venerdì 26 agosto 2016

IL LIBRO

 Truman Capote e la morte dei cigni






Lui, l’elfo colto e affabulatore, intelligente e spietato, il “finocchio tascabile” che sapeva rendersi gradito, e indispensabile, a signore ricchissime e annoiate. Un animale da salotti di Park Avenue, sempre pronto a ricevere e custodire confidenze, a fare incetta dei frammenti dell’infelicità altrui. Lei, la più bella delle sue amiche, la regina di quel piccolo, esclusivissimo, gineceo di gran dame dai cognomi altisonanti e foderati di soldi, efebica ed eterea, mai un’imperfezione, uno sbavo nel make up, mai un gioiello non adeguato all’abito e al contesto.

Truman Capote e Babe Paley. Si amano di un amore impossibile, lo scrittore acclamato di “A sangue freddo”, omosessuale dichiarato, e la miliardaria sposata in seconde nozze col fondatore della Cbs. L’unico amore possibile tra loro, diversamente e ugualmente, in fondo, feriti, Truman da una madre che l’ha abbandonato, Babe da un marito che la tradisce: un’alchimia di tenerezze e sfrenatezze, pettegolezzi e confessioni, mondanità e inutile intimità, balli e champagne, fino a quando quell’equilibrio tra diseguali, quella dipendenza dorata e malata, andrà in pezzi come il mondo a cui appartiene.



Truman Capote e Babe Paley


Babe Paley è uno dei “cigni” di Truman Capote. Le altre sono Gloria Guinness, Pamela Harriman, Slim Keith, Marella Agnelli, C.Z. Guest, facoltose mogli di mariti potenti e fedifraghi, alla cui corte, tra ricevimenti e inviti in ville e yacht, Truman viene ammesso e poi si annida, ascoltatore assiduo e brillante, grande orecchio di frustrazioni e amarezze varie, dispensate con l’implicito patto della segretezza. Truman “Cuore Sincero”, come lo chiamano, che di Marella, dice, «poteva essere una creatura di Botticelli, se Botticelli avesse avuto più talento!». 


Si apre a “La Côte Basque”, il famoso ristorante francese di Manhattan, il 17 ottobre 1975, lo splendido “I cigni della Quinta Strada” di Melanie Benjamin (Neri Pozza, pagg. 370, euro 18,00), il racconto romanzato, spietatamente verosimile, del tradimento di Capote - a quel tavolo di ristorante definito ora il “nanerottolo”, il “bastardo”, la serpe in seno, in un fremito scioccato di perle e piume sopra le coppe di Cristal - nei confronti delle sue coccolate vestali. E soprattutto di Babe, l’amatissima, che di quei panni sporchi, per quanto griffati Chanel e Balenciaga, messi volgarmente in piazza, di quei tradimenti dati in pasto a tutti, morirà, consumata in egual misura dal cancro ai polmoni e dal disinganno.
Di che cosa si è macchiato l’elfo dalla pronuncia blesa? Quel giorno del ’75 era uscito sulla rivista Esquire l’atteso racconto “Le Côte Basque 1965” (parte di un romanzo, “Preghiere esaudite”, mai completato), in cui un Capote grasso e pallido, come appariva sulla copertina del magazine, raccontava l’anno più splendido, il 1965 appunto, dei suoi cigni e del loro mondo sideralmente privilegiato, in quel ristorante francese, tempio mondano del pettegolezzo.
Neanche dieci anni erano passati dal successo di “A sangue freddo”, pubblicato nel 1966, e dal “Black and White Ball”, organizzato da Capote nel novembre dello stesso anno all’Hotel Plaza di New York, l’evento mondano del secolo per cinquecento selezionatissimi invitati con obbligo di maschera (c’erano i Vanderbilt e gli Agnelli, John ed Edward Kennedy e i duchi di Windsor, Warhol e Nureyev, i Ford e i Rothschild, Stavros Niarchos e i Ford, Arthur Miller e John Steinbeck, Frank Sinatra e Mia Farrow...) il party con cui lo scrittore nato povero e diventato celebre e ricco, ricambiava i suoi favolosi amici, finalmente nella parte di munifico (e perfido) anfitrione.


 
Marella e Gianni Agnelli al "Black and White Ball" di Truman Capote. Lei indossa un abito da sera firmato Mila Schön




 


 
Lee Radziwill e Truman Capote al "Black and White Ball". Anche Lee veste Mila Schön



Ne “Le Côte Basque 1965” Capote denudò i suoi cigni. Divulgò paure e origini plebee, infelicità e superficialità, alzò il prezioso tappeto sotto cui si nascondevano i letti frequentati, le corna, il disinteresse per i figli, l’orrore del cedimento fisico e i lifting, la fatica di portare sulla schiena l’impegno di essere sempre magnifiche mentre avanzava l’era nuova delle bellezze anoressiche e asessuate alla Twiggy.


Babe Paley fotografata da Alfred Eisenstaedt per "Life"


Ann Woodward, di cui, sotto un nome finto ma facilmente riconoscibile, Capote rivelò l’assassinio del marito tenuto segreto dalla famiglia, si suicidò con in mano il numero di Esquire alla pagina di “La Côte Basque 1965”. Babe Paley apprese dal racconto i particolari trash dell’ennesima storiazza del marito, forse con la migliore amica. Nessuno dei cigni perdonò al loro protetto di aver fatto quello per cui l’avevano accolto e vezzeggiato: lo scrittore. Che di tutto poteva dire fuorchè di loro e della loro Camelot che si sbriciolava, mentre lui, che l’aveva lusingata e cinicamente spiata, ne seguiva il declino.

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domenica 21 agosto 2016

MODA & MODI

La tuta fa la differenza



Gocha Rubchinskiy


 Da un po’ di tempo è la parola magica. Quando transita sulle passerelle un uomo disossato, con i pantaloni che paiono scivolare via dai fianchi appuntiti e il pallore incorniciato da una camicia col fiocco, i commentatori recitano all’unisono: genderless. O anche a-gender, senza sesso. Come dire: è un lui che potrebbe essere una lei, perchè veste capi senza connotazioni di genere, non indossa niente che lo inchiodi a una superata - almeno nel guardaroba - divisione tra maschi e femmine.

Più facile a dirsi che a vendersi, probabilmente. Qualcuno, nell’altra metà del cielo, si è stancato di rinunciare a una sacrosanta differenza. Non ne può più di pizzi, calze, mocassini col pelo, gillettini e pelliccette che si appicciano al torace, camiciole da contendersi. Ha la nausea di vestiti crossover, in tutti i sensi senza attributi. E ha deciso di cancellare dal suo armadio quell’alfa privativo, senza per questo imbustarsi in un doppiopetto.
La reazione al genderless non ha niente di ferrigno o costringente. E non potrebbe essere altrimenti, perchè la moda maschile da tempo smussa, addolcisce, allenta, rende fluidi i contorni.


Così, la noia dell’iperfemminilizzazione, ha riportato in auge un capo basic: la tuta da ginnastica. Che può essere morbida, adattabile, mix di libertà e confortevolezza, ma senza leziosità. Sportswear “promosso” ad abbigliamento per ogni momento della giornata, basta cambiare i materiali, spezzare gli accostamenti, giocare con un pezzo casual e un altro più formale. Abbinare l’inosabile: calzoni con le pinces e giacca da allenamento alla Rocky Balboa, come ha fatto Gosha Rubchinskiy nella sua collezione nostalgica dello sport inespugnabile dell’era sovietica.

Nelle ultime sfilate maschili le tute sono spuntate ovunque: tradizionalissime nei materiali e nelle tinte o più “preziose”, di velluto e ciniglia, in colori neutri o brillanti. Con la giacca chiusa dalla zip fino al collo, la geometria delle righe su braccia e gambe, i cappucci e i pantaloni da stringere coi lacci.


Il messaggio è duplice: sono alla moda ma non ossessionato, informale eppure non classico. Certo, sono combinazioni ancora di nicchia, per maschi attenti a quello che accade in passerella. E sarà più facile calarsi interamente in una tuta da ginnastica versione deluxe che avventurarsi negli assemblaggi, col rischio di sembrare usciti da un campeggio o dare l’impressione di aver pescato alla cieca nell’armadio. Ma la tuta fa la differenza. Quell’alfa che omologa i sessi è sparito e il gender, almeno un po’, vendicato.

O rivendicato.
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domenica 14 agosto 2016

 IL PERSONAGGIO

Fulvia Levi Bianchi, da Trieste al mondo l'arte dalle uova d'oro


Fulvia Levi Bianchi, pittrice e scultrice nata a Trieste nel 1927 e morta a Milano nel 2006



Milano, sua città d’adozione, l’ha riscoperta un paio di mesi fa. Trieste, sua città natale, l’ha dimenticata. Un peccato veniale, un’omissione colposa, per una volta. Perchè la vita di Fulvia Levi Bianchi, pittrice, scultrice, designer morta nel 2006, si è svolta lontano da qui, a Milano, dove aveva casa e laboratorio, ma anche tra New York, Madrid, Parigi, e molte altre città del mondo, dove ha esposto e frequentato gallerie, colleghi, il bel mondo internazionale.
Nel giugno scorso, a dieci anni dalla morte di “Fufi”, com’era chiamata Fulvia, la figlia Francesca Levi Tonolli ha deciso di ricordare la madre e l’artista («un tutt’uno, sempre - ricorda - in una donna affascinante, volitiva, energica, triestina al cento per cento») con una mostra, realizzata insieme a Luigi Pedrazzi alla Fabbrica del Vapore di Milano, in collaborazione col Comune. L’hanno intitolata “Ab Ovo”, in omaggio a quello che è stato l’elemento fondante della pittura e scultura di Fulvia, l’uovo, espressione della nascita, della generazione e della rigenerazione. Lo stesso titolo dell’ultima esposizione dell’artista, nel 2004, allo Spazio Oberdan di Milano, corredata, come questa, da un catalogo edito da Skira e con un saggio di Martina Corgnati.


 
Fulvia Levi Bianchi


La mostra alla Fabbrica del Vapore, dal 25 maggio al 26 giugno scorso, è stata la prima antologica dedicata a Fulvia Levi Bianchi. Una sessantina di opere per ripercorrere un momento cruciale e fecondo dell’arte milanese, e italiana, tra gli anni ’50 e ’70, che videro Fulvia protagonista accanto a Gianni Dova, Enrico Baj, Giorgio de Chirico, Roberto Crippa, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, grandi maestri, ma per lei interlocutori e soprattutto amici, che frequentavano il suo salotto e godevano della sua ospitalità. Non a caso, alla Fabbrica del vapore, è stata allestita una tavola imbandita, con il nome degli artisti-amici di Fulvia e, su ciascuna sedia, la riproduzione di una delle loro opere.



La mostra "Ab Ovo" alla Fabbrica del vapore di Milano

 
Divano e quadri in perspex di Levi Bianchi


 

«La mostra è stata un successo. Molti, che pur conoscevano mia madre, mi hanno detto: “non sapevo che faceva cose così belle”», testimonia la figlia Francesca. «Ora, grazie alla galleria Mazzoleni, stiamo lavorando per riproporla a Torino e, tra un anno, a Londra».
Ma chi era Fulvia Levi Bianchi? E perchè è stata dimenticata? Nata nel 1927 a Trieste (la mamma era Ada Polacco, sorella di Carlo - Carluccio - direttore delle Generali, il padre un milanese) da famiglia ebrea, Fulvia si trasferisce in Lombardia negli anni delle leggi razziali e della guerra, poi a Milano per studiare all’Accademia di Brera. Quelli che diventeranno esponenti di punta dell’arte italiana, sono suoi compagni e amici. «Dipingeva da quando era nata», racconta Francesca. «Nella compagnia era sempre molto richiesta, suonava la chitarra, aveva un carattere allegro, forte, catalizzante».



Fulvia, con la mamma Ada Polacco e lo zio Carlo, direttore delle Assicurazioni Generali


A Milano conosce Giacomo Levi, industriale veneto, con cui si sposa e da cui avrà la figlia. Una signora benestante, che vive in un bel palazzo nel centro di Milano, ma che non vuole e non può rinunciare alla sua passione, conciliando il ruolo di moglie e madre con pittura e scultura. Non c’è da meravigliarsi che la guardino con sospetto da entrambe le parti, sia le sue amiche altoborghesi che gli amici bohemien. «Conduceva una vita artistica molto da uomo - prosegue Francesca - faceva mostre, si costruiva una carriera. E meno male che mio padre era di ampie vedute, perchè la nostra casa aveva un’atmosfera molto creativa, la frequentavano pittori come Giorgio de Chirico, Roberto Crippa, Lucio Fontana con la moglie Rosita, il cubano Wifredo Lam, e critici, storici dell’arte e letterati come Raffaele De Grada, Arturo Schwarz, Carlo Castellaneta. Nel suo ambiente, mia madre strideva un po’. Era donna, e in più moglie di un industriale, ha faticato per emergere, doveva sempre battagliare e in vita avrebbe meritato un successo maggiore di quello che ha avuto».



Fulvia Levi Bianchi con Lucio Fontana


Comincia a esporre a Milano con il gallerista Cortina a fine anni ’60 e il successo arriva. Lei è determinata, “andava nelle gambe del diavolo”, come ama ricordare Francesca. Nel ’68 segue il marito in un viaggio d’affari in Iran e l’allora console generale le commissiona il ritratto di Farah Diba e dello Scià, da donare a quest’ultimo per la sua incoronazione. L’opera rimarrà esposta alla corte di Teheran fino alla caduta del regime. Nello stesso anno il Comune di Milano la chiede un’opera per il cardiochirurgo Christiaan Barnard, in visita alla città.

La svolta nella vita di Fulvia Levi Bianchi avviene nel 1971, quando conosce il gallerista greco Alexander Iolas, allora uno dei più importanti al mondo, che ha lanciato nei suoi spazi espositivi artisti come Max Ernst, Roberto Matta, Andy Warhol. «Iolas - dice Francesca - la prese sotto la sua ala, decise di scommettere su di lei. Vide nell’uovo un segno da coltivare e le consigliò di lavorarci su. Doveva “pulirsi”, i suoi lavori erano troppo complicati». Con Iolas, dalla fine degli anni ’70, Fulvia Levi Bianchi espone a New York, Parigi, Atene, Madrid, e ancora a Barcellona e Amsterdam, oltre che a Milano. Il critico francese Pierre Restany la apprezza. L’uovo è il suo archetipo e per comprendere a fondo il ruolo che occupa nella sua pittura contatta uno studioso del calibro di Claude Lévi-Strauss: l’antropologo le dedica un saggio, lei un dipinto di cinque metri, un uovo che esce dal nero. Raggiunge quotazioni altissime. Conosce Warhol e lo ritrae. Insieme espongono in un grande loft newyorkese, mettendo a confronto le loro due Marilyn, quella di Fulvia svagata e trasognata: è un successo.

 

Fulvia Levi Bianchi con Alexander Iolas nella sua galleria di Milano (1970)


Nell’87 muore Iolas. «Mia madre diceva che non c’erano altri come lui e, da allora, decise di dipingere solo per sè. Non aveva bisogno di vendere quadri, era una donna agiata, e non trovava una galleria che le andasse a genio. Così si è chiusa, è stato uno sbaglio suo».
Due anni dopo, Fulvia Levi Bianchi decide di cambiare la sua vita. Non ha più la madre («con cui parlava di Trieste, in triestino. Il rapporto con la città era una loro esclusiva», sorride Francesca), da tempo è rimasta vedova, si è ammalata di tumore. Lascia il palazzo in centro e compra una fabbica dismessa e fatiscente, un ex laboratorio per i bagni d’argento, che ricostruisce secondo i suoi gusti per trasformarla in una luminosissima casa-studio. È forse il primo vero loft d’artista in una Milano ancora poco innovativa e finisce immortalato dalle riviste patinate.


Molti intellettuali e artisti si trovano da lei per chiacchierare in mezzo all’arte. Fulvia è amica degli stilisti Mila Schön e Ottavio Missoni, entrambi dalmati e triestini d’adozione, a “Tai” fa un ritratto, come ad altri grandi “milanesi” tra cui Giorgio Strehler (triestinissimo anche lui, suo malgrado), Armani, Krizia, Valentina Cortese, Umberto Veronesi. Il ritratto di Strehler viene offerto al Piccolo Teatro e collocato all’entrata.



Il ritratto di Ottavio Missoni firmato da Fulvia Levi Bianchi


Dal 1957, anno della prima mostra nella galleria Montenapoleone di Milano, alle ultime esposizioni tra la fine dei ’90 e i primi anni 2000 alla De Vorzon Gallery di Los Angeles e nel 2004 ancora a Milano, in quasi cinquant’anni di carriera, Fulvia Levi Bianchi si è misurata con tutto: ha realizzato imponenti sculture per la Ferrari e un prototipo di casco, ha collaborato con David Copperfield (e le sue opere, esposte al Magic Museum di Las Vegas, sono finite su una serie di francobolli che il celebre mago ha distribuito sul mercato americano), ha inventato gioielli e pezzi di design. Ha cominciato a dipingere influenzata dal surrealismo, è passata a un linguaggio metafisico e filosofico negli anni ’70 e ’80, per approdare, nel Duemila, a oli su ferro e suggestioni vicine alla grafica e all’architettura.



Marilyn Monroe di Fulvia Levia Bianchi

 
Mostra "Ab Ovo", omaggio a Klein




«Aggrediva la vita come un leone, il segno sotto cui era nata», conclude la figlia Francesca. «Ha dipinto fino alla fine. La pittura era tutto per lei, la riempiva di gioia e le dava la forza di superare i momenti terribili che il destino le aveva riservato: i lutti, la malattia. Mi ha lasciato una grande eredità, l’insegnamento di non fermarsi mai davanti a niente. Adesso mi piacerebbe portare le sue opere a Trieste, farla ricordare nella sua città, che amava tanto».

lunedì 1 agosto 2016

 MODA & MODI

Hillary ha detto "sì", in bianco 



 



Addio scrunchie, l’elastico fermacapelli di tessuto da istruttrice di aerobica, che portava quando era segretario di Stato. Adesso Hillary ha una costosissima “pob”, ovvero la “political bob”, mezza frangia per donne di potere che la accomuna ad Angela Merkel e Theresa May. La sua, però, ha una manutenzione da capogiro, se è vero che il coiffeur incaricato, John Barrett con “studio” da Bergdorf & Goodman sulla Fifth Avenue a New York, non mette mano alle forbici per meno di seicento dollari.

Dai capelli in giù, lo stile di Hillary Clinton, prima donna candidata alla Casa Bianca, si è adeguato al significato storico della nomination. Smesse le gonne e giacche matronali di quando era “solo” first lady, accantonati i colori marzapane da segretario di Stato (che al suo sedere non facevano un gran bene), Hillary ha detto “sì” al congresso democratico nell’ennesimo, adorato, tailleur pantaloni. Tutto il messaggio è stato affidato, e concentrato, nel colore: bianco. Diretto, semplice, assertivo, proprio i tre aggettivi utilizzati dai commentatori per definire il discorso di “accettazione”. Basta sdolcinatezze, arcobaleni, marzapane, per cui ha un debole ma non sono più in sintonia con la solennità dell’ora. Un total white autoritario - giacca, pantaloni, top, con décolleté mezzotacco color crema - l’ha resa unica, abbacinante nello sventolio frenetico delle bandiere, e, non a caso, perfettamente patriottica, preceduta e agganciata all'abito blu di Michelle Obama (lineare e molto chic, con gonna appena appena svasata, di Christian Siriano, talento uscito da Project Runway) e al rosso della figlia Chelsea, i colori della bandiera americana.






 




I commentatori fanno le pulci. E se il discorso regge, le spese per il nuovo guardaroba sono impallinate come le e-mail: una giacca di Armani da oltre 12mila dollari indossata a New York parlando di equità e stato sociale, una borsa di Ralph Lauren da 3500 per la prima visita in ospedale al secondo nipotino, peraltro infagottata come una nonna molto poco glamour.

Lei tira dritto e, complice il nuovo staff di guru dell’immagine, abbassa i toni cromatici. A Michelle veniva naturale sdoganare il “maledetto” ciclamino in un’occasione planetariamente mediatica come l’investitura di Barack per la corsa alla Casa Bianca. Hillary, che non ha dalla sua l’età, nè il fisico e l’empatia dell’attuale first lady, si rifugia nei basic: bianco, blu, una palette di crema. Tinte sobrie per veicolare un messaggio di solidità e fiducia nel futuro. Come dire: diffidate del platino sbrilluccicante del mio avversario, a cominciare dai suoi capelli.


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domenica 31 luglio 2016

IL LIBRO


 Linuccia Saba contro Marta Marzotto con i riti voodoo


 
Marta Marzotto (foto Roberto Granata)


 
Linuccia Saba con il padre Umberto



La scandalosa, incendiaria relazione tra Marta Marzotto e Renato Guttuso, amore clandestino apertamente praticato per vent’anni, ebbe un’avversaria irriducibile: Linuccia Saba. La figlia del poeta triestino, amica della moglie di Guttuso, Mimise Dotti, non faceva mistero di detestare la contessa proletaria e di condannare la passione che la legava all’artista siciliano. Lo racconta, rivelando un aneddoto inedito, l’ultima biografia di Marta, fresca di stampa, “Smeraldi a colazione” (Cairo, pagg. 287, euro 16,00), scritta a quattro mani con la giornalista Laura Laurenzi, nel capitolo “Mimise è una strega”. Stratagemmi, bugie, diversivi: la storia dei due amanti, per quanto pubblica («tutti sapevano tutto: i nostri rispettivi coniugi, i miei figli, il Partito comunista, l’Italia intera»), viveva di fughe e di incontri, di complicità esterne e di astuzie, di dolori e rancori, da entrambe le parti. «Perchè mi hai dipinto grassa e meno bella?», chiedeva Marta. E Renato la blandiva: in questo modo la moglie, in qualche quadro, poteva vagamente riconoscersi e smettere di tormentarlo.




Maria Luisa Dotti, di otto anni più vecchia, era la compagna degli esordi poveri di Guttuso: una madre - si legge nel libro - più che una compagna o una moglie. Passeggiava ogni mattina e Marta scappava dallo studio prima che lei rientrasse. Ritornava nel pomeriggio e rimaneva fino al momento in cui, dal citofono interno, Mimise annunciava la cena. «Ecco la voce del padrone», commentava Guttuso rabbuiandosi.


Le amiche di Mimise, però, non chiudevano gli occhi. Erano feroci: Linuccia, compagna di Carlo Levi, e Laura Crispolti, moglie del critico d’arte Enrico, che con il marito aveva una galleria d’arte sopra il Caffè Greco a Roma e andava ospite dai Marzotto a Porto Ercole, in villa e in barca. «Mi odiavano - scrive Marta - al punto di fare addirittura dei riti voodoo, delle vere e proprie fatture, nella speranza che mi togliessi di mezzo».


Allude proprio a loro Giancaro Vigorelli, nell’introduzione al libro-catalogo sulla collezione d’arte di Marta Marzotto: «In qualche angolo buio del Caffè Greco alcune donne, a turno, trafiggevano stregonescamente una bambola di pezza che malamente assomigliava a Marta, e la seviziavano, le strappavano i capelli. E quando ne venne a conoscenza, Marta si piantò in faccia alle torturatrici col suo più bel sorriso: “Se proprio volete giocare con gli spilli, sono qui io”».


Quando Mimise morì, nella clinica Villa Margherita, Guttuso chiamò l’amante: «Marta, dove sei stata? Qui nessuno mi dice niente. Corri, stringo i denti fino a farmi male». Lei, da Porto Ercole, si precipita alla residenza di Palazzo del Grillo. Le chiavi non funzionavano più, la serratura era già stata cambiata.


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lunedì 18 luglio 2016

LA MOSTRA

A Trieste nel 1911 la prima donna in pantaloni




 
I primi pantaloni firmati da Paul Poiret





Era la fine di febbraio del 1911 quando un’avvenente signorina, proveniente da Vienna, scese all’Hotel de la Ville di Trieste, scortata da un uomo e con un misterioso baule al seguito. In quell’unico bagaglio era custodita una “bomba”, che, un paio di settimane prima, aveva mietuto le prime vittime a Parigi e a Vienna. Niente da stupirsi, quindi, che la bella forestiera arrivasse nella vecchia provincia dell’impero con un tanto di circospezione e accompagnata da uno chaperon, pronto a venire in suo soccorso in caso di pericolo. Che cosa nascondeva il bagaglio della giovane, tale Pepi Weisenhuber, di professione mannequin? Niente metallo, solo seta, ma ugualmente deflagrante.

La bomba in questione si chiama “jupe-culotte”, la prima gonna pantaloni e l’ultimo grido della moda, che all’esordio parigino, un paio di settimane prima, era stata sepolta da “risa ironiche” e fischi. Sorte ancora più amara per tre dame dell’aristocrazia di Vienna che, sfoggiando il nuovo capo a un ricevimento, si erano viste mettere alla porta senza tanti complimenti.
Questa gelida accoglienza aveva gettato nello sconforto le sartorie viennesi. Gli ordinativi di un certo numero di jupe-culottes erano già stati piazzati a Parigi e ora gli atelier temevano, dopo la reazione degli ambienti d’elite, lo scherno e il dileggio della pubblica via.


Ecco, dunque, spiegata la delicata missione a Trieste e la riservatezza che circondava l’arrivo in città della signorina Pepi e del suo accompagnatore, che altri non era se non il segretario della ditta Gustav Pollak und Bruder. Pepi doveva “testare” le reazioni ai pantaloni femminili a sufficiente distanza di sicurezza rispetto alla compassata e tradizionale Vienna. E per lei, che mai aveva visto il mare prima d’allora, alla comprensibile emozione si sommava la paura che a Trieste - come l’avevano messa in guardia - oltre che fischi e arance - avrebbe potuto rimediare anche un bel bagno nelle acque gelide del golfo.



Lo stile di Paul Poiret


Il gustoso resoconto del lancio della gonna pantalone è riportato, in forma anonima, nell’edizione del Piccolo del 1° marzo 1911. Pepi, in jupe-culotte di seta blu e scarpine francesi “seducentissime”, uscì dall’Hotel de la Ville all’ora del “listòn”, poco prima di mezzogiorno e si incamminò per il Molo San Carlo, che percorse due volte, tra “vivaci esclamazioni” e una curiosità “per lo più maschile”. All’imbocco della via Nuova e poi di via Cassa di Risparmio era già seguita da un codazzo di persone, tra commenti e risate. Nei pressi del caffè Urbanis il corteo si era trasformato in una vera e propria folla e la povera Pepi, temendo la malaparata, ripiegò così in fretta verso piazza Verdi che gli osservatori cominciarono a inseguirla correndo, senza però - precisa il giornalista - fare “atti sconvenienti”. Alla fine la modella, ormai convinta che la minaccia del bagno in mare fosse prossima a diventare realtà, trovò riparo al ristorante Dreher, mentre fuori un centinaio di persone, “tra cui, questa volta, molte signore”, continuava a commentare la nuova “mise”.


Il pezzo del Piccolo fu titolato “Con chiasso ma con successo”. Nel porto dell’Impero, dove le signore erano più libere e smaliziate che altrove, la gonna pantaloni venne registrata come “comoda e pratica” e il suo debutto, pur tra sorpresa, apprezzamenti stentorei e qualche ilarità, fu accolto positivamente. Toilette di “ottimo gusto”, sentenziò l’anonimo redattore.


Anche a questa cronaca di colore del Piccolo si è ispirata Raffaella Sgubin, sovrintendente del Museo della moda e delle arti applicate di Gorizia, per l’allestimento “Guerra e Moda. L’alba della donna moderna”, visitabile fino al 4 dicembre 2016 nella sede di Borgo Castello. Un percorso cronologico con diciotto abiti, riviste, fotografie, accessori, che copre un arco dal 1905 al 1925 e culmina, nella sala centrale, con le donne lavoratrici “al servizio della Patria”. Negli anni della prima guerra mondiale, i pantaloni non sono più un’eccentrica primizia modaiola, ma una necessità per le signore e signorine che entrano nelle fabbriche belliche, a contatto con sostanze tossiche o con macchinari pericolosi.



L'operaia, la crocerossina e la capostazione in mostra al Museo della Moda di Gorizia


«È un cambiamento epocale», spiega Sgubin. «Anche prima della guerra lo stilista Paul Poiret aveva introdotto i calzoni da harem per le donne e aveva abolito il corsetto. Ma Poiret non era interessato alla liberazione del corpo femminile, il suo era un discorso di stile, non “politico”. Si ispirava ad altre culture, all’Oriente, così come Mariano Fortuny con i suoi “delphos” guardava all’antica Grecia. Gli unici movimenti che bollavano il corsetto per motivi igienici erano la Rational Dress Society in ambito anglosassone e la Mode Reform in ambito tedesco, che si legava alla Secessione viennese. Restano però - puntualizza Sgubin - scelte estetiche di movimenti d’elite, come le jupe-culotte. 


Prendiamo Emily Flöte, la compagna di Klimt, che indossava camicioni con il punto vita rialzatissimo e colletti molto alti. Aveva una sartoria e provò, senza successo, a proporre questi capi alle sue clienti. Non andavano. I tempi non erano ancora maturi».

Matureranno di colpo negli anni del conflitto. E questo passaggio, questa rottura con i codici vestimentari del passato, è evidente nella mostra goriziana, che apre con gli ultimi sussulti della Belle Époque, con tailleur e abiti preziosi che, per la ricca signora, scandiscono le diverse occasioni della giornata.
Dietro l’angolo, nell’altra sala espositiva, il mondo 

si è rovesciato. Le donne combattono la loro guerra, crocerossine negli ospedali, capotreno nelle Ferrovie, con tanto di tascapane in pelle e tromba, entrano in fabbrica infilate nella tuta da lavoro, calzate di scarponcini e ghette, per comodità e sicurezza. Un collettino bianco triangolare a ingentilire l’operaia, un merlettino sul collo della ferroviera, sono i residui di un passato di decori a profusione che non ritornerà, meno che mai nel guardaroba. «Il pizzo, la scarpina col tacco a rocchetto che spunta dalla gonna spartana, sono dettagli rivelatori», dice Sgubin. «Pur nell’abbigliamento maschile c’è un dettaglio vezzoso, un tocco di eleganza femminile, anche per le donne impiegate nelle officine, per le lavavetri, le motocicliste». Oppure, come testimoniano le foto da “L’illustrazione italiana” in mostra, per le apprendiste conducenti tramviere, per le operaie ai torni in una fabbrica di spolette, per le addette alla saldatura autogena delle bombarde, per le prime “donne barbiere”.

Nella terza sala, “E la vita continua”, un abito da sposa color avorio, risalente circa al 1917, dalla linea morbida e il punto vita segnato. Una rarità - conferma Sgubin - perchè in quegli anni si andava all’altare soprattutto in tailleur: le licenze degli uomini erano corte, i soldi pochi, il senso di provvisorietà diffuso. Molte giovani spose sarebbero diventate, neanche il tempo della luna di miele, giovani vedove.



L'abito da sposa color avorio, anno 1917, in mostra a Gorizia


Furono gli anni dell’immane tragedia bellica, ma per le donne anche quelli di una nuova libertà nel vestire, una conquista formidabile, da cui non si tornerà più indietro. Lo testimoniano le fatture di Madame Elvira Minzi, premiata corsetteria triestina con negozio in via San Nicolò e salone in via Sanità: intorno al 1914 le signore pagano i busti in corone, dagli anni ’20 spendono in lire per i più moderni reggiseni, che sono riprodotti sulla rinnovata carta intestata del negozio, insieme alla guaina elasticizzata per snellire i fianchi.


Intorno agli anni Trenta tutto cambia ancora una volta. Le gonne si allungano, la moda è più composta. La società è in trasformazione, in Italia il regime irreggimenta anche il guardaroba femminile. Niente più abiti coperti di paillettes e boa di struzzo, per la ragazzina androgina che di notte si muove a tempo di charleston. La donna ritorna a essere prima di tutto fattrice e madre, i suoi fianchi l’elemento da enfatizzare, su cui si appoggia lo sguardo. Si torna indietro mentre si avanza verso un nuovo conflitto. Ma il busto, quello sì, la Grande guerra l’ha sepolto per sempre.

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mercoledì 6 luglio 2016

 MODA & MODI

La spilla punk torna a essere "di sicurezza"




 La spilla da balia di Vivienne Westwood, simbolo del punk e della trasgressione che infilzava il sistema, in questi giorni a Londra, ha riguadagnato il significato delle origini: serve a unire, non due pezzi di tessuto, ma le persone. L'idea è nata su twitter, dall'account "miss pommery 1926" (una signora americana, che si chiama Allison, vive a Londra e si definisce una casuale attivista anti-razzismo), dopo l'impennata nei reati xenofobi legata alla Brexit. La spilla, appuntata semplicemente su quello che si ha addosso, trasmette un messaggio preciso a quanti, dal giorno alla notte, si sono ritrovati "alien", forestieri (guardati con diffidenza, paura, fino a sincero odio, appunto come extraterrestri).
Con me, dice la spilla, sei al sicuro, sono al tuo fianco nel sostenere il tuo diritto a rimanere nel Regno Unito.

"Safety pin", appunto, spilla "di sicurezza". Quotidiano, banale, ordinario oggettino di pratica domestica o "rimedio" da borsetta, proprio per i casi in cui qualcosa si è "scucito", come in Gran Bretagna, che ancora una volta assume un formidabile valore comunicativo. Negli anni del punk, dei Sex Pistols e della Westwood, la spilla da balia urlava tutta la carica sovversiva di un movimento e di una musica, di un modo di vestire e di atteggiarsi, che puntava a scandalizzare, a spiazzare, a rovesciare i valori e i dogmi della società borghese. Significava rottura, irriverenza, anche oltraggio. Voleva disturbare, dare un taglio netto, segnare una cesura: di qua voi, autoreferenziali custodi dell'ordine costituito, di là noi, giovani, irruenti, disturbatori.




La spilla di sicurezza di Allison va in tutt'altra direzione. È stata scelta proprio perchè ognuno ne ha una in casa, non deve uscire per comprarla, è "neutra", senza coinvolgimenti politici o ideologici. Portarla sul bavero della giacca o del soprabito, dà una "sicurezza" a chi vive in Inghilterra da immigrato, proprio come Allison, che però è bianca, madrelingua inglese, e quindi avvantaggiata rispetto agli altri stranieri. Senza bisogno di alcuna parola, suggerisce a chi è vittima di attacchi xenofobi, o si sente indesiderato, che ha un alleato al suo fianco, anche solo per parlarne.


La spilla che le bambinaie usavano per fissare i pannolini pre-pampers e la spilla battagliera dei punk, si ritrovano: vogliono tenere insieme le persone (e il paese) con la provocazione dell'unità.