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mercoledì 14 ottobre 2015


LA FICTION

"La verità di Anna", tutta a Trieste la nuova fiction di Carlo Lucarelli

TRIESTE Le riprese dureranno 96 giorni e sarà la produzione più lunga finora mai ospitata a Trieste. Arriverà nel gennaio 2016, con la firma di un autore di punta come Carlo Lucarelli. Le notizie sono ancora frammentarie, ma tra gli addetti ai lavori c’è già fermento per il nuovo set che sbarcherà in città appena quattro mesi dopo il colpaccio di “Gomorra La Serie” con le star Salvatore Esposito-Genny e Marco D’Amore-Ciro.



Lo scrittore Carlo Lucarelli a Pordenonelegge (foto Giulia Naitza per Pordenonelegge)

Di certo, oltre alla firma di Lucarelli, ci sono titolo e regista. Sarà “La verità di Anna” la fiction poliziesca in dodici puntate prodotto dalla romana Vela Film per la prima serata di Rai Uno che, dal gennaio prossimo, sarà completamente girata a Trieste. Dietro la macchina da presa il regista Carmine Elia, che ha alle spalle una lunga e solida esperienza di produzioni televisive, alcune di grande successo, sia per la Rai che per Mediaset: “Don Matteo” nel 2006, “Nati ieri” nel 2007 con Sebastiano Somma, “Ho sposato uno sbirro” con la coppia Fabio Insinna-Christiane Filangieri, e ancora la medical fiction “Terapia d’urgenza”, “Occhio a quei due” con Greggio e Iacchetti per Mediaset, “La strada dritta”, che nel 2014 celebrò su Rai 1 la realizzazione dell’Autostrada del Sole, fino all’ultima, “La dama velata”, serie in costume con Miriam Leone, un rotondo successo di audience di pochi mesi fa sempre su Rai Uno.
Per “La verità di Anna” Carmine Elia ha fatto un sopralluogo a Trieste di due giorni, accompagnato da Federico Poillucci presidente della Film Commission. Ma l’atmosfera e gli spazi li conosceva già perchè, nel 2004, lavorò qui come aiuto regista di Gianpaolo Tescari per la fiction “Gli occhi dell’altro” con Lucrezia Lante della Rovere.


Il regista de "La verità di Anna" sarà Carmine Elia

 A Trieste hanno fatto una puntata anche i collaboratori di Lucarelli, lo scrittore di polizieschi e sceneggiatore Giampiero Rigosi e la sceneggiatrice Sofia Assirelli. «L’ambientazione della fiction sarà dichiaratamente Trieste», precisa Poillucci. «Ecco il motivo di questa visita: riadattare la sceneggiatura alla città, dopo averne visitato i luoghi».
«La storia sarà poliziesca, ma non classica, più vicina alle serie americane, alla True Detective. E con qualche incursione nel materiale occulto», anticipa ancora Poillucci. Tra le location già selezionate c’è il Portovecchio dove, presumibilmente, verrà ambientata qualche sequenza di sparatorie. Da individuare anche l’edificio che fungerà da questura, magari - dicono alla Film Commission - con il coinvolgimento del Comune, che potrebbe mettere a disposizione qualche suo palazzo dismesso.
Per ora non ci sono altre notizie, anche perchè i protagonisti non sono stati ancora scelti e si conosceranno circa a metà dicembre, quando l’avanguardia della troupe sbarcherà a Trieste per i preparativi delle riprese. Molte comparse e ruoli minori, però, verranno scelti con casting locali. «Con una permanenza così lunga, calcoliamo che l’indotto per il territorio sarà nell’ordine di un milione e mezzo di euro, tenendosi bassi», dice Poillucci. «D’altro canto questa produzione ha ricevuto 200mila euro dal Film Fund regionale, la tranche massima, che viene proprio elargita in rapporto al rientro occupazionale ed economico del territorio».
“La verità di Anna”, infine, dovrebbe passare il testimone (o addirittura in parte sovrapporsi) a un’altra produzione già annunciata, il sequel del film “Il ragazzo invisibile”, che il regista Gabriele Salvatores girerà integralmente a Trieste e che è al momento in fase di scrittura da parte degli sceneggiatori del primo capitolo, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e Alessandro Fabbri.

twitter@boria_a

Gabriele Salvatores in Portovecchio a Trieste durante le riprese de "Il ragazzo invisibile" (foto per Il Piccolo)

lunedì 8 dicembre 2014

IL PERSONAGGIO
Nicolai Lilin, tatuaggi per iniziati






  Il corpo che cambia, che si trasforma. Che diventa fondale su cui incidere e dipingere, involucro da vestire e da fotografare, mezzo per esprimere identità diverse. Da domani, alle 19, al Castello di Susans di Majano, la tredicesima edizione di "Maravee", rassegna di arte e linguaggi contemporanei ideata e diretta da Sabrina Zannier, si concentra sul "Corpus" e ne propone le tante identità e mutazioni attraverso immagini, dipinti, video, costumi, performance, tatuaggi.
Tra i protagonisti di quest'anno c'è Nicolai Lilin, autore del romanzo "Educazione siberiana" da cui Gabriele Salvatores ha tratto l'omonimo film, personaggio discusso e controverso, che a Susans si presenta nella sua più recente e inedita versione, quella di fashion designer. Al piano terra del castello, nell'allestimento curato da Belinda De Vito, saranno esposti i disegni di Lilin accanto alle t-shirt e al poncho del brand Happiness, su cui sono stampati. Il messaggio della mostra è diretto: dall'epidermide, il "segno" del tatuaggio contamina altre superfici legate alla corporeità, come i tessuti, attraverso i quali il corpo si estende, si copre, si trasforma. .
Parliamo di questa "incursione" friulana con Nicolai Lilin.
Dai tatoo alle magliette: com'è avvenuto il passaggio?
«Diversi brand di moda in passato mi hanno contattato, interessati ai miei disegni e alla tradizione del tatuaggio siberiano. Recentemente il tema del tatuaggio pare che sia diventato una moda. A me fa sorridere perché là dove altri vedono teschi, coltelli, pistole e simboli considerati forti, io vedo tutto un mondo di storie, di persone, di vissuti. La collaborazione con Happiness è nata dall'incontro con Yuri Scarpellini, fondatore del brand, affascinato dal mondo che rappresento attraverso i miei disegni mi ha lasciato completamente libero di interpretare la mia linea di abbigliamento cercando di tenere sempre saldo il rapporto con il significato profondo dei simboli».
Nei disegni ci sono differenze rispetto al "materiale" su cui li esegue?
«Ogni disegno racconta una storia. Se si tratta di un disegno destinato ad essere tatuato sulla pelle, mi lascio guidare dal racconto personale di chi lo porterà poi per la vita. In altri casi i disegni, come molte delle opere che sono in mostra al Castello di Susans, nascono dalla vita personale dei miei avi, ogni disegno è come un piccolo romanzo. Per me è un modo per ricordare e celebrare le vite di persone che ho amato e che ora non ci sono più, che hanno combattuto tutta la vita per i loro ideali. Infine i disegni destinati alle magliette, proprio perché sono indossati da tante persone diverse, si rifanno a degli ideali universali: l'amore, il viaggio, la ribellione, la libertà, la fugacità del tempo».
Crocifissi, madonne che impugnano armi, angeli e scheletri. Qual è il significato del suo messaggio?
«Nella mia tradizione non viene mai svelato il significato dei simboli».
Diventa "di moda" una pratica che in "Educazione siberiana", lei carica di significati rituali, di appartenenza a una comunità, quasi iniziatici. Che cosa l'ha convinta?
«Non sono io che l'ho fatta diventare una moda, quello che ho potuto osservare è che il tatuaggio, che si è diffuso fino a diventare una moda per imitazione, adesso sta vivendo un cambiamento. Sempre più persone stanno diventando più sensibili nei confronti di questo tema, e invece di voler copiare i tatuaggi dei personaggi più alla moda per essere come loro, cercano un simbolo di appartenenza, vogliono riconoscersi nella propria pelle».
Non si preoccupa di essere definito anche "commerciale"?
«No. Perché è un termine offensivo?»
Collabora anche con un'azienda che produce coltelli di Maniago? E che cosa fa?
«Ho disegnato un coltello da caccia ispirandomi a quello che aveva mio nonno. Mi piacerebbe disegnare anche dei coltelli tattici in futuro. Sono un grande appassionato di coltelli, tra gli uomini della mia famiglia era considerato un accessorio indispensabile nella vita di tutti i giorni e nella mia vita mi è capitato di poterne osservare e utilizzare tanti, sono oggetti affascinanti, ogni forma, ogni curva, ogni impugnatura è studiata e pensata per essere ottimale nelle diverse situazioni in cui verrà utilizzato».
Le piace più incidere la pelle o la carta?
«La mia arte non si concentra nell'incisione di materiale, l'incisione della pelle o la preparazione di un disegno sulla carta, tela o altri supporti è soltanto la conclusione logica di un processo etico e tradizionale, molto profondo e difficile, legato alla creazione, alla composizione dell'opera. Conoscere le persone, ascoltare le loro storie, anche più intime, trasformare queste storie in simboli, elaborarli artisticamente - questa è la parte in assoluto più importante della mia attività. Il resto sono solo processi tecnici per me di minore rilevanza».
Come tatuatore, accetta qualsiasi richiesta del cliente?«Nella mia arte non esistono termini come "cliente" o "richiesta". Tra me e le persone che decidono aprirsi con me per trasformare le proprie esperienze in simboli si crea il rapporto paragonabile a quello di un confessionale. Nessuno decide cosa tatuare, io interpreto semplicemente le storie delle persone, trasformando le loro parole in simboli seguendo una tradizione che ha delle regole molto precise».
Il suo spazio a Maravee si intitola "Scritto sulla pelle". Che cosa vorrebbe scrivere sulla pelle di chi verrà a conoscerla?
«Per avere sulla propria pelle almeno una mia opera non basta semplicemente passare alla mia mostra e conoscermi. Bisogna comprendere il senso della tradizione del tatuaggio siberiano ed essere pronti a confessarsi onestamente. E avere molta pazienza. Un tatuaggio siberiano va meritato, non è per tutti, si tratta di una tradizione iniziatica che si apre a pochi».
twitter@boria_a