sabato 8 novembre 2014

MODA & MODI

Il soprabito non è trench 

Da Nicole Kidman, che li farà sfilare tra poco sullo schermo del festival di Cannes vestendo il guardaroba pastello della principessa Grace di Monaco, a Kate Middleton, signorina borghese diventata principessa vera, che ha portato il suo ultimo modello Missoni, riciclato in due occasioni pubbliche, sulle pagine e i siti di mezzo mondo. Il soprabito è tornato di moda in questa stagione, elegante, sartoriale, raffinato eppure adattabile a molte occasioni. Soprabito, chiamiamolo proprio così, in sintonia col glamour della moda italiana degli anni Cinquanta e Sessanta protagonista della grande mostra al Victoria & Albert di Londra, termine fascinosamente "polveroso", che ha messo in secondo piano il multitasking, funzionale, banale "trench", e i simil-burberry di poca fantasia, capi da pioggia sempre in grande spolvero a cavallo tra primavera ed estate.
Grace, e poi Jackie, Ingrid Bergman, e "icone" meno conosciute della moda, come Babe Paley, fashion editor di Vogue e "socialite" americana moglie del ricchissimo fondatore della Cbs, una di quelle signore che Truman Capote chiamava "cigni": Babe che i suoi soprabiti li sfoggiava lunghi, col collo arrotondato e una fila di bottoni a suggellare un aspetto di rarefatta monacalità, non sempre preziosi ma impreziositi dalle spille. E c'è anche Marilyn al fianco di Arthur Miller, con quei suoi spolverini lineari, su di lei quasi castigati a coprire abiti, gonne e camicie fascianti, che le donano un'aria svagatamente assorta, adatta al compagno di quegli anni.


Babe Paley

La galleria retrò offre infiniti spunti alle versioni aggiornate del soprabito. Molte le stampe floreali, un po' Seventies, dal taglio asciutto, e quelle geometriche ispirate ai Cardin e Courreges degli anni '60. E poi i modelli più impegnativi, in broccato e a mezze maniche, a sacchetto, sopra il ginocchio e nei colori marzapane, per finire con i tessuti kimono, che richiedono pantaloni a sigaretta e tacchi preferibilmente rasoterra, per sfuggire all'effetto geisha su trampoli.
È uno dei revival più convincenti e aggraziati delle ultime stagioni della moda, ma gli autentici soprabiti vintage, i pezzi di sartoria inspiegabilmente lasciati andare, che qualche fortunata riconosce e recupera in negozi e mercatini, restano inimitabili, soprattutto per i bottoni gioiello, che, da soli, valgono la spesa.
twitter@boria_a

lunedì 3 novembre 2014

MODA & MODI

 Il braccialetto "fita"




Riuscire a trasformare un brutto e riconoscibile souvenir in un accessorio divertente e non pacchiano, non è cosa da poco. Ci vogliono estro e gusto. Se poi dietro c'è anche la storia (vera?) di due giovani designer che, al ritorno da un viaggio in Brasile, riportano nel Vecchio Continente i colori vitali, gli accostamenti ubriacanti e un po' della superstizione del paese carioca, ecco in nuce la ricetta per un prodotto che subito diventa "must have".
L'exploit dei braccialetti Hipanema risale a un paio di estati fa, in Francia. Ma contro ogni legge della moda, per cui inevitabilmente i pezzi definiti "it" hanno una data di scadenza molto ravvicinata, sono ancora un successo di mercato, più complessi e quindi più difficilmente taroccabili dei "cruciani", i cui fake ormai si vendono al supermercato (non a caso il brand ha deciso di cavalcare l'imitabilità, non potendo arginarla...).
Gli Hipanema sono un'invenzione di Delphine Crech'riou  e Jenny Collinet, designer francesi che hanno reinventano i nastrini portafortuna brasiliani, i coloratissimi "fita" con la scritta in bianco "lembrança do senhor do Bonfim da Bahia".
I fita sono piuttosto fastidiosi, una volta evaporato il salvifico effetto vacanza: non devono essere mai tolti e, per aspirare al miracolo, bisogna aspettare che ognuno dei tre nodi si sciolga da solo. Quindi: si sporcano, si bagnano, si sudano, fanno a pugni con quasi tutto il guardaroba. In una parola: a casa sono e si sentono fuori posto, come la maggioranza dei ricordini da viaggio.
Delphine e Jenny li hanno resi modaioli, conservando la "patina" brasiliana. Così, intorno al nastrino, hanno moltiplicato i braccialetti, racchiudendoli in un unico fermaglio.
Lacci di corda, di pelle, di tessuto, picchiettati da perline colorate e dorate, con foglioline, conchiglie, frangette metalliche, sbrilluccicanti ed estivi (ma ci sono anche più discrete versioni invernali) senza essere trash. Etnici, ma non così tanto da essere scambiati col gadget.
Il vero colpo d'intuito, però, è la chiusura (non a caso sono stati inventati da donne...). Le calamite all'interno del fermaglio, li rendono mettibili e toglibili in un secondo, pronti a sparire prima del bagno in mare o a essere sostituiti sul momento, assecondando abito e umore.
Non sarà un miracolo,ma una bella comodità sì. (facebook: bardot trieste; twitter: @bardotrieste; www. hipanema.com)
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27aprile2014

venerdì 31 ottobre 2014

MODA & MODI

 Junk fashion da supermarket 




Sui suoi vestiti aveva già sparso di tutto: mucche, maiali, galline, pasta e posate. Adesso Moschino è entrato in un fast food e ha prelevato le divise dei dipendenti e i contenitori delle patatine fritte. Poi, al supermercato, ha fatto provviste di junk food, cibo spazzatura, riempiendo il carrello di barrette di cioccolato, sacchetti di pop-corn, minestra in scatola, caramelle. La prima sfilata del nuovo creativo post Rossella Jardini, l'americano Jeremy Scott, ha portato tutto il chiassoso packaging in passerella: signore in rigorosi tailleur simil-chanel, felpe, camicie e pantaloni sartoriali virati nei colori di McDonald's, e borse che sono la versione deluxe dei contenitori del cibo take-away. Anche la sera ha le tinte stralunate di un film di Wes Anderson e gli abiti da tappeto rosso nascono accartocciando sul corpo gli involucri dei dolciumi, con codice a barre in vista.
Scandalo chips chic. I commenti del giorno dopo parevano scritti da ortodosse della macrobiotica ingozzate a forza con scatolame e snack alza-colesterolo. In qualche post in rete è spuntata Maria Antonietta con le sue brioches: la sfilata di Moschino vero e proprio incentivo all'insurrezione popolare contro gli stilisti che fanno a pezzi, a scampoli, quanto c'è di più sacro - il cibo, il lavoro, la salute - per puro lucro. Come osa Scott scimmiottare i grembiuli di chi non guadagna al mese neanche la somma per comprarsi il manico della borsa-happy meal? E perchè saccheggia schifezze nei market per vestire a suon di migliaia di dollari signore che di zuccheri e grassi hanno dimenticato l'uso?
Ragionamenti che non fanno una piega, se non fosse che sventolare l'etica della moda spesso diventa più ipocrita che inneggiare spensieratamente allo spreco. Si sono viste sfilare pelliccie, alligatori e serpenti vari, democratici denim prodotti in paesi dove gli operai guadagnano al giorno molto meno del prezzo di un big burger. Nessuno ha gridato allo scandalo per le contraddizioni insopportabili del lusso. Quando Nicola Formichetti ha vestito Lady Gaga di carne cruda, si è parlato di geniale intuizione (la performer che si offre in pasto ai suoi fan...) non di spreco inaccettabile, di offesa a chi la bistecca la compra se può. Il dna di Moschino è provocante, irritante, surreale.
Forse con la junk fashion voleva scuoterci: mettetevela addosso, non ingeritela (nè fatela ingerire agli altri), che è meglio. E coi vestiti divertitevi, piuttosto che moraleggiare.
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giovedì 30 ottobre 2014


MODA & MODI

Brad "arruolato" al n. 5

Se voleva "bucare" la rete, Chanel non poteva scegliere strategia migliore. Brad Pitt non era ancora comparso in tv a biascicare quel messaggio stralunato per convincerci a comprare il celebre profumo n.5, che già nel cyberspazio spopolavano le parodie dello spot: Brad sussurrante col sottofondo del ronzio di una mosca ("dovunque vado, tu ci sei"), Brad testimonial non della leggendaria essenza di mademoiselle Coco ma di un taco o un preservativo per cani, Brad trasformato dagli "Sgommati" di Sky in un "Bradlusconi" che profeticamente annuncia il suo rientro in campo ("inevitable").
Brad Pitt nello spot di Chanel n.5
 


 Cade il monumento di genere, per cui il profumo femminile nell'immaginario commerciale è sempre impersonificato da attrici stupende, nel caso di Chanel Catherine Deneuve, Carole Bouquet, Estella Warren (ve la ricordate? Era la bellissima Cappuccetto rosso del video di Luc Besson), Nicole Kidman, Audrey Tatou.

Audrey Tautou nello spot diretto da Jean-Pierre Jeunet
 

Senza dimenticare Marilyn e le due gocce che la accompagnavano a letto.
Col primo uomo mai scelto per promuovere Chanel n. 5, la prospettiva cambia ed ecco il nostro Brad stampigliarsi sul video in bianco e nero, grigio e stropicciato, con l'occhio fisso sulla sterminata platea televisiva mentre balbetta un'incomprensibile filastrocca che paragona il n. 5 alla sua fede, alla sua fortuna e alla sua sorte. C'è anche un video, dove il nostro evoca nel pensiero due donne molto simili a quelle della sua vita, un'eterea bionda come l'Aniston del passato e una bruna ardente come l'Angelina, supermamma sexy del presente.


I pubblicitari spiegano: per tener desta l'attenzione sul prodotto, bisogna sempre cambiare il punto di vista. Catherine Deneuve, splendida protagonista di "Bella di giorno" di Buñuel, attraversò gli anni '70 regalando al profumo Chanel il contenuto della desiderabilità, dopo l'appiattimento degli anni '60. La Kidman, reduce dal successo di "Moulin Rouge", nel 2004 trasferì alla boccetta la carica erotica, la sottile perversione del triangolo.


Che Brad, allora, sia una sorta di testimonial per proprietà transitiva? Vediamo lui e pensiamo alle sue partner circonfuse da Chanel, che gliele ha rese inevitabili come un destino? O è Chanel che può guadagnarci un uomo così fascinosamente scipito, che ci considera una fede e si mette in secondo piano per noi? Il dubbio resta. Magari, scaricando Brad, due gocce di Chanel n.5 ci aiuteranno a sottrarre Antonio Banderas dagli artigli della gallina Rosita.
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Estella Warren, Cappuccetto rosso per Chanel


martedì 28 ottobre 2014

L'INTERVISTA
Cristina Benussi: le donne cambiano il mondo, senza tweet

Passa attraverso le parole e gli scritti di Diotima, Santa Caterina da Siena, Madame de La Fayette, Virginia Woolf, Simone Weil, Hanna Arendt, Simone de Bouvoir, e anche attraverso le opere della triestina Anita Pittoni, il "viaggio nel pensiero femminile" di Cristina Benussi. L'autrice, professore di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Trieste, pubblica con le Edizioni Unicopli, "Cambiare il mondo", ovvero l'«altra» storia rispetto a quella ufficiale della nostra civiltà, scritta dalle donne con le loro arti e il loro pensiero, le loro teorie ed elaborazioni concettuali, ma anche attraverso i saperi manuali e i comportamenti. Un viaggio complesso, che arriva fino ai giorni nostri e alla virologa Ilaria Capua, la prima a depositare la sequenza genetica del virus dell'influenza aviaria in un database ad accesso libero. Un cambio di atteggiamento che ha spinto le organizzazioni internazionali a confrontarsi sul tema della trasparenza dei dati e a raccomandarla, rompendo la consuetudine delle disponibilità limitata a pochi. La scelta di una donna ha dunque determinato un cambiamento culturale in un terreno ostico e spesso maschile come la ricerca, ha stimolato un'inversione di rotta che lei stessa ha messo per prima in pratica.
La docente Cristina Benussi
"Per il pensiero femminile non è tanto il filo che conta quanto l'intreccio", diceva Anita Pittoni. È un po' il senso di tutto il libro?
«In un certo senso potrebbe esserlo, se specifichiamo che il punto di vista femminile, quando non sia obbligato a muoversi secondo una logica impropria, ha la capacità di superare il principio di non contraddizione, tipico del pensiero occidentale dominante. Quindi non il filo unico conta, ma quanto intorno a questo filo può essere inglobato, cioè l'intera gamma delle possibilità di conoscere, anche sensoriali, quasi una rete che accoglie necessariamente qualcosa di diverso dal proprio "cogito"».
Citiamo ancora la Pittoni, quando dice che "il senso della dosatura del colore" nelle sue stoffe è lo stesso "senso" che la guida nello scrivere. Che senso è?
«Per la Pittoni, come per molte altre scrittrici, tutti i sensi sono strumenti fondamentali di conoscenza poiché permettono di entrare in contatto con la materia, e sentire tutta la complessità dei legami, empatici ed emotivi, che essa stimola. Così nel depositare il proprio pensiero attraverso la scrittura, le donne tendenzialmente non concettualizzano ciò che vogliono dire, ma seguono il corso del pensiero che vaga, stimolato da accadimenti minimi: il monologo interiore, infatti, l'ha inventato una scrittrice, Dorothy Richardson».
Anita Pittoni nel suo studio (1901-1982)
Lei cita il Premio Nobel Elfriede Jelinek, secondo la quale la donna, quando scrive, non dice "io", ma "noi", non parla della sua identità ma dell'identità di tante. È d'accordo con questa differenza?
«Certo, è nel rapporto con l'altro che si è venuta costituendo l'identità femminile, e dunque il confronto con è sempre costantemente cercato. L'"altro" abita poi la donna, magari anche solo potenzialmente. Così, la situazione narrativa dell'"io" femminile quasi mai giunge al nichilismo in cui incorre l'"io" maschile, proprio perché non è egocentricamente del sé che si parla, ma di una situazione in cui non si è mai sole, bensì legate al destino di altri, dentro un mondo tendenzialmente connesso con i cicli eterni della natura».
Vale ancora questo "noi" in tempi di rete e di blogger, dove si gioca tutto sull'egoistica "individualità"?
«Questo è il punto. Il titolo del mio libro infatti è "Cambiare il mondo. Viaggio nel pensiero femminile": ebbene, se non corriamo ai ripari, anche solo il sospetto che esistano gli altri finirà per scomparire a favore di un ego ipertrofico che non si preoccupa di chi verrà dopo di lui. Simone Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano hanno ribadito con forza che non sulla competitività, valore attuale, ma sul "dare" un nuovo senso alla vita bisognerebbe insistere».
Per la generazione di donne "native digitali" esiste uno scrivere che non sia interattivo?
«Auguro loro di sì, perché la dimensione della riflessione e della meditazione è ancora capace di cercare dentro noi stessi ragioni e valori quali noi pensiamo debbano essere e non quali ci vengono ossessivamente suggeriti: il termine interattivo dovrebbe acquisire un senso non tecnico ma coscienziale, per non lasciarsi prendere da quella che Arend chiamava "la banalità del male"».


Hanna Arendt nel 1969
Si può fare un discorso di "valore"? In pratica, qualcosa resterà dei "post" in rete?
«Se per "valore" si intende un valore estetico non lo escludo, anche se siamo in una fase ancora troppo aurorale per capire quali potranno essere i nuovi parametri valoriali».
Secondo lei, nelle scritture indirizzate alla comunità digitale, si può ancora distinguere tra "maschile" e femminile?
«Non si tratta, ovviamente, di distinguere tra maschi e femmine, perché, come ovvio, molte donne sono state abituate a pensare e a comportarsi come è richiesto in un mondo in cui il potere ha i caratteri maschili (ma c'è anche il caso opposto, ovviamente). Ma se tutti noi riflettessimo su cosa il genere umano rischia di perdere, forse rinunceremmo anche agli sprechi energetici dovuti alle comunità digitali, e, ovviamente, non solo ad esse».
Nell'ultimo capitolo, "Potranno le donne salvare il mondo?", lei cita Sheryl Sandberg, che è diventata amministratore delegato di Facebook. Ma queste grandi società sono le stesse che vedono con favore il fatto che le manager congelino gli ovuli per rimandare la maternità...
«Ha detto bene, per questo bisogna "salvare il mondo"!».
Puntiamo all'uguaglianza o alla differenza?
«Punterei non solo alla differenza, ma a una differenza talmente vantaggiosa da attrarre finalmente anche il pensiero maschile, che è quello dominante, dentro una logica che concepisce l'essere come parte di un tutto da difendere nel suo intero complesso, non da sfruttare a favore del singolo, o di un gruppo ristretto».
Nei 140 caratteri massimi per un tweet, lei come sintetizzerebbe il "pensiero femminile"?
«Il coraggio di non seguire la logica del profitto e del potere ma quella della partecipazione empatica, alla ricerca di un benessere che non è necessariamente materiale».
twitter@boria_a

venerdì 24 ottobre 2014

Roberto Capucci a trovare due amici

IL PERSONAGGIO

Roberto Capucci a Villa Manin: "Pasolini mi disse: rompa il ghiaccio con la Mangano"

Ottantaquattro anni il prossimo 2 dicembre, sessantaquattro nella moda. Ma non vuole essere chiamato stilista Roberto Capucci, l'ultimo tra i grandi fondatori del made in Italy, preferisce "inventore", "sperimentatore". Le sue sono sculture di tessuti rari, esplosioni di colori e di volute, intersezioni aeree di linee, che da anni frequentano i musei più importanti del mondo. Pezzi "inavvicinabili" (l'aggettivo è proprio suo...), anche se il suo sogno ancora irrealizzato è fare il prêt-à-porter, «conquistare tanta gente». Una vita tra sete rare e disegni, un ricordo per ogni donna che ha vestito. Tanti viaggi in India, il primo con una guida d'eccezione, Sonali Das Gupta, compagna di Roberto Rossellini, l'ultimo, il trentaseiesimo appena concluso, nella regione dell'Assam. E, in questi giorni, la parentesi in Friuli Venezia Giulia, a Villa Manin di Passariano, per l'omaggio a due amici.
 
A Villa Manin ci sono gli abiti dei film di Pasolini e del costumista Danilo Donati. Che ricordo ha di loro?

«Pasolini non lo conoscevo, ma avevo letto tutto di lui, lo ammiravo profondamente. Un giorno mi telefonarono dalla produzione e mi dissero che voleva incontrarmi per i costumi di "Teorema". Quando venne da me, ero emozionatissimo. Lui non fece il nome dell'attrice, disse solo: «Maestro, non potrà mettere i suoi capolavori, è una donna borghese». Tornò dopo due giorni con la scaletta del film e mi rivelò che era Silvana Mangano. Provai una gioia immensa: "Posso rivelarle un segreto?", gli risposi. "Avevo due desideri nella vita, conoscere Pasolini e vestire la Mangano". E lui: "Ogni desiderio che lei culla nel cuore con amore e con un'ambizione sua, segreta, prima o poi si avvera. Ma attenzione, perchè vengono anche i desideri nefasti...". Diventammo amici. Nel mondo del cinema, dove c'è violenza, prepotenza, Pasolini era una persona eccezionale, educata, silenziosa».

 
I costumi dei sacerdoti ne "Il Vangelo secondo Matteo" di Pasolini a Villa Manin di Passariano

  
E Donati?
«Mi chiamò Zeffirelli: "Mi devi fare un vestito per Olivia Hussey, perchè dobbiamo presentare il film "Giulietta e Romeo" alla regina Elisabetta. Mi raccomando qualcosa di semplice, di pulito, che le schiacci il petto perchè quella mangia venti cioccolate al giorno... Verrà con Danilo Donati". Donati ci telefonò: "Quando vedete uno unto, sporco, con l'aria da salumaio, aprite perchè sono io». Era un uomo innamorato del suo lavoro, che realizzava cose che non esistevano. Prendeva la stoffa, la plissettava, la bagnava, la asciugava al sole, la plissettava di nuovo, creava una "corteccia". Pierino Tosi era un perfezionista, lavorava con Visconti. Donati inventava, altrimenti non si divertiva. Era simpaticissimo, semplice, viveva in una casa modesta come ogni enorme artista».
"Teorema" è stato il suo unico film...
«Mi ricordo quando Pasolini mi chiamava per chiedermi come andava con i costumi. "Benissimo - gli rispondevo - ma fra me e la Mangano ci sono silenzi abissali...". E lui: «Rompa il ghiaccio, Capucci, perchè è timida...". Quando è successo ho scoperto in lei un essere umano meraviglioso. Al cinema perdeva tanto, nella vita c'erano i suoi silenzi, i suoi occhi enormi, sgranati, la sua educazione, la gioia di aiutare gli altri. "Teorema" mi ha crocifisso, dopo quel film non ho più accettato costumi per il cinema. Mai più si sarebbe verificata quella magica coincidenza, un regista e una donna che amavo. Io non credo che le cose si ripetano nella vita con la stessa intensità. C'è un solo amore, una sola emozione. Ringrazio dio per questo incontro».


 
Silvana Mangano e Pier Paolo Pasolini sul set di "Teorema" (1968)

 
E poi la Mangano è diventata la sua musa...
«La sogno ancora, quando disegno faccio il profilo del suo naso. E io le ho vestite tutte le dive, tranne la Lollobrigida e la Vitti, tutte. Ma la Mangano aveva una classe superiore. Non aveva origini nobili, era la figlia di un ferroviere, ma indossava un vestito da sera con la semplicità di un cardigan, e un tubino blu come una tiara regale. Mi ricordo la sua prima apparizione in sartoria, con un tailleur grigio di tweed, una borsa di coccodrillo un po' fanè, i tacchi di sei centimetri. Aveva gambe meravigliose».
Come l'ha vestita in "Teorema"?
«Pasolini mi disse: colore solo alla fine, quando lei scopre il sesso. E le ho fatto un tailleur di lino corallo. Nelle altre scene vestiva come le mie clienti quando stavano con le amiche o giocavano a carte, per la maggior parte tailleur e bluse di chiffon e georgette».
E Marilyn Monroe?
«Non l'ho mai conosciuta. Le mandavo i colori da Milton Greene, suo fotografo e consigliere, e avevo il suo bustino. Erano abiti in georgette, sempre morbidi e aderenti. Quando è morta sono stati venduti all'asta da Sotheby's a Londra. L'ho saputo dai giornali, altrimenti almeno due ne avrei ricomprati».
Lei ha debuttato nel luglio 1951 con Giovan Battista Giorgini, il patròn della nascita della moda italiana. È vero che gli altri non la volevano?
«Avevo circa vent'anni e appena aperto la sartoria. La mia direttrice, Maria Foschini, una signora settantenne che si occupava di alto artigianato, partì per conoscere Giorgini e mostrargli i miei disegni. Gli piacquero molto, ma non poteva farmi un invito ufficiale, dimostravo quattordici anni, nessuno mi conosceva. Allora mi propose di vestire sua moglie e le sue figlie per il ricevimento conclusivo delle sfilate, nella sua residenza, Villa Torrigiani, e di fare cinque tableau, abiti diversi che lui avrebbe messo in giardino, illuminandoli con un effetto sorpresa. Ma una mannequin lo disse a Schuberth, lui si arrabbiò molto e mi bloccò».
Un disastro.
«Piangevo come una pecora, avevo finito i soldi. "Venga, che nella vita si aggiusta tutto", mi disse Giorgini. E io andai alla festa con un piacere speciale, di cosa proibita. Tutti i giornali parlarono di me, scrisse la Fallaci, e il giorno dopo esposi nella terrazza della villa e cominciai subito a vendere. Ma quella proibizione mi segnò: da allora ho imparato a non farmi coinvolgere completamente nelle cose, a non inalberarmi per la gloria, a distaccarmi da questo mondo».
Ci racconti delle sue dive. La prima, Isa Miranda.
«Dolcissima, carina, morta quasi in miseria».
Clara Calamai.
«Spavalda, sicura di sè, mi guardava e rideva, spettinata, con i capelli arruffati. Era dirompente, ma in confronto alle veline di oggi, un'educanda».
Elisa Cegani.
«La compagna di Blasetti. Non bella ma di enorme classe».
Doris Duranti.
«Una vamp».
Perchè no la Lollo e la Vitti?
«La Lollobrigida non è il mio genere, nè io il suo. Dovevo vestire la Vitti ne "Le amiche", ma poi la produzione non aveva soldi. Peccato, la trovo affascinante, ambigua».
Una vanità di Rita Levi Montalcini, che ha ricevuto il Nobel in Capucci? 

 
L'abito indossato da Rita Levi Montalcini alla cerimonia del Nobel
«Non voleva l'abito con quel po' di coda. "Mi inciampo", mi diceva. Poi mi chiamò per raccontarmi che la regina di Svezia le aveva fatto i complimenti. Le ho disegnato quarantasette vestiti, l'ultimo a cent'anni. Alla fine, quello del Nobel me l'ha regalato per la Fondazione. Era pazza di gioia quando in televisione dissero che le scienziate vestono male e che solo la Montalcini era elegante. Una volta mi chiese un vestito per un ricevimento al Quirinale: "Professoressa, in sei giorni non ce la faccio, metta l'ultimo". E lei: "No, me l'hanno già visto".».
Su Capucci stanno facendo ben tre film...
«Il primo è di Ottavio Rosati, in via di conclusione. Ha l'esclusiva fino a fine anno. "Che esagerazione, in tutto quel tempo fai la Bibbia", gli ho detto. Il secondo lo sta organizzando Amalia Carandini, il terzo lo vuole fare Pappi Corsicato. E pensare che il mio lavoro mi ha rovinato la vita, è venuto sempre prima di tutto, prima della mia vita privata. Quando disegno sono narcotizzato, faccio mattina».
Qualche giovane stilista le piace?
«Tanti, ma non ricordo i nomi. Mi piacciono soprattutto i giapponesi, che hanno linee pulite, eleganti. Ci sono anche italiani che stanno uscendo, sono contento. Io ho fatto il passato. Tocca a loro».
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Roberto Capucci

martedì 21 ottobre 2014

IL LIBRO

Murmur,  il bambino peloso di Leonor Fini
 

La copertina del libro "Murmur", tradotto e curato da Corrado Premuda

 Murmur è uno strano bambino, diverso dagli altri. Ha le orecchie piccole e lunghe, le pupille che a mezzogiorno si trasformano in due fessure minuscole, il pelo argentato sulle zampe. È un essere fantastico, figlio di "un padre umano sconosciuto" e della gatta Belinda, un piccolo semi-uomo e semi-felino. Per sottrarsi alle malelingue questi due esseri straordinari si travestono e scappano dal paese in cui vivono. Li ritroveremo in un monastero in riva al mare, dove incrociano animali fantastici e creature magiche. Murmur, stordito e stupito, conosce il sesso, anche con la sua stessa madre ma senza peccato, e viene iniziato alla fantasia e al piacere.
Che autrice si nasconde dietro questi indizi? Quale fantasia aerea mette insieme animali, creature di fiabe e mitologia classica, sogni, sesso, amicizie, in un'ambientazione dove spesso la realtà si confonde con i sogni e l'identità di ciascuno sfuma nel travestimento?
La risposta non è immediata, perchè della triestina Leonor Fini, pittrice, scenografa, designer, costumista, l'attività letteraria è quella meno nota ed esplorata.



Leonor Fini (Buenos Aires 1907, Parigi 1996) in una foto di Richard Overstreet

Ora, tradotto e curato dallo scrittore Corrado Premuda, esce Murmur. Fiaba per bambini pelosi, primo romanzo della Fini mai proposto in Italia, pubblicato dalle edizioni Arcoiris di Salerno (pagg. 116, euro 10,00, collana "Gli eccentrici"). È lo stesso Premuda, che firma un minuzioso saggio in chiusura del libro, a guidarci nell'analisi dell'opera letteraria di Leonor, inserendola nell'ampio e frastornante contesto dei suoi interessi, nell'intreccio dei suoi rapporti sentimentali e intellettuali.
Gli amati felini, il cambiamento di identità, la fuga, l'assenza del padre, il dialogo costante con la madre, un circolo di interlocutori con cui condividere curiosità, arte, amori, il buen retiro del monastero: tutti questi sono tratti biografici della vita di Leonor che ricorrono in questo romanzo breve, "Mourmour, conte pour enfants velus", uscito per la prima volta nel 1976 con le Editions de la Différence a Parigi e poi, nel 2010, da La Tour Verte, in un'edizione riveduta da Richard Overstreet - che oggi cura l'archivio Fini di Parigi - e Robert de Laroche, tenendo conto delle correzioni della stessa autrice.
Leonor amava scrivere. Lettere, innanzitutto, cui dedicava oltre due ore al giorno, indirizzate alla madre Malvina Braun, al cugino e pittore Oscar de Mejo, marito di Alida Valli, a Elsa Morante, Bobi Bazlen, Federico Fellini, Carlo Levi, al poeta e scrittore André Pieyre de Mandiargues, che fu suo compagno di vita a Parigi tra gli anni Trenta e Quaranta, periodo a cui risalgono molte opere della pittrice rimaste inedite. Leonor inviava all'amante le trascrizioni dei suoi sogni, riportate sulla carta con grande forza drammatica e percorse dalle paure e dalle tensioni legate al periodo del secondo conflitto bellico, poi i suoi poemi e racconti. I due scambiano scritti, si consigliano e si influenzano reciprocamente, al punto che uno dei personaggi di Leonor, il Gatto Mammone, soprannome con cui Mandiargues chiamava l'amica, compare in una celebre raccolta di lui, "Museo nero".



Una delle ultime foto di Leonor Fini
Negli anni Settanta, l'attività letteraria di Leonor si consolida, anche per la presenza nella sua vita dell'intellettuale italo-polacco Konstanty Jelenski. Scrive saggi su vari argomenti, dai gatti alla moda, testi che accompagnano libri di illustrazioni e fotografie e tre opere narrative, in francese: l'Oneiropompe, tradotta in tedesco, catalano e giapponese, Rogomelec, che ha una versione tedesca, e Mourmour. Nessuno è mai comparso in Italia.
Mour Mour è un soprannome, come Gatto Mammone, un altro di quelli con cui Mandiargues chiama Lolò. Il monastero dove Belinda e il piccolo uomo-felino trovano riparo è quello di Nonza, in Corsica, il rifugio estivo della pittrice. Come il suo personaggio maschile - in cui si identifica, secondo una soluzione narrativa che adotterà anche in seguito - Leonor non conosce il padre. La fuga del personaggio con la mamma gatta Belinda, è la stessa di quella che Leonor compie precipitosamente insieme alla madre Malvina, da Buenos Aires a Trieste, per sfuggire alla violenza del padre Erminio. Leonor conosce bene anche i travestimenti, quegli abiti maschili in cui Malvina la infila, tagliandole pure i capelli, per sottrarla ai segugi inviati a Trieste dal padre. Murmur ha gli occhi piccoli e verticali, una caratteristica che la pittrice attribuisce a se stessa, quando con le compagne di scuola favoleggia di essere figlia di una donna e di un gatto o di essere una "bambina sostituita", scambiata da una bambinaia per errore.
La fata Lucidor, il diavolo Murko, le fate streghe che vanno a lezione di volo dal diavolo Belfagor e che sperimentano, oltre all'esaltazione del volo, quella dell'orgasmo. "Murmur" è infatti una favola per adulti, per bambini "pelosi" che hanno oltrepassato, o sono in procinto di farlo, il confine tra infanzia e età adulta. Un racconto di iniziazione al piacere tutto pervaso da una sottile tensione sessuale, descritta con accenti allusivi ma potenti, in una dimensione onirica e insieme molto concreta e carnale. «Come per incanto tutto cambiava: l'umido diventava secco, il tenero duro, il piccolo grande, noi diventavamo liquidi e tutto ricominciava».
È questo il fascino della "favola da grandi" di Leonor Fini, il continuo rimando - indistinguibile e inestricabile, a meno di essere condotti per mano, come fa Corrado Premuda nella sua analisi - tra biografia e fantasia, tra sogno e ricordo, tra realtà e immaginazione. Il sesso in una sagrestia, l'inquietudine del proibito, rimanda a un aneddoto dell'infanzia di Leonor, ovvero l'incursione forse nella chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo, dove sottrae delle ostie per giocarci. Le perette da clistere della fata Lara l'Ilaria evocano l'aggeggio metallico che Lolò vede nello stanzino dei medicinali nella casa dei nonni, con un misto di fascinazione e di terrore. La canzone dell'agnello tosato, infine, che qualcuno intona accanto a Murmur, è un'intima confidenza che la pittrice fa al lettore sulla sua infanzia, forse essa stessa un sogno o una filastrocca della madre: la violenza del taglio dei capelli e la promessa che un giorno potrà farli ricrescere, quindi riappropriarsi della sua natura femminile e sprigionare la sua personalità artistica.

Parole e colori che lei sente inscindibili: «Rogomelec, L'Oneiropompe, MourMour e altri racconti - dice - testimoniano la mia passione per il potere che le parole hanno di provocare meraviglia, ma soprattutto la mia passione per le immagini».
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Leonor Fini con uno dei suoi amatissimi gatti nel buen retiro di Nonza, in Corsica (foto di Colombotto Rosso)