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mercoledì 26 giugno 2024

 LA MOSTRA

Italia Sessanta. Arte, Moda e Design

Dal Boom al Pop a Gorizia 

 

Divano Bocca® di Studio 65, 1970 ©Courtesy Gufram
 

Design, moda, arte per raccontare i formidabili Sessanta. Un decennio di crescita economica e di trasformazioni sociali, di conquiste e rivendicazioni, attraversato da una spinta creativa che disegna nuovi spazi e forme, esterni e interni, crea oggetti colorati e poetici, dove funzionalità e invenzione si compensano, ripensa abiti, accessori, gioielli, che sperimentano materiali, diventano prove d’artista, in un nuovo rapporto con il corpo e le sue decorazioni.

Il mangiadischi arancione ideato da Mario Bellini nel ’68, portatile come una borsetta, suona ovunque la colonna sonora delle nuove generazioni, a cavallo del Ciao o della bici Graziella. Nelle case, dal ’67, entra il Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper, il più piccolo telefono mai progettato, antenato dei primi cellulari a ostrica. Al cinema si ride con Fracchia la belva umana, che rovina a terra dalla poltrona Sacco di Zanotta, pensata nel ’68 da Gatti, Paolini e Teodoro. Tutti pezzi premiati col Compasso D’oro, interpreti di un’epoca che guarda al futuro con speranza, fino a spingersi a immaginare l’uomo sulla Luna, nel futuribile “Allunaggio”, sedile per esterni dei fratelli Castiglioni, anno 1965, che precede di quattro la passeggiata degli astronauti Armstrong e Aldrin. Pezzi ancora in produzione, come la radio cubo, la Ts 502 di Zanuso, ricercatissima in rete anche nella versione vintage.

 

Giradischi portatile GA45 POP, 1968 (Minerva) di Mario Bellini ©Triennale Milano(f. Amendolagine Barracchia)

 


Apre per il pubblico sabato 29 giugno alle 10 (l’inaugurazione domani alle 18 con le autorità, a invito), a palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, la mostra “Italia Sessanta. Arte Moda e Design. Dal Boom al Pop”, che sarà visitabile fino al 27 ottobre 2024. Una mostra a grande richiesta - dice Raffaella Sgubin, direttrice dei musei e archivi storici dell’Erpac e curatrice della sezione moda con Enrico Minio Capucci, mentre il design è affidato a Carla Cerutti e le arti visive a Lorenzo Michelli - inserita nella programmazione regionale sull’onda dell’entusiasmo che ha accompagnato, l’anno scorso, il capitolo precedente, sugli anni Cinquanta e la nascita del made in Italy. Con una sfida in più: mettere in dialogo oggetti diversi per materiali, funzioni ed esigenze conservative, in un percorso intrecciato e unitario per rappresentare un decennio in cui cambia per sempre il mondo di abitare, lavorare, nuoversi, vestirsi, di vivere il tempo libero, la socialità, il sesso.


Diciannove spazi - tra gli altri, quelli dedicati all’optical, al pop, alla plastica colorata e trasparente, al cinema e alla televisione, la sala “Diabolik” con i gioielli d’artista firmati anche da Afro e Dino Basaldella per Masenza di Roma, in oro e pietre preziose, la sala sulla natura, quella sul segno, sul colore, su vetri e ceramiche, sulla Luna - circa duecento oggetti, sessanta tra abiti e accessori, una quindicina di opere d’arte, con testimonianze importanti della ricerca compiuta in regione dagli artisti di Raccordosei: Miela Reina, Enzo Cogno, Lilian Caraian, Nino Perizi, Claudio Palcic. Ricerca che, nello spazio centrato sull’”Alluminio” ricorda una collaborazione importante tra arte e moda, come fu quella tra l’udinese Getulio Alviani e la designer toscana Germana Marucelli: abiti dai giochi optical, poi con inserti di dischi metallici, che riflettono la luce e creano sul tessuto l’effetto delle “superfici a testura vibratile” di Alviani.

 

Ken Scott, 1969, tunica e pantaloni in Ban-Lon



 
Aperto, all’ingresso di Palazzo Attems, da una Ferrari 275 gtb del 1965, simbolo di pensiero e tecnologia, il percorso propone una galleria di pezzi entrati nella storia del design internazionale e nei più importanti musei del mondo. Ci sono le celebri labbra del divano Bocca di Gufram, realizzate dagli architetti di Studio 65, e l’altrettanto celebre UP 5 di Gaetano Pesce, la poltrona attualissimamente “politica” dal corpo di donna, un ventre accogliente da dea della fertilità che termina nel pouf come una palla al piede, simbolo di pregiudizi, prigionia, violenza. Accanto alla “Sacco” di Fracchia, un’altra seduta cinematografica, l’«Elda» di Joe Colombo, consacrata nel capitolo di 007 “La spia che mi amava”.

Piero Gatti, Cesare Paolini, Franco Teodoro, Seduta Sacco, 1968 (1969), Zanotta©Triennale Milano (foto Amendolagine Barracchia)

 


Il “radical design” propone oggetti di invenzione pura, dove la spinta della fantasia rompe con ogni condizionamento funzionale. Arredi firmati dallo studio fiorentino Archizoom, nato nel 1966: la poltrona Superonda, la Mies, il divano Safari con l’animalier ecologico.
Trasversali a tutti gli spazi sono anche gli abiti in mostra, una passerella ideale proiettata nei Sessanta: dall’optical di Roberto Capucci a nastri intrecciati bianchi e neri del 1965 alle esplosioni pop di Ken Scott, dagli outfit “lunari” di Paco Rabanne ai colori di Pucci, Missoni, Balestra, Mila Schön, dal pigiama palazzo di Irene Galitzine agli stivaletti in cavallino zebrato di Ferragamo, alle borse di Gucci e di Roberta di Camerino, per finire con due modelli dell’«Imperatore» Valentino.

 

Abito da sera di Valentino, 1969




 

 Poltrona UP5 con pouf UP6, 1969 ©Courtesy B&B Italia  

 
Pantaloni e camicia da sera ricamati di Roberto Capucci, completo appartenuto a Patty Pravo, 1969

 


Sintesi di un’epoca il memorabile debutto dei Missoni, nel 1967, alla Piscina Solari di Milano. Sull’acqua le modelle “sfilano” sedute sulle poltrone gonfiabili di plastica trasparente firmate dall’ingegnere vietnamita Quasar Khanh, marito della designer Emmanuelle, collaboratrice di Tai e Rosita. I vestiti e gli oggetti in dialogo rompono gli schemi e, dagli scambi, nascono nuovi linguaggi, ancora nostri.

martedì 17 maggio 2016

 LA MOSTRA

Arte e Moda a Firenze, un secolo di intrecci: da Salvatore Ferragamo a Margiela



"Tirassegno décolleté" di Salvatore Ferragamo, 1958: camoscio con applicazioni in capretto a motivo di tirassegno (Museo Salvatore Ferragamo)


 
"Senza titolo" di Kenneth Noland, 1958 (collezione privata; per concessione Galleria Fumagalli Milano)



Anita Pittoni designer, interprete del manifesto della moda femminile futurista: forme nuove e materiali poveri. Germana Marucelli, la sarta intellettuale di Milano, che nel 1965 trasferisce sul corpo le sperimentazioni cinetico-visuali dell’artista udinese Getulio Alviani e inventa la linea “optical”. Mila Schön ispirata dai tagli di Lucio Fontana e dai “mobiles” dell’americano Calder, riportati su stoffa in una collezione di fine anni Sessanta in cui si fondono geometrie e minimalismo (scrivo anche qui di Mila Schön, Getulio Alviani e Germana Marucelli).

Il complesso rapporto tra arte e moda continua a ispirare interpretazioni. E la moda, senza complessi di inferiorità, a entrare nei grandi musei del mondo, dove si mette in dialogo con pittura, scultura, cinema, architettura, artigianato e design per leggere il tempo in cui viviamo e comprendere meglio il passato. Dal 18 maggio 2016, a Firenze, al Museo Salvatore Ferragamo (www.museoferragamo.it), capofila di un’operazione espositiva cui partecipano quattro istituzioni pubbliche, si apre una mostra tutta dedicata a questo tema, “Tra arte e moda”, dove, nei vari spazi, sono molti i riferimenti e gli intrecci con stilisti e artisti del Friuli Venezia Giulia: Alviani ma anche Gillo Dorfles, amico della Marucelli, la Pittoni, con i suoi “straccetti d’arte”, che fa parlare di sè sui giornali, la dalmata Mila Schön e la sua moda purista nutrita del segno dei contemporanei.



Gli abiti di Mila Schön ispirati ai "mobiles" di Calder (dalla mostra "Mila e la notte", Trieste, Salone degli Incanti, 2009)


Il progetto espositivo, curato da Stefania Ricci, direttrice del Museo Ferragamo, dalla storica della moda Enrica Morini, da Maria Luisa Frisa, critica della moda e direttrice del corso di laurea in Design di moda dello Iuav di Venezia, e da Alberto Salvadori, direttore del Museo Marino Marini di Firenze, prende le mosse proprio dal rapporto dello stesso Ferragamo con gli artisti, che ispirarono i suoi modelli e le sue invenzioni. «Non è così scontato che istituzioni pubbliche e private si mettano in rete per una riflessione comune», dice Ricci. «Per noi è un risultato molto importante, di cui siamo orgogliosi, anche perchè ci teniamo a interagire col territorio e a valorizzare le sue splendide collezioni»


A palazzo Spini Feroni, storica sede della maison in via Tornabuoni, una videoinstallazione mette a confronto le calzature con i loro riferimenti, il mondo classico, l’oriente, le avanguardie artistiche del ’900, il surrealismo, intrecciati con la cultura artigiana fiorentina. Nella sala sono esposti anche i bozzetti pubblicitari originali firmati dal futurista Lucio Venna per promuovere le scarpe Ferragamo, i modelli relizzati per intellettuali e artisti e il dipinto di Kenneth Noland del 1958, “Senza titolo”, che il “calzolaio dei sogni” tradusse in elemento decorativo per la décolleté "Tirassegno". 


Racconta Stefania Ricci, a proposito della pionieristica frequentazione di artisti da parte del fondatore: «In mostra manca solo il ritratto fatto a Ferragamo da Pietro Annigoni, che lo rappresenta come un pittore ottocentesco, con il foulard, la giubba di velluto, bohémien. Non l’ho neppure chiesto alla signora Wanda, vedova di Salvatore, so che le dispiace separarsene. Negli anni ’40 Annigoni aveva uno studio a palazzo Feroni e curò il packaging e l’immagine grafica della maison. Ferragamo, da parte sua, aiutò l’artista a entrare nel mercato inglese. All’epoca aveva già un negozio in Bond Street, a Londra, frequentato dalla famiglia reale e da tutte le celebrità».

Dalla “bottega” di Ferragamo, in cui, come in quelle rinascimentali, creatività e tecnica erano inscindibili, il progetto espositivo mette a fuoco via via collaborazioni, sovrapposizioni, contaminazioni tra arte e moda. Dalle esperienze dei Preraffaelliti al Futurismo, dal Surrealismo alla Radical Fashion, dal mantello realizzato dalla sarta Rosa Genoni per l’Expo del 1906, ispirato al Pisanello, fino ai contemporanei Martin Margiela, Viktor & Rolf, Chalayan con le loro complesse narrazioni visive, il percorso si sofferma, tra molti altri stimoli, su alcuni atelier degli anni ’50 e ’60, come quello di Germana Marucelli e di Mila Schön, dove designer e artisti si confrontavano e scambiavano esperienze, in una sorta di salotto culturale ricco di spunti e fermenti.



"Manto da corte Pisanello" di Rosa Genoni, 1906. Velluto di seta con ricamo, fu presentato allExpo di Milano del 1906 (Gallerie degli Uffizi, Galleria del costume di Palazzo Pitti)


Dal sodalizio di Marucelli e Alviani (una delle “power couples” nel territorio condiviso tra arte e moda, come dice Maria Luisa Frisa) nacquero i vestiti optical, indumenti che generano immagini in continuo divenire. Nel 1969 fu il triestino Gillo Dorfles, amico di entrambi, a curare alla Galleria del Naviglio di Milano, una mostra che focalizza il senso di questo incontro, in cui ciascuno dei due partner aggiunge qualcosa di proprio nell’assumere il lavoro dell’altro: “Germana Marucelli creatrice di moda e Getulio Alviani ideatore plastico”. In quegli stessi anni, Mila Schön, attraverso l’amico fotografo Ugo Mulas, si avvicinava all’arte di Fontana e di Calder, ne assorbiva le provocazioni: in mostra a palazzo Feroni si vedrà un abito di proprietà di Valentina Cortese nato dalla fascinazione della designer per i “mobiles”(di Mila in America scrivo anche qui).



"Tensioni" di Getulio Alviani (1966-1967), sei serigrafie su carta, Brescia, collezione privata











 












In un allestimento costruito attraverso abiti, accessori, tessuti, dipinti, immagini, libri e periodici, sono molti i prestiti eccellenti di musei e collezioni private, italiane ed estere: dal Philadelphia Museum of Art arriva a Firenze l’abito realizzato da Elsa Schiaparelli insieme a Salvador Dalì, dalla Fondazione Bergè-Saint Laurent quello di Yves ispirato ai dipinti di Piet Mondrian, dal Kyoto Costume Institute il corpetto di legno di Hussein Chalayan e dal museo del Fit di New York un modello firmato Jun Takahashi (Undercover). E ancora, i ritratti fotografici di Andy Warhol, “Altered Images” prestati dallo Studio Makos, “Fertility” di Keith Haring, da una collezione privata, il trittico di Yasumasa Morimura, “Portrait (La source 1,2,3)” dall’Art Museum di Takamatsu, pezzi dal ModeMuseum di Anversa e dal Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.


"The Souper Dress", 1968, di Andy Warhol (collezione The Kyoto Costume Institute)


 
"Fertility" di Keith Haring, 1983 (Firenze, collezione privata)


 
"Altered Image" di Christopher Makos, 1981 (collezione privata)



Da via Tornabuoni, l’esposizione si dipana in altre quattro sedi: la sala del Fiorino delle Gallerie degli Uffizi e la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, dove, fino al 24 luglio 2016, si esplora l’«Ottocento alla moda» e la Biblioteca nazionale centrale di Firenze con i “Periodici italiani del Novecento. È qui che trovano spazio gli articoli dedicati alla proto-designer Pittoni, che - come ha testimoniato la mostra su Anita futurista da Drogheria 28 a Trieste nel 2015 - ricevette da Ferragamo, il 2 febbraio 1949, una lettera di invito a partecipare alla rassegna internazionale di moda del Maggio fiorentino (“Vorrebbe conoscere Christian Dior?”, le scrive), quando ormai l’artigiana pensava di lasciare il design per l’editoria. Anticipa la direttrice del Museo Ferragamo, Ricci: «Stiamo pensando già alla mostra del prossimo anno. Ferragamo tornò in Italia dall’America nel 1927 e noi vorremmo esplorare che cosa accadeva in Italia e oltreoceano in quegli anni, dedicando uno spazio significativo all’esperienza di Anita Pittoni» (di Anita scrivo anche qui).


"Ritratto di famiglia in giardino" di Elisabeth Chaplin, 1906 (Firenze, Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti)


Le ultime due tappe dell’allestimento sono ospitate al Museo Marino Marini e al Museo del Tessuto di Prato. Nel primo (fino al 31 luglio) si raccontano le “collaborazioni” tra arte e moda a partire dagli anni ’80, quando i confini tra i due ambiti cominciano ad attenuarsi e le istituzioni d’arte si aprono agli stilisti: il Metropolitan di New York nel 1983 a Yves Saint Laurent, Palazzo Strozzi a Firenze, nel 1985, proprio a Salvatore Ferragamo.


A Prato, infine, fino al 19 febbraio 2017, si può visitare “Nostalgia del futuro nei tessuti d’artista del Dopoguerra”. In questo spazio si celebra l’arte “totale”, quando, nelle Triennali degli anni ’50, gli artisti partecipavano con disegni per la stampa su stoffa ai concorsi banditi dalle aziende tessili e si misuravano con l’estetica applicata al quotidiano. A Venezia, Carlo Cardazzo nella Galleria del Cavallino lanciava i foulard d’autore, opere d’arte da mettersi addosso firmate da Capogrossi, Campigli, Fontana, Saetti, Scanavino, Marino Marini, Edmondo Bacci e Roberto Crippa: li vedremo in mostra vicino agli arazzi di Chighine, Bordoni, Atanasio Soldati, Bozzolini e del triestino Guido Marussig, pittore e incisore, l’amico che D’Annunzio chiamò a decorare il Vittoriale.



"Progetto grafico di tessuto per la X Triennale di Milano" di Bruno Munari, 1954 (Bologna, Fondazione Massimo e Sonia Cirulli)


Nel suo saggio in catalogo, Frisa cita le parole del curatore della I Biennale di Firenze nel 1996, Germano Celant, illuminanti, anche dopo vent’anni, per togliere di mezzo qualsiasi tentazione di stabilire rapporti di sudditanza tra arte e moda: «Il colpo di forbice è simile a un colpo di macchina fotografica e cinematografica, a un colpo di matita o di pennello... Il taglio mette fine alla rappresentazione tradizionale dell’immagine, la disintegra e la restituisce come testimonianza del vedere e del capire l’artista. Se questo è vero, il taglio dà significato e il suo uso accomuna artista e fotografo, designer e sarto che ritagliano una visione dal magma delle materie: siano esse il colore e il bronzo, la stoffa e la pellicola, i metalli e le lane, il legno e la tela».

@boria_a

sabato 7 marzo 2015

LA MOSTRA
 
Quando l'alta moda era "Bellissima" la facevano i triestini


Gigliola Curiel al Carillon di Paraggi, 1952 (dal catalogo Maxxi Electa, Archivio Federico Garolla)


Camilla Cederna, sull’«Europeo» del 27 novembre 1955, le dedica un’intera pagina. “Gran taglio milanese” titolano le tre colonne fitte fitte su Gigliola Curiel, la «Gigliola», come la chiamano le sue clienti, «che veste le signore più in vista, più belle, più mondane e anche le più tradizionaliste» della buona società meneghina. La ragazzina - figlia di un ingegnere navale triestino: ed è l’unico accenno nell’articolo alle origini giuliane della “sarta” - che riempiva i quaderni di figurine di donne pronte per il ballo e nel testo di greco teneva come segnalibro una silhouette di cartone vestita per il té delle cinque, ha trasformato il passatempo in un vero mestiere. Prima ha venduto i suoi figurini ai sarti milanesi, con un bel po’ di faccia tosta e simulando un accento straniero per fare scena, poi ha aperto una sartoria in via Durini che è arrivata a contare oltre settanta lavoranti e, infine, è sbarcata in America incantando i compratori di Bergdorf Goodman e conquistando le pagine del New York Times, del New Yorker, di Vogue a colpi di “Bravo, bravissimo Gigliola!».
 
“Animosa triestina” dagli occhi turchini, la definisce la Cederna. E con sincera ammirazione si sofferma a descrivere come questa “bella signora” ancora s’inginocchi accanto alla cliente per studiare l’andamento di una “pince”, mentre «strizza gli occhi per vedere cos’ha di ben fatto da mettere in risalto, se il fianco, il braccio o il décolleté, cercando invece di coprire in tutte l’attaccatura del braccio, che secondo lei difficilmente è perfetta».

 
C’è tanto di Trieste nel monumentale e magnifico catalogo che accompagna la mostra “Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945 1968” al Maxxi di Roma (Maxxi Electa, pagg. 451, euro 55,00), un allestimento curato da Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi visitabile fino al 3 maggio. La mostra e il catalogo sono due momenti di uno stesso progetto, indipendenti e complementari, spiega Frisa in uno dei tanti saggi della pubblicazione. Perchè se la mostra propone una selezione di abiti e designer che hanno costruito l’identità della moda italiana, il libro, con gli scritti di critici, giornalisti, storici e con foto tratte da pubblicazioni nazionali e internazionali, racconta - attraverso la lente della moda, e in un fluire di immagini che sembra riprodurre la solennità delle sfilate negli atelier di quegli anni - un momento di straordinaria creatività nelle arti, nel cinema, nella fotografia, nell’architettura, nel teatro, quando il gusto e lo stile italiani dettavano legge nel mondo.

 
Gigliola Curiel con le sue creazioni è tra le sarte preferite per le prime alla Scala, in particolare quelle di Sant’Ambrogio, in cui la presenza della Callas alza alle stelle la febbre di mondanità delle signore aristocratiche e alto-borghesi. Con lei, e la figlia Lella, che prenderà il suo posto ed è ancora oggi vigorosamente alla guida della griffe, nel catalogo sono rappresentati e raccontati tutti i grandi stilisti triestini, ciascuno con la sua individualità protagonista della stagione più entusiasmante della moda italiana.
Ecco un modello da giorno in bianco e nero, abito corto e piccola cappa, quasi una scultura, firmato nel 1968 da Renato Balestra e fotografato da Gian Paolo Barbieri per “Linea italiana”.



Un modello di Renato Balestra fotografato da Gian Paolo Barbieri per "Linea italiana", primavera-estate 1968 (catalogo Maxxi Electa)


 Balestra, che ha lasciato gli studi di ingegneria per seguire la passione della moda e ha fatto l’apprendistato da Jole Veneziani (nata a Taranto nel 1901, da mamma pugliese e padre triestino...) negli anni Sessanta veste le dive di Hollywood come Zsa Zsa Gabor, Linda Christian, Natalie Wood e Caroll Baker, ma i suoi modelli elaborati e raffinati seducono anche l’imperatrice Farah Diba e la first lady filippina Imelda Marcos, le principesse saudite e la regina Sirikit di Thailandia.
Non possono mancare i Missoni, con i loro zig-zag nati quasi per caso e destinati a colonizzare il mondo, precursori di quel prêt-á-porter italiano che si affranca subito dall’artigianato e diventa paradigma della moda moderna, legandosi all’industria tessile.
Importante lo spazio dedicato alla dalmata Mila Schön, “la Coco Chanel italiana” come la definì Diana Vreeland, direttrice di Vogue America, per quel suo stile contaminato dall’estetica e dalla poetica del modernismo.



Mila Schön con Mina nel suo atelier milanese fotografate da Ugo Mulas (dal catalogo Maxxi Electa, Eredi Ugo Mulas)

Maria Luisa Frisa, nel saggio dedicato alle “forme dell’atelier”, richiama l’attenzione sul fatto che una stessa parola definisca lo studio dell’artista e quello del sarto, e come “creazioni” vengano chiamate, ugualmente, le opere di entrambi. È un momento magico, quello del dopoguerra, in cui la moda si nutre di arte e la fotografia interagisce con i luoghi in cui la moda nasce, diventandone parte integrante. L’amicizia di Mila Schön con Ugo Mulas, uno dei più grandi fotografi italiani prestato alla moda, è esemplare di questo scambio. Ecco la celebre immagine della cantante Mina nell’atelier milanese di Mila, firmata da Mulas e uscita su “Gente” dell’8 ottobre 1969. Mina, regale come una divinità greca in uno degli abiti da sera tempestati di applicazioni, e, sullo sfondo, la sarta di Traù, in camicetta bianca e gonna nera, di cui il gioco di specchi e l’angolazione scelta dal fotografo, raddoppiano l’immagine. Attraverso Mulas, Mila Schön conosce Lucio Fontana, ne diventa amica, e gli dedica l’intera collezione primavera-estate 1969, percorsa da tagli verticali e oblò. Le sue soluzioni di alta moda pronta degli anni Sessanta - “semplice ma non facile”, scrive Stefano Tonchi, già direttore di T: The New York Times Style Magazine e oggi direttore di “W Magazine” - accompagnano il passaggio al grande prêt-á-porter milanese degli anni Settanta e Ottanta.

 
Non è il solo rapporto fecondo tra arte e moda e non è il solo che coinvolga protagonisti della cultura del Friuli Venezia Giulia. Nel 1969, nella galleria Naviglio Incontri di Milano di Carlo Cardazzo sono esposti gli abiti con corsetti di metallo e corazze della collezione “Alluminio” della stilista fiorentina Germana Marucelli, ispirati dalle sculture dell’artista udinese Getulio Alviani. La galleria, in questo caso, diventa luogo di incrocio di intellettuali, scrittori, stilisti, artisti, collezionisti, mondanità: a commentare gli abiti di Marucelli ci sono Gillo Dorfles e Giuseppe Ungaretti.
In mostra al Maxxi, e raccontati nel catalogo, accanto a quelle dei triestini o triestini d’adozione, sfilano le creazioni di Capucci, Biki, Carosa, Maria Antonelli, Fendi, Sorelle Fontana, Irene Galitzine, Fernanda Gattinoni, Valentino, Jole Veneziani, Simonetta, Fabiani, Emilio Schuberth, “complici” e in dialogo con altre creazioni, le opere di Fontana, Burri, Paolo Scheggi, Alviani, Campigli, Carla Accardi e Capogrossi, testimonianza della sperimentazione e della vitalità di un’epoca straordinaria.

 
Un’epoca che per Gigliola Curiel, Biki e Jole Veneziani si chiude bruscamente al Sant’Ambrogio del 1968, quando la violenta contestazione guidata da Mario Capanna fuori dalla Scala copre di uova marce e pomodori le pellicce e gli abiti da sera delle signore dirette alla prima del “Don Carlo” di Verdi, sul podio Abbado e la regia di Ronconi. Sono lontani i tempi in cui le clienti passavano nell’atelier di Gigliola e della figlia Lella per prenotare i “curiellini”, gli abitini neri perfetti in ogni occasione, che la Cederna ribattezzò “scemarelli”.

 
Finiva una stagione, il testimone passava al prêt-á-porter. Il marchio Mila Schön, dopo la morte della stilista nel 2008, è oggi del gruppo giapponese Itochu. Ma per l’atelier Curiel - con Lella e un’altra Gigliola, sua figlia, nipote della Gigliola che espugnò la penna affilata della Cederna - e per Renato Balestra, il sogno dell’alta moda continua ancora.
@boria_a


Abito di Valentino indossato da Jackie Kennedy 1967-'68; completo da giorno in lana double face 1967 Ognibene-Zendman; cappotto in visone con lavorazione chevron Fendi 1960-'61; abito redingote di ispirazione ecclesiale realizzato dalle Sorelle Fontana per Ava Gardner, 1955