Visualizzazione post con etichetta Vetements. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vetements. Mostra tutti i post

martedì 8 maggio 2018

MODA & MODI

I disoccupati non si mettono in felpa 



 

Attenzione alla scritta su felpe e magliette. Nel bicentenario della nascita di Marx, il proletariato è intoccabile, almeno per la moda. Lui, il filosofo autore del Capitale, è diventato icona pop come il Che, ma guai a ironizzare sulle classi operaie. Il grande fratello della Rete è insorto contro gli slogan “unemployed”, “broke”, “working class” - disoccupato, squattrinato, proletario - e su qualsiasi riferimento alla parola “povero” stampata su capi d’abbigliamento. “Too poor for Dior”, recita una t-shirt. E un brand ha varato la linea per “council estate princess”, principesse delle case popolari: niente da fare, anche dove la dissacrazione è palese e l’ironia leggera, gli internauti hanno storto il naso. Su questi temi non si scherza.

Alcuni dei brand o delle catene chiamati in causa si sono affrettati a fare ammenda e a togliere dalla produzione i capi incriminati, primo fra tutti H&M e la sua felpa del disoccupato, di un bell’arancione segnaletico da cantiere stradale. Il prezzo popolare, in questo caso, ha infastidito ancora di più gli internauti, come se la scritta fosse una presa in giro, un doppio tradimento da parte di una catena di fast fashion nei confronti di chi può permettersi solo i suoi vestiti: “lavoro ma non ho i soldi per comprare la tua felpa del disoccupato”, ha chiuso la vicenda un utente di Twitter.


Anche la Rete, però, ha pesi e misure. E la stessa levata di scudi non ha investito un brand modaiolo come Vetements, che, dopo aver ipnotizzato tutti con la presa in giro della maglietta identica (prezzo a parte) a quella dei corrieri Dhl, a chi aspira a sentirsi proletario vende - per parecchie centinaia di euro - pantaloni di cotone da disadattato urbano, “chav lounge pants”. Ipocrisia? In fondo anche Maria Grazia Chiuri, direttore artistico di Dior, ha mandato in passerella t-shirt bianche con la scritta “dovremmo tutti essere femministi”: uno straccetto da attivista glam al prezzo di 550 euro, accolta da molti consensi per l’impegno. Donne discriminate, disoccupati e poveri: tutti sul mercato. Con un'unica differenza: prezzo e griffe.


I più lungimiranti, a questo punto, sono i clienti H&M che si sono accaparrati la tuta “unemployed” prima della censura. Se sono disoccupati o mal occupati davvero, ora si ritrovano per le mani una limited edition. Non risolverà i loro problemi, ma almeno potranno levarsi qualche sfizio.

@boria_a

martedì 24 aprile 2018

MODA & MODI

 Il logo, hashtag per riconoscersi





Il gigantesco aquilotto stampato su felpe e maglioni negli anni Ottanta era probabilmente il pezzo più economico che si potesse acquistare per segnalare agli altri di possedere un capo di Armani, fosse anche emporio, la linea cheap. E quindi di far parte della cerchia consapevole dei “logati”. Chi invece poteva permettersi una griffe ugualmente esibita ma più costosa - “la” Vuitton, status symbol per eccellenza - o, per esempio, i bauletti monogrammati di Dior, tutte borse rigorosamente col lucchetto firmato e dorato (all’epoca difficile e costoso da imitare, a garanzia quasi assoluta di unicità), considerava i volatili di Armani roba da parvenue, tanto più grandi quanto lo era il “vorrei ma non posso” dell’interessato. Dimensioni a parte, il logo a vista, aveva un connotato identificativo: paradossalmente, pubblicizzare un brand, “uniformarsi”, rendeva distinguibili da quanti ignoravano o snobbavano i codici della moda.

Poi vennero gli anni Novanta e il minimalismo che soffiava dal Giappone spazzò via la marca esibita. In un capo di Yamamoto a vista c’erano solo le cuciture, quasi fosse ancora da finire, e, per riconoscerlo al primo sguardo, bisognava avere un colpo d’occhio da iniziati. L’invisibilità era esclusività. Agli inizi del Duemila, la bibbia “No logo” della scrittrice Naomi Klein inchiodava lo strapotere delle multinazionali, più concentrate sulla diffusione del marchio, che sul prodotto in sè. Vestirsi brandizzato era ordinario, ostentazione volgare, e la diffusione di imitazioni sempre più perfette rendeva arduo distinguere l’autentico dal falso. Le griffe superlusso riducevano l’esposizione.


E oggi? Il brand risorge, macroscopico. Che la griffe abbia o meno una lunga storia alle spalle, punta sul suo nome, intero o monogramma, arrivando a ricoprire di loghi tutta la superficie a disposizione. Dal lusso allo sportwear, da Balenciaga a Louis Vuitton, passando per Dolce Gabbana, Fendi, Versace, Max Mara, fino ad Adidas e Nike, è tutto un citarsi scopertamente e citare anche le proprie imitazioni (Guccy) o i marchi di altri (la maglia del Dhl fatta da Vetements), per inglobare nel logo chi se ne appropria storpiandolo o per inglobare quello di altri, in una sorta di upgrade, rendendolo oggetto di desiderio.


Nel mondo degli Instagramers i loghi sono hashtag, richiami immediati e sintetici. Il meccanismo è simile a quello originario: indicatori non di censo ma di appartenenza a una comunità, che, attraverso il logo si riconosce, gioca o esclude.
@boria_a

lunedì 9 aprile 2018

MODA & MODI

Vestirsi da corriere, ma senza ironia


 

 Nel 2016 una t-shirt col logo del Dhl ha fatto impazzire il mondo della moda. L’ha mandata in passerella a Parigi Demna Gvasalia, designer georgiano allora pressoché sconosciuto, firmandola col nome del suo brand, Vetements. La maglietta era la copia identica di quella dei dipendenti del corriere tedesco, con una piccola differenza: costava 250 dollari (contro i sei del negozio online della società).

Il prezzo, non altro, ne ha fatto subito un oggetto iniziatico, insieme al numero limitato dei pezzi a disposizione e quindi al tempo da perderci per entrarne in possesso. Liste d’attesa come per la Birkin di Hermès, un mercato parallelo in rete a cifre da capogiro, molte star dello spettacolo, da Kanye West a Céline Dion, griffate Vetements in prima fila alle sue sfilate. Da allora nessun giornale ha smesso di interrogarsi: presa in giro o nuovo orizzonte creativo? Ironia o business spregiudicato?

Nemmeno i tedeschi hanno protestato, anzi, hanno sfruttato la febbre mediatica, con l’amministratore delegato Dhl in t-shirt Vetements. Nè si sono sollevate le polemiche che, nel 2014, avevano censurato la collezione di Moschino, firmata Jeremy Scott, e ispirata alle divise di McDonald’s (un tailleur come il grembiule indossato da un dipendente del fast food che in un mese non guadagna nemmeno la cifra per comprarne una parte? Vergogna). Gvasalia, intanto, è diventato direttore creativo di Balenciaga e l’innamoramento per lui non si è incrinato.

Finora. Perchè il sito Highsnobiety, un bibbia mondiale dello streetwear, citando buyer, ex dipendenti, consulenti del lusso, tutti rimasti anonimi, ha diffuso un quadro funesto: Vetements non sarebbe più un oggetto del desiderio, aumentano gli invenduti e gli sconti sui capi toccano anche il 90%. Gvasalia, dicono, ha continuato a giocare sul sicuro, con poca fantasia, ma la costante dei prezzi alle stelle (una felpa con il logo dell’Unione Europea a 750 dollari, una t-shirt con il rapper Snoop dogg a 924...).


E Gvasalia? Pare che l’ironia l’abbia esaurita: il giornalismo che ora lo dà in crisi (Highsnobiety era uno dei suoi fan) è naturalmente “wannabe”, “opportunista” e basato su pettegolezzi e bugie, perchè la moda “riguarda gli abiti, non l’hype e il gossip inutile”. Hype e gossip, peraltro, che hanno lanciato il suo giovane brand, aprendogli la strada verso Balenciaga, griffe da svecchiare ma con storia, archivio, tradizione di qualità ben consolidati. Vetements non li ha (forse per questo, se i numeri lo confermeranno, arranca?), non può ispirarsi al passato togliendogli la polvere con un guizzo di underground, e gli serve qualcosa di più del gioco, ripetitivo, della copia per fidelizzare i compratori.


L’ultima parola passa al mercato: saranno i compratori a decidere se sotto la t-shirt non c’è più niente.
@boria_a

martedì 25 aprile 2017

MODA & MODI


Il signor Levi's e il lato B s-cernierabile






Qualcuno ha parlato di Grande Apocalisse del jeans. Definizione azzeccata, nel doppio senso: apocalisse come “rivelazione”, secondo le sacre scritture, e come “calamità”, nell’uso comune. Chissà se il signor Levi Strauss, che registrò il brevetto del pantalone per minatori nell’anno 1873, si rivolterà nella tomba a vedere che cosa hanno combinato gli eredi del suo leggendario marchio. Perchè il modello nel mirino, l’“High-Rise Distressed Jeans”, nasce da un accordo tra la Levi’s e il brand più in voga del momento, Vetements del georgiano Demna Gvasalia. Che cos’hanno di speciale questi nuovi jeans? Intanto due lunghissime cerniere, che, volendo, aprono il pantalone su entrambe le gambe, rendendolo molto più stuzzicante e modaiolo di un paio di semplici calzoni da tutti i giorni. E fin qui non ci sarebbe nulla di particolarmente spiazzante. In fondo, dopo oblò, sforbiciate, inserti di plastica, orli sfilacciati, vite alte e vite a filo di osso sacro, la nuova stagione del denim doveva pur proporre qualcosa di diverso. 

La sorpresa, però, è legata a un’altra cerniera, un prolungamento di quella ordinaria in tutti i jeans, che nel modello “High-Rise Distressed” arriva da una parte all’altra, tagliando in due il sedere lungo la linea delle natiche. L’immagine è esplicitata sul profilo Instagram ufficiale di Vetements, dove, a cerniera abbassata, si vede una bel gluteo tondeggiante, kardashianesco, che occhieggia dal pantalone. Molto più neutra, se non addirittura sbrigativa, la descrizione del prodotto sul sito dov’è in vendita, MyTheresa.com, che si limita a parlare di “zipped details at the front”, dettagli di “lampo” davanti, sorvolando sul non trascurabile particolare del derrière scernierato.

Chi ha dovuto mettere in fila qualche parola per descrivere questi jeans ha fatto grandi esercizi di contorsionismo. Vetements è amatissimo da giornalisti e influencer e il suo designer, Gvasalia, che è lo stesso di Balenciaga, è riuscito a propinare spalle quadrate, pantaloni con le ghette, fuseaux e magliette identiche a quelle di Dhl, senza che nessuno battesse ciglio. C’è da scommettere che anche questa volta gli influencer si sdilinquiranno. Ma dovranno abbassare un bel po’ la cerniera posteriore per convincere i loro follower a seguirli (come recitava la pubblicità dei provocatori Jesus, anno 1973), anche perchè questi jeans toccano i mille ottocento dollari. Zip incluse.








@boria_a

domenica 26 marzo 2017

MODA & MODI

Fuseaux reloaded, da lasciare a terra

Cino Tortorella, il Mago Zurlì


 Fuseaux negli anni Ottanta, legging per le millennial. Si aggiornano le definizioni, ma la sostanza resta. Le passerelle ripescano uno dei capi più discussi degli ultimi decenni: il pantacollant. A nessuna, fashionista o no, oggi verrebbe mai in mente di chiamarli così, con quel nome un po’ casalingo e demodé che definisce al meglio la loro natura incerta. Sono un pantalone? No, troppo aderenti. Sono una calza? No, poco trasparenti. Un capo che si individua per avverbi dovrebbe essere bandito (e non solo dal guardaroba), senza ripensamenti.

L'ha fatto la United Airlines, impedendo a due ragazze di salire a bordo di un aereo diretto da Denver a Minneapolis, perchè i loro leggings non erano adeguati al "dress code" imposto ai dipendenti e - come in questo caso - ai loro parenti, che volano con un "pass" speciale. Si potrà discutere sulla rigidità della regola, vista la giovane età delle malcapitate, ma sull'inadeguatezza dei leggings a rientrare in qualsiasi codice di buon gusto, la compagnia aerea merita un applauso.

E invece gli stilisti insistono, quest’anno prendono i vecchi fuseaux e li allungano fino a coprire le scarpe, li colorano di tinte accese e li allungano fino a rivestire i piedi. Da pantacollant a pantascarpa 2.0.

Agli inizi degli anni '89 li portavano Cher e Olivia Newton-John, quando avevano boccoli e cotonature, e il decennio degli eccessi era agli albori. Stavano meglio all’autentico antesignano del genere, il mago Zurlì che ci ha appena lasciato, immune dal ridicolo anche in collant e pampers, vent’anni prima. Così non si può dire delle odierne paggette di Demna Gvasalia, designer di Balenciaga e Vetements, che più infligge recuperi crudeli e masochistici (dalle spalle quadrate alle ghette) più strappa cori di ammirazione al front row delle sfilate. E con l’effetto elfo dei suoi nuovi fuseaux colorati su camicie ruscellanti di pieghe e simil-fusciacca in vita, questa volta chiede alle fan la più cieca prova di fedeltà (e di ardimento).


L'elfo di Balenciaga, primavera 2017


Balenciaga, primavera 2017

Promossi in passerella per la primavera, riediti da tutti i brand del lusso, dalla strada in realtà i fuseaux non si sono mai schiodati. Difficile trovare un altro pezzo di abbigliamento che riesca così bene a conciliare gli opposti: democratici e trasversali, popolari e selettivi. Di dubbio gusto, ma piacciono a tutte. Intergenerazionali per eccellenza, li mettono le bambine all’asilo e le signore della ginnica terza età. In una qualsiasi scuola superiore sono divisa per osmosi, imposta dai codici vestimentari del “branco” più di un’uniforme a Eton.


Omogeneizzano, fanno sentire facilmente “in” qualcosa (anche se non si capisce "cosa"), e rassicurano al punto da cancellare specchio e senso critico, soprattutto in chi ne avrebbe un gran bisogno. Perchè i fuseaux stanno male quasi a tutte, radiografano ed evidenziano, non c’è difetto che non esploda.
Contengono gli opposti, appunto: sembrano inclusivi, ma sono più discriminatori che mai.
Ed è giusto lasciarli a terra.
@boria_a

lunedì 14 marzo 2016

MODA & MODI

Demna e Issey, la rivoluzione si fa senza parole


Demna Gvasalia e Issey Miyake. Il primo è il designer di cui la moda è stata presa da repentina infatuazione, il giovane georgiano poco più che trentenne “scoperto” da ITS a Trieste nel 2004, oggi a capo del suo brand “Vetements” e anche direttore artistico di Balenciaga. La prima collezione dal suo insediamento nella storica maison ha appena sfilato a Parigi, mandando in visibilio i commentatori.






Balenciaga: prima collezione firmata da Demna Gvasalia (f. Monica Feudi)

Dell’altro, del maestro Miyake, 78 anni, uno dei pochi designer che il New York Times ha definito “genio”, si aprirà il 15 marzo al National Art Center di Tokyo la mostra “The work of Miyake Issey”. Cognome prima del nome, una scelta voluta proprio da lui per prendere le distanze dal suo marchio e riandare invece all’essenza del percorso artistico, di intuizioni riconducibili sempre alla stessa matrice: semplicità, eleganza, pulizia.



 
Marzo 2016: autunno inverno 2016/17 Issey Miyake


Non hanno niente in comune l’enfant prodige Demna e uno degli ultimi grandi della moda, che, sopravvissuto all’atomica sganciata sulla sua città natale, Hiroshima, quando aveva sette anni, ha esorcizzato l’orrore delle memorie nella purezza delle linee, comprensibili al primo sguardo, a tutti. Niente in comune, se non il condividere spazi delle cronache fashion di questi giorni, inversamente proporzionali al loro peso.


Si grida al miracolo per Gvasalia, per l’impresa di aver contaminato il dna del visionario Balenciaga con lo streetwear della sua generazione. Tailleur rivisitati enfatizzando a dismisura i fianchi, plateau altissimi, camicione su gonne di tweed, bomber e pelliccette. Per capire quest’operazione, marchio storico più linfa nuova, bisogna passare per la creatura di Gvasalia, Vetements. Così almeno ci spiega l’autorevole commentatrice Suzy Menkes: abiti meno lussuosi, più avvicinabili, più adatti al mondo duro di oggi.


 
Balenciaga secondo Demna Gvasalia (foto Monica Feudi)


 

Nel ’91 Miyake inventò Pleats Please, tutta una linea di pezzi di poliestere plissettato a caldo, che prendono la forma del corpo, si lavano in lavatrice e si asciugano in mezz’ora, non perdono la piega nè il colore, non vanno mai fuori moda perchè non hanno moda.

 
Pleats Please nell'interpretazione del fotografo Yasuki Yoshinaga








L’evoluzione è stata A-poc, acronimo di A piece of Clothes: un tubo di stoffa cucita da tagliare e modellarsi addosso a piacimento.




Durante il maggio francese Miyake lavorava con Laroche e Givenchy: «Ho capito il quel momento che il vestito deve essere concepito come un elemento che riflette lo stile di vita della gente e fa cadere le barriere tra generazioni».
La rivoluzione, anche nella moda, non ha mai bisogno di tante parole.

twitter@boria_a

leggi anche:
http://ariannaboria.blogspot.com/2016/03/la-mostra-issey-miyake-making-things.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2015/10/gvasalia-dalla-passerella-di-trieste.html

http://ariannaboria.blogspot.com/2015/10/demna-gvasalia-trieste-giurato-its-2015.html





mercoledì 7 ottobre 2015


L'INTERVISTA

Demna Gvasalia: dalla passerella di Trieste a Balenciaga
"Fully dressed with smile"




 
Demna Gvasalia nel luglio 2004 a Trieste, quando vinse la terza edizione di ITS


Undici anni dopo la sua vittoria a ITS Three, fashion contest di Trieste - all’epoca talento ventitreenne nato in Georgia e allievo dall’Accademia di Anversa - Demna Gvasalia è diventato il nuovo direttore artistico di Balenciaga, al posto del designer americano Alexander Wang, che già da mesi i rumors modaioli davano in partenza dalla storica maison francese. Nel 2004, sulla passerella del Salone degli Incanti a Trieste, Demna aveva fatto sfilare una collezione maschile di viaggiatori globali, ricercati nei dettagli ma non leziosi, intitolata "Fully dressed without a smile", che aveva conquistato la giuria, composta, tra gli altri, da Antonio Marras, Raf Simons, Ennio Capasa, Richard Buckley, Wilbert Das, all'epoca direttore creativo di Diesel.
Uomini, quelli di Demna, calati in giubbotti di pelle e lana, in trench e giacche lunghe su pantaloni o tute morbidi ai fianchi e affusolati ai polpaccio. Uno stile, il suo, fin dal debutto caratterizzato dallo stravolgimento delle proporzioni e dalla scomposizione di capi dell’abbigliamento classico per ricavarne pezzi nuovi, non tracciabili, destinati a un mercato giovane, internazionale, underground. Sono proprio queste le ragioni che hanno fatto cadere su di lui la scelta di Balenciaga, dopo averlo visto alla prova del mercato con il suo brand, “Vetements”, con base a Parigi, premiato dal mercato, soprattutto americano e coreano, dopo appena due anni di vita, osannato dalla stampa ed entrato nei gusti di celeb come Kanye West e Jared Leto.
«Volevamo proprio qualcuno con una visione, capace di sparigliare le carte» ha dichiarato alla rivista WWD l’amministratore delegato e presidente di Balenciaga, Isabelle Guichot, che ha paragonato l’approccio del designer georgiano a quello dello stesso Balenciaga, il grande spagnolo che approdò a Parigi nel 1937 imponendo il suo stile visionario e originale. «Gvasalia - ha proseguito Guichot - ha la stessa propensione a sfidare le convenzioni, mettendo in discussione i metodi standard dell’industria e scegliendo un approccio sociologico per analizzare che cosa innesca il desiderio del consumatore».
L’aveva anticipato lo stesso Demna, in un’intervista del luglio scorso al quotidiano di Trieste Il Piccolo, in occasione del suo ritorno a Trieste come giurato nella scorsa edizione di ITS e sull’onda del successo della collezione autunno-inverno 2015 di “Vetements”, sfilata nel sexy club gay Le Depot a Parigi: «Per me - aveva sottolineato il designer - la creatività è avere idee che eccitano e motivano lo sviluppo e il desiderio. È molto facile combinare creatività e business, quando le idee si combinano con il desiderio. La nostra squadra si basa sulla discussione e il confronto. Parliamo molto, lavoriamo con statistiche e facciamo ricerche teoriche su cosa piace indossare alla gente che ci piace e che prendiamo come punto di riferimento. Analizziamo come si veste e come possiamo intervenire su questi elementi per creare un prodotto nuovo».
Trentaquattro anni, una laurea in economia all’Università di Tbilisi, Demna Gvasalia, dopo il successo triestino e la laurea in fashion design ad Anversa nel 2006, ha collaborato con Walter van Beirendonck per la sua collezione maschile, quindi è passato alla maison Margiela con la responsabilità della collezione donna e, nel 2013, a Louis Vuitton, con l’incarico di senior designer per il prêt-à-porter donna, prima a fianco di Marc Jacobs poi di Nicolas Ghesquière. Ora prende le redini di un marchio del lusso che fa parte del gruppo Kering, con cui debutterà a marzo alla Parigi Fashion Week. Sotto la sua direzione, Balenciaga dovrà preparare due importanti anniversari nel 2017: i cent’anni di fondazione del marchio e gli ottanta dall’apertura del primo negozio sull’Avenue George V, vicino agli Champs-Èlysées.
«Sono estremamente onorato ed eccitato dell’opportunità di portare la mia visione creativa da Balenciaga - ha commentato Demna a WWD - una maison con una storia eccezionale, capace di superare i confini della modernità nella moda. Non vedo l’ora di espandere il dna di Balenciaga e scrivere insieme alla squadra un nuovo capitolo della sua storia».
Nel luglio scorso, al Piccolo, il designer aveva raccontato che il suo brand, Vetements (che continuerà a disegnare), era nato dall’esigenza di esprimere se stesso «senza condizionamenti e da un senso di liberazione». E, a proposito dei ritmi del fashion system, che marcia con nuove collezioni ogni quattro mesi: «Non mi piace il modo in cui impone le sue regole. Tutti le devono seguire. Semplicemente non ero d’accordo».

Ora, con Balenciaga, Demna si rimette in gioco.
twitter@boria_a

venerdì 10 luglio 2015

IL PERSONAGGIO

Demna Gvasalia a Trieste, giurato a ITS 2015 (10-11 luglio): "Non mi piace come il fashion system impone le sue regole"


Demna Gvasalia

 


Undici anni dopo il georgiano Demna Gvasalia ritorna a Trieste con lo stesso modo di lavorare in testa: prendere un pezzo di abbigliamento classico, maschile o femminile, scomporlo e poi reinterpretarne dettagli, stampe e forma in chiave moderna. Allora, nel 2004, applicando questo criterio a una collezione uomo dal titolo singolare, "Fully dressed without a smile", vestito di tutto punto senza un sorriso", vinse il "Fashion collection of the year", il premio più importante di ITS Three. Uomini con bei giubbotti di lana e pelle, trench e camicie con un accenno di sparato, pantaloni morbidi sui fianchi e affusolati ai polpacci: il tutto decostruito e ricostruito fino a creare uno stile metropolitano, aggressivo ma anche morbido, ironico.
Il successo ha aperto a Demna, uscito dalla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, le porte degli uffici stile di Martin Margiela e Louis Vuitton, dove si è fatto le ossa ma ha anche capito quanto possa essere stritolante il calendario del fashion system, con le sue collezioni obbligate ogni quattro mesi.
Il sorriso era scomparso anche a lui. Così, un paio d'anni fa, con alcuni giovani designer all'epoca inseriti in altri marchi, Demna ha deciso di prendersi tempi diversi e dar vita a un nuovo brand, Vetements, con base a Parigi, che, ancora una volta, rilegge l'abbigliamento classico sballandone proporzioni e accostamenti, per vestire un popolo giovane e underground. Vetements - vestiti, appunto, perchè il focus è sui capi non sulla griffe - è stato selezionato quest'anno tra i finalisti del LVMH Young Fashion Designer Prize e nei mesi scorsi si è conquistato i titoli dei magazine specializzati proponendo l'ultima collezione, autunno-inverno 2015, nel sexy club gay Le Depot, a Parigi, una location efficace per rappresentare i lati controversi della moda. Così Demna, quest'anno giurato a ITS 2015, ci racconta le sue scelte.
Quando lavorava per altri brand, che cosa non le piaceva del fashion system?
«Il modo in cui impone le sue regole. Tutti le devono seguire. Semplicemente non ero d'accordo».
La pressione e i ritmi serrati delle collezioni hanno finito per bloccarla?
«No, anzi. La pressione per me ha funzionato all'opposto, ha stimolato la nascita di un'idea creativa personale e la voglia di metterla alla prova. E mi ha motivato nella decisione di dar vita a un brand tutto mio».
Quindi "Vetements" è nata dall'esigenza di lavorare secondo i suoi ritmi?
«Direi piuttosto dall'esigenza di esprimere me stesso senza condizionamenti e da un senso di liberazione».
Lei è alla guida di un gruppo di designer che vogliono restare anonimi. C'è l'idea di privilegiare la "squadra" piuttosto che i singoli?
«Ho fondato personalmente il brand e ora ne ho la direzione creativa insieme al mio team. Alcuni si occupano del design, gli altri dello sviluppo del prodotto e delle vendite. Siamo in pochi, quindi è inevitabile che tutti facciano un po' tutto. La squadra è composta da gente giovane e divertente e funziona. Ma nessuno si sente a suo agio a essere ripreso o fotografato, così per noi è stata una scelta del tutto naturale rimanere sullo sfondo del nostro lavoro, che in ogni caso deve parlare da solo».
Per lei cos'è la creatività? E va d'accordo col business?
«Creatività per me significa avere idee che eccitano e motivano lo sviluppo e il desiderio. E non solo è possibile ma anche molto facile combinare creatività e business, quando le idee si combinano con il desiderio».
Come lavora il gruppo di Vetements per una nuova collezione?
«La nostra squadra si basa sulla discussione e il confronto. Parliamo molto, lavoriamo con statistiche e facciamo ricerche teoriche su che cosa piace indossare alla gente che ci piace e che prendiamo come punto di riferimento. Analizziamo come si veste e come possiamo intervenire su questi elementi per creare un nuovo prodotto».
E l'ispirazione da dove vi viene?
«Dalla strada, dalla gente intorno a noi, dalla gente reale, dai nostri amici. E poi da Internet, Instagram, Facebook, dalle file nei supermercati, dai codici del vestire».
Avete in mente una donna o un uomo particolari quando disegnate?
«Cool, naturalmente».
È vero che le piacerebbe collaborare con Ikea?
«Oh, l'ho detto molto tempo fa... I nostri desideri cambiano e si evolvono con il tempo. Adesso penso piuttosto a una collaborazione con Walmart. Ma su questo progetto davvero non posso sbilanciarmi di più».
Che cosa le ha lasciato il lavoro da Martin Margiela e Vuitton?
«Esperienza preziosa e maturità professionale».
Si ricorda quella notte a Trieste, nel 2004, quando vinse il premio più importante di ITS Three?
«Certo: una gioia infinita, motivazione forte e molti vodka-Red Bull.
Da giurato, che cosa cercherà nelle collezioni dei finalisti?
«Individualità».
twitter@boria_a

"Fully dressed without a smile" la collezione con cui Demna Gvasalia ha vinto ITS Three a Trieste nel 2004 (foto Andrea Lasorte per Il Piccolo)