martedì 22 settembre 2009

MODA & MODI: nella mia borsa entra anche la termodinamica 

Vi è mai capitato di specchiarvi in un camerino e scoprire che avete avuto un rovinoso cedimento fisico nottetempo? Faccia sbattuta, pelle color cemento, glutei in caduta libera? E di arrovellarvi sul perchè sembriate inspiegabilmente più basse, più schiacciate, meno toniche e con centimetri di cellulite inesplorati? A me spesso e proprio in uno dei miei negozi preferiti, il cui effetto ansiogeno, ho appurato, non è dovuto solo ai prezzi, ma è una conseguenza della luce visibile, la più conosciuta delle onde elettromagnetiche. L'illuminazione del famigerato camerino è determinata da lampade a fluorescenza, che, grazie a un meccanismo di atomi di mercurio e polveri dette "fosfòri", creano un agghiacciante effetto "mezzogiorno in spiaggia", rivelando senza pietà ogni poro dell'epidermide, ogni pelo superfluo, ogni incipiente smagliatura. Per di più sono posizionate in alto, come nella maggior parte dei casi, il che dà l'orrenda sensazione che le gambe si siano accorciate.
Ma c'è di peggio. Può accadere che in qualche grande magazzino la luce scelta sia "modello Stasi", ovvero un fascio gelido e bianco prodotto da tubi al neon, simile a quello utilizzato dalla polizia della Ddr durante gli interrogatori (provare per credere: nello store newyorkese più battuto dai turisti, vicino a Ground Zero, non vedete l'ora di uscire dalle fitting rooms per darvi una rinfrescata...). Strategia, pare, studiata a tavolino, in modo da costringere le signore che si scoprono su due piedi anemiche e grinzose a correre nel reparto cosmetici convinte dell'impellenza di una crema antirughe. La luce migliore, suadente e non troppo realistica, è quella regalata da un faretto alogeno: un filamento di tungsteno racchiuso in un bulbo di quarzo emette una bella luce brillante, che accarezza le forme e fa apparire liscia la pelle. Se non c'è "sindrome da camerino" l'acquisto è più felice e psicologicamente più facile. Prendete gli specchi: una leggerissima curvatura lungo l'asse verticale o un'inclinatura all'indietro ci fa sembrare più alte e slanciate e quindi più convinte dell'abito che abbiamo in mano.
Chi ha detto che scienza e moda sono così distanti? O che non è possibile una scienza "modaiola"? Se ne sapete poco (o nulla, nel mio caso) della prima e molto della seconda, è consigliato il gustosissimo "La fisica del tacco 12" di Monica Marelli(Rcs Libri), fisica lei stessa e fermamente convinta che dal dna alla tinta del parrucchiere, tutto si possa capire con le sue leggi. Così, insieme all'ingegnere biomeccanico inglese John Tyrer, scopriamo che per il reggiseno perfetto bisognerebbe pesare le mammelle (non provateci, toglie tutta la poesia: vanno immerse una alla volta in una vasca piena d'acqua, poi si pesa il liquido che è traboccato e si moltiplica per un fattore di correzione...), e che camminiamo male sui tacchi a spillo perchè la pressione esercitata dal terreno sulla pianta dei piedi è troppo elevata e concentrata nel punto sbagliato. Che soddisfazione, poi,  apprendere perchè non riesco mai a trovare chiavi, cellulare, rossetti nella mia borsa. Quel perenne disordine è dovuto all'"entropia", cioè alle tante possibili configurazioni casuali degli oggetti all'interno, molto più
probabili di quell'unica ordinata che ho stabilito io. Non ne ho colpa, dunque, è la seconda, autorevolissima, legge della termodinamica.
@boria _a

martedì 8 settembre 2009

MODA & MODI

Anche la Kinsella ha un'eroina della crisi


Spalle quadrate? Neo-leopardato? Chiodo e tacchi assassini? Se l'economia dice austerity, la moda s'impunta e rilancia: supremacy. Mentre conti e certezze vacillano, dai bauli degli anni '80 escono molti fantasmi: giacche di pelle, proporzioni esagerate, plateau e stiletto, animalier aggressivo e colori esplosivi, "sbarluccichii" di lamè e paillettes. Il power-dress rispolvera le sue armi più collaudate, tailleur, tacchi alti, rigidità e geometrie, neri e ori, un armamentario indirizzato paradossalmente a signore negli "anta", quelle che gli analisti dicono le più colpite dalla crisi strutturale (ovvero: se sei fuori e intorno alla mezza età, hai poche speranze di tornare al lavoro).
Contraddizioni? Sbandamenti? Incertezze? Mai come in questa stagione la moda balla con l'orchestrina del Titanic, poco in sintonia con aspirazioni e aspettative di potenziali destinatarie. I saldi non hanno esaltato i commercianti e già i negozi si riempiono di collezioni che tra tre mesi saranno in offerta speciale. Sfogliare le riviste femminili è fare un viaggio in un mondo immaginario che lascia spiazzati, sprofondandoci in un turbillon di scarpe e vestiti con le borchie, fuseaux lucidi, giubbini da motociclista, guaine panterate, borse come coccodrilli da passeggio, scarpe su cui issarsi a fatica, figuriamoci affrontare giornate che consigliano di impiegare altrove le energie.
Più la crisi è fitta, più la moda se ne estranea. E a sfidare i fantasmi onnipresenti della recessione, sceglie di mandare estemporanee amazzoni, donne sigillate in abiti rigidi, guerreschi, o sfavillanti di colori che ricordano il "mood" di anni più sbadati e leggeri, anni da bere di cui a malapena risentiamo in bocca il sapore. Il sogno deve alimentare se stesso, dicono gli esperti del settore. E allora in passerella scorrono borse gigantesche, accessori esagerati, tronchetti da combattimento, piattaforme e aghi, pitonesse e ballerine, figure teatrali che pare difficile trasferire nella realtà, sia pure solo a livello di ispirazione. Intanto, mentre gli stilisti litigano per il calendario delle sfilate dell'imminente settimana della moda millanese, gli esperti di economia annunciano una prossima "corsa ai marchi", scatenata dalle condizioni in cui versano molte società quotate in Borsa. E Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda, da Cernobbio chiede un "piano Marshall" per salvare il settore del tessile, ormai alle corde.
Senso di responsabilità: ne parlano tutti. Ma a guardare le collezioni sembra che i primi ad essersene dimenticati siano proprio gli stilisti. Ricordate Becky, la fashionista con le mani bucate della fortunata serie letteraria di "I love shopping"? Quella delle spese folli, delle carte di credito prosciugate, della miniera di griffe nell'armadio? Ebbene, anche Sophie Kinsella ha dovuto adeguare la sua eroina letteraria ai tempi della crisi e l'ha trasformata nella virtuosa Lara, protagonista de "La ragazza fantasma", lavoro incerto, look minimale e, come trasgressione estrema, una giacca a edizione limitata della catena Topshop.

Più noiosa, forse, ma più simile alle sue lettrici.
twitter@boria_a

venerdì 28 agosto 2009

LA MOSTRA

Leonor Fini, l'italienne de Paris


Nudo di Leonor Fini di George Platt Lynes

È una gatta a far litigare, a Parigi nella primavera del 1948, Leonor Fini e Margot Fonteyn. La mascherina disegnata dalla pittrice per "Les demoiselles de la nuit" di Roland Petit, fa "orripilare" l'etoile, che la ritiene grottesca e invasiva, un attentato all'ideale di bellezza romantica che ha costruito su di sè. Ma Leonor, che ama i felini al punto da fondere la sua fisionomia nella loro, non vuol sentir ragioni, minaccia di dar fuoco al teatro se le critiche di Margot troveranno udienza. Capricci di primedonne che la diplomazia di Roland Petit riesce alla fine a smussare: la ballerina accetta le stravaganze della costumista, purchè la maschera venga aggraziata, le fattezze assottigliate. E la querelle finisce in una vacanza comune ad agosto, Margot ospite nella casa di Leonor a Le Bruse, nel sud della Francia, dove, tra bagni, picnic e gite nei dintorni, riprende le forze prima di affrontare la stagione al Covent Garden di Londra, davanti al suo pubblico.
Quindici anni dopo il balletto è alla Scala di Milano, al posto di Margot Fonteyn c'è Carla Fracci, gattina "gentile ed elegante", meno "felina" della collega inglese. Leonor Fini disegna nuove scene e bozzetti sul modello di quelli precedenti, ma questa volta ai tratti impazienti delle micie francesi, si sostituiscono pennellate sorvegliate, per gatte più mature e seducenti, consapevoli del loro fascino. Al ricordo dei suoi amati compagni di vita a quattro zampe, Leonor ha unito un estremo atto d'amore.



"Au Bout du Monde" di Leonor Fini, 1949
Gli episodi legati alle "gatte ballerine" sono raccontati da Vittoria Crespi Morbio nel saggio "Il teatro sovvertito di Leonor Fini", uno dei tanti contenuti nel catalogo appena pubblicato dal Museo Revoltella di Trieste a corredo della mostra "L'italienne de Paris" (aperta fino al 27 settembre), curata dalla direttrice del museo, Maria Masau Dan.
Più che una "guida" all'esposizione, una corposa monografia sulla pittrice triestina, che, in oltre trecento pagine, alterna gli approfondimenti critici sulle varie stagioni artistiche, Trieste, Milano, Parigi, agli omaggi più intimi, come quello, "Cara gattona", di Sibylle de Mandiargues, figlia di André, primo compagno di Leonor a Parigi, per chiudersi con le interviste agli amici artisti di lunga consuetudine, Enrico Colombotto Rosso, Leonardo Cremonini, Michel Henricot e il più giovane, Eros Renzetti, che la frequentò insieme a Fabrizio Clerici negli anni '80 e poi fino alla morte di lei, nel 1996. Diciassette contributi, tra analisi e colloqui con i compagni di strada, dissezionano vita e opere della pittrice da molteplici prospettive, con la sfida dell'esaustività e il rischio di far vacillare il lettore nelle stesse iperboli che piacevano tanto alla protagonista.
L'ultimo omaggio è una lunga intervista di Vanja Strukelj a Gillo Dorfles sugli anni triestini di "Lolò", quelli in cui entrambi, col gruppo "estremamente intellettualizzato, però anche leggermente sportivo" di cui facevano parte Bobi Bazlen, Italo Svevo, Elsa Dobra, andavano a passeggiare in Carso o a giocare a bocce al "Cacciatore". E il liceale Gillo, pizzicato in città con l'eccentrica Leonor, doveva mandare la madre dal severissimo professor Sabbadini, che la metteva in guardia su quella ragazza «non per bene» con cui il figlio andava in giro.
Leonor e il controverso rapporto con i surrealisti, che non fu mai appartenenza a una "scuola" nè asservimento ai suoi dogmi (lo ricorda l'amico Jean-Claude Dedieu: la pittrice a Parigi indossa calze viola acquistate a Roma, loro la prendono per una provocazione sacrilega ma a lei è semplicemente innamorata del colore...). Leonor e i mascheramenti, le cui origini l'analisi di Ernestina Pellegrini fa risalire a un'infanzia vissuta interamente in un gineceo, priva di qualsiasi aggancio a un ordine di valori maschili, un matriarcato alla luce del quale va letta anche la produzione artistica.
La piccola "Lolò", scappata a Trieste dall'Argentina, viene vestita da maschietto per eludere i sicari inviati dal padre. Una foto di famiglia fissa curiosamente questa rete femminile che la circonda: nell'immagine le zie sono vestite da marinaio e la nonna da comandante, su una finta nave di un finto mare Adriatico. «È il trionfo dell'onnipotenza femminile en travesti - dice Pellegrini - l'ostentazione fiera di un governo matriarcale totalizzante, che si incarna una volta per tutte in ciò che si può chiamare "l'enigma della sfinge", una sfinge da lei ritratta ossessivamente nella sua insolente bellezza...». "Sfinge Filagria", "Sfinge regina", "La piccola sfinge eremita" s'intitolano i quadri degli anni '40, quella stessa sfinge di granito, a Miramare, su cui Leonor bambina si fa fotografare, di spalle, quasi a cavalcare, a dominare l'enigma della femminilità. Una seduzione per lei inesauribile - e la spiega densamente Luisa Crusvar nel suo saggio sulla "mitologia dell'ambiguità" - legata al senso di "forza e regalità, fatalità ed enigma" che alla sfinge attribuiva la Grecia antica e che la pittrice
associa anche agli adorati gatti. A quest'enigma, che su se stessa Leonor rappresenta con imponenti e sinistri travestimenti, fa da contraltare un lato segreto, ancora poco indagato: il ricchissimo carteggio con la madre, lettere giornaliere in cui si leggono fragilià e smarrimenti di un'artista imprigionata nella perenne parata di se stessa («Dell'operazione avevo terrore - scrive a Malvina, dopo l'asportazione dell'utero - perchè sapevo che finchè non si apre un corpo non si può dire nulla... Piansi tutta l'estate con un'angoscia orribile...
pensando sia di morire sia di essere mutilata... non volevo dirti niente visto che là non potevi essere e visto che era inutile agitarti...»).
Trieste, Milano, Parigi, le fasi e gli incontri, gli anni e gli uomini, sono ripercorsi da Maria Masau Dan, Nicoletta Colombo, Isabella Reale. Con un atteggiamento della critica che, anche quando Leonor fu più vicina al surrealismo e ai suoi protagonisti, verso di lei fu scostante, sia per la distanza che la pittrice stessa rivendica tra sè e il "movimento", sia per il sopravvento del personaggio, delle sue passioni e intemperanze, sull'artista.
Filo conduttore del percorso, più illuminante di qualsiasi dissertazione, sono le foto, tante e bellissime, firmate da Dora Maar, André Ostier, Henri Cartier-Bresson, Eddy Brofferio, Arturo Ghergo, Veno Pilon, Richard Overstreet. Leonor nel mare di Trieste abbracciata a uno scheletrico André de Mandiargues, nuda e scultorea per l'obbiettivo di George Platt Lynes, Leonor con i gatti, con le bambole, in Egitto nel '51, davanti alla sfinge e insondabile come lei, Leonor nella sua casa di Nonza, in Corsica, inquieta creatura acquatica, arborea, fusa con la natura eppure estranea. Julien Levy, il gallerista di New York che nel 1936 organizzò una mostra della Fini e di Max Ernst, così ricorda il primo incontro con lei: «Non una bella donna; le sue parti non stavano bene insieme; la testa di una leonessa, la mente di un uomo, il tronco di una donna, il busto di una bambina, la grazia di un angelo e l'eloquio del diavolo. Mentre la caratteristica che colpiva erano gli occhi, grandi e di un nero profondo, il suo fascino era la capacità di dominare le sue parti mal assortite in modo da far sì che
assumessero qualunque forma la sua fantasia desiderasse presentare da un momento all'altro... Era vestita di stracci, o piuttosto di un abito sontuoso strappato ad arte...».

twitter@boria_a


"Au Bout du Monde" di Leonor Fini, 1949

martedì 25 agosto 2009

MODA & MODI: il little black dress che dura un anno intero

Coco Chanel, probabilmente, arriccerebbe il suo naso pronunciato. Ma le fan della moda "sostenibile", sempre più numerose e fantasiose, sono entusiaste dell'idea. Il famoso "little black dress" di mademoiselle, icona vestimentaria dello stile intramontabile, diventa un abito da trecentosessantacinque giorni l'anno, basta reinventarlo ogni mattina con accessori diversi, riciclati, recuperati su e-bay o nei mercatini delle pulci e rigorosamente no-logo. Collegatevi a theuniformproject.com e guardate un po' cosa è venuto in mente alla pubblicitaria newyorchese Sheena Matheiken. Un antidoto divertente alla crisi e una crociata contro l'industria della moda, che alimenta lo spreco e la corsa al superfluo, spingendo le shop-aholic di tutto il mondo a liberarsi ogni anno di milioni di tonnellate di abiti smessi pur di non perdere presunti trend. Ecco, allora, la sfida. Un vestito solo lungo dodici mesi. Da maggio, Sheena indossa ogni giorno l'abitino nero - in realtà sono sette, uno per ciascun giorno della settimana, disegnati per lei dall'amica stilista Eliza Starbuck - e tiene un diario fotografico quotidiano sul blog dove illustra come "galvanizzare" la mise perchè sembri sempre nuova.
Con il vestituccio nero si può andare anche a un matrimonio (verificate sul 14 giugno), basta aggiungervi un grande collo, una sottoveste di pizzo e un paio di orecchini vintage. Negli altri giorni, non c'è che da sbizzarrirsi con leggings psichedelici, gilet, cappelli, cinture, calzettoni, occhiali e con tutta una serie di collane pazzoidi regalate dai fan dell'iniziativa.
Che, sempre in linea con la sostenibilità, ha uno scopo benefico, per finanziare le uniformi dei ragazzini indiani in età scolare (Sheena stessa accantona un dollaro al giorno, uno ogni "cambio" d'abito). Lei, infatti, è lì che ha fatto pratica: «Sono cresciuta nel sistema indiano in cui le uniformi nella scuola pubblica erano obbligatorie. Volevano imporre uniformità ai ragazzini, ma ognuno di noi si divertiva a esprimere la propria personalità e la propria creatività interpretandole a modo proprio».
Del "little black dress", a essere sinceri, resta poco. Le sovrapposizioni sono talmente tante che si fa fatica a riconoscerlo. Ma, a parte qualche maltrettamento eccessivo (il cowboy del 4 luglio, lo stile "edoardiano" del 5 maggio...), Sheena mette in rete una miniera di idee a poco prezzo e qualcuna decisamente chic, che a Coco sarebbe piaciuta (verificate l"executive" del 12 maggio o la deliziosa "fleurette" del 28 luglio, con una collana vintage di margherite all'uncinetto...).
In fondo, anche nel caso di mademoiselle Coco, tutto nasce dall'uniforme: odiava quella del suo collegio di orfana e si vendicò imponendo a tutte le donne di indossarne una uguale, bianca e nera, bellissima ma pur sempre uniforme. Sheena si è esercitata fin da piccola a "mimetizzare" quella della scuola e ora è lei a tiranneggiare con ironia chi, per forza, vuol mettersi una divisa...
@boria _a
Sheena Matheiken

martedì 11 agosto 2009

MODA & MODI: tra crocs e frocs


Per una crocs che se ne va, un tronchetto che ritorna. Non c'è pace per le nostre estremità. Liberatesi a fatica dagli zoccoletti di cellulosa, almeno da quelli doc, stanno per re-infilarsi negli altrettanto orridi stivali mozzati, lanciati tra gli accessori di tendenza per il prossimo inverno. Se non c'è affatto di che rallegrarsi quando un'azienda va in crisi, la notizia dei milioni di "coccodrillini" ergonomici rimasti invenduti, ha scatenato in molti un'euforia da liberazione. Nonostante il colorato ciabattare in video degli allegri chirurghi di "Grey's Anatomy", nonostante eccellenti testimonial involontari, da Al Pacino ad Halle Berry, le crocs autentiche sono affondate: profitti in picchiata, migliaia di posti di lavoro in fumo, a meno che ai tre amici di Boulder, in Colorado, inventori delle calzature più concupite dai tedeschi dopo le birkenstock, non venga un'altra pensata geniale per castigare i nostri piedi. «Ci sfugge il motivo per cui qualcuno dovrebbe voler copiare le crocs, ma l'hanno fatto», scriveva tempo fa il Pop Culture Post, spiegando con la spietata concorrenza dei falsi il tramonto delle ciabatte di schiuma anti-scivolo, anti-odore, anti-fatica. A parità di produzione cinese perchè mai spendere quarantacinque euro per un paio di zatteroni originali, quando le "frocs", fake crocs, autenticamente false, costano circa due?
Sarà comunque un autunno "caldo" dal punto di vista podologico. Scivoleremo dalle ciabatte, che almeno ci tenevano con i piedi per terra, per arrampicarci sui redivivi tronchetti, le calzature incompiute, che adesso gli anticipatori dei trend, consci dello scarso appeal del nome, propongono come "stivaletti fetish", sempre più dark, sempre più pieni di lacci, fibbie, stringhe da dominatrice. Ma c'è di peggio, perchè, lungi dall'accontentarsi di un bel tacco squadrato o affilato di qualche stagione fa, il neo-tronchetto 2009 è issato su una consistente zeppa, una pronunciata piattaforma ortopedica. Stivaletti castiganti e costrittivi che non accettano di essere nascosti sotto i pantaloni, ma pretendono vestitini fruscianti o i nuovi tailleur di stagione, abbastanza spallati, così da completare l'effetto maestrina inaccessibile che suscita fantasie, tipo Gelmini. Chissà se qualcuno avrà sufficiente temerarietà, senso critico e umorismo da avventurarsi su questi plateau, sfidando la perversa calzatura che, come dice il suo nome, non fa che troncare la gamba, schiacciando irrimediabilmente le proporzioni.
Chi poi vuol "volare" sopra i grigiori autunnali non ha che da sbizzarrirsi. Una griffe prestigiosa propone scarpe "piè veloce Achille", con una raggiera decorativa di borchie all'altezza del tallone che pare copiata dai calzari degli eroi mitologici nelle riduzioni letterarie per bambini. L'effetto è a dir poco agghiacciante. C'è da scommettere che, a qualche mese di distanza, le scarpe omeriche approderanno nei negozi di seconda mano, abbandonate da signore ansiose di recuperare l'ingente esborso spacciandole per vintage. Notizia dell'ultima ora: pare che le crocs vogliano reclutare come testimonial George Clooney nella speranza di evitare l'estinzione del coccodrillo. Ma George, ne siamo sicuri, dopo l'affaire estivo con la Canalis, non vorrà infliggerci anche questo.
@boria _a

martedì 14 luglio 2009

MODA & MODI: mix chic

La griffe più in auge dell'estate di crisi? Non avere griffe. Recessione e austerity economica cambiano le coordinate dello stile, per alcune come dolorosa necessità, per altre sull'onda degli esempi virtuosi delle first ladies, più che mai attente a non esibire il lusso oltre un certo limite. Se qualche anno fa "no logo" aveva un preciso connotato politico, oggi lo adottano anche signore insospettabili di simpatie eversive. Basta firme esibite, al bando accessorioni monogrammati, borse, scarpe, cinture che, anche in tempi di floridezza, avevano il duplice effetto di compensare qualche insicurezza e di trasformare l'interessata in una pubblicità ambulante. Il vero vezzo non è più sfoggiare "doppie g" "d&g", "lv", vere o imitate che siano, ma saccheggiare i magazzini di moda low cost e i negozi dell'usato per imparare a vestirsi con gusto spendendo poco. Tutti hanno notato la grande spilla a fiore di cellulosa verde che Michelle Obama indossava sull'abito maionese, al suo arrivo all'aeroporto di Pratica di Mare insieme a Barack, per i lavori del G8 all'Aquila, spilla preziosa solo perchè vintage. La signora ne ha fatto una cifra del suo stile ancora prima di diventare "first", presentandosi ai dibattiti televisivi o nelle occasioni pubbliche a fianco del marito-candidato in capi recuperati nei grandi magazzini o acquistati da stilisti assolutamente sconosciuti. Il giorno del giuramento di Barack, sul tailleur della cubana Isabel Toledo, Michelle portava guanti verdi della catena americana J. Crew, e dagli stessi magazzini veniva il cardigan cipria indossato nel primo viaggio in Inghilterra col marito, poche decine di dollari, andato a ruba il giorno dopo.
Chic cheap, grande gratificazione. Se il portafoglio è più smilzo, il gusto della ricerca cresce. Vuoi mettere la poca soddisfazione di calarsi in un look preconfezionato, per quanto rassicurante, propinato a tutte, rispetto al divertimento di miscelare il capo a buon mercato della catena commerciale con la borsa anni sessanta uscita da qualche fondo di armadio, la collana di materiali poveri con un paio di infradito o di zeppe salvate dalle stagioni passate? La griffe, se anche c'è, va "annacquata" in mezzo a pezzi assolutamente anonimi. E il risultato, con un po' di pazienza e senso della misura, è sempre più originale che affidarsi ciecamente ai terribili "total look" di molti stilisti (le carte geografiche, che orrore), una riedizione lusso delle ragazze-sandwich che, fuori dai mcdonald's promuovono l'ultimo happy meal.
Attenzione solo all'euforia da saldo, fa perdere lucidità. I negozi di secondamano sono una miniera, perchè ci approdano sia le signore grandifirme che vogliono ripulire il guardaroba e far cassa per nuovi acquisti senza sensi di colpa, sia quelle che, magari inconsciamente, si liberano di capi d'antan di sartoria, i pezzi migliori. Un paio di occhiali giganti anni sessanta, una giacchina o un soprabito in quei tessuti mistoseta da corredo oggi praticamente introvabili, sono una chicca. Da tralasciare, invece, borse e accessori griffatissimi di qualche anno fa, sempre cari e che non sono affatto vintage, semplicemente hanno stancato la proprietaria.
@boria_a
 Michelle Obama scende dall'Air Force One a Pratica di Mare (foto Ansa)

sabato 11 luglio 2009

E' ITS EIGHT A TRIESTE
Al sudcoreano Mason Jung l'ottava edizione del fashion contest 



The greatest show of all firmato dalla scenografa Belinda Devito per ITS Eight

TRIESTE Signore delicate come porcellana. Vestono gonne che sono tazzine rovesciate, pelle candida bordata dai decori di Sèvres in oro, azzurro, "bleu du roi", quel filo di rosa confetto che prese il nome da Madame Pompadour. Sono eleganti e intoccabili come servizi da custodire nella cristalleria le donne immaginate da Karisia Paponi, prima giovane stilista italiana ad aprire una sfilata di ITS, la numero otto, quella che sarà anche l'ultima del concorso di moda a Trieste. Sulla pista circolare dell'ex Pescheria, scivolando altere sul fondo sabbioso, le modelle sono sigillate in abiti ispirati alle decorazioni della ceramica, e che come la ceramica sembrano sul punto di andare in frantumi, abbigliate per un tè pazzoide alla "Alice nel paese delle meraviglie".


Un modello di Karisia Paponi (foto Massimo Silvano per Il Piccolo)

Non poteva esserci uscita più azzeccata per dare avvio a "The greatest show of all", il grande circo di inizio secolo che è il filo conduttore di questa edizione di ITS. Ancora una volta, incalzata dalla presentatrice habituée Victoria Cabello, l'ex  escheria ha pulsato e rimbombato al ritmo delle capitali della moda, Milano, Londra, New York, col primato di concedere una passerella autentica, bizze e narcisismi compresi, a stilisti emergenti, a sbarbatelli talentuosi ancora sui banchi di scuola. Molti, ieri notte, sono usciti dal loro, "personalissimo", Salone degli Incanti, con lo stage da una griffe importante, da Diesel a Gucci, l'anticamera della professione, o "scoperti" dalle cacciatrici di teste del lusso, in sala e nella giuria. È accaduto anche a David Steinhorst, il vincitore dell'anno scorso, oggi al lavoro nello studio di Antonio Berardi, che è ritornato a Trieste un anno dopo con una collezione maestosa di abiti polvere, cipria, ostrica, una riedizione, ancora più raffinata e sartoriale, delle sue farfalle da cocktail, tutte pieghe, tagli, incroci, impalpabilità e sideralità.
E meno male che c'erano le donne di Karisia, di David, quelle lunghissime e nere, un po' infernali, di un'altra italiana, Erika Comin (un primato "nazionale" quest'anno, tutto al femminile), o dell'israeliana Maria Lavigina, imbozzolate in piume e vernice, a riconciliarci con la coerenza, la personalità, l'assertività di uno stile.


Perchè ITS Eight, l'anno degli uomini, ben sette collezioni per lui in pista, mai così tante, e un surplus di scolpitissimi indossatori fatti arrivare da Milano per la bisogna, ha perso i suoi maschi un po' per strada. Persino il tycoon del denim, Renzo Rosso, seduto come sempre in prima fila, è parso sollevare un sopracciglio di perplessità davanti a questi buffi figuri sepolti da ponchi di lana, infilati in mutande dalle proporzioni schizofreniche, umiliati in completini trasparenti da trasferire su due piedi in fondo alle Rive, al sexy shop poco distante. Maschi imprecisi o impresentabili, grigi come le sfumature predominanti nelle collezioni, o talmente alla ricerca di identità da mescolare a casaccio quadri, bavaglini, ghette, berrettucci, costretti alla fine a a coprirsi la faccia con le calze.

Renzo Rosso e Victoria Cabello all'ex Pescheria di Trieste (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)
A salvare lui dal ridicolo ci ha pensato la tedesca Josefine Jarzombek, che finalmente ci restituisce un uomo sensuale, con pantaloni a sigaretta impreziositi da dettagli, o ampi e chiusi di lato, in modo da formare una piega che fluttua sulla gamba, un uomo che non si sente messo in pericolo dal bijoux grande, geometrico, appeso al collo del maglione o al trench. E un maschio da applauso è anche quello disegnato dal sud-coreano Mason Jung, non a caso il vincitore assoluto di quest'anno, che reinventa l'eredità delle forme classiche (lui la definisce un "fardello", e intitola così la sua collezione) fino al punto da nascondere in un abito innocuo un sacco a pelo, e viceversa.
La collezione maschile di Mason Jung
ITS Eight, la breve stagione della moda triestina va in archivio e si rifugia sul web, colpa della crisi economica e della poca attenzione delle istituzioni locali? A sfilata finita, dopo l'assalto alla pista dei ragazzi di tutte le edizioni del concorso, alcuni già sul mercato con le loro etichette, Renzo Rosso, principale finanziatore, si accalora: «Sono qui di nuovo a Trieste per l'ottavo anno di fila per dimostrare ulteriormente quanto credo in questo progetto e nella grande opportunità che questa manifestazione dà a giovani di tutte le parti del mondo. Trovo incredibile che la città, la provincia e la regione non abbiano capito appieno non solo il valore incondizionato di ITS, ma anche gli enormi risvolti d'immagine che porta a questi luoghi, i personaggi di altissimo livello che visitano Trieste e ne parlano, stilisti, giornalisti, giovani creativi. Siamo rammaricati - insiste - che non ci venga dato il minimo supporto, pensando a tutto l'impegno e risorse con cui tutti noi riusciamo a portare qui
giornalisti importanti di tutto il mondo, che a loro volta porteranno questa città alla ribalta a livello internazionale.... Trieste storicamente era la porta di transito tra diverse culture e culla di creatività innovativa. Sarebbe bellissimo vederla ritrovare con orgoglio questo ruolo grazie a un progetto come ITS, che già ha nelle sue mani». 
A "salutare" il circo della moda c'erano il sindaco Dipiazza con vari assessori della sua giunta, qualche consigliere regionale, rappresentanti della Fondazione CrT. Pianeti, secondo uno slogan politico che da queste parti ha avuto una certa fortuna, "allineati", capaci di reciproche influenze e condizionamenti. Troveranno fondi o si spenderanno per restituire quelli tagliati, impediranno che ITS, i suoi colori, la sua passione, la sua gioventù, il suo business, diventino solo un'avventura virtuale?

@boria_a