sabato 11 giugno 2022

IL FOTOGRAFO

 

Frank Horvat: "Per favore, non sorridete"

E la vita s'insinua nell'inquadratura glamour

 

Frank Horvat


 
Una fotografia di moda su cui è impossibile non aver fermato lo sguardo, almeno una volta. È stata scattata nel 1958, a Parigi, per la rivista Jardin des Modes: della modella si vedono solo gli occhi scuri tra il cappello bianco di Givenchy, una sorta di pillbox hat, il copricapo portapillole, con una vistosa applicazione di fiori, e l’alto collo bianco del cappotto, che le avvolge il viso come in una spirale. Intorno a lei uomini in cilindro e tight puntano il binocolo verso le corse dei cavalli. Non la guardano e lei non guarda loro. Ignora gli uomini e le gara, i suoi occhi entrano diretti nell’obiettivo, sorpresi da qualcos’altro che non possiamo intuire.

 

 

Parigi, 1958, Les Jardin des Modes, cappello di Givenchy (tutte le immagini sono tratte da Horvatland)

 

Ma è davvero una fotografia di moda? Chi l’ha scattata, Frank Horvat, forse non l’avrebbe ritenuta tale. O non soltanto. Nel 1951, quando con la sua Leica comincia a firmare servizi per le riviste couture, lo fa con il taglio, la sensibilità, l’approccio di un fotoreporter. Con lui la moda scende in strada, si mescola alla gente, racconta non solo abiti ma luoghi e persone, esce dalla fissità e dai canoni dell’immagine da studio. E anche quand’è in posa, c’è sempre un elemento che introduce un altro sguardo: in un’immagine del ’58, a Parigi, per Elle, il suo figlioletto Michel, in piedi su una poltrona damascata, accarezza con una lunga piuma il viso della modella, che pare dissolversi.


Le prime foto di moda di Frank Horvat hanno già in sè questo percorso. 1951, Roma: l’indossatrice in un abito dalla gonna a ruota e il cappello a pagoda, di profilo sotto il sole, gioca con la sua ombra proiettata contro un muro, la mano guantata di bianco. 1951, Parigi: un’altra modella ripresa di schiena, sul marciapiede, appoggiata all’ombrello, guarda il traffico che scorre, e l’occhio di chi osserva cade sul gioco delle scarpe nere che s’incrociano, sul disegno della calza con la riga.


Anche quando immortala le celebrità, Horvat fotografa l’uomo e la donna dietro la maschera, ne coglie la piega più fragile o più spiazzante, entra nella loro vita per restituirne un momento. La fotografia, diceva, è l’arte di trattenere l’attimo prima che la scena si imprima sulla pellicola. Ecco allora Aznavour a Parigi quasi perso tra la folla, Josephine Baker appoggiata a una scala dopo lo spettacolo, lo stilista Jacques Fath che si trucca, Yves Saint Laurent giovanissimo, col sorriso disperato a un ricevimento, Coco Chanel che assiste alla sua sfilata dalla scala, in una trama di linee in bianco e nero, un filo dei suoi stessi tessuti.

 


 


 


 


“Please, don’t smile”, dicevano i fotografi prima dello scatto per scongiurare la serialità espressiva. Le modelle di Horvat, sulle pagine di riviste patinate come Harper’s Bazaar Usa, Vogue Uk, Vogue France, Elle, dai mercati di Les Halles alle strade di New York, dalle trattorie di Roma alle spiagge della Normandia, il sorriso lo accennano appena, a volte lo dimenticano del tutto. Fissano enigmatiche l’interlocutore dai vetri della metropolitana, spuntano tra gruppi di vigili del fuoco, calciatori, bambini di una classe elementare, fumano al tavolino di un caffè perse nei loro sogni, si vestono per un ricevimento dietro la finestra di un appartamento elegante, camminano in abito da sposa “sospese” sopra Montmartre.

 

Coco Chanel guarda dalle scale la sua sfilata

 

Chi si muove intorno a loro, che cosa Horvat ha sottratto all’inquadratura? Vestiti, scarpe, cappelli, gioielli sono un pretesto. La statuaria top-model China Machado è ritratta in piedi, dietro allo scrittore Alberto Moravia, seduto nella sua biblioteca con un persiano bianco in braccio. Lei indossa un tailleur couture dai bottoni gioiello, ma gli occhi di entrambi sono catturati da qualcosa che accade altrove. Chissà cosa vedono - ci chiediamo - chissà perchè il gatto sembra l’unico a non curarsene, i suoi, di occhi, ridotti a fessura. 

Roma, Alberto Moravia e China Machado


 

lunedì 16 maggio 2022

MODA & MODI

Martha Stewart e i nipotini della Gen Z

la generazione senza età

 


 

 

L’ottantenne Martha Stewart, che ha guadagnato una fortuna nella televisione americana come maestra di lifestyle domestico e di bon ton, si rivolge alla Generazione Z, demograficamente la fascia che va dai 9 ai 24 anni. Qualche consiglio da vivace vegliarda per stare al mondo con eleganza? Tutt’altro. Martha è appena diventata testimonial per una griffe cosmetica di lusso e su TikTok ha il compito di convincere i suoi nipoti e bisnipoti di quanto sia importante comprare una crema che scolpisce il viso a più di mille dollari. Benvenuti con Martha nella “generazione senza età” titola il New York Times. Lei, che dimostra trent’anni di meno, con ha un viso luminoso e senza una ruga, è l’ambasciatrice perfetta della “positivity” degli anni che passano e mostra ai ragazzini, sul loro social preferito, come la vecchiaia non sia affatto da temere, anzi possa essere una stagione liscia, candida, perfino eccitante.

Alla Generazione Z, nata e cresciuta nell’era delle videochiamate e delle videoconferenze, di zoom e teams, la prima che comunica con la faccia costantemente esposta, il messaggio è inequivocabile: nella società digital non è accettabile diventare vecchi, non a caso ai giovani parla una vecchia che vuol sembrare giovane. Il che è esattamente lo stesso: il decadimento non è esteticamente ammesso. Se usi i prodotti giusti non dovrai fare i conti con ragnatele, macchie, smottamenti.


La testimonial agée è da tempo una moda. Iris Apfel, con la sua potente faccia rugosa, è stata il volto dei cosmetici Mac e oggi, alla vigilia dei cent’anni, lancia la sua linea beauty. Benedetta Barzini, il viso da divinità Maya profondamente solcato, a ottant’anni continua a posare per servizi fotografici, mentre Jacky O’Shaughnessy, ai sessanta passati, ha promosso l’intimo di American Apparel nella sua fragilissima pelle trasparente. Una scrittrice raffinata come Joan Didion è stata il volto di Céline, in occhiali neri sulla guancia cadente. Per tutte loro l’accento era sull’energia, sulla vitalità, sull’indipendenza anche nella stagione avanzata della vita, soprattutto dai bisturi. Il messaggio pubblicitario - perchè sempre di pubblicità si tratta - era diretto a donne negli “anta” con possibilità economiche, per rendere desiderabili i prodotti scelti da fuoriclasse nel loro campo: scrittrici, artiste, modelle. L'ultimissima della serie è l'ex top model Maye Musk, madre di Elon, a 74 anni in costume da bagno sulla sua prima cover, quella di Sport Illustrated Swimsuit, a incarnare l'empowerment femminile coi capelli bianchi e la body positivity insieme a Kim Kardashian, alla cantante Ciara e alla modella e musicista Yumi Nu.


Con Martha Stewart la prospettiva è rovesciata. E i destinatari della pubblicità anche. Bambini o poco più. “Niente coltelli sulla mia faccia», ha detto lei, ammettendo comunque di essere seguita da due dermatologi newyorkesi le cui procedure permettono di raggiungere lo stesso risultato, attraverso serrate routine di laser, filler, ultrasuoni. Lama o crema a tanti zeri, cambia solo il grado di invasività: la vecchiaia va allontanata in tutti i modi, la giovinezza è un imperativo. Ecco il siero che fa sembrare la tua pelle come se fosse passata al Photoshop: il problema non è il siero, che mai farà miracoli, è sembrare photoshoppati, perfetti, eterni.


Ai giovani della Gen Z che ballano davanti allo specchio su TikTok, la loro nonna dice che dovranno rimanere sempre così: tonici, freschi, intatti. Che dovranno spendere soldi, tempo, energie, per condannarsi a un’eterna - questa sì - lotta contro il tempo. Generazione senza età e senza una parte della vita.

domenica 15 maggio 2022

IL PERSONAGGIO

 

Il mito Anita Pittoni

e quel golfino all'uncinetto

sotto casa delle sorelle Wulz 


Anita Pittoni indossa una sua creazione


 Anita Pittoni inventiva creatrice di moda? Creatrice sì, prima di tutto di se stessa. In alcune note autobiografiche, manoscritte e dattiloscritte, l’artigiana artista triestina si raccontava con particolari diversi, costruiva e adattava il suo profilo alle occasioni, agli incontri, agli interlocutori cui erano dirette. Si voleva designer naturale, autodidatta ispirata, mitizzava gli inizi. Del tutto priva di esperienza - diceva di sè - si era messa a lavorare all’uncinetto un golfino, sul gradino davanti alla porta dello studio delle sorelle Wulz, Wanda e Marion, al numero 19 di Corso Vittorio Emanuele III a Trieste, oggi corso Italia. In un altro suo testo, “La boutique de la femme italienne”, scherzava sulla sua griffe, ma con l’orgoglio di appartenere di diritto a una dimensione artistica: “Vostra moglie non vi ama. Donatele un costume Pittoni. Il vostro amante vi dimentica. Donategli una fotografia Wulz”.


Capitava, però, che qualche dettaglio sfuggisse al controllo di Anita, che qualche nota non fosse rivista e allineata. Ecco allora un’altra delle sue autorappresentazioni delineare un percorso diverso, chiarendo ruoli e suddivisione dei compiti nello Studio di arte decorativa che all’inizio teneva nella dimora delle Wulz, prima di trasferirsi in via D’Annunzio 1 (l’odierna via del Teatro) e poi in via Cassa di Risparmio: loro fotografavano capi e accessori, lei li realizzava, ma i disegni e i bozzetti erano firmati dal grafico pubblicitario polesano Marcello Claris. Non modelli di suo pugno, dunque, ma di un artista al quale va certamente attribuito l’album dei gilet ora conservato al Museo Wolfsonian di Genova e ritenuto di Anita.


Fingere abilità, o sottacere collaborazioni, contribuiva a creare il suo personaggio. Le piaceva dare di sè una descrizione “verosimile”, dove coesistono verità, un pizzico di esagerazione e ruoli di pura invenzione. Accade, per esempio, sempre secondo un’altra delle sue autobiografie, quando affermò di essere stata aiuto del regista Anton Giulio Bragaglia per le scene de “Il suggeritore nudo” di Marinetti. Una fantasia: le realizzò in realtà l’artista e designer Bruno Munari.
C’è una biblioteca di moda che racconta molto sulle fonti dell’ispirazione della Pittoni e sulle origini della sua opera tessile. Ma anche sui vezzi, sulle debolezze della donna e della creativa. Un centinaio di pubblicazioni preziose per “contestualizzare” questa singolare ed eclettica figura di “genio della manualità”, per citare la definizione che di lei diede Tullio Kezich, il cui lavoro di designer si nutriva di moltissime letture e sollecitazioni visive, era dunque tutt’altro che spontaneo.

 

Anita Pittoni nel 1933 con una sciarpa di lana lavorata all'uncinetto

 


Sui volumi, di proprietà di vari collezionisti, sta lavorando il libraio Simone Volpato, al quale si devono mostra e catalogo FuturAnita del 2016, dedicati alla vita quotidiana dello Studio di arte decorativa, a clienti, patronesse e testimonial di sangue blu, a committenti e fornitori, alla corrispondenza e ai contatti mantenuti negli anni della moda, dal 1920 in poi, quando non era neanche ventenne. Nel 1949 Anita lascerà la moda per una nuova avventura, l’editoria di pregio. Se ne sono occupati di recente Michela Messina e Sergio Vatta, mentre lo studio di Volpato diventerà un libro, per i tipi dell’editore Ronzani.


Sfogliamo i volumi. Per imparare a riconoscere le tipologie di tessuti e studiare armature di stoffe, Anita legge due manuali editi da Hoepli, di Oscarre Giudici e Pietro Pinchetti, del 1904 e 1910. Ne “L’arte decorativa contemporanea” di Carlo Carrà, del 1923, si sofferma sulla sezione arazzi, pannelli, tappeti, merletti, dove l’autore parla di Fortunato Depero, di Rosa Menni Giolli, maestra delle arti decorative applicate alle stoffe, del designer e architetto Marcello Nizzoli e dell’Associazione del Batik di Trieste fondata dalla pittrice Maria Lupieri. Tra queste pagine è conservato il suo primo monogramma “AP”, sotto forma di ex libris.


Dello stesso anno è un’altra opera consultata da Pittoni, “Le arti a Monza nel MCMXXIII” di Roberto Papini, dove sottolinea i passi dedicati a Depero, alle sete di Guido Ravasi, ai velluti di Lorenzo Rubelli e agli arazzi di Vittorio Zecchin. Nel numero monografico di “Noi. Rivista d’arte futurista”, ancora del ’23, studia i cuscini e i pannelli di Depero e Valente. Nel 1925 visita la Seconda internazionale delle arti decorative a Monza, di cui acquista il catalogo, mentre per approfondire la lavorazione dei cuscini in panno consulta quelli della ditta torinese Lenci degli anni ’26 e ’28. Infine, quando si avvicina al mondo delle navi nel 1932, si fa donare da Ernesto Nathan Rogers il volume di Anselmo Bucci, “Arte decorativa navale”.

 

Un cappello di Anita Pittoni alla Triennale di Milano nel 2016

 


Nella biblioteca Pittoni trovano spazio tutte le novità editoriali dell’epoca in materia di interior design. Negli scaffali anche volumi d’arte e i cataloghi della mostra del Novecento Italiano di Margherita Sarfatti del 1926 e 1929. La “pittrice dell’ago”, come la chiamava Bragaglia, è curiosa e attenta alle uscite. Legge, sfoglia, si imbeve di immagini, colori, grafismi. Assorbe come una spugna.


Se si potesse dunque idealmente allargare la foto in cui Anita Pittoni dice di aver uncinettato il golfino perfetto sotto casa delle amiche Wulz, nell’inquadratura entrerebbero Carrà, Depero, la moda femminile dei futuristi, teorizzata nel manifesto di Volt (il poeta Vincenzo Fani Ciotti), la stessa Sarfatti. Era il mondo dell’arte che le offriva spunti per disegnare il moodboard delle sue collezioni. Anita lo faceva, e spesso lo credeva, tutto ed esclusivamente suo.

martedì 3 maggio 2022

MODA & MODI 

Giacca biker e scarpets, unione senza regole

 

Giacca biker e friulane. Due dei pezzi di tendenza della stagione sembrano inconciliabili. Aggressività e comodità, un capo da motociclista e una ciabattina nata da antiche sapienze artigianali, che ispira più sussurro che rombo. A metterli idealmente d’accordo è Kate Moss, modella icona e volto degli anni Novanta, da sempre fan del giubbotto di pelle. In una galleria fotografica attraverso i decenni, lo ha abbinato a vestitini sottoveste, gonne lunghe, jeans, leggings e t-shirt, trasformandolo in un pezzo per ogni ora e occasione, ammorbidendolo senza snaturare il suo dna selvaggio e libertario.

E le cosiddette friulane che c’entrano? Anche loro piacciono a Kate, paparazzata a Londra nel 2017 con un paio di pantofole rosse a dare un guizzo di colore al suo total black. Per la verità non erano le autentiche friulane - anzi gli scarpets, così come si chiamavano prima che il marketing li vampirizzasse - ma la versione sciccosa comprata in una boutique di Soho e firmata da due sorelle veneziane di sangue blu che insistono sulla improbabile nascita lagunare della ciabatta. La scelta, comunque, era chiara.

 

Kate Moss in friulane (Getty)

 

Giubbotto biker e friulane, da diversi punti di vista ci parlano entrambi di libertà, una parola chiave ai tempi della pandemia e non solo nella moda. Un recupero dal passato che reinterpretiamo alla luce di esigenze cambiate, della voglia di praticità, versatilità, di un vestire ribelle ai codici. Correva l’anno 1953 quando “il selvaggio” Marlon Brando lanciava chiodo, jeans e t-shirt bianca, da allora saliti più volte in passerella insieme. Negli stessi anni James Dean, Steve McQueen, Elvis Presley entrano nell’immaginario comune in giubbotto di pelle. È il 1978 quando Olivia Newton-John in Grease ne fa un capo passepartout dell’abbigliamento femminile, calcando su aggressività e sensualità. E via via, dai Sex Pistols a Blondie fino a Kate Moss, la giacca di pelle zippata appartiene ormai al nostro guardaroba, quest’anno riletta dai designer in molteplici versioni: modelli corti con revers, lunghi stile giacca maschile, con maniche a sbuffo, borchiati, finto stropicciati e consumati.


Le friulane non sono cinematografiche ma vantano un’eredità ultrasecolare. Scarpe nate in Friuli dal riciclo dei tessuti, genderless prima che la parola diventasse di moda, così fluide da essere intercambiabili tra piede destro e sinistro, espressione di un’economia circolare dettata dalla necessità che oggi rivalutiamo per emergenza e sostenibilità. Diventate negli ultimi anni prodotto di massa, uscite dall’industria più che dal duro lavoro di modellare suola e tomaia ad ago (anche se i patiti si arrampicano nei paesi di montagna per assicurarsi i veri pezzi unici), sono diventate di per se stesse un brand riconoscibilissimo, conservando la forma e l’asciuttezza originali.


Punk rock e tradizione, chiodo e scarpets. Entrambi fanno tendenza, ma l’accostamento, a sorpresa, non stride. Sono scarpe e giubbotti che si abbinano a gonne e pantaloni, al corto e al lungo, mattina e sera. Non perdono il loro spirito, nelle situazioni più diverse. Kate Moss insegna.

martedì 19 aprile 2022

MODA & MODI

 Busti e canottiere, estetica sottosopra

 

Bustini, canotte. Capi ripescati da un passato più o meno recente, riportati in auge nei periodici ricorsi della moda, che oggi ritroviamo trasformati, irriconoscibili nel loro significato e funzione. Manifesti di messaggi politici e sociali. Il bustier è l’esempio più evidente di questa rivoluzione apparsa sulle passerelle, ma resa virale dai protagonisti del mondo dello spettacolo che sul palcoscenico o nelle bacheche social stravolgono alcuni codici dell’abbigliamento per scrivere una loro estetica.

 


 


Da strumento di compressione e di condizionamento a manifesto di liberazione. Non potrebbe essere più estrema la parabola del busto, sui Måneskin tornato a riappropriarsi dell’originaria natura di capo per entrambi i sessi. Nei secoli è stato sinonimo di contenzione del corpo femminile, indispensabile per disegnare quella linea a S che strizzava la vita, enfatizzava i fianchi e spingeva in alto il seno, responsabile di non poche malattie e limitazioni nei movimenti, quindi strumento di controllo sul corpo femminile. 

Oggi il bustino, in materiali morbidi, si porta sui vestiti, sulle camicie, sotto le giacche. Lo propongono le griffe ma anche le grandi catene di abbigliamento low-cost come pezzo ludico, quasi un accessorio divertente e del tutto immemore del suo pesante passato. Damiano dei Måneskin ne ha fatto un manifesto potente della moda che scavalca i generi sessuali. Da capo restrittivo e costrittivo, a capo fluido.


E la canotta? Anch’essa si porta dietro un immaginario importante. L’indumento degli immigrati italiani in America, che toglievano la camicia per non sudare sotto il sole ed essere costretti a frequenti lavaggi. Nel cinema, su Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”, 1951, a connotare rozzezza e brutalità. Con i vari Kevin Bacon, Bruce Willis, Nicholas Cage ha vestito, in anni più recenti, personaggi sempre trasgressivi, sensuali ma violenti.

 



Nella politica è sinonimo di tamarraggine: Craxi fu inchiodato in un congresso a Bari nel ‘91, ventun anni dopo toccò a Bossi, con quella canottiera grossolana che parlò al suo popolo più di qualsiasi comizio. Oggi la canotta sfila in passerella, naturalmente griffatissima. Ha perso qualsiasi connotazione di indumento intimo, è di cotone, di pelle o tessuti tecnici, si indossa su gonne lunghissime, jeans o pantaloni ampi, sotto il tailleur. Non più capo maschile, non più biancheria, spogliato di riferimenti, è un altro pezzo da mettere nell’ideale guardaroba intercambiabile tra i sessi.

 


 


C’è infine una t-shirt in questa primavera che continua nel segno della guerra. Ne abbiamo tutti nel cassetto, moltiplicate dai lockdown, la ritroviamo rieditata dalla forza degli eventi. Niente a che fare con quella che, nel 2007 su Berlusconi, scatenò un pigro dibattito sull’opportunità di mostrare il collo rugoso. La t-shirt verde militare, divisa del presidente ucraino Zelensky, lancia un messaggio di vicinanza, appartenenza, resistenza. Un leader nella maglietta della salute che non perde ruolo o autorevolezza davanti agli interlocutori di tutto il mondo, anzi, li spinge all’emulazione come nel caso della presidente del Parlamento europeo, Metsola. Un pezzo di cotone trasformato in un’arma comunicativa, una strategia al pari di quella bellica. Non c’è bisogno di slogan, di scritte, la nuda t-shirt non può essere più solo un pezzo di sotto.

lunedì 4 aprile 2022

MODA & MODI

 

Cromoterapia col verde lime

 

 

Photo Voguemagazine

 

 L’onda verde di questa primavera ci mette alla prova. Accelerare per prenderla tutta o procedere con cautela? Non c’è vetrina che non abbia una punta di lime. Trench, pantaloni, abiti, cardigan in total green o con fantasie dove l’acido si impone. Non è solo il rassicurante e solido verde smeraldo, ma quella sfumatura che vira nel giallo, quella nuance elettrica e appuntita, che non nasconde di essere infida, così a metà tra il verde e il giallo conclamato.


Da un giorno all’altro è comparsa dappertutto, quasi insieme alla fine dello stato di emergenza pandemica. Mentre nelle prime liberazioni dai lockdown procedevamo a tentoni, ancora avviluppati nel nostro comfort wear, nelle tute e nei pantaloni di lana, adesso alcuni capi e colori sembrano volerci dare una scossa, spingerci a uscire dal perimetro rassicurante dell’abbigliamento per lo smart working: comodo, neutro, calmante più che elettrizzante.

Non c’è magazine di moda e una sfilza di copertine che non abbiano puntato sulla gonna più estrema della stagione, la cosiddetta mini di Miu Miu, fotografatissima ovunque in kaki, denim, blu avio, nero: un ritaglio di stoffa a pieghe appoggiato tra la linea del pube e quella delle natiche, con il dettaglio del bianco della tasca obliqua che spunta dall’orlo. Come se fosse quanto rimane di un paio di pantaloni cargo tagliati sotto la cintura, in una specie di furia liberatrice. Sopra si portano le camicie o i maglioni crop, anch’essi capi sforbiciati all’altezza del reggiseno, che scoprono tutta la fascia addominale. 

 

Bottega Veneta

 

Alcune proposte della moda ci sollecitano a estremizzare, per ristabilire il nostro potere sul corpo, a lungo sottoposto a imposizioni, da cui in qualche modo siamo stati per un periodo espropriati, anche se a fini superiori. E l’invito è stato colto, almeno in un’ampia fascia generazionale: temperature permettendo, spuntano le avanguardie degli ombelichi in libertà, mini e pantaloni a filo gluteo, per il momento sopra le calze velate.


Per i colori vale lo stesso. Il verde lime è la punta estrema di una palette di rosa, arancioni, rossi, gialli tutti carichi, zuccherosi, o con un ingrediente al neon. Le fan di Bridgerton su Netflix ci hanno fatto l’occhio nelle mise di Penelope Featherington, ovvero lady Whistledown, che sotto mentite spoglie svela i gossip dell’aristocrazia della Reggenza inglese. Per assurdo queste tinte spinte si distribuiscono di preferenza non su gonnelle sfuggenti ma sul capo più coprente in circolazione, il tailleur dal taglio maschile, sia nella versione pantalone lungo che in quella con bermuda, anch’esso ubiquo nelle vetrine.


Il tailleur verde: ecco il completo che sintetizza l’umore della stagione. Imperativo, eccessivo. Obbliga ad esporsi, come la micro mini. Tempo di scelte decise, o cromatiche o nelle proporzioni. Tornando alla domanda iniziale: seguire l’onda? Perchè no, se un vestito o un colore - che ci piace e ci sta bene - migliora anche l’umore, l’autostima, aiuta a rigenerarsi. Già lo sappiamo che la sua carica ha una data di scadenza, è legata a questo momento sospeso tra preoccupazioni e speranze: il prossimo anno sarà come una vecchia pelle, che avremo voglia di abbandonare. 

domenica 3 aprile 2022

L'INTERVISTA

 

Renato Balestra, da Trieste al mondo

un impero di moda fondato sul blu 



 

Oltre sessant’anni nella moda. Anzi, molti di più, perchè il primo abbozzo di modello, che diventò il vestito per un’amica, lo disegnò da studente di ingegneria all’Università di Trieste. Alla vigilia del suo novantottesimo compleanno, che festeggerà il 3 maggio, Renato Balestra ha scelto di passare la mano del suo impero. Gli succedono le figlie Fabiana e Federica e la nipote, Sofia Bertolli Balestra, che traghetteranno lo storico brand verso le nuove generazioni. La prima collezione di prêt-à-porter ha debuttato alla Fashion week di Milano nel febbraio scorso. Dopo teste coronate e attrici internazionali, che vestirono modelli firmati Balestra fin da quando, giovanissimo, il futuro couturier vendeva i suoi disegni per mantenersi a maison come Sorelle Fontana e Schuberth, oggi la sfida è conquistare il pubblico dei millennial e della Generazione Z.


Al telefono la voce di Renato Balestra è squillante.

I ricordi, tanti, fluiscono senza interruzione, dalle case triestine, al liceo Oberdan, ai bagni e alle passeggiate con gli amici, alle serate di musica al teatro Verdi, prima della decisione di lasciare la famiglia e inseguire il sogno della moda, a Milano e poi a Roma, dove nel 1959 apre l’atelier. Il desiderio di tornare a Trieste è forte, magari con quella mostra di abiti, disegni e bozzetti, anche per i costumi di lirica e musical, che avrebbe dovuto tenersi a Miramare nel 2019 e che la pandemia ha bloccato.

 

Renato Balestra nel 1980 accanto a Mila Schon e Gianni Versace

 


Signor Balestra, lei ha ceduto lo scettro. Ma si è riservato una nicchia?  Ho passato la mia vita in quella nicchia. Eccome, se me la sono riservata. Ma oggi è cambiato tutto, compreso il modo di concepire come vestirsi, come comportarsi. Non ci sono più i grandi balli, le grandi feste, le grandi occasioni, il nostro modo di essere e di vestire si è trasformato. È giusto che lo facciano i giovani, che forse sono più allenati.


Continua a disegnare? Sì, lo faccio per occasioni speciali. E spero che succeda ancora.


Immagino che qualche sua cliente avrà nostalgia di lei... Più di una, però anch’io ho nostalgia di loro. Poco tempo fa ho telefonato a New York a delle mie clienti importanti. Vengo da voi, ho detto. E loro: “Ma vieni, dai, che ci manchi tanto, però la collezione no, perchè non ci vestiamo più”. Anche per andare al Metropolitan, un vestitino nero, magari comprato in boutique, un bel gioiello e finito. I balli del secolo, come quello di Carlos de Beistegui, a Venezia nel ’51, queste occasioni clamorose, sono passati.

 

La collezione d'alta moda autunno-inverno 2015-2016

 


Parliamo delle signore reali che hanno scelto Balestra. Intanto devo dire una cosa. Con tutto il rispetto per la posizione delle regine e di alcune signore importanti che ho vestito, i nostri rapporti sono stati sempre amichevoli, senza l’impasse del ruolo. Amiche, prima che clienti, con cui ha avuto relazioni meravigliose.


Un aneddoto regale... Ero a cena con la regina di Thailandia, mi aveva fatto sedere alla sua sinistra. Nel suo enorme parco, al Chitralada Palace, dove abitava, aveva degli artigiani che creavano oggetti per lei, tra cui dei gioiellieri. “Guardi uno degli ultimi lavori” mi disse, mostrandomi la sua borsa, a uovo, tutta d’oro e completamente ricoperta di pietre preziose. Nell’attimo in cui me la mise in mano, la borsa si aprì. “Sua maestrà, credo di essere una delle poche persone che ha visto che cosa una regina tiene nella borsetta” le dissi. E lei rispose: “Ma mi fido di lei”.


Allora c’era qualcosa che non si poteva rivelare? Ma no. Un pettinino, un rossetto. Pur nella loro incredibile posizione, erano donne come tutte le altre.


Anche Farah Diba? Farah Diba è stata una delle prime che ho conosciuto, sono andato spesso a palazzo. Intimidito? No, forse un pochino all’inizio, ma lei era gentilissima, educatissima, deliziosa, per cui il rapporto fu sempre piacevole.


Imelda Marcos? È stata quasi sempre vestita da me. Andavo nelle Filippine dalle due alle quattro volte l’anno e lei ordinava le collezioni. A volte anche lo stesso modello in colori diversi. Sono ancora amico dei figli, della famiglia, è stato un rapporto bello. Era una donna molto potente, ma non con me. Ho sempre trovato un po’ ridicolo che fosse famosa per l’incredibile quantità di scarpe. Non le collezionava affatto. Per esempio, quando le facevo un gran vestito da sera le mandavo le scarpe intonate, senza che neppure me lo chiedesse. Ci siamo visti anche a New York. Quando a Broadway realizzai il musical Cinderella di Rodgers e Hammerstein lei venne in palcoscenico e io le feci portare da un valletto un cuscino rosso con una scarpetta bianca ricamata, come Cenerentola.

 

Autunno-inverno 1988-1989

 


Più capricciose le attrici o le first ladies? Le persone che non erano così importanti e pretendevano di esserlo. Per le first ladies c’erano dei canoni, non troppo scollate, non troppo corte, abiti che si confacessero al loro rango.


Un’attrice che le è piaciuto vestire? Mah, da me sono passate quasi tutte. Quando ero negli Stati Uniti Liz Taylor, Lauren Bacall. Tutte con molta grazia. Una sola, Tina Louise, lei sì era molto capricciosa. Un’attrice che non era mai diventata famosissima ma si credeva più famosa di quello che era. Aveva delle scarpe talmente grandi, che per ridere, in atelier, una volta me le infilai.


La prima signora Trump, Ivana, comincio con lei? Sì, in Canada, all’inizio della mia espansione in America. Sfilò per me, era bellissima e molto simpatica. Regine, miliardarie, noi le vediamo sempre con la corona in testa, ma in fondo rimangono donne, con i loro capriccetti, specialmente se possono permettersi qualsiasi cosa. Ma di solito più possono, meno sono pretenziose. Mi ricordo un’attrice francese che mi telefonava e mi diceva: “Balestra, mi deve fare una vestito come quelli di Chanel”. E io rispondevo: “E allora vada da Chanel”.


Lei doveva diventare ingegnere. In verità non ci ho mai aspirato. Mio padre era architetto e a tutti i costi voleva che diventassi ingegnere. Io amavo soprattutto la musica, ho cominciato a suonare il pianoforte a sei anni. Arrivai quasi a un livello concertistico ma a casa mia non c’erano grandi aspirazioni artistiche. Solo un fratello di mia madre, che non ho conosciuto, amava la musica e a casa, da piccolo, ritrovai molti dei suoi libretti d’opera. Tra tutti ne preferivo uno che aveva una bellissima copertina con una cornice viola: erano gli Iris di Mascagni. Avevo appena imparato a leggere e naturalmente non conoscevo le opere, ma leggevo e inventavo io la musica e la cantavo.

 

Nello showroom di via della Spiga a Milano, 1975

 


E come è arrivato alla moda? Ero al bagno Ausonia con degli amici. All’epoca avevo una ragazza che era la più elegante della scuola e aveva comprato una stoffa celeste a pois blu scuri, che poi ho scoperto fosse organza, perchè non conoscevo i tessuti. Voleva farsi un vestito e non trovava niente. Io già disegnavo molto, la mia giornata era musica e disegno. Spinto dagli amici e per non scontentarla, buttai giù un figurino che poi lei diede alla sua sarta di Trieste. La cosa finì lì. Poi, dopo qualche mese, mi chiamano dall’Ufficio della moda di Milano, all’epoca già istituito, e mi dicono che una casa d’alta moda voleva vedermi.


 

 




E chi era? Jole Veneziani. Approfittai di un viaggio premio che, agli ultimi anni di ingegneria, offrivano agli studenti più promettenti. Immaginatevi con che cuore io andavo a visitare fabbriche. Comunque siamo passati per Milano e andai a trovare quella signora, avevo come me dei disegni ambientati in un palazzo, in un giardino, sembravano dipinti più che figurini di moda. Lei mi propose di disegnare la sua prossima collezione. Mi offrì abbastanza soldi, ero uno studente squattrinato, così mi sono detto: io provo. Ho chiamo i miei e ho detto loro che già mi avevano tarpato le ali con la musica, che mi prendevo sei mesi e se non ce l’avessi fatta sarei tornato. È cominciato tutto così. In atelier, finite le prove, mi caricavo i rotoli di stoffa sulla spalla e li portavo in magazzino. La signora Veneziani mi diceva che non spettava a me farlo, in realtà il magazziniere mi insegnava i nomi dei tessuti. Così ho imparato.


E poi? Avevo cominciato a vedere altre case di moda. Jole Veneziani lo sospettava e un giorno mi chiese di portarle un disegno mio che aveva scartato, così dovetti confessare che li avevo venduti tutti. Da quella volta le mie azioni salirono. Disegnavo anche per altri. Poi le Sorelle Fontana mi offrirono un posto fisso da loro a Roma e lì imparai veramente come si fa un figurino. Lavorai un po’ con loro ma io ero arrivato a Roma di proposito, la moda tutto sommato mi stava un po’ stretta, volevo creare anche per il cinema, per il teatro. La capitale all’epoca era il non plus ultra... Disegnavo per diverse case e mi mantenevo così.


Poi ha aperto la sua... Da Fontana avevo conosciuto una signora che si chiamava Madelyn Fiorito, una delle prime buyer americane per i grandi magazzini, mi aveva preso molto in simpatia. Una volta passando per via Gregoriana mi disse: “ho trovato l’atelier per te. Te l’ho già prenotato per sei mesi”. Così cominciai. Lei mi introdusse negli Stati Uniti, nei grandi magazzini sulla Quinta Strada, poi pian piano mi invitarono in America a fare le collezioni.

 

 

Foto Skino Ricci

 

 


Trieste l’aveva lasciata alle spalle? No, ci tornavo spesso, avevo ancora i miei, mio padre Renato e mia mamma Maria Gladich, che chiamavano Mary, di origine dalmata. Sono nato in via Udine bassa, mi ricordo ogni dettaglio di quella casa, vivevamo con mia nonna ma solo mia mamma aveva un po’ interessi artistici. Da lì ci siamo trasferiti in viale XX Settembre, l’ultima casa sotto la scalinata. Ci ho passato tanti anni, ero iscritto al liceo Oberdan, mi ricordo le passeggiate tra studenti, ogni giorno facevamo tutto l’Acquedotto a piedi, e poi c’era Zampolli, che era il massimo col suo gelato. Amavo concerti e lirica, e per un posto al Verdi in piedi, o in galleria e loggione, stavo in fila per ore. Trieste era piena di fermenti culturali. Nel 1999 ho fatto al Verdi “Il cavaliere della rosa” di Strauss e quando sono uscito in palcoscenico ho avuto un sacco di applausi. Allora mi sono rivolto al pubblico: “Ricordatevi che il mio cuore è là, ho passato anni con voi, in loggione e in galleria”.


C’è un po’ di Trieste nel suo Blu Balestra? Non lo posso dire, perchè in realtà ho sempre scelto il blu, fin da quando ero piccolo e mia mamma mi comprava i vestiti. È stata una sorta di elezione. Ho sempre pasticciato con i colori e mischiandoli ne è uscito questo blu che è presente in tutte le mie collezioni. Poi sono stati i giornalisti a definirlo Blu Balestra. 


Che cosa ne pensa degli influencer? Non ne penso molto bene. Cosa c’è dietro? Non granchè. L’eleganza e la cultura vengono studiando, leggendo, viaggiando, informandosi. Mi sembrano un po’ superficiali.


Una donna protagonista di oggi che le piace. Kate Middleton, la moglie del principe William. È una persona che ha saputo adeguarsi alla sua carica, non è nata principessa, ma è più reale di tante reali. Non fa mai spropositi, mai un passo sbagliato.


Trieste non è una città che produce moda, ma ha dato quattro grandi nomi alla moda italiana: Renato Balestra, Ottavio Missoni, Mila Schön, Raffaella Curiel. Lei come se lo spiega? Non ne ho la minima idea. La città aveva fermenti culturali enormi e questo ha influito sulla mia formazione, ho cercato il bello sempre e quindi la moda. Probabilmente è successo anche ai miei colleghi, che ho conosciuto e con cui ho parlato a lungo. Poi una certa dirittura di pensiero, tutti abbiamo lavorato sodo per conquistare la nostra posizione nel mondo della moda.


Si farà a Trieste la sua mostra Celeblueation, bloccata dalla pandemia?
Lo spero tanto. Pensi che non conosco Miramare molto bene, l’avevo presa come un’opportunità per approfondire la storia del castello, di cui ho un’idea romantica, legata a Massimiliano d’Asburgo, alla sua partenza per il Messico. Mi piacerebbe tornare nella mia città, ci penso con nostalgia. Non ho più la casa, quando i miei sono mancati ho avuto una specie di rifiuto, per me la loro assenza è stata un grande shock. Nel 1998, però, ho esposto abiti e bozzetti al Museo Revoltella. E i Civici Musei conservano il quadro di un mio prozio....


Chi? Angelo Balestra, pittore di una certa fama. Io ho il ritratto del mio bisnonno Giovanni fatto da lui, che era sempre stato custodito con grande attenzione dai miei a Trieste, in particolare da un mio zio e da sua figlia, Renata, con cui sono sempre stato in contatto. Un giorno, forse prevedendo qualcosa, mi ha detto che voleva mandarmi il quadro, raccomandandomi di tenerlo perchè per la famiglia era prezioso. Ce l’ho a casa, l’ho fatto restaurare e chi ha eseguito l’intervento ha detto che si tratta di una mano molto buona. Per forza, ho risposto, è un pittore da museo.


Legge? Qualche volta un libro al giorno. Non leggo, divoro. Tutto. Quando non c’è di meglio anche romanzetti rosa. In questo momento una biografia di Lauren Bacall con foto. Ma mi piacciono molto i libri sui personaggi storici.


Come passa la giornata? Ah, mi passa presto. Un po’ leggo, un po’ disegno, un po’ incontro degli amici. Stasera (la prima del 22 marzo 2022, ndr) vado a sentire la Turandot all’Opera di Roma. Per la Turandot in passato ho fatto i costumi. E sa che so tutte le più importanti opere a memoria?


Cos’è l’eleganza? Armonia. Dove non c’è nessuna nota stonata, come in una bella sinfonia.


Un abito cui è legato? Ne ho fatti talmente tanti... Forse il primo che ho disegnato col mio nome, che ho rifatto poi e mostrato anche in altre collezioni. Un vestito corto di raso blu, naturalmente, con una specie di drappeggio davanti. E poi uno che a me è piaciuto sempre tanto, lungo, semplicissimo, ma con una stella tagliata sulla schiena, sul nudo. Sono tanti gli abiti, tutti figli miei, anche quelli che hanno avuto meno successo. 

 

 

Los Angeles, chiusura della sfilata nel 2011


Un consiglio a sua nipote? Cercare il bello, l’armonia, non fare passi falsi, ricordarsi sempre che non basta un successo per avere successo. Io ero sempre su un aereo, ho girato il mondo, a volte con la mia valigetta e senza neanche un assistente. Ero molto avventuroso. Una volta mi trovavo alle Filippine, ricevuto in pompa magna, e ho voluto andare a visitare i paesi del Nord. Così sono sparito, senza dire niente a nessuno, perchè volevo andare da solo. A un certo punto qualcuno disse che avevano visto una specie di hippy biondo, ma educato, che se ne andava in giro. Quando sono riapparso
mi hanno sgridato in tutti i modi, ma me la sono goduta.


Alla vigilia dei suoi 98 anni, ha ancora un sogno? Uno? Tanti, la mia testa è piena di sogni. Anche le mie collezioni, molte volte me le sognavo prima di buttarle giù. Ne sognavo l’atmosfera. La mia testa è rimasta quella di un ragazzino, sempre allerta.