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lunedì 24 gennaio 2022

MODA & MODI

La minigonna ritorna da rivoluzionaria

 

L'onda lunga della voglia di libertà esplosa l’estate scorsa, con la prima evasione dal confinamento, scavalla l’inverno e si allunga verso i prossimi mesi. Mary Quant l’aveva detto, mettendo fine alla disputa sull’invenzione di uno dei pezzi più iconici del Novecento: la primogenitura sulla minigonna non era nè sua nè di Courréges, ma delle ragazze che la portavano per le strade. E succede ancora una volta, con le passerelle che rilasciano per la primavera-estate 2022 francobolli svolazzanti di stoffa, a coprire quel che resta tra l’ombelico a vista e i glutei. L’insieme - si fa per dire - nostalgico degli anni Duemila, proposto da Miu Miu, rimbalza dalle pagine dei magazine alle gallerie virtuali: gonnellina leggermente svasata appoggiata sulla linea del pube, intimo con logo esposto, maglioncino e camicia crop, tagliati all’altezza del reggiseno. A vista tutta la fascia addominale e le gambe infilate in brevi calzettoni a metà polpaccio.

 

Miu Miu

 


Ancora una volta la minigonna è chiamata a far da manifesto a un momento storico. Dagli anni della contestazione in poi, ha incarnato protesta, rivolta, indipendenza, è stata strattonata a destra e a sinistra, perfino accusata di rappresentare all’inizio degli anni Novanta una sorta di strisciante restaurazione, di mercificare piuttosto che emancipare. E adesso, in un momento di confusione e insicurezza, in cui ancora i limiti della nostra autonomia cambiano di giorno in giorno e ci disorientano?

Nell’estate 2021 il messaggio era diretto: dopo mesi di divieti, scoppiava la voglia di liberare e di liberarsi, all’insegna della “body positivity”, cioè del diritto a mostrare il proprio corpo anche se non si incasella in parametri estetici superati e obbligati, dando valore prima di tutto al sentirsi bene con se stessi. Mini e microshort hanno colonizzato ogni spazio e ogni tempo della giornata, senza grattacapi di età, fisicità, elasticità. Senza limiti.


Un anno dopo in questo ritaglio di stoffa così minuscolo e così impegnativo non ci può essere solo reazione. C’è la voglia di riprendersi totalmente il proprio corpo, prima di tutto, perchè la pandemia ci ha espropriato di alcuni diritti in nome di un diritto più grande e comunque ci ha obbligato a confrontarci con scelte e con tempi dettati da altri. E c’è voglia di rivoluzione, come ha detto Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, alla Parigi fashion week. Una sorta di ritorno alle origini, quando la gonnellina esprimeva e concentrava l’energia per guardare al futuro in modo positivo, leggero. Fiduciose e determinate a lasciare alle spalle un periodo di costrizioni.

 

Dior
 

 

Nella mini 2022 ritorna un bisogno di libertà dirompente, quasi a portata di mano, ora che le “curve” del contagio scendono e si avvicinano a un confortante “plateau”. Tanti termini utilizzati ogni giorno per parlare di moda hanno assunto negli ultimi due anni un significato sinistro, espropriati come noi. La mini torna al suo. Un nonnulla di tessuto con una responsabilità enorme. Proprio per questo, come tutto nei tempi nuovi che affrontiamo, va maneggiata con cautela.

lunedì 13 luglio 2020

MODA & MODI

Il mito di Dior in un film e la passerella si dissolve





La sfilata, la passerella, è un rito che questo tempo strano che stiamo vivendo ha reso improvvisamente obsoleto, lontano. La scelta di Dior di affidare al regista Matteo Garrone la presentazione della sua collezione haute couture, ha messo un punto fermo nella comunicazione della moda. Quindici minuti di pura poesia, nel bosco del Sasseto nell’alta Tuscia dove Garrone aveva già girato “Il racconto dei racconti”, per evocare “Le Mythe Dior”, il mito di Dior, in un paesaggio fatato e sospeso, tra creature acquatiche e silvestri, sirene, fauni, statue di marmo, tutti stregati dal desiderio di quegli abiti magnifici. https://www.youtube.com/watch?v=yxBFwqRbI8c

Due fattorini attraversano il bosco reggendo un baule dalla forma dell’edificio dove ha sede la maison, in Avenue Montaigne a Parigi.
All’interno, un carico prezioso, i manichini mignon vestiti con i modelli della collezione, che richiamano le pupées de la mode del ’700, le bambole-manichino (chiamate “piccola Pandora” per gli abiti da giorno, “grande Pandora” per quelli da sera) inviate alle clienti lontane perché toccassero, scegliessero, sognassero le creazioni da ordinare. Quei manichini, che all’inizio del video vediamo certosinamente preparati dalle sarte della maison, intente a cucire loro addosso gli abiti in scala ridotta ma perfetti in ogni dettaglio, sono stati il filo conduttore anche nella grande mostra sui cinquant’anni di Dior, tra il 2017 e il 2018 al Musée des arts decoratifs di Parigi: in ogni bacheca l’abito e la sua replica minuscola, quintessenza della sapienza sartoriale, puro oggetto del desiderio.



Ecco: quella stessa magia è il filo conduttore anche del video di Garrone, che si riallaccia alla narrazione fatta da sarti e sarte sul profilo Instagram della griffe.

Al di là del digitale - le prime settimane della moda virtuali sono state Londra e Parigi, ora tocca a Milano - Dior ha intrecciato un racconto su più piani, ha fatto dialogare l’immaginario di Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica, con quello di Garrone, ha connesso e integrato le narrazioni, coinvolgendo una platea molto più ampia di quella della sfilata. Chiuri ha ragione: l’alta moda ha bisogno di essere apprezzata da vicino, toccata, nel ’700 come oggi. Ma il film sul mito di Dior ci dice che la passerella non basta più e che il suo cerimoniale per pochi addetti ed eletti è ormai relegato, confinato proprio, in un’altra epoca. 


twitter@boria_a

martedì 8 maggio 2018

MODA & MODI

I disoccupati non si mettono in felpa 



 

Attenzione alla scritta su felpe e magliette. Nel bicentenario della nascita di Marx, il proletariato è intoccabile, almeno per la moda. Lui, il filosofo autore del Capitale, è diventato icona pop come il Che, ma guai a ironizzare sulle classi operaie. Il grande fratello della Rete è insorto contro gli slogan “unemployed”, “broke”, “working class” - disoccupato, squattrinato, proletario - e su qualsiasi riferimento alla parola “povero” stampata su capi d’abbigliamento. “Too poor for Dior”, recita una t-shirt. E un brand ha varato la linea per “council estate princess”, principesse delle case popolari: niente da fare, anche dove la dissacrazione è palese e l’ironia leggera, gli internauti hanno storto il naso. Su questi temi non si scherza.

Alcuni dei brand o delle catene chiamati in causa si sono affrettati a fare ammenda e a togliere dalla produzione i capi incriminati, primo fra tutti H&M e la sua felpa del disoccupato, di un bell’arancione segnaletico da cantiere stradale. Il prezzo popolare, in questo caso, ha infastidito ancora di più gli internauti, come se la scritta fosse una presa in giro, un doppio tradimento da parte di una catena di fast fashion nei confronti di chi può permettersi solo i suoi vestiti: “lavoro ma non ho i soldi per comprare la tua felpa del disoccupato”, ha chiuso la vicenda un utente di Twitter.


Anche la Rete, però, ha pesi e misure. E la stessa levata di scudi non ha investito un brand modaiolo come Vetements, che, dopo aver ipnotizzato tutti con la presa in giro della maglietta identica (prezzo a parte) a quella dei corrieri Dhl, a chi aspira a sentirsi proletario vende - per parecchie centinaia di euro - pantaloni di cotone da disadattato urbano, “chav lounge pants”. Ipocrisia? In fondo anche Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, ha mandato in passerella t-shirt bianche con la scritta “dovremmo tutti essere femministi”: uno straccetto da attivista glam al prezzo di 550 euro, accolta da molti consensi per l’impegno. Donne discriminate, disoccupati e poveri: tutti sul mercato. Con un'unica differenza: prezzo e griffe.


I più lungimiranti, a questo punto, sono i clienti H&M che si sono accaparrati la tuta “unemployed” prima della censura. Se sono disoccupati o mal occupati davvero, ora si ritrovano per le mani una limited edition. Non risolverà i loro problemi, ma almeno potranno levarsi qualche sfizio.

@boria_a

mercoledì 31 gennaio 2018

MODA & MODI

Leonor Fini sulla passerella dell'amico Dior









I tratti scultorei del viso di Leonor Fini spiccavano tra le fonti di ispirazione di Maria Grazia Chiuri nell’imponente, emozionante mostra su Christian Dior, che ha appena chiuso al Musée des arts decoratifs di Parigi (7 gennaio 2018). La pittrice triestina e l’attuale direttore creativo della griffe sono entrambe “italienne de Paris”, come il titolo dell’omaggio a Leonor Fini al Revoltella del 2009: l’una, appena arrivata a Parigi, espose nella galleria di Dior e poi ne diventò amica come tanti surrealisti, Dalì, Eluard, Max Ernst, André Breton, l’altra oggi guida la maison che è la quintessenza della couture francese.

Nella mostra “Christian Dior, couturier du rêve” la fotografia di “Lolò” in uno dei suoi travestimenti, imperiale nell’ampio mantello e copricapo immaginifico, accanto alla riproduzione di uno dei suoi quadri, era al centro del moodboard di Chiuri, il collage delle fonti, stimoli, immagini da cui è nata l’ultima collezione di haute couture che ha sfilato a Parigi nei giorni scorsi. E che di Leonor ha preso la capacità di costruire con abiti e accessori stravaganti un’identità forte, non necessariamente femminile, ma unica nell’evocare il sogno, la follia, il superamento delle convenzioni, il potere dell’inconscio dei surrealisti.

Non era l’unica presenza di Leonor nel lungo percorso espositivo parigino. Proprio all’inizio, nelle sale dedicate al “primo” Dior, il gallerista e collezionista e amico di artisti, la forte impronta dell’incontro con Leonor Fini era testimoniata da “Les Trois Faunesses” dipinte nel 1932, dove gli abiti, l’acconciatura e l’accessorio-farfalla, sulla testa di una delle tre figure rappresentate, enigmatiche donne-fauno dall’incarnato trasparente, hanno un ruolo di primo piano nel delinearne la personalità.




La decorazione a farfalla, una maestria di piume bianche e nere, ritorna anche sull’ultima passerella di Chiuri, in uno degli abiti più scenografici di una sfilata intensa, che ha meritato la standing ovation. Come tracce di Leonor si ritrovano nel mantello col cappuccio ricoperto di applicazioni di fiori, nelle piume, nell’abito robe-manteau nero con un guizzo di bianco centrale, nel cappotto bicolore, che potrebbe essere stato indossato da “Lolò” mentre in gondola, a Venezia, scivolava misteriosa verso una delle feste di cui era protagonista.















Le maschere delle modelle, create da Stephen Jones, sono un omaggio a Peggy Guggenheim, che invitò Leonor nella sua mostra di 31 artiste donne del ’43. Ma sarebbero piaciute anche a lei, con quel tulle che sfuma i contorni del viso, ed evoca creature insondabili come le sue donne-gatto.

lunedì 14 agosto 2017

MODA & MODI

Corsetto vs tuta, opposti intrecci 

Corsetto e tuta, due capi agli antipodi. Costrizione e libertà, complicazione e semplicità. L’estate che fa oggi il giro di boa ha riportato in auge il primo, da mettere sopra camicie e abiti per esaltare il punto vita, con tanto di nastri e ganci metallici, se non proprio costrittivo come in passato, senza dubbio scomodo e posticcio. L’autunno prossimo ci infileremo invece nella geniale, autenticamente futurista, invenzione dell’artista fiorentino Thayaht, anno 1920, e proprio con i suoi stessi obiettivi: funzionalità, praticità, rapidità (ed economicità, almeno di tempo...).

C’è un interessante gioco di intrecci e rimandi fra bustier e tuta, che ci racconta qualcosa del passato della moda e tanto del nostro presente. Madeleine Vionnet è la prima a eliminare il corsetto, nel 1907, regalando alle donne la libertà di muoversi, spostarsi, respirare correttamente, camminare con una postura naturale e partorire senza rischiare la morte per le deformazioni provocate dalla gabbia. E chi va a lavorare come disegnatore nell’atelier parigino della stilista? Proprio un giovanissimo Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, che una certa aria di dinamicità del corpo (non solo femminile) e di senso del benessere deve pur averli assimilati se nel 1919, tornato a Firenze, elabora i primi studi per la tuta, che lancia attraverso il quotidiano “La Nazione”, con tanto di cartamodello, al prezzo aggiuntivo di 50 centesimi: nata contro il caro-tessuti e per i meno abbienti, viene subito adottata dagli aristocratici in vena di eccentricità.





E il corsetto? Lo ripesca Dior, negli anni Cinquanta, tornando alla vita da clessidra su cascate di stoffa, per aiutare l’industria tessile che rinasce dalla guerra e congelare di nuovo le signore nel ruolo di bell’oggetto, da ammirare e limitare. Chissà cosa direbbe Monsieur Christian nel vedere che Maria Grazia Chiuri, oggi alla guida della sua maison, per il prossimo autunno-inverno ha pensato all’esatto opposto: una comoda e svelta tuta, addirittura in denim. Al passo con i tempi e con le esigenze delle donne, proprio come quella di Thayaht, che alle sue ortodosse “tutiste” raccomandava di cercare nella massima semplicità la vera bellezza, abolendo tutto ciò che è “vana esteriorità”.


Capi e testimonial agli antipodi? Col bustier sul mini-vestito si è fatta subito paparazzare Kim Kardashian, in tuta una delle prime uscite da neo-mamma di Amal Clooney...
 @boria_a