinciali di Gorizia a Josef Maria Auchentaller, l’eclettico viennese, brillante esponente della Secessione, al quale, il 23 luglio alle 18, sarà dedicata una sala permanente a Palazzo Attems Petzenstein, con dipinti e una litografia appartenenti alle stesse collezioni goriziane e tre oli in comodato dall’Archivio Auchentaller. Tra questi, il “Pulpito del Duomo di Grado”, del 1903, una delle opere più significative dell’intera produzione dell’artista, ingiustamente caduto nel dimenticatoio rispetto ai suoi contemporanei.
Pulpito del Duomo di Grado, 1903, Archivio Auchentaller
 

Nel nuovo spazio, nei prossimi mesi, sarà accolta anche la fibbia in argento dorato e smalti del 1901, acquisita dai Musei goriziani nel 2008 dalla Tadema Gallery di Londra, in occasione di un precedente allestimento su Auchentaller, “Un Secessionista ai confini dell’Impero”, sempre a Palazzo Attems Petzenstein. La spilla è attualmente in trasferta alla Casa della Musica di Grado, dove è in corso un altro tributo alla versatilità del viennese, che a Grado morì, nel 1949: in esposizione ci sono ottanta pezzi, tra gioielli e altri oggetti in argento e smalto da lui disegnati, tra i più ispirati della Secessione.
Nell’anniversario dei centocinquant’anni dalla nascita, avvenuta a Vienna nel 1865,Gorizia e Grado (ma c’è un terzo omaggio, la retrospettiva al Museo di Brunico) rilanciano un personaggio legato per molti aspetti alla regione, dove visse e, insieme alla moglie Emma Scheid, operò come pittore e imprenditore. Un esponente dello “Jugendstil” che non conobbe il riconoscimento riservato a Hoffmann, Klinger, Klimt.

Ritratto femminile, 1910, Archivio Auchentaller

Fortune e sfortune, dunque. Queste ultime, almeno dal punto di vista artistico, legate in parte all’abbandono dell’ambiente viennese nel momento in cui era al top della carriera, e al trasferimento a Grado, prima saltuario nel 1902, poi stabile dal 1904, dove la moglie avviò la pensione "Fortino", punto di ritrovo della buona società mitteleuropea. «Purtroppo Auchentaller ebbe poco spazio nella grande mostra dedicata alla Secessione a Palazzo Grassi di Venezia - spiega la sovrintendente Sgubin - e le sue opere appartengono per la maggior parte a collezioni private, della cerchia familiare, non sono conservate nei musei austriaci. Questi aspetti possono spiegare la minor fama».
Auchentaller da Vienna si era trasferito a Monaco di Baviera e, tra il 1892 e il 1896, già sposato con Emma dal 1891, era entrato in contatto con la Secessione monacense, collaborando alla rivista “Jugend”. Dopo un viaggio in Italia tra il 1896 e il ’97, rientrato a Vienna aveva aderito alla Secessione viennese, con incarichi di punta nel suo comitato organizzativo.
Era pittore, arredatore, creatore di oggetti di design, ma anche splendido illustratore, in questo interpretando ai più alti livelli la “non gerarchia tra le arti” che fu di molti esponenti dello Jugendstil.


Fibbia in argento dorato e smalti, 1901, realizzata da Georg Adam Scheid su disegno di Auchentaller
 

Tra il 1900 e il 1901, Auchentaller realizzò raffinate copertine e illustrazioni per la rivista “Ver Sacrum”: l’ottavo numero della quarta annata è interamente dedicato alle sue opere grafiche e nel campo delle arti applicate. Dal 1895, inoltre, per l’azienda viennese Georg Adam Scheid, produttrice di bijoux e oggettistica preziosa, disegnò gioielli e altri accessori. Progettava anche tessuti e manifesti pubblicitari per ditte austriache, rivelandosi un cartellonista di talento.
Il culmine della sua carriera artistica, quando aveva già una fama consolidata specialmente come ritrattista, è rappresentato dal grande fregio “Gioia, bella scintilla divina” del 1902, realizzato, all’interno dell’edificio della Secessione, per la “Mostra di Beethoven”. Un’opera d’arte globale, in cui ogni singolo apporto concorreva a esaltare l’insieme, cui parteciparono Klimt, Klinger, Hoffmann. Il fregio di Auchentaller è collocato nella sala laterale di destra, vis-à-vis a quello di Klimt, nella laterale di sinistra.


Il trasferimento a Grado lo accettò, forse lo subì. Si fece coinvolgere marginalmente nella gestione del “Fortino”, con il pensiero sempre rivolto a Vienna, dove rientrava regolarmente d’inverno. Ma a Grado, nel 1906, regalò il manifesto simbolo della località balneare nella stagione della Belle Époque, Seebad Grado. Österreichisches Küstenland, uno dei pezzi più importanti della sua produzione.


Lontano dalla capitale, i suoi contatti con gli ambienti artistici andarono diradandosi e la sua produzione si fece più intimista, legata al ritratto e ai paesaggi lagunari. Nel ritiro gradese, si accentuano contraddizioni personali, insoddisfazioni, probabilmente una dipendenza economica dalla famiglia del suocero Georg Adam, che era stato un committente (per la Musikzimmer della sua villa, nel 1898, aveva dipinto e creato arredi), ma che guardava con scetticismo l’indipendenza delle scelte artistiche del genero.
Un artista riservato, modesto all’eccesso, come sottolinea Robe
rto Festi nel saggio per il catalogo della mostra goriziana del 2008.
Nel 1905, quando lascia la Secessione, commentando l’entusiasmo imprenditoriale della moglie per il suo “Fortino”, Auchentaller scrive: «Ho paura se penso a quando verrà il momento in cui dovrò dire la mia e prendere partito. Da un lato volontà, energia, aspirazioni, dall’altra un povero pittore incerto e intimidito».

Dopo le mostre a Gorizia nel 2005 (Belle Èpoque imperiale) e nel 2008, seguite da quelle a Bolzano e Vienna, la sala che si inaugura domani nella pinacoteca suggerisce la volontà di proseguire nel percorso di rivalutazione e approfondimento critico di Auchentaller. Artista esiliato ai confini dell’impero, in quella Grado dove è sepolto insieme alla moglie, ma tassello indispensabile, e per buona parte da scoprire, nell’esperienza artistica viennese.
twitter@boria_a

Cividale, 1925, Archivio Auchentaller