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venerdì 17 luglio 2020

LA MOSTRA

Matea Benedetti: Mi vesto di bucce di mela e foglie di ananas per salvare il pianeta 



Matea Benedetti ph. Ok Tibor Golob


«L’abito ha conseguenze, dice Matea Benedetti. E per lei, costumista e stilista slovena, non è affatto uno slogan dell’ultima ora. Oggi che la moda è messa sotto accusa come grande inquinatrice e che anche le catene del fast fashion si affrettano a produrre collezioni (presunte) ecologiche per lavarsi la coscienza, Matea, che sulla sostenibilità lavora da anni, vuole fare un altro passo, cogliere una sfida. «Il mio - racconta - è un brand di lusso ma senza alcun prodotto animale». Luxury animal free: una nicchia e una chicca, che può contare al massimo su una scelta di cinque materiali al mondo. 

Un assaggio di questo progetto, la sua prima collezione glamour vegan in assoluto, per inverno ed estate 2021, è in mostra alla Casa della Musica di Grado, protagonista della rassegna “Maravee Dress” ideata da Sabrina Zannier. Dall’esplosione di colori alla tavolozza dei diversi neri, abiti, camicie, gonne, trench, haute couture, ogni pezzo è al cento per cento biodegradabile. Sono involucri fatti con scarti di frutta, dove perfino la colla deriva dal mais e non ha nulla di sintetico. Si chiama “Benedetti Life”, perchè il marchio, spiega Matea, «protegge la vita». Quella degli animali e del pianeta, certo, ma anche quella degli umani che nella filiera della moda lavorano e che hanno diritto a essere pagati equamente, anche nei più remoti angoli del pianeta dove le tutele non esistono. La produzione massiva dei grandi magazzini low cost inquina il pianeta così come la vita delle persone. E “sostenibilità” significa anche sostenere gli altri. Una filosofia integrale e integrata che parte dalla realizzazione delle stampe dei tessuti, passa per i bottoni, il packaging e arriva al trasporto delle collezioni e al magazzino. E che le è valsa, nel 2017, un posto tra i cinque finalisti del Green Carpet Award, conferito alla Scala di Milano durante la settimana della moda. Nel 2018 un altro riconoscimento, il Positive Luxury Award per aver saputo coniugare il glamour col rispetto dell’ambiente, e l’attenzione di una giornalista guru come Suzy Menkes.





 


 
Benedetti Life, Parrots' Poetry, ph. Valentina Cunja


 
Octopus Intelligence ph. Belinda De Vito




Matea Benedetti, nata a Capodistria (al secolo Mateja, ma quella “j” veniva pronunciata diversamente in ogni paese e così è stata eliminata, una laurea in Textile e clothing design a Lubiana, una specializzazione in Fashion design a Utrech, una lunga esperienza di costumista teatrale in Italia e all’estero) comincia a lavorare sulla moda green nel 2014 con il suo marchio Terra Urbana, utilizzando la peace-silk, la seta organica, ricavata da bozzoli che non uccidono la larva ma le consentono di completare la trasformazione, insieme a canapa, cotone e lana ecologica, colori a base di acqua. Per l’effetto rettile sperimenta la pelle scartata del salmone. Le sue collezioni sono dedicate a specie animali in pericolo, la prima alle farfalle, la seconda al lupo bianco, stremato dal surriscaldamento del pianeta, all’epoca imperiosamente vestita da una testimonial come l’attrice Katarina Čas (la ricordate in “The Wolf of Wall Street” foderata di dollari?).

Agli inizi dell’eco couture firmata Benedetti i materiali sono pochi, pizzi e tulle inesistenti. Tre, e basici, i colori per le sete. Ma la tecnologia va avanti e “Benedetti Life” oggi presenta una cinquantina di capi da giorno e da sera realizzati con materie prime che normalmente facciamo finire nella spazzatura. L’animale su cui quest’anno la designer ha deciso di accendere l’attenzione sono i pappagalli della foresta amazzonica, decimati dai cambiamenti climatici, dalla caccia e dai traffici illegali. È la sua Parrots’ Poetry, un tripudio di rossi, verdi, gialli che si inseguono come in un piumaggio, realizzati con colori biologici, privi di metalli pesanti. Non inquinare, spiega Matea, significa anche ridurre al minimo il trasporto: le sue stampe e le sue tinte arrivano dall’Italia, la produzione è in parte slovena in parte italiana, lo sviluppo del prodotto viene fatto in Slovenia. L’obiettivo di un futuro prossimo è “made in Italy” totale, lusso a chilometro zero.



Le paillettes ricavate da bottiglie di plastica riciclate. Benedetti Life ph. Belinda De Vito


Eccoci immersi nel mondo di “Benedetti Life”. Al primo piano Matea esalta poeticamente il polpo con gli abiti di “Octopus Intelligence” per l’inverno 2021. Ancora una volta l’ispirazione viene dal mondo animale e da un esemplare dotato di più cervelli e più cuori, la cui intelligenza supera quella dell’uomo. Accanto una sezione dark, per illustrare le declinazioni del nero nei materiali. Ma su tutti ruba la scena l’abito haute couture che ha incantato il Green Carpet Award, un bustier che si gonfia in una cascata di dischi fino ai piedi, in rosso denso e bianco, realizzato in Appleskin, il biopolimero derivato dagli scarti delle mele nella produzione dei succhi di frutta, brevetto di un’azienda di Bolzano. La pellicola allude alla pelle animale, ma non viola l’ambiente e ricicla quanto di un’altra produzione andrebbe perduto, in una virtuosa economia circolare. E il Piñatex? È un tessuto a base di fibre di foglie di ananas prodotte nelle Filippine e lavorate in Gran Bretagna, da due anni sul mercato, riassorbibile al cento per cento. Completano la gamma dei materiali la viscosa Enka, derivata dalla pasta di legno, a sua volta estratta con un complicato processo sostenibile da alberi di foreste non devastate dagli abbattimenti, mentre i bottoni sono in “avorio vegetale”, ovvero corozo, dalla noce essicata della palma tropicale proveniente dall’Ecuador. Solo le paillettes eco non esistono ancora e allora Matea ha optato per il riciclo, tagliandole a mano da bottiglie di plastica e cucendole sopra uno dei modelli in mostra. «Ci hanno lavorato cinque persone per tre mesi - racconta - ma l’abito sembra fatto di vetro».



 
Haute Couture in Appleskin selezionato al Green Carpet Awardsph. Tomaz Pancic


Haute Couture in Appleskin selezionato al Green Carpet Awards


Green equivale a slow. «Impossibile fare un prodotto sostenibile e a basso costo», avverte la designer. La riduzione dell’acqua nelle lavorazioni e l’attesa per la maturazione naturale delle materie prime impediscono produzioni massive più volte l’anno. Gli outfit di Benedetti Life si vendono per ora solo online e su ordinazione, i capi in stock sono un altro spreco. I costi? Quelli di una griffe medio-alta. Tracciabilità e trasparenza in ogni passaggio della filiera lo impongono. «La gente non capisce che un capo per pochi euro costa alle future generazioni la Terra. È un concetto molto difficile per l’acquirente. Ma i brand lussuosi cominciano a cambiare e la loro influenza è fondamentale sulle catene di fast fashion, che li copiano. L’obiettivo dovrebbe essere la totale sostenibilità di tutti i marchi nel 2021», conclude Benedetti.



ph. Belinda De Vito


L’abito ha conseguenze, appunto. Ci trasforma e trasforma l’ambiente che abitiamo. Sta a noi, creatori e fruitori, scegliere come.

lunedì 8 dicembre 2014

IL PERSONAGGIO
Nicolai Lilin, tatuaggi per iniziati






  Il corpo che cambia, che si trasforma. Che diventa fondale su cui incidere e dipingere, involucro da vestire e da fotografare, mezzo per esprimere identità diverse. Da domani, alle 19, al Castello di Susans di Majano, la tredicesima edizione di "Maravee", rassegna di arte e linguaggi contemporanei ideata e diretta da Sabrina Zannier, si concentra sul "Corpus" e ne propone le tante identità e mutazioni attraverso immagini, dipinti, video, costumi, performance, tatuaggi.
Tra i protagonisti di quest'anno c'è Nicolai Lilin, autore del romanzo "Educazione siberiana" da cui Gabriele Salvatores ha tratto l'omonimo film, personaggio discusso e controverso, che a Susans si presenta nella sua più recente e inedita versione, quella di fashion designer. Al piano terra del castello, nell'allestimento curato da Belinda De Vito, saranno esposti i disegni di Lilin accanto alle t-shirt e al poncho del brand Happiness, su cui sono stampati. Il messaggio della mostra è diretto: dall'epidermide, il "segno" del tatuaggio contamina altre superfici legate alla corporeità, come i tessuti, attraverso i quali il corpo si estende, si copre, si trasforma. .
Parliamo di questa "incursione" friulana con Nicolai Lilin.
Dai tatoo alle magliette: com'è avvenuto il passaggio?
«Diversi brand di moda in passato mi hanno contattato, interessati ai miei disegni e alla tradizione del tatuaggio siberiano. Recentemente il tema del tatuaggio pare che sia diventato una moda. A me fa sorridere perché là dove altri vedono teschi, coltelli, pistole e simboli considerati forti, io vedo tutto un mondo di storie, di persone, di vissuti. La collaborazione con Happiness è nata dall'incontro con Yuri Scarpellini, fondatore del brand, affascinato dal mondo che rappresento attraverso i miei disegni mi ha lasciato completamente libero di interpretare la mia linea di abbigliamento cercando di tenere sempre saldo il rapporto con il significato profondo dei simboli».
Nei disegni ci sono differenze rispetto al "materiale" su cui li esegue?
«Ogni disegno racconta una storia. Se si tratta di un disegno destinato ad essere tatuato sulla pelle, mi lascio guidare dal racconto personale di chi lo porterà poi per la vita. In altri casi i disegni, come molte delle opere che sono in mostra al Castello di Susans, nascono dalla vita personale dei miei avi, ogni disegno è come un piccolo romanzo. Per me è un modo per ricordare e celebrare le vite di persone che ho amato e che ora non ci sono più, che hanno combattuto tutta la vita per i loro ideali. Infine i disegni destinati alle magliette, proprio perché sono indossati da tante persone diverse, si rifanno a degli ideali universali: l'amore, il viaggio, la ribellione, la libertà, la fugacità del tempo».
Crocifissi, madonne che impugnano armi, angeli e scheletri. Qual è il significato del suo messaggio?
«Nella mia tradizione non viene mai svelato il significato dei simboli».
Diventa "di moda" una pratica che in "Educazione siberiana", lei carica di significati rituali, di appartenenza a una comunità, quasi iniziatici. Che cosa l'ha convinta?
«Non sono io che l'ho fatta diventare una moda, quello che ho potuto osservare è che il tatuaggio, che si è diffuso fino a diventare una moda per imitazione, adesso sta vivendo un cambiamento. Sempre più persone stanno diventando più sensibili nei confronti di questo tema, e invece di voler copiare i tatuaggi dei personaggi più alla moda per essere come loro, cercano un simbolo di appartenenza, vogliono riconoscersi nella propria pelle».
Non si preoccupa di essere definito anche "commerciale"?
«No. Perché è un termine offensivo?»
Collabora anche con un'azienda che produce coltelli di Maniago? E che cosa fa?
«Ho disegnato un coltello da caccia ispirandomi a quello che aveva mio nonno. Mi piacerebbe disegnare anche dei coltelli tattici in futuro. Sono un grande appassionato di coltelli, tra gli uomini della mia famiglia era considerato un accessorio indispensabile nella vita di tutti i giorni e nella mia vita mi è capitato di poterne osservare e utilizzare tanti, sono oggetti affascinanti, ogni forma, ogni curva, ogni impugnatura è studiata e pensata per essere ottimale nelle diverse situazioni in cui verrà utilizzato».
Le piace più incidere la pelle o la carta?
«La mia arte non si concentra nell'incisione di materiale, l'incisione della pelle o la preparazione di un disegno sulla carta, tela o altri supporti è soltanto la conclusione logica di un processo etico e tradizionale, molto profondo e difficile, legato alla creazione, alla composizione dell'opera. Conoscere le persone, ascoltare le loro storie, anche più intime, trasformare queste storie in simboli, elaborarli artisticamente - questa è la parte in assoluto più importante della mia attività. Il resto sono solo processi tecnici per me di minore rilevanza».
Come tatuatore, accetta qualsiasi richiesta del cliente?«Nella mia arte non esistono termini come "cliente" o "richiesta". Tra me e le persone che decidono aprirsi con me per trasformare le proprie esperienze in simboli si crea il rapporto paragonabile a quello di un confessionale. Nessuno decide cosa tatuare, io interpreto semplicemente le storie delle persone, trasformando le loro parole in simboli seguendo una tradizione che ha delle regole molto precise».
Il suo spazio a Maravee si intitola "Scritto sulla pelle". Che cosa vorrebbe scrivere sulla pelle di chi verrà a conoscerla?
«Per avere sulla propria pelle almeno una mia opera non basta semplicemente passare alla mia mostra e conoscermi. Bisogna comprendere il senso della tradizione del tatuaggio siberiano ed essere pronti a confessarsi onestamente. E avere molta pazienza. Un tatuaggio siberiano va meritato, non è per tutti, si tratta di una tradizione iniziatica che si apre a pochi».
twitter@boria_a