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lunedì 8 dicembre 2014

IL PERSONAGGIO
Drusilla Foer al castello di Susans

Drusilla Foer in una delle sue performance

Dopo aver recitato per Ozpetek in "Magnifica presenza", dopo aver fatto l'opinionista nel salotto di Serena Dandini in "The show must go off", Drusilla Foer, nobildonna fiorentina, attrice hollywoodiana e "socialite" anni '70,  sarà a Susans protagonista della performance "Clausuris. Elogio dell'immobilità": un maestoso tableaux-vivant che anticipa la mostra "Corpi abitati", dove la signora, dai modi aristocratici e la lingua saettante, è immortalata da uno dei fotografi ospiti di "Maravee", Mustafa Sabbagh. Drusilla, al secolo, è l'artista toscano Gianluca Gori, più che mai in sintonia con il tema della rassegna di quest'anno, gli sdoppiamenti e le trasformazioni identitarie. Sentiamolo/a.
Il castello di Susans è abbastanza confortevole per lei?
«È un luogo molto bello, la performance che farò non è affatto confortevole»
Che outfit sceglierà per l'inaugurazione?
«Un abito di crepe nero con uno strascico di due metri. Ma non ingombrerò… sarò immobile, seduta e finalmente zitta».
Imita Marina Abramovic?
«I contenuti sono diversi, direi… il mio lavoro è sul tema della visibilità con cui ho un rapporto conflittuale… Ammiro la Abramovic ma ho visto una sua foto recente in cui è gonfia di botox. Vorrei capire perchè una donna intensa come lei si sia ridotta così…».
Che cosa ne pensa dello stile del premier Renzi?
«Lo stile non è fatto solo da ciò che si indossa ma anche dai gesti, dalla voce, da ciò che si dice e soprattutto da quello che si pensa. Renzi si veste in modo noioso ma tranquillizzante, anche se a me Matteino non tranquillizza affatto».
Qual è la politica più chic?
«Amo molto Anna Finocchiaro ed Emma Bonino, detesto la Santanchè. Mi diverte Rosi Bindi, sembra Tata Lucia…».
Nei suoi progetti prossimi cosa c'è: ancora cinema o tv?
Escluderei la televisione, tempi troppo fagocitanti ed io comincio ad avere una certa età. Mi piacerebbe fare ancora cinema, ma chi lo sa…sicuramente se Tarantino mi chiamasse per interpretare, che so, una badessa assassina, o una maîtresse vampira… beh accetterei subito».
twitter@boria_a



IL PERSONAGGIO
Nicolai Lilin, tatuaggi per iniziati






  Il corpo che cambia, che si trasforma. Che diventa fondale su cui incidere e dipingere, involucro da vestire e da fotografare, mezzo per esprimere identità diverse. Da domani, alle 19, al Castello di Susans di Majano, la tredicesima edizione di "Maravee", rassegna di arte e linguaggi contemporanei ideata e diretta da Sabrina Zannier, si concentra sul "Corpus" e ne propone le tante identità e mutazioni attraverso immagini, dipinti, video, costumi, performance, tatuaggi.
Tra i protagonisti di quest'anno c'è Nicolai Lilin, autore del romanzo "Educazione siberiana" da cui Gabriele Salvatores ha tratto l'omonimo film, personaggio discusso e controverso, che a Susans si presenta nella sua più recente e inedita versione, quella di fashion designer. Al piano terra del castello, nell'allestimento curato da Belinda De Vito, saranno esposti i disegni di Lilin accanto alle t-shirt e al poncho del brand Happiness, su cui sono stampati. Il messaggio della mostra è diretto: dall'epidermide, il "segno" del tatuaggio contamina altre superfici legate alla corporeità, come i tessuti, attraverso i quali il corpo si estende, si copre, si trasforma. .
Parliamo di questa "incursione" friulana con Nicolai Lilin.
Dai tatoo alle magliette: com'è avvenuto il passaggio?
«Diversi brand di moda in passato mi hanno contattato, interessati ai miei disegni e alla tradizione del tatuaggio siberiano. Recentemente il tema del tatuaggio pare che sia diventato una moda. A me fa sorridere perché là dove altri vedono teschi, coltelli, pistole e simboli considerati forti, io vedo tutto un mondo di storie, di persone, di vissuti. La collaborazione con Happiness è nata dall'incontro con Yuri Scarpellini, fondatore del brand, affascinato dal mondo che rappresento attraverso i miei disegni mi ha lasciato completamente libero di interpretare la mia linea di abbigliamento cercando di tenere sempre saldo il rapporto con il significato profondo dei simboli».
Nei disegni ci sono differenze rispetto al "materiale" su cui li esegue?
«Ogni disegno racconta una storia. Se si tratta di un disegno destinato ad essere tatuato sulla pelle, mi lascio guidare dal racconto personale di chi lo porterà poi per la vita. In altri casi i disegni, come molte delle opere che sono in mostra al Castello di Susans, nascono dalla vita personale dei miei avi, ogni disegno è come un piccolo romanzo. Per me è un modo per ricordare e celebrare le vite di persone che ho amato e che ora non ci sono più, che hanno combattuto tutta la vita per i loro ideali. Infine i disegni destinati alle magliette, proprio perché sono indossati da tante persone diverse, si rifanno a degli ideali universali: l'amore, il viaggio, la ribellione, la libertà, la fugacità del tempo».
Crocifissi, madonne che impugnano armi, angeli e scheletri. Qual è il significato del suo messaggio?
«Nella mia tradizione non viene mai svelato il significato dei simboli».
Diventa "di moda" una pratica che in "Educazione siberiana", lei carica di significati rituali, di appartenenza a una comunità, quasi iniziatici. Che cosa l'ha convinta?
«Non sono io che l'ho fatta diventare una moda, quello che ho potuto osservare è che il tatuaggio, che si è diffuso fino a diventare una moda per imitazione, adesso sta vivendo un cambiamento. Sempre più persone stanno diventando più sensibili nei confronti di questo tema, e invece di voler copiare i tatuaggi dei personaggi più alla moda per essere come loro, cercano un simbolo di appartenenza, vogliono riconoscersi nella propria pelle».
Non si preoccupa di essere definito anche "commerciale"?
«No. Perché è un termine offensivo?»
Collabora anche con un'azienda che produce coltelli di Maniago? E che cosa fa?
«Ho disegnato un coltello da caccia ispirandomi a quello che aveva mio nonno. Mi piacerebbe disegnare anche dei coltelli tattici in futuro. Sono un grande appassionato di coltelli, tra gli uomini della mia famiglia era considerato un accessorio indispensabile nella vita di tutti i giorni e nella mia vita mi è capitato di poterne osservare e utilizzare tanti, sono oggetti affascinanti, ogni forma, ogni curva, ogni impugnatura è studiata e pensata per essere ottimale nelle diverse situazioni in cui verrà utilizzato».
Le piace più incidere la pelle o la carta?
«La mia arte non si concentra nell'incisione di materiale, l'incisione della pelle o la preparazione di un disegno sulla carta, tela o altri supporti è soltanto la conclusione logica di un processo etico e tradizionale, molto profondo e difficile, legato alla creazione, alla composizione dell'opera. Conoscere le persone, ascoltare le loro storie, anche più intime, trasformare queste storie in simboli, elaborarli artisticamente - questa è la parte in assoluto più importante della mia attività. Il resto sono solo processi tecnici per me di minore rilevanza».
Come tatuatore, accetta qualsiasi richiesta del cliente?«Nella mia arte non esistono termini come "cliente" o "richiesta". Tra me e le persone che decidono aprirsi con me per trasformare le proprie esperienze in simboli si crea il rapporto paragonabile a quello di un confessionale. Nessuno decide cosa tatuare, io interpreto semplicemente le storie delle persone, trasformando le loro parole in simboli seguendo una tradizione che ha delle regole molto precise».
Il suo spazio a Maravee si intitola "Scritto sulla pelle". Che cosa vorrebbe scrivere sulla pelle di chi verrà a conoscerla?
«Per avere sulla propria pelle almeno una mia opera non basta semplicemente passare alla mia mostra e conoscermi. Bisogna comprendere il senso della tradizione del tatuaggio siberiano ed essere pronti a confessarsi onestamente. E avere molta pazienza. Un tatuaggio siberiano va meritato, non è per tutti, si tratta di una tradizione iniziatica che si apre a pochi».
twitter@boria_a

martedì 16 dicembre 2008

MODA & MODI

Re-design d'autore

Riciclo? Sì, ma creativo, bizzarro, imprevedibile e curato nel dettaglio come un capo di sartoria. Microscampoli inutilizzabili che diventano cinture obi, pezzi di tappezzeria trasformati in deliziose pochette o borsette da sera, vecchi bottoni fuori moda recuperati in bracciali stile Chanel, assemblaggi di lane per sciarpe lunghissime come un paramento, cappelli a metà tra il cuoco e il dignitario, maxi-spille a fiore confezionate con ritagli di sete vintage, collane di quadratini di vecchi tessuti uniti da un filo unico, persino un bustier ottocentesco color sabbia di lino grezzo per chi non ha paura di attirare gli sguardi. E c'è pure il riciclo ironico, la finta Fendi di tessuto a righe, da regalare all'amica che del logo proprio non può fare a meno...


Ines Paola Fontana e Roberta Debernardi, il duo artigianal-creativo che si nasconde dietro il marchio Studiocinque e altro (www.studiocinqueealtro.com), pare che lo facciano apposta ad arrivare sotto le feste senza una collezione di gioielli e accessori di tessuto «ortodossa», ma soprattutto «pronta». Il che, per le clienti affezionate, è la conferma di una certezza: ogni pezzo è unico ed è pure un work in progress... Chi entra nello storico negozio di tendaggi di viale D'Annunzio, infatti, capita che non comperi il pezzo già confezionato, ma che finisca per creare e sperimentare combinazioni di stoffe e uscire con un'idea di futuro accessorio studiato lì per lì, da ordinare e aspettare. Loro, infatti, consigliano ma non spingono: così si ritrovano ad assecondare desideri bizzarri, come quello di una borsa «istrice», disegnata e realizzata da Roberta con le stecche utilizzate per i bustini, e a mettere a punto sempre nuovi pezzi per una collezione che, tutta intera, non si vedrà mai. Commercialmente un disastro, ma vuoi mettere la soddisfazione.


Le idee regalo più originali nascono dal progetto «Re-Design» organizzato nel giugno scorso ad Ariis di Rivignano come tappa di «Maravee»: mostra e sfilata all'insegna del recupero e riutilizzo intelligente, filosofia che «ealtro» pratica da sempre. Ci sono microborsette  ssemblate con gli scarti della lavorazione delle tende, minuscole ma consistenti, un grande bracciale a disco composto da ottocento bottoni di modernariato trattenuti da filo d'acciaio, collane leggerissime e anelli sempre di un'inesauribile «eredità» di bottoni ormai fuori produzione, alcuni in una sfumatura glicine molto modaiola, e ancora sciarpe, cappelli, cuscini. Tra gli oggetti propri, anche alcune «ospitalità», come i piattini reinventati di Lucy.d: residui di servizi sopravvissuti a catastrofi domestiche o rimasugli di rigatteria che trovano una nuova dignità di servizio con l'applicazione di foglie di platino e d'oro, le borse fatte di camere d'aria e firmate Kontiki, i vasi di F Maurer che non sono altro che bottiglie decapitate.


Ogni gioiello o accessorio tessile è vintage e riciclo (i cappelli o gli inserti delle stole sono pezzi di vecchi pantaloni o di stoffe da pantaloni mai diventati tali...) ma la loro origine è irrintracciabile e inimmaginabile. Resta quel sottile fascino di fuori moda diventato, di nuovo, di moda.


twitter@boria_a