domenica 21 agosto 2022

MODA & MODI

Linda Evangelista su British Vogue

una bellezza mostruosa 




 

Sulla copertina del numero di settembre di British Vogue la ritroveremo fulgida come negli anni Ottanta e Novanta, quando con le colleghe Naomi Campbell e Christy Turlington formava The Trinity, la trinità della bellezza, quintessenza della perfezione e della desiderabilità, contesa sulle passerelle da tutte le griffe. Le viene attribuita la celebre frase “per meno di diecimila dollari al giorno non mi alzo nemmeno dal letto”, manifesto di un’epoca dominata dal culto dell’immagine, di cui lei, e pochissime altre, erano le sacerdotesse.

 

Oggi la top model Linda Evangelista, 57 anni, torna in copertina, fotografata da Steven Meisel, ma avverte: quella che vedete non sono io, “quelli non sono la mia mascella e il mio collo nella vita reale”. Il suo viso, ce lo dice lei, è un fake. Il foulard le nasconde completamente testa e collo e l’ovale che incornicia è il risultato di una delicata e un po’ pulp operazione di Pat McGrath, una delle truccatrici più influenti al mondo, che ha lavorato con elastici e nastro adesivo per tirare indietro la pelle e sostenere il contorno. 

Dopo cinque anni lontano dai riflettori, mentre le colleghe negli “anta” continuano a sfilare, Linda Evangelista ha deciso di fare outing sul trattamento estetico che l’ha deturpata. Il freddo della criolipolisi, procedura sconosciuta ai più, che avrebbe dovuto liberarla dal grasso in eccesso senza bisturi e in poco tempo, ha generato una rara reazione avversa, lasciandole protuberanze su collo, braccia e gambe. Linda non può tendere le braccia, nè camminare senza un busto che impedisca alla massa adiposa, sempre più spessa e ampia, di sfregare e sanguinare. Non mostra il collo, che in tutto il servizio per Vogue è coperto, come la testa. Al magazine People, con cui ha parlato per la prima volta cinque mesi fa, ha detto di non riconoscersi più, né fisicamente né emotivamente. “Quella Linda Evangelista - alludendo alla donna che incantava le passerelle - è come se fosse scomparsa”.


Dalla copertina di Vogue la top model che non esiste più ritorna dal passato, intatta e siderale. La stessa ragazza che voleva continuare a essere. E il numero di settembre della bibbia della moda, quello che detta le tendenze per la stagione autunno-inverno alle porte, ce la mostra così, un ideale inarrivabile. «Sto cercando di amarmi per quella che sono ma le foto, beh, ho sempre pensato che le foto esistono per creare delle fantasie, dei sogni. Penso non ci sia niente di male. Tutte le mie insicurezze vengono risolte in queste foto», sostiene Linda, quasi a prevenire le perplessità su un’accettazione di sè che passa dal photoshop. La top model lo sa e l’ha dichiarato: con le protuberanze non potrà lavorare ancora senza «ritoccare, comprimere o usare stratagemmi».

Dovrà apparire senza difetti, come su British Vogue. Una provocazione in tempi di body positivity e inclusività, dove il mantra “come as you are”, vieni come sei, cerca di esorcizzare il pericolo di promuovere corpi così autenticamente irreali da essere loro sì “mostruosi”. Perchè questo ci trasmette la copertina, che non basta far sfilare di tanto in tanto un corpo con macchie, vitiligine, alopecia, cedente o menomato, per togliere di mezzo i modelli finti che alimentano il business del desiderio.

martedì 9 agosto 2022

MODA

 

Addio Issey Miyake 

e la magia del "Making things" 

 

Issey Miyake (Hiroshima 22 aprile 1938, Tokyo 5 agosto 2022)



 Si intitolava “Making things” la splendida mostra delle sue creazioni aperta nell’ottobre 1998 alla Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi e in quella definizione “in divenire”, concreta, tattile, rivolta al futuro, c’è il senso di tutto il mondo di Issey Miyake, uno dei più importanti stilisti e designer del Novecento, morto il 5 agosto a Tokyo a 84 anni per un cancro. Abiti che in quel contenitore di cristallo fluttuavano, si gonfiavano, vibravano, sembravano contrarsi e distendersi, seguendo i mille, imprevedibili percorsi delle pieghe.

 

"Making Things", Parigi, 1998-1999



L’hanno definito “il sarto del vento” (detestava essere definito stilista e preferiva chiamarsi “disegnatore di vestiti”), ma è il tessuto plissettato, e le sue infinite soluzioni, una delle cifre che identificano il lavoro di Miyake e lo rendono immediatamente riconoscibile anche chi non pratica la moda. La sua linea “Pleats”, mandata per la prima volta in passerella nell’89, aveva conquistato le strade e i musei: creazioni geometriche, da sovrapporre, frutto di una coerenza indifferente agli stravolgimenti stagionali. Nel ’93 aveva lanciato “Pleats Please”: vent’anni di sperimentazione su tessuti e proporzioni si traducevano in involucri senza confini geografici o temporali, per donne a ogni latitudine, “creazioni” pronte a essere appallottolate in una borsetta, strapazzate dalla centrifuga, indossate senza essere mai state sfiorate da un ferro da stiro o aver perso una goccia di colore. «Il design - diceva - ha il potere di destinare i vestiti a tutti, piuttosto che limitarli alla cena di gala di quattro persone». Su questa ricerca di linee, su questa disciplina dell’armonia e della misura, raffinata al punto da aver ridotto al minimo bottoni e cuciture, aveva innestato l’utilizzo delle tecnologie e la sperimentazione di materiali: poliestere, fili metallici, carta di riso, bambù, seta e caucciù mescolati assieme.

 

 


 


Era nato a Hiroshima il 22 aprile 1938 e a sette anni aveva vissuto l’orrore della bomba atomica. Sua madre, gravemente ustionata, sarebbe morta pochi anni dopo. Laureato nel 1964 alla Tama Art University di Tokyo, Miyake si forma a Parigi negli atelier di Laroche e Givenchy, poi a New York con Geoffrey Beene, quindi torna a Tokyo nel 1970 per aprire il suo studio.

Nei successivi cinquant’anni - aveva passato la mano da tempo, ma continuava a supervisionare le collezioni e all’ultima settimana della moda di Parigi aveva ancora una volta incantato con creazioni ispirate alla natura - lo stile di Miyake non è mai cambiato, valorizzando il corpo femminile senza alcun approccio sensuale, all’insegna della libertà, dell’armonia, della sperimentazione su tecniche e tessuti. «La cosa che da sempre mi affascina di più - spiegava - è lo spazio tra un abito e il corpo, è l’utilizzo di un elemento bidimensionale per vestire una forma tridimensionale. Se guardiamo indietro, nella storia, notiamo che molte culture hanno iniziato a creare indumenti partendo da un solo pezzo di tessuto. Io volevo partire da un elemento altrettanto semplice ed esplorare le diverse possibilità, unendo artigianato, tecnologia e tessuti sempre nuovi». Il concetto di “ma”, in giapponese lo spazio tra il corpo e la stoffa, per Miyake non è mai stato un’intercapedine vuota, ma una dimensione piena di energia, da sfruttare per costruire geometrie tessili, “fluide” prima che la parola diventasse di moda.

 

A-Poc, Parigi, 1999


A-Poc al MoMa


Tradizione e innovazione si sono sempre intrecciate nella sua storia. Tutto nasce dal kimono, tagliato in un unico pezzo da uno scampolo di stoffa di lunghezza e ampiezza standard. Nel 1999 Miyake studia A–Poc, gioco di parole tra “a piece of cloth” e “epoch”: un telaio controllato dal computer produce un tubo di tessuto da cui, una volta srotolato, ciascuno può ritagliare, seguendo le linee già marcate, l’abito che vuole, come i vestitini di carta delle bambole. Per descriverlo bastano le parole che i giapponesi usano per il kimono e anche per l’acqua: «Come le onde sulla sabbia, cancella ogni segno d’età, di sesso o di tempo».
 

lunedì 8 agosto 2022

MODA & MODI

 

Chemisier senza età

 

Jennifer Lopez a Parigi in luna di miele

 

 

Nel guardaroba da luna di miele parigina di JLo (tranquilli: sembra rientrata la fake news di un divorzio lampo dopo appena tre settimane), tra dimenticabili zeppole e pantaloni a zampa di elefante, c’è un pezzo che riscatta tutti gli altri: il vestito bluette. Finalmente liberata da jeans e top studiati apposta per far risaltare i plurimi lati, il B in testa, che l’hanno resa famosa, la neo signora Affleck è uscita per la cena dall’Hôtel de Crillon in un abito chemisier a maniche lunghe e a sbuffo, colletto, gonna ampia e asimmetrica, lunga fila di bottoni davanti e vita segnata.

Tributo alla griffe a parte (la firma è di Alexander McQueen, la stessa dell’abito da sposa), tanta linearità e sobrietà hanno colpito, non solo perchè incongrue al personaggio, solitamente inguantato in qualsiasi cosa si metta addosso, ma perché riassumono l’unica tendenza dell’estate che contrasta la deriva balneare dell’abbigliamento: il vestito. Un semplicissimo, fresco, coprente abito-camicia. Che non strizza, segna, aderisce, comprime, ma lascia il corpo libero di muoversi e respirare. Capo passepartout per eccellenza, è quello che merita comprare nell’onda lunga dei saldi: di moda ma fuori dalle mode, lo indosseremo ancora la prossima estate senza preoccuparci di avere addosso un vestito datato o segnato da un riconoscibile ghiribizzo di stagione. Se ne vedono parecchi in giro, anche nelle vetrine, e ci riconciliano con un senso di misura, e misure, che pare confuso.


Nell’abbuffata insapore di sederi e pance in libertà, lo chemisier spicca per la sua discrezione. JLo è solo l’ultima testimonial di un capo di ispirazione maschile che viene da lontano, molto prima che Hubert de Givenchy e la sua musa Audrey Hepburn ne facessero negli anni Cinquanta la quintessenza di una pratica eleganza senza tempo, abito femminile proprio perché parco di leziosità: tessuti rigati, colletto a punta, linea diritta.

 Ma già agli inizi del ‘900 Worth e Poiret sperimentavano il taglio a camicia, poi ripreso dai grandi nomi del secolo, Chanel, Paquin, Lanvin. Il vestito ha così attraversato i decenni giocando sulle lunghezze, ampliando la donna, alternando le tinte unite ai fiori e alle righe, ma restando sostanzialmente se stesso: un pezzo fresco e veloce, che si presta ad accompagnare diverse occasioni e ore della giornata.

 

Audrey Hepburn negli anni '50

 

Nel 1940 Katharine Hepburn vestiva uno chemisier bianco in “Scandalo al sole”, all’ultimo Festival di Cannes un’attrice altrettanto regale come Tilda Swinton l’ha indossato in diverse varianti e tutte con collo maschile, compresa quella da tappeto rosso, lunghissima e bianca, con la gonna che si apre a sirena. Per dovere di cronaca va segnalata un’altra affezionata allo chemisier, Meghan Markle, moglie del principe Harry, che ne ha sfoggiati parecchi in varie tinte, di qua e di là dell’oceano, compreso quello bianco svasato e con cintura nera, nella giornata inaugurale delle corse di cavalli ad Ascot, nel 2018, un mese dopo il matrimonio, perfettamente in linea con i rigidi codici dell’esclusivo Royal Enclosure, il livello di accesso dei reali, che impone alle signore abiti dal taglio modesto e cappelli con base minima di dieci centimetri.

 

Tilda Swinton al Festival di Cannes 2022

 

Meghan Markle e il principe Harry ad Ascot il 19 giugno 2018

 


Inappuntabile e versatile, lo chemisier non ha età. Copre, o scopre con misura. E questo è il segreto che funziona per tutte.

martedì 26 luglio 2022

MODA & MODI

 

Brad Pitt senza gonna

la rivoluzione della normalità

 

Brad Pitt

 

Dalla balneizzazione alla balcanizzazione. Non solo l’abbigliamento del mare ha invaso la città, ma anche le regole minime di dignità urbana sono saltate. A costo di sfiorare il politically incorrect - argomento spesso tirato in ballo per accantonare qualsiasi possibile perplessità sul fatto che ognuno se ne vada in giro come gli pare, senza un pizzico di buon senso prima che buon gusto - va registrato un fenomeno solo acutizzato dal gran caldo di questi giorni. È sparita la distinzione tra quello che ci si mette nelle varie ore della giornata. 

I due pezzi da notte, canottiera e pantaloncini in cotone o misto “seta”, sono diventati a tutti gli effetti completini da passeggio. Li si indossa tranquillamente senza pensare che il taglio, la dimensione, il materiale sono concepiti per lasciare libertà di movimento durante il sonno, non per liberare ulteriore porzioni di pelle dal fastidio della stoffa mentre ci si aggira sotto il solleone. Metà degli shorts che transitano sono lingerie, o comunque copricostume. Tra pampers di jeans (per loro pochi anni fa era stato varato il neologismo “janties”, nessuno se ne ricorda più ma il capo è rimasto e nel tempo si è ancor più ritirato) e crop top, niente più che fuggevoli copriseno a fascia, una consistente parte della popolazione cammina in costume. Qualsiasi brandello si stoffa da campeggio è stato promosso a capo urbano per combattere la calura. 

Fenomeno generazionale? Niente affatto. L’inclusività sbandierata ovunque rende la confusione trasversale. E così il valore e rispetto per qualsiasi età, taglia, fisicità, la body positivity insomma, vengono interpretati come diritto-dovere (più quest’ultimo, per la verità) di esporsi, in qualsiasi luogo e circostanza, come se il rispetto preteso dalla “positività” non valesse per se stessi.


Ragazzi e uomini non sono esenti dalla deriva, anzi. Una camicia di lino sopra un paio di bermuda è diventata un’eccentricità da dandy d’altri tempi. Il caldo è un alibi perfetto per sdoganare canottiere da palestra, pantaloncini di lycra, boxer da bagno avvistati tra le corsie dei supermercati o negli agglomerati degli apericena, spesso con un bel borsello a bandoliera. L’abbigliamento “fluido”, senza distinzione di genere, rende uniforme l’imbarbarimento.

Con un filo di malinconia tornano in mente i trepidi appelli lanciati in passato da alcuni presidi per la scelta di un abbigliamento adeguato all’esame di maturità. Il minimo: niente flip-flop, pantaloni lunghi, evitare tagli abissali, sia sotto che sopra. All’epoca furono accusati di voler distruggere la libertà di espressione dei ragazzi. Oggi, dopo le limitazioni del lockdown, nessuno si azzarda a suggerire dress code. Saper distinguere che cosa mettersi quando, dove, per fare cosa, non è più questione di maturità, nè scolastica nè anagrafica.
 

Dalla passerella di celebrità che i siti ci propinano perchè prendiamo esempio su come vestire, salviamo Brad Pitt a Berlino per la prima del suo nuovo film “Bullet Train”. Giacca morbida, con bottoni o zip, pantaloni lunghi con coulisse in vita, t-shirt, il tutto di lino nei toni del rosa, melone, grigio. Peccato che poi si sia infilato quella gonna che ha scatenato siti e stampa.

Ma non era piuttosto il suo completo maschile la rivoluzione della normalità?

martedì 12 luglio 2022

MODA & MODI

 

Il "Calzetto Pride"

 


 

 Tra la Giornata mondiale del bacio e quella per la pulizia delle mani se n’è infilata una che celebra un binomio a lungo considerato impresentabile: il calzetto e il sandalo. Non è l’operazione simpatia di una qualche pro loco nei confronti di turisti pannonici.

Il “Socks and Sandals Day”, che ci siamo persi per pochi giorni - la prima edizione cadeva infatti l’8 luglio scorso - è stata lanciato nientemento che dall’English Heritage, l’istituto pubblico che in Gran Bretagna tutela i siti storici, in occasione delle celebrazioni per i 1900 anni dall’edificazione del Vallo di Adriano, avvenuta tra il 122 e il 128 d.C.

Chi in quella giornata si presentava in una serie di luoghi archeologici legati alla storia romana sfoggiando sandali e calzetti, poteva visitarli gratuitamente. E siccome siamo in anni di condivisione virtuale, scattando un selfie alle proprie estremità così abbigliate si riceveva in regalo un paio di calzetti griffati in tema con le gesta dell’imperatore.

La singolare campagna promozionale ha un fondamento tutt’altro che peregrino. Prima che i vituperati turisti tedeschi scendessero verso le coste italiane in pedalini e sandali, prima che Miuccia Prada lanciasse la sua estetica del brutto, anno 1996, erano stati i legionari romani ad adottare le calze per proteggere i piedi dai rigori del suolo britannico. Intrappolate nei resti dei calcei, i sandali, rinvenuti in un sito archeologico nel North Yorkshire, sono state trovate fibre riconducibili a un inequivocabile calzettone. E anche nel sud di Londra, a Southwark, il piede di quella che era stata una grande statua di epoca romana, riaffiorato da uno scavo, ha tradito l’utilizzo della calza, perchè non erano visibili i dettagli dell’unghia.


A riscattare il loro lontano passato di sottomissione alla grandezza dell’impero romano, i britannici insistono con dovizia di testimonianze nell’elencare l’uso del combo calzare-calzetto, citando anche le rappresentazioni dell’abbigliamento dei soldati sui manici di coltelli e rasoi o le tavolette con l’elenco degli indumenti, comprensivo di calzature e calze.

Altro che maestri di civiltà, insomma. Gli impavidi legionari di Adriano cedevano come i comuni mortali ai rigori della Britannia, alla faccia dello stile.


Dinnanzi a cotanto patrimonio storico, chi siamo noi per continuare a guardare con sospetto i sandali col tacco o le décolleté abbinate al calzettone, dai primi anni Novanta periodicamente riproposti dalle passerelle, o la calza a coste maschile, infilata nella ciabatta da piscina, con il logo bene in vista, ormai da tempo sdoganata da rapper e celebrità varie anche nelle passeggiate urbane?

Il “Socks and Sandals Day” degli inglesi vanta già un grande merito: seppellisce con la forza del rigore scientifico il famigerato “fantasmino”, quella mezza calzetta che arriva all’altezza del bordo del mocassino o della scarpa da ginnastica, con l’obiettivo, quasi sempre mancato, di simulare la nudità.

Riconsideriamo i tedeschi, con i loro teneri piedoni di spugna bianca dentro le Birkenstock, audaci anticipatori di uno stile.

È “Calzetto Pride”, almeno se ne va la preoccupazione della pedicure.

sabato 9 luglio 2022

IL RICORDO

Ciao Corrado Premuda, te ne vai dalla tua Trieste senza bora 

 


Corrado Premuda e una delle serate de "La testa per intrigo"


 

L’ultimo post su Facebook ricorda la sera di mercoledì scorso, alla presentazione del libro di un caro amico sulla terrazza del Museo Revoltella, tra risate e scambi di battute tra uomini che il teatro e il senso del ritmo ce l’hanno dentro. Avrebbe dovuto tornarci, su quella terrazza, il prossimo 3 agosto, questa volta a presentare il suo di libro, l’ultimo, “Trieste senza bora”, in cui aveva scelto di parlare della città da una prospettiva diversa: tre racconti in cui i protagonisti si trovano immersi in una dimensione immobile e lattiginosa, quasi d’attesa di qualcosa, di un evento, di un incontro. E nell’ultimo non poteva mancare la pittrice che l’aveva stregato, Leonor Fini, con la sua capigliatura furiosa e i suoi adoratori, di cui questa volta lui aveva scelto di immaginarsi figlio, anzi figlio-gatto, come a lei sarebbe piaciuto. I racconti della città senza il suo vento erano nati durante una residenza artistica alla Casa degli scrittori di Pisino e in uno di loro compariva anche Tadeusz Kantor, stranito per le strade di Trieste dal fantasma del padre. Lui, visceralmente triestino, che della sua città amava la lingua, i personaggi, le contraddizioni, il sole, il mare, il sapersi godere la vita, aveva scelto di rappresentarla nelle pieghe più inedite, mai da titolo di telegiornale.

 


Quella presentazione non si farà. Corrado, il “nostro” Corrado Premuda, ci ha lasciato improvvisamente, a 48 anni, per un malore. Solo pochi giorni fa era a Cagliari, ancora una volta sulle tracce di Leonor. Un gruppo teatrale sta provando la messinscena di un suo testo dedicato alla pittrice e gli aveva chiesto di assistere alle prove. Era tornato pieno di entusiasmo da quella trasferta e nell’attesa di vedere la piéce in palcoscenico, il prossimo autunno, progettava una festa in maschera per il compleanno di Leonor, il 30 agosto, un’altra celebrazione dell’artista-trasformista di quelle che organizzava alla Stazione Rogers di Trieste, chiamando a raccolta amici, attori, esperti a sviscerare ogni aspetto della complessa, ingombrante, sfuggente figura femminile che l’aveva stregato. Al punto da raccontarla anche in una versione per bambini, nel libro “Un pittore di nome Leonor”.


Si era laureato in Scienze politiche, ma non è stata la politica la sua passione. Era scrittore, autore di testi teatrali, da anni collaboratore delle pagine culturali del Piccolo, appassionato di letteratura per l’infanzia. Oltre che di Leonor Fini, su cui da anni si confrontava con galleristi, collezionisti, biografi, estimatori. E insegnante di italiano all’Istituto alberghiero Ial Fvg di Trieste. Un insegnante amato al di là dei banchi, che sapeva convincere e trascinare i suoi studenti alle serate di lettura di testi e improvvisazione, organizzate prima in città poi sul mare a Grignano. Le aveva intitolate “La testa per intrigo”, con una di quelle frasi che si dicono ai più piccoli in famiglia, e ognuno era chiamato a parlare di sé in un’atmosfera che Corrado sapeva rendere intima e insieme gioiosa, spezzando l’ansia da microfono.


Amava l’arte figurativa, certo, ma mai per pure questioni estetiche. E le donne erano spesso protagoniste dei suoi libri e dei suoi spettacoli, donne celebri - quelle forti e determinate di inizio Novecento, oltre alla pittrice “Lolò” anche le sorelle Wulz, Felicita Frai, Delia Benco - e donne anonime alle quali dare una voce, come in “Guardiana dei sogni”, il testo andato in scena negli anni scorsi al Revoltella.


Ai suoi lettori più piccoli aveva dedicato “A bordo di un guscio di noce”, una storia scritta nel 2014 a Pisino, primo italiano invitato nella Casa degli Scrittori croata. Il testo era uscito in versione bilingue, la favola di un ragazzino capriccioso che si dimentica del suo pesce rosso e deve affrontare un’avventura per recuperarlo nella grande caverna carsica su cui è costruita la città.


Perché un ragazzino era rimasto anche lui. Molti lo ricorderanno in giro per il centro città, vitalissimo a cavallo della sua bicicletta, sempre sorridente e affabile. Magro, scattante, ironico, curioso, pieno di interessi e di progetti. Al punto da riuscire perfettamente a immedesimarsi nelle curiosità dei viaggiatori più giovani e a scrivere per loro una “guidina” alla scoperta di Trieste, questa volta sì prendendoli per mano e portandoli incontro al vento, nella città della bora. Come aveva fatto ne “La Barcolana dei bambini”. E ancora ne “Il vaso di Pandora”, avvicinando i miti, rendendoli comprensibili. Era un suo talento quello di riuscire a formulare una scrittura didattica leggera, mai pedante.


Di lui resta nella redazione del Piccolo il ricordo di un professionista colto e gentile e prima ancora di un amico. Se n’è andato anche lui in un giorno senza bora, senza una ragione.

lunedì 27 giugno 2022

MODA & MODI

 Shein fa outing per tre giorni a Milano

 


 

 

Shein si materializza. Da oggi, martedì 28 giugno, a giovedì 30, in piazza Gae Aulenti a Milano, il colosso cinese dell’abbigliamento femminile online, apre un negozio a tempo. Centocinquanta metri dove le fan potranno per tre giorni toccare finalmente con mano i capi e gli accessori e fotografarsi nella postazione “social friendly”, perpetuando quella che è una delle chiavi del successo di questo gigante dell’ultra fast fashion: trasformare tutte in testimonial del brand, far correre nella rete le immagini e i video delle shopaholic impegnate in frenetiche maratone di prova e di acquisto, entusiasticamente autoprodotti sotto l’hashtag #Sheinhaul. Cinque miliardi e duecento milioni di visualizzazioni su Tik Tok sono i numeri che danno la misura di questa gigantesca e geniale campagna di promozione dell’e-store, valutato cento miliardi di dollari.


Preparatevi alle file, avvertono siti e giornali. Le fan della Generazione Z non perderanno certo l’occasione di correre a strapparsi di mano fisicamente vestiti da otto euro in giù e, con i saldi già avviati, pezzi a partire da 1,99 euro. Ma sarebbe ingenuo pensare che siano solo ragazzine con pochi soldi e il desiderio di un guardaroba illimitato e in continuo rinnovamento, ad alimentare la crescita costante di Shein. La discrezione delle Rete permette anche a mature signore di dare un’occhiata alle proposte, rinnovate al ritmo di settemila pezzi al giorno. Il clic riempie il carrellino virtuale e libera altrettanto rapidamente la coscienza da qualsiasi preoccupazione sulla salvezza del pianeta e lo sfruttamento del genere umano. Il passaparola digitale, e non solo, fa il resto.

Nessun rischio di essere pizzicate magari dall’amica a rovistare tra gli espositori di un qualsiasi grande magazzino di fast fashion, nessun imbarazzo nel dover chiedere alla commessa un’escalation di taglie curvy. Con Shein un algoritmo seleziona, screma, anticipa i desideri, con autorevolezza propone. Bastano pochi acquisti e ogni giorno un algido software riempie la nostra personalissima vetrina di quanto potrebbe piacerci, frutto di incroci matematici: abiti lunghi, larghi, da scolaretta o da panterata. Una continua lusinga all’acquisto compulsivo, vario e a prezzi stracciati.


E allora, che fine fanno i crucci sulla sostenibilità? Shein è la cartina di tornasole della nostra cattiva coscienza. La generazione dei Fridays for Future è la stessa che ha creato la spaventosa fortuna del gigante cinese, nato e cresciuto tra i consumatori, sedotti, vampirizzati e risputati sul mercato planetario come influencer della porta accanto.

a i numeri e la crescita del brand ci dicono che la sua penetrazione è trasversale, che anche le generazioni negli anta, con stipendi ed ecoconsapevolezze strutturati, acquista senza problemi prodotti spazzatura, che inquinano, intasano, sfruttano, depredano ambiente e diritti. Non si metteranno in fila a Milano nei tre giorni di outing del brand, ma esistono e continuano, nelle domestiche stanze, segretamente a cliccare.